
(la foto è di Pierluigi Terzoli)
E' una forma di mia personale perversione spirituale quella di seguire sempre con interesse articoli e servizi che riguardano l'attività di Benedetto XVI, traendone spunto per riflessioni più spesso amare che non. Ho sorriso ironicamente durante gli speciali sulla Giornata Mondiale dei Giovani a Sidney, ben sapendo che quella geniale invenzione mediatica del suo precedessore al Ratzinger cardinale non era mai andata a genio; c'è qualcosa di dantesco nel vederlo costretto a viverla simulando adesso una parvenza di entusiasmo. Ma ci sono cose che in questo pontificato non possono essere simulate, e non tutte sono ascrivibili a fenomeno di spiritualità da gratta&vinci. Una per esempio è la storia del grottesco equivoco che ha fatto scambiare Joseph Ratzinger per un pensatore profondo, di solida struttura filosofica, capace di sfidare il pensiero laico sulla base del suo pilastro più inattaccabile: la ragione. Il debutto sulla scena mondiale era stato spiazzante e aveva inizialmente creato panico: per la prima volta un papa usava come principale rafforzativo della proposta di fede proprio le armi intellettuali che fino a quel momento erano state rivolte contro la religione. Con buona pace di Blaise Pascal e del suo cuore pulsante per Dio con ragioni ignote alla ragione, Ratzinger sembrava non avere alcuna soggezione a sostenere la fede come atto pienamente razionale.
Allarmati da questo sparigliamento di carte, nel primo anno del suo pontificato si erano schierati sui giornali e in libreria diversi autori ben decisi a smontare le sue argomentazioni, cosa che con Woitjla, fuoriclasse più che altro pastorale, non era mai stata necessaria. Alcuni di questi panzer erano invero ingenuamente velleitari, e hanno assunto la più comune e debole delle prospettive anticlericali: come cani alla luna, si rivolgevano da filosofi ad un papa.
Altri, più seri o forse solo più scafati, hanno provato ad affrontare le argomentazioni del pontefice nel solo modo che si potesse dire scientificamente rispettoso: da pari sul piano della ratio. Era una sana dialettica, e in molti stavano ai margini del ring a coglierne le scintille, magari nella speranza che qualcuna rischiarasse il buio intorno. Scontro tra titani, si favoleggiava.
Invece la bolla si è sgonfiata, repentina come lo era stata l'alzata di scudi.
Ad essere superficiali si potrebbe pensare che l'avversario laico si sia ritirato, che il filone Adversus Ratzinger si sia esaurito da sè, ma ad uno sguardo più attento viene il sospetto che possa piuttosto trattarsi del contrario: l'interlocutore biancovestito sembra aver perso autorevolezza, le sue armi si sono mostrate spuntate, i suoi ragionamenti vengono ignorati come fossero indegni di un confronto di qualunque livello. Il temuto filosofo si è rivelato semplicemente teologo, una categoria troppo avezza a ragionare per assiomi per meritare interesse laico duraturo. Il silenzio improvviso dei cervelli laici sembra dire: torniamo sulle cattedre che ci competono, questo non riguarda noi, sono solo cose di chiesa. Alle encicliche a scadenza e ai numerosi discorsi di papa Ratzinger segue sempre più spesso un silenzio bipartisan: dentro la Chiesa, perchè ogni volontà di confronto è vista come atto sovversivo con un costo che non tutti si possono permettere di pagare, fuori invece perchè nessuno le ritiene più di qualche interesse.
Marginale, buona giusto per reazionari di ritorno con più di un secondo fine: questa appare oggi la visione di Ratzinger, anche agli occhi di molti cattolici. Difficile affezionarsi a quella sua inclinazione moralista, a quella parenesi ambigua che solo ad intermittenza distingue l'essere dal fare; ancora meno semplice è trovare respiro sociale nella sua prospettiva decadentemente occidentale, così diversa dall'ampio orizzonte woitiljano che non tollerava nè muri nè mari. Ha deluso e continua a deludere anche una certa flessione all'ombelico italiano, esercitata spesso in maniera così imbarazzante da far rimpiangere i tempi in cui il severo protocollo vaticano prevedeva che il papa non si rivolgesse mai a persona vivente in discorsi ufficiali. La convenzione significava la prospettiva superiore del pontefice, il suo spaziare lo sguardo sui secoli precedendo l'incedere grave della Chiesa nella Storia; adesso ci siamo abituati a sentire in bocca al Papa riflessioni semplici(stiche), non di rado strutturate intorno a piccolezze storiche, politiche e morali, tanto più avvilenti quanto più rimbombano i silenzi su altre questioni.
Lungi dal significare che la visione minimalista di Ratzinger sia a misura d'uomo, potrebbe più semplicemente voler dire che il gigante atteso non era altro che l'ombra di un uomo piccolo, diluita sul lungo muro di incertezze di una Chiesa ancora a-storicamente divisa tra il difendersi dal cambiamento e il farsene un buona volta lievito.
In tempi di nani, forse sarà pure normale che dei giganti bastino le ombre a far sognare.
18.05.2012 18:30 -
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