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politica

Mi funestano il viaggio di nozze notizie gravissime, che nemmeno i fatti di braghetta senile del presidente del consiglio riescono ad ammutolire completamente. Delara Dalabi è stata impiccata, e il Vaticano non protesta perché non vuole irritare gli oppositori in vista del prossimo viaggio del papa in Palestina. Le ingiustizie subite dai risparmiatori che sono stati derubati dei loro risparmi da manager e imprese disoneste non saranno risarcite, perché le class action non saranno retroattive. Maroni chiama "risultato storico" l'abbandono in mano libica di migranti di cui non si conosce l'identità, e soprattutto non si cononoscono le ragioni di migrazione, che potrebbero essere la legittima esigenza di asilo politico, diritto internazionalmente riconosciuto che nessuno può rifiutare. Radio Padania Libera si sente ad Oristano.

Come vede la battaglia di don Sante Sguotti, il prete-papà, contro il celibato dei preti? «L’obbligo deriva da una legge ecclesiastica, non divina, ma lo condivido: quando si trova il meglio non si ha bisogno di altro e poi io sono innamorato della mia missione. Se sei a disposi­zione degli altri full time, non hai tempo per una famiglia tua. In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perchè andarcene a cercare un’altra?» (ride).

perplessità
(scritto per l'Arborense)
Quello che rimarrà di queste specifiche elezioni sarde non sarà probabilmente l’eco dei programmi, non sarà forse nemmeno la sana passione civica delle persone che si sono spese per sostenere i candidati, e di sicuro non sarà la riflessione sul presente e sul futuro dell’isola, mai stata esercizio comune, e ora relegata a prurito personale persino tra quelli che della riflessione si fanno vanto di aver fatto mestiere. Alla grancassa mediatica dei vincitori e dei vinti c’è da sperare sopravviva almeno una domanda:  cosa ci è successo? Cosa è accaduto al nostro modo di pensare la responsabilità del bene comune? Oggi che sono pezzi d’antiquariato le vecchie sezioni politiche di paese e che nessuno vota più per appartenenza ideologica, alle persone sono rimaste altre forme di partecipazione ai processi di elaborazione politica? La risposta realistica per la maggioranza è no, ma quello che inquieta è che nessuno sembra sentirne la mancanza. Il modo di comunicare politicamente è stato violentemente ristrutturato, e nel nuovo assetto non è rimasto alcun posto per il confronto di base. Non vuol dire che le persone non siano più interessate alla politica, anzi; ma è oggettivo che siano radicalmente cambiati i modi di viverla. Uno dei segnali viene dal fatto che il carisma del leader è diventato determinante: egli nella percezione comune non ha solo un peso molto maggiore dell’idea politica che rappresenta, ma addirittura la sostituisce, al punto che la capacità personale del capo è diventata una garanzia sufficiente anche in assenza di un progetto condiviso: in questo nuovo gioco, pare che al goleador non serva più una squadra.
divinazioni
(scritto per La Nuova Sardegna del 4 gennaio)

Benedetto XVI è preoccupato per l’aumento delle forme di lavoro precario, e lo ha dichiarato all’Angelus la scorsa domenica. Non mi scandalizza tanto il fatto che a preoccupare il papa sia l’aumento e non l’esistenza del lavoro precario, come se ci fosse una soglia numerica del precariato sotto la quale il fenomeno non debba preoccupare. Mi interroga piuttosto il tempismo del turbamento pontificale sul tema, perché sarà anche giusto che la Chiesa cammini nella storia con i piedi di piombo, ma qualcuno dei cardinali consiglieri avrebbe pur dovuto dire a Sua Santità che questo impiccio del precariato va avanti da sei anni buoni, almeno per non rischiare di fargli fare la figura di quello che saluta il nuovo anno con un profetico sguardo al passato. Sei anni di precarietà legittimata, tanti ne sono quasi passati dall’approvazione della legge 30, furbescamente battezzata legge Biagi sperando che beneficiasse per estensione della stessa indulgenza che talvolta si accorda ai defunti. Sei anni di contratti a singhiozzo in nome della flessibilità, sei anni in cui il silenzio delle gerarchie ecclesiali sul tema ha rimbombato tanto più sonoramente quanto numerosi si susseguivano gli interventi sulle altre questioni, quelle cosiddette non negoziabili: la vita ad ogni costo, la famiglia ad ogni costo, l’eterosessualità ad ogni costo e più generalmente tutti i valori a ogni costo della morale cattolicamente intesa.

 confronto impari

In Vaticano per levarsi di torno una mente scomoda è d'uso nominarla arcivescovo di Milano**, che sarà pure la più grande diocesi del mondo, ma è anche e soprattutto un binario morto per l'accesso al papato: da lì non si torna più indietro. L'unica eccezione fu Montini che, benchè vittima del solito promoveatur ut amoveatur, da lì si vide richiamare a Roma dal neo eletto Giovanni XXIII, che lo stimava al punto da nominarlo cardinale con sommo scorno curiale. Per Carlo Maria Martini invece il meccanismo funzionò alla perfezione: vedi Milano e muori, gerarchicamente parlando. Non che fosse un carrierista: per tre volte presentò le dimissioni a Giovanni Paolo II nell'arco del suo episcopato, e per tre volte il papa gliele rispedì al mittente, imponendogli "la croce dell'episcopato". Croce dalla quale il gesuita ha peraltro conquistato una autorevolezza tale che le sue lettere pastorali e le sue iniziative (come dimenticare la meravigliosa Quale bellezza salverà il mondo del 1999, o l'esperienza profetica della Cattedra dei non credenti) facevano il giro del mondo, sorprendendo e avvicinando molti a quel modo certo non canonico, ma molto affascinante, di essere Chiesa.  Mentre il mondo impazzisce per il miracolo americano, e Berlusconi riesce nel miracolo italiano di farci cadere ancora più in basso di quanto non fossimo agli occhi degli altri stati, io per difendermi sono tre notti che mi faccio accompagnare al sonno proprio dal nuovo libro di Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme - sul rischio della fede, edito da Mondadori. E' un dialogo, come dice il titolo stesso, composto da centinaia di domande chiare, e altrettante risposte dirette, tra il cardinale e i giovani volontari di un centro d'infanzia coordinati da Padre Georg Sporschill. Si parla di Dio, di Chiesa, di sessualità, di Islam, del mondo e delle sue sfide, in modi che non siamo più abituati a considerare normali nella Chiesa. Si dice che a volte specula chi contrappone il pensiero di Martini a quello di Ratzinger; sarà. A me non sembra ci sia bisogno di speculatori per vedere l'evidenza, e basta confrontare la domanda con cui inizia il libro del gesuita con la micidiale conferenza pubblica del 2005 a Subiaco, l'ultima di Ratzinger prima di essere eletto papa, per capire che di differenze - quantomeno di atteggiamento - ce ne sono parecchie, e sostanziali.

Non amo fare tumblr sui contenuti altrui. Ma a volte sento il bisogno di condividere alcune cose preziose ad una velocità più lenta di quella pretesa dai quotidiani. Questo editoriale di Ezio Mauro uscito il 5 settembre su Repubblica è una di quelle cose.

 

"L'etica cristiana, la precettistica morale della Chiesa, sono dunque diventati in senso largo strumenti di azione politica, dando forma al disegno del Cardinal Ruini, quando sei anni fa vedeva il cristianesimo come seconda "natura" italiana, che proprio per questo può nella visione di sua Eminenza essere trasgredito solo da leggi in qualche modo contro natura, e perciò contestabili alla radice: senza più la distinzione classica tra la legge del creatore e la legge delle creature che è alla base della laicità di ogni Stato moderno."

 

I passaggi più generali dell'articolo di Mauro sono per me l'unica risposta possibile a posizioni come quella di Ratzinger, che da Cagliari si augura "più politici cattolici" al governo del paese, con Berlusconi in prima fila che ostende il suo faccione chirurgicamente disteso come incarnazione ottimale del modello suggerito.
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1 Jan 1970
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