
(Riflessione uscita per l'Arborense del 15 febbraio. Attenzione: contiene critiche al papa. Sconsigliata la lettura ai nostalgici del Messale Romano, a chi crede che Giovanni Paolo II abbia esagerato a chiedere scusa e a chi ritiene che l'ecumenismo sia una manovra del demonio per omologare tutte le verità.)
Sono convinta che esista una insanità spirituale allo stesso modo in cui ne esiste una mentale, e che sia sempre più diffusa. Ciononostante mi può succedere, negli ambienti sanamente cristiani che mi capita di frequentare, di incontrare ancora qualcuno che appartiene a quella felice categoria di persone che di avere fede non si vergogna e non si vanta. È uno stato di grazia veramente bello da avvicinare quello della sobrietà spirituale, del raro equilibrio dell’anima tipico di chi sperimenta un certo tipo di gratitudine, estranea tanto all’incomprensibile vertigine del mistico quanto agli orizzonti angusti dell’autosufficiente. Incontrare una persona nel pieno possesso delle sue facoltà spirituali è un balsamo per le fedi tormentate, e anche per certi tormentati ateismi. Con persone così diventa facile parlare di tutto, raccontare le angosce, confidare le speranze e il timore che non si realizzino, o che lo facciano in modo troppo differente dai progetti approvati, che è forse la peggiore delle sciagure possibili per chi è preso dal tentativo spossante, con Dio o senza Dio, di essere l’unica misura di sè stesso. Al termine di queste conversazioni ci si sente in genere rinfrancati, tutto appare ridimensionato e può capitare che nasca spontaneo, come saluto e augurio, un discretissimo e reciproco “pregherò per te”.
18.05.2012 18:30 -
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