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E' sempre sorprendente notare come le voci che si levano contro la Chiesa accusandola di “colpevole

Mercoledì, 21 Settembre 2011 Commenti

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La fragile teoria della

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Lunedì, 5 Aprile 2010 Commenti

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Continua la saga della ricerca di castronerie sull'Immacolata Concezione nei mezzi di informazione d

Martedì, 27 Dicembre 2011 Commenti

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Continua la saga della ricerca di castronerie sull'Immacolata Concezione nei mezzi di informazione di massa o sulla bocca di personaggi pubblici più o meno devoti. Dopo Wikipedia, Vittorio Sgarbi, Giuliano Ferrara e Marco Pannella - già titolati bricoleur teologici in Ave Mary - ci si mettono anche i video games. Su Black and White 2, evoluzione del popolare gioco strategico ambientato in un'immaginaria Arcadia in via di sviluppo economico, circola questa perla ermeneutica che aumenta la confusione sul già abbastanza confuso concetto mariano. Vedere per credere. Lo segnalo perché la facilità con cui si abbina verginità a immacolatezza mi sbalordisce sempre: vuol dire che anche in luoghi produttori di immaginari insospettabili (ma diffusissimi tra gli adolescenti) permane l'associazione tra sesso e sporco. E' anche attraverso piccoli segnali come questo che si capisce perché una ragazzina maturi l'idea che non sia furbo ammettere di aver fatto sesso gioiosamente con il proprio ragazzo. Meglio dire che è stato il rom e che tu nemmeno volevi.

(Grazie a Manuel che lo ha estratto e condiviso).

E' sempre sorprendente notare come le voci che si levano contro la Chiesa accusandola di “colpevole silenzio” sul disastro della situazione politica, morale ed economica dell’Italia siano poi le stesse che l’accusano di “indebita ingerenza” quando interviene in questioni morali e politiche considerate non altrettanto opportune. Questo diritto di parola intermittente è una contraddizione che coloro che praticano visioni di laicità per sottrazione non sono ancora riusciti a risolvere. Chi però non ha mai negato il diritto della Chiesa - in quanto indiscutibile attore sociale - a dire la propria sulle stesse questioni su cui dice la propria anche il barista all’angolo, a maggior ragione oggi si sente in dovere di farsi delle domande sull’insopportabile politica del silenzio, complice e furba, che le gerarchie ecclesiali hanno deciso di tenere in merito alle responsabilità del governo Berlusconi nella drammatica situazione del paese. Al di là di vaghissimi inviti a una maggiore moralità della classe politica lanciati in predica, che hanno la stessa incisività dell’invocare la pace nel mondo mentre si ritira la fascia di miss Italia, è innegabile che la Chiesa finora abbia fatto finta che non stesse accadendo niente. Ma il 18 settembre qualcosa è cambiato: il vescovo teologo Bruno Forte ha preso pubblicamente la parola per chiamare per nome il disastro italiano e provare a suggerire vie d’uscita. Ha scelto di farlo dalle pagine de Il Sole 24 ore con un intervento firmato che rende impossibile sospettare che un giornalista malintenzionato abbia travisato le sue parole a proprosito di “uomini nuovi, scelte coraggiose, alleggerimento della macchina dello Stato”. Per Bruno Forte Berlusconi se ne deve andare e gli uomini nuovi, ça va sans dire, devono essere politici cattolici. Il vescovo di Chieti si spinge a dare una più che chiara indicazione su dove cercarli: manca solo l’indirizzo e si arriva dritti a casa Pezzotta, nome da sempre molto gradito ai moderati cattolici. Le scelte coraggiose indicate da monsignor Forte sono i tagli dei privilegi della casta e degli stipendi d’oro, una tassa sui patrimoni dei ricchi e la lotta senza quartiere all’evasione, cioè l’esatto contrario di quello che fino a ora ha fatto il governo. In coda il teologo napoletano auspica l’accorpamento dei piccolissimi comuni, la revisione delle province, la diminuzione del numero dei parlamentari e l’abolizione degli enti inutili, misure di buon senso in cui speriamo tutti, ma che mal si conciliano con gli interessi di una Lega Nord che difende come un’orsa i suoi scrannetti locali e anzi pretende l’apertura di satelliti ministeriali sotto casa sua.
È difficile applaudire all’intervento di Bruno Forte: brilla troppo l'assenza di ogni riferimento all’eventuale contributo che la Chiesa intenderebbe dare ai sacrifici economici necessari a ridurre il debito pubblico del paese. Significa che non intende darne alcuno, a parte indicare politici amici da eleggere a premier d'emergenza; è per questo che fino a questo momento la CEI si è ben guardata dall’aprir bocca sulla crisi. Troppo altro era il rischio che parlando di moralità e sacrifici si finisse costretti, per non sembrare incongruenti, a dare il buon esempio mettendo mano a cose come l’esenzione ICI, i finanziamenti pubblici alla scuola cattolica e il meccanismo iniquo dell’otto per mille. Bagnasco ha taciuto e invitato a tacere per queste ottime ragioni. Il fatto che adesso monsignor Forte parli dalle pagine di Confindustria non significa che la misura morale sia colma al punto che neanche i vescovi possono più tacere; vuol dire invece che adesso il governo Berlusconi è così debole che anche le gerarchie ecclesiastiche si possono permettere di criticarlo senza temere conseguenze per i propri interessi economici. Dopo Standard and poor's, anche questo è un declassamento.

croce11Il sindaco di Quartucciu Carlo Murru (PdL) ha appena inviato al sindaco di Cagliari Massimo Zedda (SeL) un crocefisso in dono, a sostituzione di quello che Zedda aveva tolto dal suo ufficio appena lo avevano eletto. La motivazione dell'invio è questa:

"Facendoti i migliori auguri per il proseguimento del tuo mandato amministrativo, certo di farti cosa gradita ti invio un piccolo grande pensiero, simbolo di un sistema di valori, libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza e quindi anche della laicità dello Stato, principi che innervano la Costituzione su cui entrambi abbiamo giurato".

Non voglio pensare che il sindaco di Quartucciu sia convinto che Gesù Cristo è morto in croce come testimonial di un sistema di valori. Ma se non è questa la sua convinzione, dovrebbe apparirgli chiaro che riducendo il crocefisso alla condizione di sigillo della Costituzione (in quanto "simbolo dei valori che la innervano") lo offende anzichè rispettarlo, e lo depotenzia del suo senso. Un crocefisso "simbolo di un sistema di valori" è un orpello che sta bene con tutto, compresi i muri dell'ufficio del potere di turno.

Pretendere di associare i valori della Costituzione italiana a un simbolo religioso significa fare di quella religione un attore costituzionale e trasformare i suoi simboli in strumenti di educazione civica. Questo, contrariamente a quello che pensa il sindaco di Quartucciu, non solo non è in alcun modo espressione di laicità dello Stato, ma non è nemmeno segno di rispetto per Cristo. Per questo Massimo Zedda ha fatto bene a togliere il crocefisso dal suo ufficio e farà benissimo a non riappenderlo. Non è levandolo dal muro del sindaco che si priveranno i cristiani del crocefisso. Forse però levandolo dal muro del sindaco si impedirà ai furbi di ogni schieramento di strumentalizzarlo come marcatore funzionale alla propria visione del mondo.

cattolico1jr2Questo l'ho scritto per Saturno, l'inserto culturale de Il Fatto Quotidiano

Un libro che si chiama 10 buoni motivi per essere cattolici rischia di irritare il lettore sin dal titolo, a meno che non sia in cerca di conferme sulla sua fragile identità religiosa. Il sospetto nasce dal fatto che quando si parla di monoteismi il tono assertivo è spesso un trucco dietro al quale è sin troppo facile prevedere un’apologia camuffata da discorso pacato e razionale. Mica per niente l’assertività è anche la cifra stilistica prediletta da papa Ratzinger, per cui è probabile che ci voglia tutta la bella prefazione di Tullio Avoledo per convincere il lettore diffidente ad abbassare la guardia e a proseguire la lettura senza temere di trovarsi davanti a un catechismo a tradimento. E tuttavia, nonostante la pretesa dichiarata di rappresentare un ingaggio pacifico, quello di Mozzi e Binaghi ha proprio l’aria di un libro apologetico, che anziché confrontarsi con un antagonismo argomentativo affronta invece quella che si presume essere nel lettore l’ignoranza della vera matrice del cattolicesimo, cioè quella biblica, in osservanza al motto di san Girolamo per cui l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. Per questo ognuno dei dieci capitoli comincia con Giulio Mozzi che rilegge (spesso felicemente) alcuni passi chiave della Bibbia e prosegue con Valter Binaghi che offre riflessioni filosofico-esperienziali dense quanto può consentirlo un libretto di 136 pagine. Ma è proprio l’approccio alla Bibbia, che di per sé non è un testo cattolico, a far sì che per una buona metà del discorso non si capisca perché gli argomenti adotti dovrebbero essere considerati buoni motivi per essere cattolici piuttosto che ebrei, valdesi, ortodossi o anglicani. Solo l’accenno alla Chiesa come unità spirituale e istituzionale sembra sfiorare lo specifico della variante romana del cristianesimo, ma in maniera così piena di distinguo da non permetterle di affermarsi nel discorso come marcatore netto tra un cristiano cattolico e un cristiano tout court. Leggendo queste pagine non è mai possibile scordarsi che a scriverle sono stati due cattolici e che quindi il loro, prima che un discorso sensato, è l’atto di testimonianza di una relazione amorosa che trascende (anche se non prescinde) dalla razionalità. Il dato di partenza davanti a questo approccio è che se sei cattolico nel senso non puramente culturale del termine non hai bisogno di elenchi di motivazioni per sentirti confermato nella tua posizione confessionale, ma se invece sei un cristiano di altra appartenenza non c’è motivazione abbastanza convincente in queste pagine che possa farti sentire escluso da quello di cui parlano appassionatamente Mozzi e Binaghi. Per quanto possa piacere supporre fortune dietro al caso cultural-geografico di essere nati nel paese di Santa Romana Chiesa, i cattolici non sono cristiani speciali.

Questo bell'articolo a firma di Giulia Galeotti è apparso sull'Osservatore Romano dell'11 giugno a commento di Ave Mary.

«Di norma le persone non sanno dire qual è stato il momento preciso in cui hanno smesso di essere bambini e sono passati a un’altra età, diversa, più matura e più difficile. Io invece lo so», scrive Eraldo Baldini in L’uomo nero e la bicicletta blu (Torino, Einaudi, 2011). Anche io, nel mio piccolo, forse lo so. Il momento per me è stato quello in cui ho capito che era possibile essere insieme femministe e cattoliche. Fino a un certo punto, infatti, i dati raccolti dalla bambina che ero, non apparivano molto incoraggianti: Dio mi veniva proposto come una figura maschile, suo figlio era maschio, i sacerdoti erano tutti maschi, così come gli autori delle Scritture e i Papi. Per contro, a messa c’erano quasi solo donne, mentre le raffigurazioni sacre e le catechiste (donne anche loro) me le presentavano nel migliore dei casi come madri a tempo pieno, ovvero come docili e mansuete figure di contorno. Decisamente, tutto questo non mi convinceva. Ero tentata — dato che il messaggio del cristianesimo mi piaceva, e mi piaceva molto — di fare tabula rasa di tutto quello che la storia, cioè la Chiesa, aveva edificato nei secoli su quel messaggio.

Diventare grande significò rinunciare non solo ai miei progetti di distruzione radicale, ma anche a quelli (subentrati poco dopo) di abbandonare una organizzazione che sentivo così maschilista (proposito accantonato perché io ci volevo stare, e criticare da fuori mi sembrava troppo facile e troppo comodo). Provare a diventare grande, però, significò soprattutto assumersi la responsabilità di cercare di capire cosa fosse successo (e perché), cosa fosse possibile fare e sperare. E fu un bell’esercizio di umiltà prima e di sorellanza poi, constatare che tante donne di fede avevano «patito» e «pativano» con me.

E così, con la sua Ave Mary, Michela Murgia ha anche richiamato in vita quella bambina che fui (scrivendo — dice l’autrice — «ho pensato alle donne [...]. Questo libro è stato scritto anche per loro, con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme»: bambine incluse!). Quella bambina, poi, qualche passo avanti l’ha fatto, e qualche risposta l’ha trovata, soprattutto grazie a studi di altre donne.

Proprio per questo, leggendo Ave Mary spesso mi è venuto da dire: «Bella scoperta!», dovendo anche superare alcuni passaggi sinceramente fastidiosi (su Maria Goretti e su Gianna Beretta Molla in primis: non comprendere o condividere alcune scelte è lecito, meno lo è raccontarle con un tocco di razzismo).

Che nella storia la Chiesa abbia trovato difficoltà con le donne — con le figure femminili del Vangelo e, poi, con le donne nel corso dei secoli — è infatti fuor di dubbio. Come è indubbio che il messaggio di Gesù era molto femminista. «Con una simile madre — scrive Murgia — non c’è da stupirsi se Cristo per tutta la sua vita pubblica ha usato alle donne un’attenzione altrettanto anticonformista rispetto al contesto in cui è vissuto». Addirittura — aggiungo io — rispetto al contesto in cui ancora viviamo noi, donne del XXI secolo. Gesù e il suo messaggio restano emancipatori come nessuno, né prima né poi.

Se dunque nella sua critica di fondo Murgia ha qualche ragione, non si può, però, negare che la scrittrice dimostra di non conoscere quella nutrita letteratura che nel tempo (e con una grande accelerazione negli ultimi decenni), ha riletto quanto nei secoli è stato elaborato e detto con una certa misoginia (storicamente forse inevitabile). Quella nutrita letteratura che ha riscoperto ciò che in un’ottica femminista era già stato pensato e scritto, facendo capire non solo quanto le donne hanno dato alla Chiesa, ma anche quante possibilità la Chiesa ha dato alle donne. Possibilità che la società del tempo non offriva. Giusto un esempio. Per lunghissimi secoli — in Italia addirittura fino al 1968 — il diritto canonico è stato il solo a parificare adulterio maschile e adulterio femminile: contava il tradimento, non il sesso di chi lo avesse commesso.

D’altro canto, in Due in una carne (Roma-Bari, Laterza, 2009), Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia offrono un’approfondita analisi della figura di Maria Maddalena nei secoli (dal tempo di Gesù alle interpretazioni successive) che merita davvero di essere letta. Scrivere un testo come quello di Murgia e ignorare del tutto questo filone di ricerca apre la porta a interpretazioni erronee. Come, ad esempio, quella che la scrittrice dà, sviante e superficiale, del matrimonio cristiano.

Tutt’altro che dirompente (come invece molte recensioni l’hanno salutato), Ave Mary si inserisce dunque in un filone che nella Chiesa e nel femminismo cattolico esiste da tempo. In questo contesto si colloca la mia presa di distanza rispetto a un libro che comunque merita interesse. Una menzione particolare va, ad esempio, alla serrata demolizione che Murgia fa della campagna misogina promossa nel 2009 dal Ministero delle pari opportunità italiano (una rosa bianca dentro un bicchiere di vetro viene contaminata da gocce di inchiostro; il fiore assorbe il colore, diventando nero a sua volta prima che una mano pietosa lo tolga da lì mettendolo in un altro bicchiere pulito: tu donna sei solo una immobile vittima nel vetro bisognosa di protezione, e qualcuno ti salverà).

A chiusura della sua denuncia di un atteggiamento che tanto male avrebbe fatto alle donne in carne e ossa — e, probabilmente, alla Chiesa in carne e ossa, aggiungerei io — Murgia scrive: «Che questa lettura possa venire abrogata è auspicabile, ma altamente improbabile». No. Questo proprio non si può dire. Da quel felice 19 aprile 2005, infatti, Benedetto XVI ha dimostrato che la probabilità va in tutt’altra direzione. Quando ci sono i segni, bisogna saperli vedere. Parola di donna.

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