
Così è veder spuntare un fiore fragile di acume e intelligenza tra le pagine di un quotidiano. Le rare volte che capita è una frase, talvolta un titolo o una vignetta, molto raramente un intero pezzo. Stamattina il mio quadrifoglio l’ho colto su La Nuova Sardegna, ed è dello scrittore Alessandro Aresu. Il giovane pupillo di Cacciari, che gli ha scritto la prefazione del libro “Filosofia della navigazione”, fa un acuto commento all’enciclica papale Spe Salvi, e lo fa dopo essersela letta veramente, cosa che già di suo costituisce un unicum nel panorama dei giornalisti culturali italiani, con l’eccezione fulgida di Giovanni Runchina. Non lo fa con gli strumenti tipici (e insufficienti) della filosofia, usati da di chi di solito si mette a discettare scritti papali, e mi riferisco anche a Cacciari: da che mondo è mondo la filosofia è serva della teologia, e l’inverso non è dato. Chi si vede dare spiegazioni filosofiche su argomenti teologici ha sempre la sensazione che si voglia far entrare una taglia 44 in una 38: non calza.
Ma per fortuna Aresu è stato allievo anche di Enzo Bianchi, e in quella trappola non casca nemmeno per una riga: la chiave è teologica, la disamina è teologica e teologica è la critica finale, composta e semplice, che mi piace riportare: la speranza aiuta a orientarsi nell’invisibile, chi ne è privo rimane a brancolare nel buio e non ha i mezzi per orientarsi. L’antropologia della speranza indicata da Benedetto XVI contiene questo scacco tra credenti e non credenti, e segna una linea divisoria tra i cristiani e “gli altri che non hanno speranza”, di cui parlava San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi. Che cosa manca all’enciclica di Benedetto XVI, se è lecito esprimersi in questi termini? Manca la determinazione di un orizzonte della speranza che vada al di là dello stesso cristianesimo e che, in conformità con gli auspici del Vaticano II, sia in grado di parlare a tutti gli uomini. A questo proposito non è in gioco soltanto una concezione della Chiesa, ma piuttosto la sua stessa capacità di interpretare il mondo così com’è. Questa consapevolezza non era certo marginale nella teologia del novecento, probabilmente per gli stimoli che giungevano dal confronto ideologico con il marxismo. Jean Danielou nel 1953 poteva concludere il suo “Essai sur le mysthere de l’histoire” con un riferimento ala speranza, in cui leggeva non tanto uno spunto individualista, quanto un richiamo al destino totale del mondo e dell’umanità, capace di dare un senso alla storia. L’antropologia cristiana della speranza oggi è in grado di richiamare la forza sradicante di questo “destino dell’umanità”, o può solo dire che non si deve sperare nel progresso, ma nelle radici perdute? Forse questa è una domanda a cui l’enciclica non risponde.
Così sembra ad Alessandro Aresu, così pare anche a me. Il testo dell’enciclica del resto è chiaro sin da subito su cosa intenda Joseph Ratzinger per speranza: “la redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata data la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.”
L'attuale papa sembra convinto che chi è sprovvisto di quella meravigliosa ipermetria dell’anima che è la fede non ha ragione di sperare alcunché, e deve fare i conti con una fatica del cammino che sembra senza meta, quindi senza senso. La speranza così espressa coincide con l’idea “dell’andare a buon fine”, e sottintende il pensiero che il senso sia dopo e altrove; non ora, non qui.
Difficile accontentarsi di questa visione riduttiva per chi come me chiama “speranza” la certezza intima che le cose che facciamo secondo coscienza abbiano un senso che non si misura con la loro percentuale di effettivo compimento. Se Dio alla fine di tutto malauguratamente decidesse di non esistere, e scoprissi che per sempre ho creduto nel Nulla Silenzioso che non può essere meta di nessuno, non mi viene in mente niente di quello che ho compiuto con sincera fede che potrebbe parermi inganno o inutile fatica. Né il perdono, né l’impegno, né il dolore condiviso, né la gioia offerta e presa. Nemmeno la fatica, perchè il vento forte in bici sulla faccia vale la pena di sentirlo anche se poi alla fine della discesa non c’è nessuno a dirti bravo.
per altro ogni volta che accade ho l'impressione che il concetto che volevo esprimere ne esca mutilato.il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino
Cristo riconosciuto presente ora, non solo ieri o domani, rende il presente, pur faticoso, concretamente degno di essere vissuto, perché la meta (Cristo) misteriosa ma conosciuta da senso e significato ad ogni istante
, ma questo non c'entra...Il papa intende dire che...
:Fermo restando che le sofferenze in questo mondo non è che le patiscono solo i cristiani ma, volenti o nolenti tutti e che non basta non credere per eliminare un presente faticoso, la sofferenza, può non piacere, ma nella vita è inevitabile.
:'il cristianesimo può aggiungere un plusvalore, quando non ha la presunzione di essere l'unico valore'
non è la mia posizione, anzi a mio parere è una gran cazzata. E io dovrei sostenere una cazzate che non sta ne in celo ne in terra, non vera, a cui non credo, (anzi non io, addirittura il papa e la chiesa), per far piacere a chi non crede o comunque favorire un ipotetico ecumenismo? Ma quando mai il dialogo si fonda sulle palle che uno racconta a cui nemmeno lui ci crede. Il vero dialogo esiste quando entrambi prendono sul serio l'oggetto del discorso, cioè quando l'oggetto del dialogo (in questo caso la speranza) è di interesse ad entrambi.
:La speranza umana “è un brancolio in un presente insensato” chi lo ha mai detto?
“La presunzione arrogante di rappresentare un modello migliore di uomo” E chi sarebbe questo uomo migliore? Io? Quando? Dove lo hai letto? Perché queste accuse generiche e gratuite invece di obiettare nel merito?
:ha una chiara valenza moralistica e stabilisce una scala gerarchica evidente a scapito di chi le certezze non le ha.il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.
10.02.2012 11:00 -
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Data privata
11.02.2012 18:30 -
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Nurachi - Ananti de sa ziminera
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