teologia

non tutto è come sembra

(Riflessione uscita per l'Arborense del 15 febbraio. Attenzione: contiene critiche al papa. Sconsigliata la lettura ai nostalgici del Messale Romano, a chi crede che Giovanni Paolo II abbia esagerato a chiedere scusa e a chi ritiene che l'ecumenismo sia una manovra del demonio per omologare tutte le verità.)

Sono convinta che esista una insanità spirituale allo stesso modo in cui ne esiste una mentale, e che sia sempre più diffusa. Ciononostante mi può succedere, negli ambienti sanamente cristiani che mi capita di frequentare, di incontrare ancora qualcuno che appartiene a quella felice categoria di persone che di avere fede non si vergogna e non si vanta. È uno stato di grazia veramente bello da avvicinare quello della sobrietà spirituale, del raro equilibrio dell’anima tipico di chi sperimenta un certo tipo di gratitudine, estranea tanto all’incomprensibile vertigine del mistico quanto agli orizzonti angusti dell’autosufficiente. Incontrare una persona nel pieno possesso delle sue facoltà spirituali è un balsamo per le fedi tormentate, e anche per certi tormentati ateismi. Con persone così diventa facile parlare di tutto, raccontare le angosce, confidare le speranze e il timore che non si realizzino, o che lo facciano in modo troppo differente dai progetti approvati, che è forse la peggiore delle sciagure possibili per chi è preso dal tentativo spossante, con Dio o senza Dio, di essere l’unica misura di sè stesso. Al termine di queste conversazioni ci si sente in genere rinfrancati, tutto appare ridimensionato e può capitare che nasca spontaneo, come saluto e augurio, un discretissimo e reciproco “pregherò per te”.

il quadrifoglio non si trova sui giornali di solito
Come trovare un quadrifoglio.

Così è veder spuntare un fiore fragile di acume e intelligenza tra le pagine di un quotidiano. Le rare volte che capita è una frase, talvolta un titolo o una vignetta, molto raramente un intero pezzo. Stamattina il mio quadrifoglio l’ho colto su La Nuova Sardegna, ed è dello scrittore Alessandro Aresu. Il giovane pupillo di Cacciari, che gli ha scritto la prefazione del libro “Filosofia della navigazione”, fa un acuto commento all’enciclica papale Spe Salvi, e lo fa dopo essersela letta veramente, cosa che già di suo costituisce un unicum nel panorama dei giornalisti culturali italiani, con l’eccezione fulgida di Giovanni Runchina. Non lo fa con gli strumenti tipici (e insufficienti) della filosofia, usati da di chi di solito si mette a discettare scritti papali, e mi riferisco anche a Cacciari: da che mondo è mondo la filosofia è serva della teologia, e l’inverso non è dato. Chi si vede dare spiegazioni filosofiche su argomenti teologici ha sempre la sensazione che si voglia far entrare una taglia 44 in una 38: non calza.

Trinità maschile

(Scritto per Sorelle d'Italia)

Facendo ordine in casa mi è capitata sotto mano una immaginetta plastificata a mo’ di carta di credito, con una preghiera alla Trinità su un verso, e sull’altro una inquietante composizione grafica, composta da un vegliardo con la barba bianca tipo Gandalf, una sua versione giovanile talmente patinata che la corona di spine sembrava stargli bene, e un uccello ad ali spiegate, incongrua colombina in atteggiamento da aquila. Davanti a violenze subdole di questo tipo, qualcosa di profondo in me si rivolta. Provo sana invidia per l’iconoclastia che caratterizza altre religioni diverse da quella cattolica. Il divieto di farsi di Dio immagine alcuna è saggio e lungimirante, perché ogni raffigurazione ha in sé la tentazione di delimitare e fare propria una Identità talmente “diversa” che non può per definizione avere limite, né padrone. Il potenziale della rappresentazione è immenso e deleterio, perchè suggerisce a chi guarda l’idea subdola che Dio sia quello che stai vedendo. In questo senso ogni immagine è un idolo.

Dio c'è
(Scritto per l'Arborense - aprile 2007)

Oltre a spegnere il telefonino, esiste una serie di norme non scritte nell’etichetta bon ton da sala cinematografica. La principale tra queste è: non guardare la faccia delle altre persone durante la proiezione del film. Il motivo è il pudore, perché l’assalto anche fisico del grande schermo abbatte la diga dell’autocontrollo, proiettando in una dimensione dove, se il film prende, tutte le maschere cadono e la gente non teme di piangere, ridere, turbarsi o avere paura come mai farebbe per strada alla luce del giorno. Al buio un cinematografo diventa un angolo di nudisti dell’anima, un luogo protettivo e catartico, a patto che gli occhi di tutti restino sullo schermo per accordo tacito, piuttosto che gli uni sugli altri.

Mi è venuto a noia l’argomento della natura usato nella disputa sulla famiglia. La legge naturale, le coppie naturali, la famiglia naturale... l’abuso del termine è fastidioso quasi quanto il dare per scontato che siccome è naturale sia anche giusto.

Non lo è.

Perché è legge naturale anche che il più forte abbia la meglio sul più debole. E’ legge naturale che in una cucciolata la madre non si prenda cura dei cuccioli in eccesso, scartando quelli con meno possibilità di sopravvivenza. E’ legge naturale che l’animale ferito sia abbandonato a sé stesso, perchè intralcia il branco.

Twitter non risponde in questo momento
Twit twit... ops! Qualcosa è andato storto, prova più tardi!
1 Jan 1970
1 Jan 1970
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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