
Ratzinger deve avere cattivi consiglieri, oppure è più probabile - come sostiene Marco Politi - che non ne abbia affatto. Solo così si spiega la scelta della linea difensiva sullo scandalo della pedofilia, che non solo è inefficace a restituire autorevolezza e credibilità all'istituzione ecclesiale, ma si sta rivelando addirittura controproducente, anche se non si può negare che sia coerente con le scelte precedenti dell'uomo Ratzinger.
Chiedere scusa infatti non è mai stato il suo forte, e chi ha un minimo di memoria storica ricorderà che da cardinale si smarcò vistosamente dalla clamorosa scelta di Giovanni Paolo II di chiedere perdono per i peccati della Chiesa nella storia, pubblicando un documento in cui si facevano i distinguo tra giudizio storico e giudizio teologico, ovvero tra le colpe personali dei singoli cristiani e l'innocenza ontologica della Chiesa, santa per definizione. Oggi come allora, il patetico tentativo di difesa resta quello di derubricare i casi di pedofilia come atti compiuti da "mele marce", dimenticando che la copertura di questi obbrobri fu possibile soprattutto grazie a un sistema omertoso e complice che ha trovato sponda anche in precise indicazioni gerarchiche, alcune delle quali proprio a firma dell'attuale pontefice. Fatti di Chiesa, dunque, non solo peccati dei cristiani.
Non importa che le dimensioni dello scandalo siano così vistose da rivelare tutta l'inadeguatezza della teoria delle poche mele marce. L'intero apparato episcopale continua a restare schierato sulla linea della minimizzazione dell'orrore di questi fatti, o peggio, usa anche del pulpito per insinuare il dubbio che si tratti di complotti orchestrati ad arte contro la Chiesa, osando improbabili paragoni con le vere persecuzioni della storia. Questo atteggiamento conferma purtroppo che i sospetti di sistema sono fondati, e contraddice e inficia anche i pochi mea culpa che la gravità dei fatti ha costretto il papa a pronunciare.
Non ha nessuna utilità citare il Crimen Sollicitationis o la De Delictis Gravioribus per dimostrare che il segreto pontificio sulle indagini ecclesiali ha determinato occultamenti di reato: i documenti a tutti gli effetti vincolano al silenzio solo i chierici, testimoni e vittime potevano comunque rivolgersi anche all'autorità secolare. La cosa rilevante è che nella maggioranza dei casi non lo abbiano fatto e che nessuno li abbia invitati a farlo, con la motivazione di tutelare l'insieme del corpo ecclesiale. Ed ecco che si rivela l'assurdità del paradosso: è stato proprio il tentativo di evitare che i reati dei singoli venissero accollati alla Chiesa a trasformare le violenze e le molestie in una mancanza collettiva, protetta da un sistema di silenzi corporativi. Denunciare una per una le violenze ne avrebbe evidenziato la natura individuale, identificando e isolando i colpevoli come mele marce. Tacerle insieme le ha rese invece una colpa della Chiesa, contro la quale non esistono difese.
L'unica strada dignitosa è l'ammissione piena e totale, senza scuse nè minimizzazioni, e il risarcimento delle vittime laddove è ancora possibile, seguito da una riflessione profonda sull'educazione dei chierici e dei laici in ordine alla sessualità. Tutto il resto è coda di paglia.
:'Don Marco'
Una denuncia per pedofilia non si può fare su iniziativa del vescovo, né su iniziativa di qualcuno diverso dalla vittima o dai suoi legali rappresentanti e tutori.
Se la vittima (e nei casi di abusi sessuali questo è molto frequente, anche gli abusi sulle donne) non vuole denunciare, vuole dimenticare, e se anche tu provi a convincerla dell'utilità della denuncia, per sé e per altri, ma la vittima non vuole, non accetta, un vescovo cosa può fare?
10.02.2012 11:00 -
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Data privata
11.02.2012 18:30 -
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Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
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27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
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