Domenica 14 Settembre 2008 23:51
(Scritto per l'Arborense in un raptus di autoreferenzialità tipicamente cattolico. Riservato ai depravati dell'associazionismo democratico.)
Sarà che il tema della vocazione è una cosa grossa. Sarà che di solito uno dice “vocazione” e gli altri pensano a preti e suore. Sarà che la
Lumen Gentium se la sono letta in troppo pochi perché l’espressione “comune vocazione alla santità” significhi qualcosa anche per quelli che non stanno aspettando Pasqua per andare a messa. O sarà forse che la parola è stata usata in modo così improprio che ha finito suo malgrado per logorarsi; mi ricorda un posacenere in onice che, poiché in casa mia nessuno fuma, per il principio della mobilità professionale è stato promosso sul campo al rango di fermaporte, così si rende utile. Però ovviamente è tutto sbeccato a forza di prendere colpi di porta, e uno lo guarda e dice “che oggetto inappropriato, si rompe alla prima botta”, e vai a spiegare che quello era nato per fare tutt’altro mestiere. Sarà così anche per la “vocazione”, messa dove non ci sta, a dire cose per cui basterebbe magari qualche altro termine meno impegnativo, tipo per esempio il senso di sé. Fatto sta che due settimane fa in Veneto mi hanno costretto a dar ragione del significato di vocazione. Mi avevano invitata per una conversazione con
Giovanni Bachelet, figlio del mai abbastanza compianto
Vittorio, il presidente dell’Azione Cattolica che nel 1980 fu ucciso dalle BR sugli scalini della Sapienza. Ho accettato soprattutto perché il tema dell’incontro prometteva autoironia: “Storie di esodo dall’Azione Cattolica al mondo”.
L’immagine che questo titolo mi suggeriva era infatti quella di una associazione ecclesiale consapevole di stare ogni tanto di casa in qualche altro posto rispetto al cosiddetto mondo, cosa che ho sperimentato di persona essere vera non solo per l’Azione Cattolica. Per accettare al volo l’invito mi è stata sufficiente la prospettiva ipotetica di assistere ad un esame di coscienza associativa, merce rara in tempi in cui – all’incirca da quando Giovanni Paolo II fece a nome della Chiesa il suo impopolare
mea culpa - la messa in discussione di sé è diventata un tabù ecclesiale infrangibile. In realtà, dandomi conferma di come le ironie migliori siano sempre quelle involontarie, non c’era alcun intento di autocritica nella scelta del tema, e anzi l’incontro avrebbe avuto un certo retrogusto
amarcord, se Giovanni Bachelet non avesse schiettamente ricordato che quello di
Gedda e quello di
De Gasperi erano due modi così diversi di stare al mondo da cristiani laici da non aver ancora risolto il loro conflitto.
Ed è lì che arriva la domanda fatidica: cosa ne penso io del fatto che l’AC non sia uno strumento, né una esperienza spirituale transitoria, ma una vocazione, un modo preciso di stare nella Chiesa davanti a Dio.
L’Azione Cattolica mi ha dato un imprinting così forte che prescinde da ogni tessera, ma è stato anche il luogo in cui ho imparato bene quanto nella Chiesa siano facilmente sovrapponibili gli strumenti e il fine, la vocazione e l’idea di sé, la persona e il suo incarico, l’efficienza e la santità. Vocazione per me l’AC lo è stata davvero: allo sguardo libero, anticarismatico, refrattario ad ogni confusione tra la luna e il dito che la indica, anche quando il dito era l’associazione stessa. In mezzo alle molte celebrazioni per i 140 anni dalla sua nascita, il mio grazie sincero per questo non aggiunge niente, ma c’è.
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