Sabato 21 Novembre 2009 22:15
Io ho molta stima di Gilioli, intendiamoci. È che quando uno dice una cosa tanto approssimativa, bisogna avere il coraggio di dirglielo anche se è lui. Per esempio l’altro giorno, credendo di smontare la cretina Santanché che ha dato del pedofilo a Maometto, il giornalista ha pensato bene di giocare a “scontro tra culture”, contrapponendole
l’esempio di coppia di San Giuseppe e Maria, che a sua stima avrebbero la stessa differenza d’età che corre tra Berlusconi e Noemi. La considerazione di Gilioli la capisco, perché si fonda su secoli di iconografia dove Giuseppe di Betlemme è sempre stato dipinto con l’aria mite e un po’ assente di un anziano nonno fuggito da geriatria. Peccato che il Vangelo non solo non dica una parola sull’età di Giuseppe, ma tutta l’esegesi storico critica sia concorde nell’attribuirgli al massimo una decina d’anni in più dell’adolescente Maria. Non certo un vecchio quindi, cosa che i film degli ultimi anni non hanno mancato di recepire, con sangiuseppi interpretati di volta in volta da attori tra il figo e l'improbabile, da Abatantuono in
Per amore solo per amore al
commissario di Rex dell'ultima fiction. La raffigurazione di Giuseppe canuto mantiene un valore puramente teologico legato alla verginità di Maria, ma si fonda su racconti degli apocrifi che probabilmente Gilioli non ha mai letto, come del resto la gran parte della gente.
Quel che stupisce non è l’errore, ma la sicurezza con cui è stato commesso, la tranquillità di chi dà la tal cosa assolutamente per scontata. Non solo il dubbio di star dicendo una cosa scorretta non ha sfiorato lui, ma nemmeno uno delle decine di commentatori che hanno scritto sotto il post: tutti hanno riconosciuto come vera l’idea che Giuseppe sia un vecchio che si impalma la ragazzina Maria, potenza delle immagini. Considerando che quella della Sacra Famiglia è icona familiare per eccellenza, modello fondativo di milioni di matrimoni da duemila anni in qua, mi viene da chiedermi: quanto quella convinzione latente ha legittimato nella nostra percezione l’idea che fosse normale per un uomo avanti negli anni accompagnarsi a una donna molto più giovane, mentre restava anormale il reciproco? Quante di queste dimenticate convinzioni di origine religiosa influenzano ancora oggi la nostra comprensione della realtà e i criteri con cui l’analizziamo, anche sul piano etico? Ricordo a proposito una celebre gaffe di Giuliano Ferrara che qualche anno fa durante una puntata di Otto e Mezzo affermò che l'Immacolata Concezione era nientemeno che il concempimento di Gesù senza il rapporto sessuale tra Maria e Giuseppe, realizzando da solo, novello teologo, l'equazione tra sesso e peccato originale. E ce ne sarebbero molte di queste perle.
Per me non sono domande sterili, perché da qualche mese sto lavorando a un saggio, un pamphlet socio-teologico che ha come cuore proprio l’influenza della cultura cattolica sulla fondazione dei modelli di genere, in particolare su quelli femminili. Il libro si intitolerà Ave Mary ed è nel mio cuore da prima di Accabadora, però quando ne parlo con amici capita che incontri un certo laico scetticismo, la distanza di chi, avendo da tempo chiuso i conti con la fede, tende a non considerarli più aperti neanche con la cultura che quella fede ha fondato e retto per secoli. Ma se rinunciare alla prima è possibile, spogliarsi della seconda potrebbe non essere altrettanto agevole. La gaffe di Gilioli fa riflettere proprio sul fatto che la cultura di secoli – il nostro non aver potuto per tanto tempo non dirci cristiani - influenza in maniera molto subdola il modo in cui guardiamo il mondo ancora oggi, segnati da un imprinting inconsapevole da cui è difficile liberarsi, anche quando la fede è un percorso archiviato.
Io, che non ho archiviato nè fede nè cultura di fede, intanto ci lavoro su.
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