di chiesa - Michela Murgia Il sito di Michela Murgia http://www.michelamurgia.com/di-chiesa Thu, 17 May 2012 15:25:05 +0000 Sito realizzato da Manuel @ UltraDigital.it it-it E' peggio di "piuttosto che" http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/e-peggio-di-piuttosto-che http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/e-peggio-di-piuttosto-che Continua la saga della ricerca di castronerie sull'Immacolata Concezione nei mezzi di informazione di massa o sulla bocca di personaggi pubblici più o meno devoti. Dopo Wikipedia, Vittorio Sgarbi, Giuliano Ferrara e Marco Pannella - già titolati bricoleur teologici in Ave Mary - ci si mettono anche i video games. Su Black and White 2, evoluzione del popolare gioco strategico ambientato in un'immaginaria Arcadia in via di sviluppo economico, circola questa perla ermeneutica che aumenta la confusione sul già abbastanza confuso concetto mariano. Vedere per credere. Lo segnalo perché la facilità con cui si abbina verginità a immacolatezza mi sbalordisce sempre: vuol dire che anche in luoghi produttori di immaginari insospettabili (ma diffusissimi tra gli adolescenti) permane l'associazione tra sesso e sporco. E' anche attraverso piccoli segnali come questo che si capisce perché una ragazzina maturi l'idea che non sia furbo ammettere di aver fatto sesso gioiosamente con il proprio ragazzo. Meglio dire che è stato il rom e che tu nemmeno volevi.

(Grazie a Manuel che lo ha estratto e condiviso).

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Tue, 27 Dec 2011 16:12:01 +0000
Il silenzio ecclesiale su Berlusconi http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/politica/il-silenzio-ecclesiale-su-berlusconi http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/politica/il-silenzio-ecclesiale-su-berlusconi E' sempre sorprendente notare come le voci che si levano contro la Chiesa accusandola di “colpevole silenzio” sul disastro della situazione politica, morale ed economica dell’Italia siano poi le stesse che l’accusano di “indebita ingerenza” quando interviene in questioni morali e politiche considerate non altrettanto opportune. Questo diritto di parola intermittente è una contraddizione che coloro che praticano visioni di laicità per sottrazione non sono ancora riusciti a risolvere. Chi però non ha mai negato il diritto della Chiesa - in quanto indiscutibile attore sociale - a dire la propria sulle stesse questioni su cui dice la propria anche il barista all’angolo, a maggior ragione oggi si sente in dovere di farsi delle domande sull’insopportabile politica del silenzio, complice e furba, che le gerarchie ecclesiali hanno deciso di tenere in merito alle responsabilità del governo Berlusconi nella drammatica situazione del paese. Al di là di vaghissimi inviti a una maggiore moralità della classe politica lanciati in predica, che hanno la stessa incisività dell’invocare la pace nel mondo mentre si ritira la fascia di miss Italia, è innegabile che la Chiesa finora abbia fatto finta che non stesse accadendo niente. Ma il 18 settembre qualcosa è cambiato: il vescovo teologo Bruno Forte ha preso pubblicamente la parola per chiamare per nome il disastro italiano e provare a suggerire vie d’uscita. Ha scelto di farlo dalle pagine de Il Sole 24 ore con un intervento firmato che rende impossibile sospettare che un giornalista malintenzionato abbia travisato le sue parole a proprosito di “uomini nuovi, scelte coraggiose, alleggerimento della macchina dello Stato”. Per Bruno Forte Berlusconi se ne deve andare e gli uomini nuovi, ça va sans dire, devono essere politici cattolici. Il vescovo di Chieti si spinge a dare una più che chiara indicazione su dove cercarli: manca solo l’indirizzo e si arriva dritti a casa Pezzotta, nome da sempre molto gradito ai moderati cattolici. Le scelte coraggiose indicate da monsignor Forte sono i tagli dei privilegi della casta e degli stipendi d’oro, una tassa sui patrimoni dei ricchi e la lotta senza quartiere all’evasione, cioè l’esatto contrario di quello che fino a ora ha fatto il governo. In coda il teologo napoletano auspica l’accorpamento dei piccolissimi comuni, la revisione delle province, la diminuzione del numero dei parlamentari e l’abolizione degli enti inutili, misure di buon senso in cui speriamo tutti, ma che mal si conciliano con gli interessi di una Lega Nord che difende come un’orsa i suoi scrannetti locali e anzi pretende l’apertura di satelliti ministeriali sotto casa sua.
È difficile applaudire all’intervento di Bruno Forte: brilla troppo l'assenza di ogni riferimento all’eventuale contributo che la Chiesa intenderebbe dare ai sacrifici economici necessari a ridurre il debito pubblico del paese. Significa che non intende darne alcuno, a parte indicare politici amici da eleggere a premier d'emergenza; è per questo che fino a questo momento la CEI si è ben guardata dall’aprir bocca sulla crisi. Troppo altro era il rischio che parlando di moralità e sacrifici si finisse costretti, per non sembrare incongruenti, a dare il buon esempio mettendo mano a cose come l’esenzione ICI, i finanziamenti pubblici alla scuola cattolica e il meccanismo iniquo dell’otto per mille. Bagnasco ha taciuto e invitato a tacere per queste ottime ragioni. Il fatto che adesso monsignor Forte parli dalle pagine di Confindustria non significa che la misura morale sia colma al punto che neanche i vescovi possono più tacere; vuol dire invece che adesso il governo Berlusconi è così debole che anche le gerarchie ecclesiastiche si possono permettere di criticarlo senza temere conseguenze per i propri interessi economici. Dopo Standard and poor's, anche questo è un declassamento.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) politica Wed, 21 Sep 2011 14:53:43 +0000
Simbolo di un sistema di valori http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/politica/simbolo-di-un-sistema-di-valori http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/politica/simbolo-di-un-sistema-di-valori croce11Il sindaco di Quartucciu Carlo Murru (PdL) ha appena inviato al sindaco di Cagliari Massimo Zedda (SeL) un crocefisso in dono, a sostituzione di quello che Zedda aveva tolto dal suo ufficio appena lo avevano eletto. La motivazione dell'invio è questa:

"Facendoti i migliori auguri per il proseguimento del tuo mandato amministrativo, certo di farti cosa gradita ti invio un piccolo grande pensiero, simbolo di un sistema di valori, libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza e quindi anche della laicità dello Stato, principi che innervano la Costituzione su cui entrambi abbiamo giurato".

Non voglio pensare che il sindaco di Quartucciu sia convinto che Gesù Cristo è morto in croce come testimonial di un sistema di valori. Ma se non è questa la sua convinzione, dovrebbe apparirgli chiaro che riducendo il crocefisso alla condizione di sigillo della Costituzione (in quanto "simbolo dei valori che la innervano") lo offende anzichè rispettarlo, e lo depotenzia del suo senso. Un crocefisso "simbolo di un sistema di valori" è un orpello che sta bene con tutto, compresi i muri dell'ufficio del potere di turno.

Pretendere di associare i valori della Costituzione italiana a un simbolo religioso significa fare di quella religione un attore costituzionale e trasformare i suoi simboli in strumenti di educazione civica. Questo, contrariamente a quello che pensa il sindaco di Quartucciu, non solo non è in alcun modo espressione di laicità dello Stato, ma non è nemmeno segno di rispetto per Cristo. Per questo Massimo Zedda ha fatto bene a togliere il crocefisso dal suo ufficio e farà benissimo a non riappenderlo. Non è levandolo dal muro del sindaco che si priveranno i cristiani del crocefisso. Forse però levandolo dal muro del sindaco si impedirà ai furbi di ogni schieramento di strumentalizzarlo come marcatore funzionale alla propria visione del mondo.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) politica Thu, 18 Aug 2011 07:56:40 +0000
10 buoni motivi non bastano http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/10-buoni-motivi-non-bastano http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/10-buoni-motivi-non-bastano cattolico1jr2Questo l'ho scritto per Saturno, l'inserto culturale de Il Fatto Quotidiano

Un libro che si chiama 10 buoni motivi per essere cattolici rischia di irritare il lettore sin dal titolo, a meno che non sia in cerca di conferme sulla sua fragile identità religiosa. Il sospetto nasce dal fatto che quando si parla di monoteismi il tono assertivo è spesso un trucco dietro al quale è sin troppo facile prevedere un’apologia camuffata da discorso pacato e razionale. Mica per niente l’assertività è anche la cifra stilistica prediletta da papa Ratzinger, per cui è probabile che ci voglia tutta la bella prefazione di Tullio Avoledo per convincere il lettore diffidente ad abbassare la guardia e a proseguire la lettura senza temere di trovarsi davanti a un catechismo a tradimento. E tuttavia, nonostante la pretesa dichiarata di rappresentare un ingaggio pacifico, quello di Mozzi e Binaghi ha proprio l’aria di un libro apologetico, che anziché confrontarsi con un antagonismo argomentativo affronta invece quella che si presume essere nel lettore l’ignoranza della vera matrice del cattolicesimo, cioè quella biblica, in osservanza al motto di san Girolamo per cui l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. Per questo ognuno dei dieci capitoli comincia con Giulio Mozzi che rilegge (spesso felicemente) alcuni passi chiave della Bibbia e prosegue con Valter Binaghi che offre riflessioni filosofico-esperienziali dense quanto può consentirlo un libretto di 136 pagine. Ma è proprio l’approccio alla Bibbia, che di per sé non è un testo cattolico, a far sì che per una buona metà del discorso non si capisca perché gli argomenti adotti dovrebbero essere considerati buoni motivi per essere cattolici piuttosto che ebrei, valdesi, ortodossi o anglicani. Solo l’accenno alla Chiesa come unità spirituale e istituzionale sembra sfiorare lo specifico della variante romana del cristianesimo, ma in maniera così piena di distinguo da non permetterle di affermarsi nel discorso come marcatore netto tra un cristiano cattolico e un cristiano tout court. Leggendo queste pagine non è mai possibile scordarsi che a scriverle sono stati due cattolici e che quindi il loro, prima che un discorso sensato, è l’atto di testimonianza di una relazione amorosa che trascende (anche se non prescinde) dalla razionalità. Il dato di partenza davanti a questo approccio è che se sei cattolico nel senso non puramente culturale del termine non hai bisogno di elenchi di motivazioni per sentirti confermato nella tua posizione confessionale, ma se invece sei un cristiano di altra appartenenza non c’è motivazione abbastanza convincente in queste pagine che possa farti sentire escluso da quello di cui parlano appassionatamente Mozzi e Binaghi. Per quanto possa piacere supporre fortune dietro al caso cultural-geografico di essere nati nel paese di Santa Romana Chiesa, i cattolici non sono cristiani speciali.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Thu, 14 Jul 2011 11:37:13 +0000
Cattoliche e femministe http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/cattoliche-e-femministe http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/cattoliche-e-femministe Questo bell'articolo a firma di Giulia Galeotti è apparso sull'Osservatore Romano dell'11 giugno a commento di Ave Mary.

«Di norma le persone non sanno dire qual è stato il momento preciso in cui hanno smesso di essere bambini e sono passati a un’altra età, diversa, più matura e più difficile. Io invece lo so», scrive Eraldo Baldini in L’uomo nero e la bicicletta blu (Torino, Einaudi, 2011). Anche io, nel mio piccolo, forse lo so. Il momento per me è stato quello in cui ho capito che era possibile essere insieme femministe e cattoliche. Fino a un certo punto, infatti, i dati raccolti dalla bambina che ero, non apparivano molto incoraggianti: Dio mi veniva proposto come una figura maschile, suo figlio era maschio, i sacerdoti erano tutti maschi, così come gli autori delle Scritture e i Papi. Per contro, a messa c’erano quasi solo donne, mentre le raffigurazioni sacre e le catechiste (donne anche loro) me le presentavano nel migliore dei casi come madri a tempo pieno, ovvero come docili e mansuete figure di contorno. Decisamente, tutto questo non mi convinceva. Ero tentata — dato che il messaggio del cristianesimo mi piaceva, e mi piaceva molto — di fare tabula rasa di tutto quello che la storia, cioè la Chiesa, aveva edificato nei secoli su quel messaggio.

Diventare grande significò rinunciare non solo ai miei progetti di distruzione radicale, ma anche a quelli (subentrati poco dopo) di abbandonare una organizzazione che sentivo così maschilista (proposito accantonato perché io ci volevo stare, e criticare da fuori mi sembrava troppo facile e troppo comodo). Provare a diventare grande, però, significò soprattutto assumersi la responsabilità di cercare di capire cosa fosse successo (e perché), cosa fosse possibile fare e sperare. E fu un bell’esercizio di umiltà prima e di sorellanza poi, constatare che tante donne di fede avevano «patito» e «pativano» con me.

E così, con la sua Ave Mary, Michela Murgia ha anche richiamato in vita quella bambina che fui (scrivendo — dice l’autrice — «ho pensato alle donne [...]. Questo libro è stato scritto anche per loro, con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme»: bambine incluse!). Quella bambina, poi, qualche passo avanti l’ha fatto, e qualche risposta l’ha trovata, soprattutto grazie a studi di altre donne.

Proprio per questo, leggendo Ave Mary spesso mi è venuto da dire: «Bella scoperta!», dovendo anche superare alcuni passaggi sinceramente fastidiosi (su Maria Goretti e su Gianna Beretta Molla in primis: non comprendere o condividere alcune scelte è lecito, meno lo è raccontarle con un tocco di razzismo).

Che nella storia la Chiesa abbia trovato difficoltà con le donne — con le figure femminili del Vangelo e, poi, con le donne nel corso dei secoli — è infatti fuor di dubbio. Come è indubbio che il messaggio di Gesù era molto femminista. «Con una simile madre — scrive Murgia — non c’è da stupirsi se Cristo per tutta la sua vita pubblica ha usato alle donne un’attenzione altrettanto anticonformista rispetto al contesto in cui è vissuto». Addirittura — aggiungo io — rispetto al contesto in cui ancora viviamo noi, donne del XXI secolo. Gesù e il suo messaggio restano emancipatori come nessuno, né prima né poi.

Se dunque nella sua critica di fondo Murgia ha qualche ragione, non si può, però, negare che la scrittrice dimostra di non conoscere quella nutrita letteratura che nel tempo (e con una grande accelerazione negli ultimi decenni), ha riletto quanto nei secoli è stato elaborato e detto con una certa misoginia (storicamente forse inevitabile). Quella nutrita letteratura che ha riscoperto ciò che in un’ottica femminista era già stato pensato e scritto, facendo capire non solo quanto le donne hanno dato alla Chiesa, ma anche quante possibilità la Chiesa ha dato alle donne. Possibilità che la società del tempo non offriva. Giusto un esempio. Per lunghissimi secoli — in Italia addirittura fino al 1968 — il diritto canonico è stato il solo a parificare adulterio maschile e adulterio femminile: contava il tradimento, non il sesso di chi lo avesse commesso.

D’altro canto, in Due in una carne (Roma-Bari, Laterza, 2009), Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia offrono un’approfondita analisi della figura di Maria Maddalena nei secoli (dal tempo di Gesù alle interpretazioni successive) che merita davvero di essere letta. Scrivere un testo come quello di Murgia e ignorare del tutto questo filone di ricerca apre la porta a interpretazioni erronee. Come, ad esempio, quella che la scrittrice dà, sviante e superficiale, del matrimonio cristiano.

Tutt’altro che dirompente (come invece molte recensioni l’hanno salutato), Ave Mary si inserisce dunque in un filone che nella Chiesa e nel femminismo cattolico esiste da tempo. In questo contesto si colloca la mia presa di distanza rispetto a un libro che comunque merita interesse. Una menzione particolare va, ad esempio, alla serrata demolizione che Murgia fa della campagna misogina promossa nel 2009 dal Ministero delle pari opportunità italiano (una rosa bianca dentro un bicchiere di vetro viene contaminata da gocce di inchiostro; il fiore assorbe il colore, diventando nero a sua volta prima che una mano pietosa lo tolga da lì mettendolo in un altro bicchiere pulito: tu donna sei solo una immobile vittima nel vetro bisognosa di protezione, e qualcuno ti salverà).

A chiusura della sua denuncia di un atteggiamento che tanto male avrebbe fatto alle donne in carne e ossa — e, probabilmente, alla Chiesa in carne e ossa, aggiungerei io — Murgia scrive: «Che questa lettura possa venire abrogata è auspicabile, ma altamente improbabile». No. Questo proprio non si può dire. Da quel felice 19 aprile 2005, infatti, Benedetto XVI ha dimostrato che la probabilità va in tutt’altra direzione. Quando ci sono i segni, bisogna saperli vedere. Parola di donna.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Sat, 11 Jun 2011 22:10:50 +0000
Quel sì che ci ha rese tutte protagoniste http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/quel-si-che-ci-ha-rese-tutte-protagoniste http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/quel-si-che-ci-ha-rese-tutte-protagoniste Questo bell'articolo di Cristiana Dobner è comparso l'11 giugno sull'Osservatore Romano come recensione di Ave Mary

Con una scrittura accattivante, Michela Murgia nel libro Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna (Torino, Einaudi, 2011, pagine 170, euro 16) affronta una tematica di fondamentale importanza e la conduce, passo passo, su diversi piani che slittano, si confrontano e si riaprono portando riflessioni, pensieri nuovi, testimonianze e spunti teologici.

La stessa autrice ne è il filtro principale. Attraverso le sue scelte, dapprima legate all’infanzia e poi, via via, sempre più quelle di donna consapevole, veniamo a scoprire questi piani diversi: la donna Michela, la donna evangelica Maria, che si affrontano e confrontano con la storia di oggi, quella quotidiana della donna nella società e nella Chiesa. I sei capitoli del libro ruotano ciascuno intorno a un argomento preciso, mentre vengono solcati dai suddetti piani mobili e onnipresenti. Ne consegue una visione a tutto tondo della donna evangelica, della donna scrittrice, della donna odierna con tutte le problematiche che costantemente affiorano.

Pagine incisive sulla morte e sul suo rifiuto, si alternano ad altre dove l’equilibrio teologico e riflessivo risuona quantomeno limitato e compromesso da una narrazione teologica unilaterale. Tuttavia, il discorso, qualunque discorso Ignoto, «Madonna del parto» (XVI secolo)(per esempio sul dogma dell’Immacolata concezione), richiede una strumentazione che non sia solo narrativa, ma entri nel percorso storico e, soprattutto, nell’aspetto fondante suo proprio e non soggetto esclusivamente a un’interpretazione di «passaggio», perché troppo influenzata da correnti femministe odierne.

Chi, come la sottoscritta, opera nel femminismo della differenza e ha potuto partecipare al convegno «Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza» nel ventesimo della Mulieris dignitatem, se accetta l’espressione della coscienza dell’autrice, non può fare a meno di rilevarne il fianco debole e di indicare altre possibili letture del libro della Genesi, con tutta la ricchezza con cui i passi biblici connotano la donna. Occorre poi ricordare alla scrittrice la valorizzazione del sesso perché regolamentare il sesso tra coniugi significa dargli valore e non mortificarlo, perché la Chiesa non è sessuofobica. E, ancora, va sottolineata la grandezza di Giovanni Paolo II con la sua apertura al genio femminile, che non è trovata propagandistica ma realmente un dono alla donna di oggi.

Vi sono poi alcuni importanti nodi teoretici e biblici da precisare. La stessa lettura del termine genesiaco etzer («di fronte»), designando la donna, la costituisce come colei che agisce in nome di Dio, colei che gode della stessa forza e potenza di Dio di fronte all’Adam. Allora la lettura di assoggettamento si svigorisce da sé e balza in primo piano una persona che — come la Persona di Dio e per Suo dono — può agire nei confronti dell’uomo e della sua vicenda storica, come un essere attrezzato per il soccorso.

Non è forse dimenticato il dono della teofania di Jahvhè alla sola donna, mentre Adam è colto dal tardemah (dal «sonno»), dono noto a lei sola nella libertà assoluta e che può restituire nella relazione di fede e nella concretezza della storia? Un’esegesi precisa di Maria di Nazaret la dimostra donna della grande battaglia nel suo «confrontare» l’annuncio dell’angelo con la storia in cui il Figlio si andava inserendo.

La coscienza cristiana conosce una lucidità sua propria che, ovviamente, non va imposta. Ma coloro che la seguono apprendono ad amarla per la libertà cui conduce e per i frutti che arricchiscono la Chiesa e la società. La stessa testimonianza di Maria Goretti è passibile di una interpretazione ben più profonda. Non si deve, come fa Murgia, ridurla a un’educazione cattolica costrittiva che, in fin dei conti, sembra non rendere la donna donna, mentre la giovane e ignorante Maria possedeva una coscienza cristiana femminile cristallina e coraggiosa che attingeva alla sua fede in Dio, al suo sapersi e sentirsi figlia di Dio con il diritto di difendere la propria dignità femminile e di non cedere alla violenza. Gianna Beretta Molla — che si colloca su di un piano del tutto differente da quello della ragazzina delle paludi pontine, per maturità umana e culturale, per la sua professione di medico e di donna autenticamente innamorata del marito — non si piega a stilemi educativi inculcati dal «patriarcato» ecclesiastico, ma afferma, donando la vita, il valore stesso della vita, giocando sulla propria coscienza in totale pienezza.

È conosciuto l’atteggiamento di tendenziale chiusura dei Padri della Chiesa verso la realtà femminile, esito della società e della cultura del tempo, mentre Gesù verso la donna fu tanto accogliente da riservarle quell’annuncio di risurrezione che, se fosse mancato, avrebbe reso vana la nostra fede. Devono invece essere ancora conosciute quelle orme femminili che, riportate alla luce e indicate in un percorso preciso, vengono a costituire la presenza della donna cristiana nei diversi ambiti sociali. Sottolineare, ad esempio, la cura utilizzando i termini filosoficamente altolocati e raffinati di Edith Stein, oppure semplicemente praticarla come fece Rita da Cascia, non significa rinchiudere la donna in una gabbia prescelta dal maschio, ma piuttosto cogliere il fondo dell’animo femminile che esplica questo suo dono in qualsiasi contesto umano e ambiente professionale.

Le pagine dedicate all’estetica muliebre risaltano per la loro finezza introspettiva e per la chiarezza diagnostica in un frangente in cui i valori del corpo e della persona vengono stravolti e legati solo all’apparenza e a cosmesi che adulterano e non costruiscono la donna stessa.

Le diverse figure di sante che nei secoli si sono succedute smentiscono però la presunta coercizione della donna asserita dal libro. Davvero, da Perpetua e Felicita fino a madre Teresa — passando per Chiara d’Assisi, Teresa d’Avila, Francesca Cabrini, Annalena Tondini — si può affermare, come fa Murgia, «mi disegnano così»? O non è forse vero che sono tutte donne le quali hanno accolto, riconoscendosi nel sì di Maria di Nazaret, il disegno dello Spirito? Scegliendo di radicarsi nella storia del loro secolo con «le ali di fuoco dell’amore», come esortava sant’Ambrogio.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Sat, 11 Jun 2011 22:07:46 +0000
Onda Evangelica http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/onda-evangelica http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/onda-evangelica messiah

(questo l'ho scritto per Saturno)

“Anche lei è venuta qui prenderci per i fondelli?” mi chiede seccato il signore dietro il banchetto dell’editore evangelico La casa della Bibbia al Salone del libro di Torino. Lo guardo stranita, con in mano il fumetto manga che ha attratto la mia curiosità. “Son due giorni che la gente viene qui a ridere di questo fumetto” – precisa lui -  “Uno ci ha dato anche dei blasfemi. Ma si può sapere cosa è che vi fa tanto ridere?” Più che divertita io sono ammirata dalla qualità tecnica del disegno, frutto del talento di Kozumi Shinozawa, e trovo geniale l’idea che si sia pensato di tradurre la storia di Gesù nella più popolare delle arti visive tra i giovanissimi. L’albo si chiama Il Messia e di blasfemo non ha niente: il testo è perfettamente ortodosso nel ricalcare i Vangeli. Ma non fatico a credere che la somiglianza di Cristo a un Super Sayan possa aver turbato l’animo di qualche ciellino di passaggio. Non aiuta neanche il fatto che sua madre Maria somigli a una Lamù più vestita e gli apostoli abbiamo l’aria cenciosa di Conan e Jinxy, i mai dimenticati eroi post nucleari di Industria. “Ha venduto due milioni di copie in tutto il mondo e in molte lingue, solo in Italia non troviamo distribuzione”, conclude sconsolato l’amico evangelico dietro il bancone. Il Salone del libro di Torino è pieno di sorprese così, ed è soprattutto per questo che ci vengono ogni anno 300mila persone. Dei suoi grossi appuntamenti mediatici hanno parlato tutti i giornali, concentrandosi soprattutto sull’affluenza (a causa dell’esposizione della Sindone dicono sia inferiore allo scorso anno) e sulle giuste polemiche intorno alla vergognosa minoranza di scrittrici nella mostra celebrativa dei 150 titoli più significativi dall’unità d’Italia. Ma un lettore comune, specie rara e non protetta, al Salone viene soprattutto per gettarsi rapace come una poiana sui banchetti dei piccoli editori con poca o nessuna distribuzione, che spesso nascondono perle introvabili nelle librerie di città, infestate dalle pile dei brunovespa e dei robertogiacobbo. Capita così che allo stand dell’editrice EMI si trovi un gioiello saggistico intitolata Padroni a Chiesa nostra, documentatissimo pamphlet di Paolo Bertezzolo sul modo indecente in cui la Lega Nord si serve della religione per aumentare il proprio consenso popolare. Succede che allo stand di un piccolo editore partenopeo come A Est dell’equatore si mangi a scrocco un pezzo di casatiello e ci si porti a casa un romanzo dal surreale titolo di Milingo contro tutti, salvo poi scoprire che è assai meglio di certa narrativa che esce a suon di tromba per i grossi editori. Oppure si accetta di farsi destabilizzare da un Gesù manga più simile a Ken il Guerriero che ai canoni estetici dentro ai quali siamo stati addomesticati.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Tue, 17 May 2011 21:38:02 +0000
In odor di santità http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/in-odor-di-santita http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/in-odor-di-santita diana

Questo l'ho scritto per Saturno, l'inserto culturale de Il Fatto Quotidiano)

Nella Chiesa si ironizza spesso sul raptus beatificatore di Giovanni Paolo II, che stando ai dati ufficiali avrebbe fatto talmente tanti santi da giungere a canonizzarne più di tutti i suoi predecessori messi insieme. Troppi secondo i maligni, ma comunque sempre meno di quelli che spontaneamente la gente elegge da sé a icone laiche, generando miti pop che per livello di venerazione concorrono senza complessi con i più miracolosi santi della Chiesa. Un esempio per tutti è quello rappresentato da Diana Spencer, che dalle pagine dei rotocalchi emanava odor di santità già prima di passare a miglior vita, grazie a un processo di beatificazione mediatica che meglio di lei riuscì solo a Marilyn, a Elvis e Che Guevara. Il pregiudizio positivo di cui la principessa del Galles era fatta oggetto le perdonava ogni peccato, al punto da accomunarla nel ricordo popolare nientemeno che a Madre Teresa di Calcutta, e non solo per la curiosa coincidenza di aver perso la vita a pochi giorni di distanza dalla santa dei poveri. Il motivo di questa corsa alla creazione del mito laico non è difficile da comprendere: laddove la Chiesa glorifica le virtù dei singoli e spinge a fare la fatica di imitarle, l’immaginario popolare è invece assolutorio e tende a canonizzare i portatori sani di umana debolezza. Beatificare laicamente personaggi con più colpe che pregi non solo esime dallo sforzo di essere migliori dei propri beniamini, ma aiuta a proiettare anche le nostre più bieche mancanze sullo schermo angelicato del mito altrui. Così sotto a ogni ombrellone estivo, in ogni salone di parrucchiera o sala d’aspetto di dentista ci si può sentire campioni di magnanimità nel perdonare alla principessa triste la stessa identica violazione sociale che ci farebbe puntare spietatamente il dito se a compierla fosse la nostra vicina di casa. Accanto alla perfezione di Maria e delle sante vergini e martiri venerate dalla Chiesa, Diana rappresenta un’altra specie di madonna, amata proprio perché difettosa, come certe bambole rotte e sbilenche che da bambine ci rubavano il cuore a dispetto delle patinatissime Barbie. Per questo il fascino decadente della principessa triste, sfortunata quanto può credibilmente esserlo una donna ricca, famosa e bella, per l’immaginario popolare conserva i numeri per competere sul piano aspirazionale con icone come Maria Goretti, Rita da Cascia e Teresa di Lisieux. E forse ha anche qualche chance di vincere, perché il confronto con i santi della Chiesa appare di questi tempi troppo impegnativo. E’ quasi più credibile immaginarsi addobbate di bianco sull’altare di Westmister con accanto il profilo un po’ scialbo di un qualunque William Windsor che ipotizzare di rinunciare per una intera vita a pensarsi come l’unica unità di misura di sé stessi e del mondo.  

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Thu, 28 Apr 2011 12:39:47 +0000
Nella Chiesa c'è chi dice no http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/nella-chiesa-ce-chi-dice-no http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/teologia/nella-chiesa-ce-chi-dice-no

(Questo articolo è uscito su Saturno il 25 febbraio 2011 nella rubrica Sotto Spirito)

In un paese come l'Italia, l'unico al mondo dove ogni mercoledì quel che dice il Papa alla sua udienza settimanale è considerato notizia degna di rilievo da telegiornale, non poteva che passare sotto silenzio l'avvenimento che ha invece scosso l'informazione di mezza Europa: ai primi di febbraio 143 teologi austriaci, tedeschi e svizzeri hanno firmato un documento di dissenso interno alla Chiesa e lo hanno reso pubblico sui principali quotidiani. Le richieste dei professori e delle professoresse di teologia toccano una serie di questioni gravi e scottanti: si va dall'urgenza di maggiori spazi di confronto ecclesiale alla libertà di coscienza su questioni come il divorzio e le coppie gay, dalla messa in discussione del celibato dei preti per finire con l'annosa questione della negazione del sacerdozio femminile. I firmatari sono figure forti e preparate, persone che sanno bene di avere, su quei temi, un consenso ben più ampio di quello legato alle loro pur numerose firme. Ma sanno anche che si tratta di un plauso non sempre libero di esprimersi, pena la ritorsione da parte dei vescovi. Nella Chiesa cattolica infatti il dissenso non è considerato un valore, men che mai quando si presenta con autorevolezza teologica, terreno su cui è stato storicamente contrastato in ogni modo, anche a costo di spingere i dissenzienti a ferite scismatiche. I teologi dell'appello definiscono questo atteggiamento di chiusura come “pace tombale”, attribuendogli la colpa della paralizzante autoreferenzialità della Chiesa attuale.
Non è stato sempre così: ci sono stati periodi più felici, in cui il dialogo è stato fecondo e ha goduto di un certo incoraggiamento. Ma oggi l'accoglienza di impulsi critici sembra svanita, le strutture di partecipazione alle decisioni della vita ecclesiale sono state depotenziate e la gerarchia vaticana dimostra di preferire di gran lunga il dialogo con gli atei devoti, piuttosto che quello con i cristiani critici. L'ateo devoto, comicamente detto anche “rispettoso”, è figura molto comoda per una gerarchia reazionaria, perché conferma le posizioni in gioco e le mette in scena in un apparente teatrino dialettico.
Dialogare con l'ateo è andare piacevolmente controcorrente, mentre mettersi davanti al credente non allineato implica invece l'accettazione di un con-corrente, uno che crede le tue stesse cose e non le desidera meno di te, ma reclama il diritto di dire che ci arriverà per un'altra strada, insinuando la prospettiva che di strade buone ce ne siano più d'una.
Se l'ateo devoto è confermante al punto che può persino presentare in Vaticano l'ultimo libro del Papa, il dissenso dei cristiani destabilizza talmente le gerarchie che quando si manifesta in forma organizzata l'unica reazione è quella di passarlo sotto silenzio. Lo sapeva molto bene Adriana Zarri, la teologa eremita scomparsa alla fine dell'anno scorso, che
con l'etichetta di cristiana critica e il conseguente silenzio ha convissuto per tutta la vita, senza permettere mai che il suo spirito critico venisse staccato dal suo percorso spirituale: «Chi mi conosce sa che la mia inclinazione più profonda non è il polemismo episodico, e che il “dissenso” mi interessa solo in quanto riscontro diretto e necessario della contemplazione».
Leggersi Un eremo non è un guscio di lumaca, il suo splendido testamento spirituale, può essere un farmaco confortante: in attesa che vengano i tempi in cui l'eco di un sano dissenso cattolico potrà varcare le alpi senza sembrare sovversivo ai nostri pavidi mezzi di informazione.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) teologia Sat, 26 Feb 2011 12:29:32 +0000
La fragile teoria della mela marcia http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/scandali/la-fragile-teoria-della-mela-marcia http://www.michelamurgia.com/di-chiesa/scandali/la-fragile-teoria-della-mela-marcia
Ratzinger deve avere cattivi consiglieri, oppure è più probabile - come sostiene Marco Politi - che non ne abbia affatto. Solo così si spiega la scelta della linea difensiva sullo scandalo della pedofilia, che non solo è inefficace a restituire autorevolezza e credibilità all'istituzione ecclesiale, ma si sta rivelando addirittura controproducente, anche se non si può negare che sia coerente con le scelte precedenti dell'uomo Ratzinger.

 

Chiedere scusa infatti non è mai stato il suo forte, e chi ha un minimo di memoria storica ricorderà che da cardinale si smarcò vistosamente dalla clamorosa scelta di Giovanni Paolo II di chiedere perdono per i peccati della Chiesa nella storia, pubblicando un documento in cui si facevano i distinguo tra giudizio storico e giudizio teologico, ovvero tra le colpe personali dei singoli cristiani e l'innocenza ontologica della Chiesa, santa per definizione. Oggi come allora, il patetico tentativo di difesa resta quello di derubricare i casi di pedofilia come atti compiuti da "mele marce", dimenticando che la copertura di questi obbrobri fu possibile soprattutto grazie a un sistema omertoso e complice che ha trovato sponda anche in precise indicazioni gerarchiche, alcune delle quali proprio a firma dell'attuale pontefice. Fatti di Chiesa, dunque, non solo peccati dei cristiani.

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michelamurgia@interfree.it (Michela) scandali Mon, 05 Apr 2010 11:22:29 +0000