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Gli sciacalli della Cost

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Ricevo, condivido e pubblico una nota diffusa dai comitati No Radar dopo le dichiarazioni degli sc

Martedì, 24 Gennaio 2012 Commenti

cultura

Sardegna24, my two cents

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Sardegna24 ha smesso di uscire lasciando a terra una redazione di bravi giornalisti, grafici e tecni

Martedì, 31 Gennaio 2012 Commenti

economia

Alcoa tra cecità e popul

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Sembrava impossibile, eppure la classe politica sarda - Pd e PdL senza distinguo - sta dando prova d

Venerdì, 27 Gennaio 2012 Commenti

indipendenza

Giusta la rabbia, ma è s

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In riferimento alle sarde incazzature di popolo che ieri hanno trovato telecamere a inquadrarle, fac

Venerdì, 27 Gennaio 2012 Commenti

di cose sarde

I giornali sardi stamattina riportano che il consigliere regionale, deputato del PdL ed ex presidente della regione Sardegna on. Mauro Pili si è molto innervosito per il mio status di FB di ieri in cui lo definivo "statista al pecorino". Mi dispiace non essermi spiegata bene a proposito del progetto per arrivare su Marte: la scarsa credibilità di cui ridevo non è quella dei giovani scienziati, ma la sua. Se volesse costituirsi in giudizio per difendersi da questo affrontu léggiu, gli ricordo che per i contenziosi stellari è competente il foro di Saturno. Per tutto il resto c'è il cinemascope.


 

“Ho visto cose che voi del Sulcis non potreste nemmeno immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Casteddu. E ho visto i Gaggi B in vespino balenare nel buio vicino alle porte di Tuvixeddu. E tutti quei momenti andranno perduti per sempre, come i posti di lavoro all'Alcoa. È tempo di morire”.
(Mauro Pili in Blame Runner)

Diario del capitano Pili, settimo giorno. E' la terza mattina che copio e incollo il diario di bordo dell'altro capitano perché non so cosa scrivere. Il pianeta Marte ancora non si vede all'orizzonte, ma in compenso dallo specchietto retrovisore vediamo ancora sulla Terra la sfumatura rossastra dei fanghi dell'Eurallumina di Portovesme. Tenente Sulis, Sulu o commenti stoccada ti zerrias, non possiamo andare più veloce? Senza più orizzonti siderurgici, ci restano almeno quelli siderali! Arriveremo là dove nessun consigliere regionale è mai giunto prima, neanche sparandola davvero grossa.(Mauro Pili in Star Strek)

Ian Pili - Ti piaccio perché sono una canaglia. Non ci sono canaglie nella tua vita.
Principessa Leila - Ma itta ses narendi, se c'è il consiglio regionale pieno!
(Mauro Pili in Gherre Stellari)

aggiornamento:

Nonostante il silenzio di Marte, rosso pianeta bolscevico e traditor, la Sardegna reagisce con Mauro ai miei attacchi ingiustificati. L'ineffabile Banana stamattina su Sardegna Quotidiano ha proposto una rilettura per immagini della vicenda. La condivido.

Sardegna24 ha smesso di uscire lasciando a terra una redazione di bravi giornalisti, grafici e tecnici, una squadra di collaboratori ancora da finire di pagare, qualche debito da saldare e un senso di diffusa delusione per il fallimento di un progetto editoriale alla cui nascita molti avevano guardato con favore, invocando alternative per l'asfittico panorama dell'informazione sarda. Anche l'esistenza di questa aspettativa, non concretizzata poi dalle vendite, aggiunge domande al ragionamento sulla chiusura del quotidiano. Perché chiude dopo sette mesi un giornale di cui tutti dichiaravano di sentire il bisogno?

Chi è stato responsabile o coinvolto a vario titolo in questa avventura l'analisi la sta già facendo e progressivamente rendendo pubblica, ma è un processo che richiede un'onestà intellettuale che difficilmente troverete tra i contributi inveleniti di chi – per meschine ruggini personali - il suo coccodrillo su Sardegna24 lo aveva pronto già da mesi. Non essendo mai stata soriana, a differenza della maggior parte di questi ultimi io parto con il vantaggio di non avere Renato Soru, i soriani, gli antisoriani e il sorismo come parametro di comprensione di qualunque fenomeno culturale, economico o metereologico si verifichi nel raggio di 250 chilometri da me. Ma non pretendo neppure di essere imparziale, perché - Soru o non Soru - su quel giornale ci ho scritto con regolarità dal giorno in cui è uscito in edicola fino a quello in cui ha salutato i lettori. Ho voluto farlo non solo perché godevo della libertà che dovrebbe essere ovunque il minimo sindacale per chiunque, ma soprattutto per la gioia rara di partecipare alla creazione di un quotidiano nato con l'ambizione di fare qualche differenza nel consolidato bipolarismo giornalistico dell'isola.

Differenza è una parola importante, che sottintende l'esistenza di un progetto editoriale che segua parametri nuovi rispetto all'esistente; credo di poter affermare che da questo punto di vista Sardegna24 un giornale diverso lo è stato davvero. Migliore o peggiore sono giudizi che attengono alla sfera del gusto. Di sicuro non era maggioritario, e questo non perché la maggioranza scegliesse e abbia continuato a scegliere altri strumenti di informazione, ma più semplicemente perché sin dall'inizio non gli sono state garantite le condizioni economiche indispensabili per raggiungere tutti. A dispetto delle leggende metropolitane sui favolosi capitali di partenza, Sardegna24 è infatti partito con l'handicap di un investimento limitato che ha escluso sin da subito la possibilità di coprire tradizionalmente i fatti dell'intero territorio di distribuzione, e questo nonostante nella maggior parte dei paesi sardi l'unico modo di fruire delle notizie sia spesso ancora quello convenzionale. Questo è un errore dell'editore, nessuno può negarlo.

Giomaria Bellu, che pure di giornali ne capisce più di me e del suo editore, con questo vulnus ha comunque accettato di fare i conti sin da subito, e anche se più di una volta Sardegna24 sotto la sua direzione è riuscito nel miracolo di arrivare per primo su alcuni ambiti d'inchiesta poco battuti dagli altri, è stato sostanzialmente un quotidiano di opinione. Non è un difetto, anzi io ero contenta, perché la mia generazione le notizie di carta vecchie di 24 ore non le compra più da anni. A me non serve un giornale che mi dica quello che non so – lo trovo già gratis su internet - ma che dica quello che io non so dire, forse perché non l'ho capito, perché mi è sfuggito e forse perché non so mettere insieme i puntini del linguaggio spesso autoreferenziale del giornalismo tradizionale.

La caratteristica principale dell'impostazione di Sardegna24 era quindi molto orientata all'opinione e alla rilettura dei fatti attraverso la molteplicità delle voci a confronto. Il direttore ha fatto la scelta controcorrente di dedicare la spazio principale del quotidiano a qualcosa che sugli altri giornali è affidata, quando va bene, alle pagine culturali o all'editoriale esterno. Una modalità nuova, quindi, ma col peccato originale di appoggiarsi in tutto e per tutto a uno strumento vecchio. Se proprio di carta doveva essere - ed è difficile immaginare il contrario quando uno degli editori formali è proprio uno stampatore di quotidiani - solo l'esistenza di una robusta sinergia tra web e media territoriali avrebbe permesso a Sardegna24 di colmare il divario tra la domanda dei lettori e l'assenza di una forte rete di corrispondenti sul territorio. Solo l'apertura a una community di lettori interagenti avrebbe garantito alle opinioni di arrivare in modalità orizzontale, salvando la sfida intellettuale di Giomaria Bellu dal rischio di essere percepita come didattica. Ma anche per fare questo ci vogliono gli investimenti e una prospettiva imprenditoriale seria, che negli editori di questo giornale è evidentemente mancata.

Infatti internet e i social network in questo progetto hanno avuto un peso nullo e questo è stato un altro fondamentale errore strategico. Lo dico anche per chi ha voluto vedere una responsabilità del fallimento del giornale nell'ipertrofica presenza degli editorialisti: forse non tutti sanno che i blog personali di politica e attualità in Sardegna fanno numeri da capogiro a prescindere alla qualità dell'analisi che offrono, con una mole di contatti giornalieri che in alcuni casi (il mio non è l'unico) supera di parecchio il punto di equilibrio del bilancio che sarebbe bastato a Sardegna24. Quel target esiste eccome, ma non è più raggiungibile con i giornali di carta, o comunque non solo con quelli.

Cosa vuoi che succeda quando un editore vuole che qualcuno gli faccia un giornale tradizionale senza dargli la fiducia economica sufficiente per coprire tutto il territorio, e allo stesso tempo non gli dà neanche le risorse per aprirsi una prospettiva verso quei lettori che i giornali di carta non li comprano più? Succede che i giornali chiudono, di chiunque siano. Insieme alla sua redazione Giomaria Bellu ci ha provato coraggiosamente mettendoci anche del suo, ma le condizioni non erano superabili con la sola determinazione e il risultato è che ora quella voce è spenta e siamo tutti più muti.
Chi vorrà provarci in futuro saprà cosa non fare e, nel caso, anche di chi non fidarsi.

In riferimento alle sarde incazzature di popolo che ieri hanno trovato telecamere a inquadrarle, faccio totalmente mie le parole di Omar Onnis, senza che sia necessario aggiungerne di ulteriori.


In giorni difficili e confusi bisognerebbe cercare di elaborare la complessità e renderla intellegibile, anziché aumentare la confusione. Invece all’inerzia dei podatari che governano la Sardegna per conto terzi si risponde con azioni inutili e controproducenti, come l’occupazione delle aule consiliari dei comuni o il blocco delle strade. Come se sabotare la già carente attività politica sul nostro territorio o sequestrare l’intera Isola generasse chissà quali effetti benefici. A occhio e croce, di là dal mare nemmeno se ne accorgono.

Forse se conoscessimo il nostro passato avremmo una visione diversa della situazione. Una visione più prospettica, articolata, capace di fondare una proposta anziché una sterile protesta. Fa un certo effetto dire certe cose nei giorni in cui cade il centoquarantesimo anniversario della nascita di Peppinu Mereu. Da bravo poeta, Mereu aveva già intuito, pur nel corso di una breve esistenza, alcuni elementi decisivi della nostra contemporaneità. Che era anche la sua.

I famosi versi: “Deo no isco, sos carabineris, in logu nostru prit’est chi bi sune, e no arrestant sos bangarrutteris” li scriveva all’amico Nanni Sulis ancora con la divisa da carabiniere addosso, ben conscio di quel che diceva. L’allusione ai bancarottieri non era traslata. Mereu si riferiva alla grande crisi finanziaria e bancaria dei primi anni Novanta del suo secolo, crisi seguita, in Sardegna, a quella produttiva e sociale causata dalla denuncia dei trattati commerciali con la Francia da parte del governo italiano (1887). Lo scenario e le conseguenze della situazione gli erano noti e le ragioni strutturali della stessa non gli sfuggivano affatto, nonostante i suoi scarsi studi e una conoscenza del mondo apparentemente molto limitata.

La crisi generalizzata nel giro di poco avrebbe prodotto scioperi dei lavoratori delle miniere, manifestazioni di piazza per l’aumento dei prezzi, disordini di vario genere. Il tutto accompagnato da sentimenti di rivalsa e slogan di matrice esplicitamente (anche se confusamente) “separatista” (“a mare sos continentales“). Lo stesso Antonio Gramsci nasce e si forma dentro quella temperie.  E – come dice Eric Hobsbawm – non si capisce Gramsci senza capire la sua Sardegna.

A ben guardare, molti elementi di quel passaggio storico coincidono con quelli della nostra crisi attuale. E coincidono anche le cause. I problemi del settore agropastorale, ad esempio, sono pressoché gli stessi, così come in larga misura quelli delle campagne. Il ricatto occupazionale era la regola: vi si basava la grande speculazione sulle materie prime e tutta l’attività estrattiva. I politici sardi erano votati alle pratiche clientelari più svergognate, ben rappresentati in questo dal grande nome di quegli anni, Francesco Cocco-Ortu, più volte ministro in Italia e abile gestore del consenso in Sardegna (pure, negli ultimi anni della sua carriera e della sua vita, ostile al fascismo: ricordiamolo a suo merito).

Il malessere diffuso e la vaga sensazione di ingiustizia che animavano tanto i versi dei poeti quanto le manifestazioni di piazza (represse con le armi), non avevano dunque alcuna sponda politica responsabile. I sardi non possedevano nemmeno una compiuta narrazione di se stessi che sorreggesse la propria identificazione collettiva. I meccanismi istituzionali poi erano decisamente penalizzanti: non esisteva il suffragio universale, le elezioni erano una faccenda che riguardava una percentuale minima della popolazione. Non vigeva allora il principio “no taxation without rappresentation“, tipico delle società moderne: non può esserci alcuna esazione tributaria legittima, senza che sia decisa da rappresentanti della popolazione che la subisce; uno dei motivi scatenanti della Rivoluzione americana. In Sardegna l’asfissiante peso dei tributi non era in nulla compensato da una negoziazione di qualche livello (al contrario di quanto avveniva nel Regno di Sardegna spagnolo, sia pure con tutti i distinguo del caso), né esisteva una prospettiva politica generale che mettesse al suo centro la Sardegna come soggetto politico. Non ci ricorda qualcosa, questa situazione di un secolo fa?

Oggi abbiamo un malessere sociale diffuso e una crisi che sembra sfuggire alla comprensione di tutti (politica, mass media, sindacati, associazioni di categoria, intellettuali). Le varie situazioni problematiche sono affrontate istintivamente col pensiero rivolto ognuno al proprio orto e inserite in cornici concettuali totalmente inutili, se non dannose (la rivendicazione di appartenenza all’Italia, la pretesa di riproporre i Piani di Rinascita nonostante il fallimento di quelli vecchi, l’assoluta sudditanza mentale e politica all’egemonia italiana centralista e classista). Minacce e suppliche si alternano, rivolte verso le evanescenti divinità oltremarine, allo stesso modo con cui i nostri antenati cantavano “Maimone, Maimone, abba cheret su laore“. La parola d’ordine che attraversa tutti i gruppi (partite IVA, agricoltori esecutati, autotrasportatori, pastori, ecc.) è: vogliamo più soldi e/o vogliamo protezione. Chi li guida soffia sul fuoco di questa protesta elementare (bloccata al grado zero della consapevolezza politica), sperando di trarne vantaggi personali in termini di visibilità mediatica e di capacità di intermediazione. Una poltrona alle prossime elezioni sarà una ricompensa sufficiente.

Ma è questo ciò di cui abbiamo bisogno? Sappiamo come andarono le cose cento anni fa. Senza una prospettiva generale in cui inquadrare la nostra vicenda storica collettiva, senza una proposta praticabile, si finisce nelle mani di capi senza scrupoli determinati a cambiare tutto perché nulla cambi (nei rapporti di produzione, nelle gerarchie sociali e culturali, negli assetti di potere profondi). Oppure ci si fa addomesticare da compromessi al ribasso, come successe in Sardegna con l’autonomismo post prima guerra mondiale e poi con l’autonomia regionale.

Vogliamo ripetere fallimenti già vissuti? Non sarebbe il caso di rompere questo riflusso, questo eterno ritorno dell’uguale? La massima secondo cui se non si conosce la storia si è condannati a ripeterla è quanto mai attuale. Ma conoscere la storia non basta se questa conoscenza non si trasforma in consapevolezza prima e in progettualità politica poi. Non serve, ma è indispensabile: la famosa condizione necessaria anche se non sufficiente.

In definitiva il compito per chi abbia a cuore la nostra sorte collettiva è almeno duplice e per questo difficilissimo:
1) recuperare la basilare conoscenza di noi stessi, inserendo la nostra vicenda storica in una cornice narrativa corretta, o almeno non tossica;
2) produrre teoria e prassi politica diversa e alternativa rispetto ai modelli fallimentari e subalterni che ci dominano da così tanto tempo.

La voce dei poeti, degli artisti, degli intellettuali sarà indispensabile, in questo percorso. Con l’auspicio che le forze emancipative già esistenti in Sardegna si rafforzino e diventino finalmente egemoniche.


Omar Onnis, storico nuorese e lucido intellettuale dell'indipendentismo democratico, è presidente di Progetu Republica. Il suo blog - SardegnaMondo - è da anni un autorevole osservatorio critico sulla società sarda.

Sembrava impossibile, eppure la classe politica sarda - Pd e PdL senza distinguo - sta dando prova di una tale pochezza di prospettiva sui temi economici da far apparire lungimiranti statisti persino i dimenticabili amministratori sardi degli anni '60. Il caso Alcoa è la prova di come questo sguardo atrofizzato riesca a creare eventi comici anche nel più drammatico dei contesti. Ieri per esempio il consiglio regionale ha approvato all'unanimità un ordine del giorno che impegna la Regione a impedire all'Alcoa di chiudere lo stabilimento nel Sulcis; ma nello stesso ordine del giorno, con una non comune capacità di contraddizione, la giunta si impegna anche a chiedere all'Alcoa il "totale e integrale ripristino dello stato dei terreni, dei sottosuoli e delle falde". Come sia possibile bonificare un territorio tenendo aperta proprio l'industria che lo ha inquinato è un mistero che magari potrebbe illustrarci non dico Ugo Cappellacci, che non saprebbe spiegare neanche perché è ancora presidente della regione, ma anche solo l'onorevole Chicco Porcu del PD, che tra un dibattito sulla bufala delle scie chimiche e l'altro pare abbia trovato il tempo di firmare per primo quel trasversale capolavoro di non senso.

Per capire a cosa sta conducendo questa unanime incapacità politica bastava guardare ieri il triste spettacolo degli operai, dei pastori e dei disoccupati giustamente incazzati offerti alle telecamere di tutte le televisioni come fossero animali da circo in un'arena. L'assenza di una leadership politica progettuale accanto alla loro rabbia ha fatto mancare le condizioni perché potessero capire che chi accetta di farsi trattare da caso umano sta rinunciando a porsi come caso politico. Quelle disperazioni saranno altri a usarle, a interpretarle e a raccontarle politicamente, esattamente come ora sono altri a stabilire come raccontarle sui media. I consiglieri regionali, spaventati dalle dimensioni della polveriera che cresce, annaspano per provare a farlo a modo loro, promettendo mondi impossibili in cui dovrebbero convivere salubrità e industria inquinante, futuro green e centrali a carbone da 240 MW. Lo fanno per opportunismo in nome dell'eterna emergenza, nel tardivo tentativo di dire alla gente incazzata che stanno facendo qualcosa per arginare il disastro; ma se anche fosse vero, starebbero facendo la cosa sbagliata e lo sanno perfettamente. Nel caso ci fosse qualche incolpevole ignorante vero tra di loro, mi permetto di segnalargli un promemoria esauriente scritto qualche giorno fa da Lilli Pruna.
Questo c'è da fare, non altro.


Alcoa se ne va.
La notizia non può coglierci di sorpresa, poiché la società lo aveva annunciato già da qualche anno, anche se gli ultimi accordi – strappati come sempre in emergenza – prevedevano il proseguimento dell’attività produttiva fino alla fine del 2012. A giugno, invece, con un anticipo di sei mesi, Alcoa fermerà l’impianto di Portovesme, acquisito nel 1996 dalla società a partecipazione statale ALUMIX (gruppo EFIM). Dopo quasi 16 anni, la multinazionale americana leader mondiale nella produzione di alluminio lascerà il Sulcis, dove ha prodotto una parte dei suoi utili, come ha ricordato la Presidente del Consiglio Regionale Claudia Lombardo, beneficiando di un risparmio stimabile in circa 2 miliardi di euro, grazie alle tariffe agevolate per l’energia (Il Sole 24 ore), e consumando risorse ben più pregiate, come l’ambiente e la salute delle comunità locali. Se un’azienda vuole andarsene non si può costringerla a rimanere, è libera di produrre dove trova le condizioni migliori. Due anni fa, esattamente il 21 dicembre 2009, Ken Wisnoski, uno dei vice presidenti di Alcoa, ha firmato un accordo con la società mineraria saudita Ma’aden per sviluppare nella nuova zona industriale di Raz Az Zawr, sulla costa orientale dell’Arabia Saudita, impianti per la lavorazione di bauxite e alluminio per circa 7 milioni di tonnellate annue, con un investimento di 10,8 miliardi di dollari. Il Presidente e CEO di Alcoa, Klaus Kleinfeld, ha definito l’accordo una di quelle opportunità che capitano una volta ogni generazione («This joint venture is a once-in-a-generation opportunity for Alcoa») : “Stiamo creando un complesso integrato per la produzione di alluminio che sarà il più avanzato e il più efficiente del mondo”. Non è solo pubblicità: la joint venture Ma’aden-Alcoa potrebbe diventare il principale fornitore mondiale di alluminio primario, allumina e prodotti in alluminio, grazie ai bassi costi e all’accesso ai nuovi mercati in espansione del medio-oriente. Il complesso industriale nascente può disporre di infrastrutture strategiche come porti, ferrovie, energia pulita e a basso costo, realizzate dal governo dell’Arabia Saudita. La bauxite, la materia prima per la produzione di alluminio, sarà estratta dalla miniera di Al Ba’itha, nel nord del paese, e sarà trasportata agli impianti di trasformazione attraverso ferrovia. Il Ma’aden-Alcoa Project prevede l’integrazione di diversi impianti industriali: oltre alla miniera di bauxite, la raffineria, la fonderia, il laminatoio. Le ultime due saranno operative dal 2013 e le prime due dall’anno successivo. Il 17 ottobre scorso, pochi mesi fa, Alcoa e Ma’aden hanno perfezionato l’accordo per la realizzazione della seconda fase del progetto, che procede molto celermente. Dunque Alcoa se ne va e sa bene dove andare, e lo ha annunciato da alcuni anni. Non è una sorpresa e non è un segreto: le intenzioni di una multinazionale – i progetti, gli investimenti, le strategie di mercato, ecc. – si possono leggere sui loro Rapporti annuali e trimestrali pubblicati sui loro siti. Ma per quasi 16 anni Alcoa è stata qui e prima che vada via dovremmo essere in grado di presentarle il conto, il che implica almeno due condizioni: la prima è saper calcolare il consumo dell’ambiente e l’inquinamento prodotto in 16 anni a Portovesme e dintorni; la seconda è avere istituzioni e norme che non solo consentano tali richieste ma addirittura le impongano, a tutela dell’interesse pubblico. Il timore è che non ci sia nessuna delle due condizioni e che ad Alcoa non sia mai stato fatto sottoscrivere alcun impegno in termini di ripristino ambientale. Se così fosse sarebbe davvero un crimine: avere fatto passare i decenni senza dotarsi di una legislazione adeguata né istituzioni che possano porre vincoli e impegni per l’insediamento di attività industriali, mentre l’interesse politico si è concentrato soltanto sull’offerta di incentivi e finanziamenti agevolati per rendere attrattivi (!) i nostri territori, è il più grave segno del nostro sottosviluppo, non solo economico ma prima di tutto istituzionale. Non avere strutture tecniche in grado di misurare nel tempo il consumo del nostro ambiente e i danni alla salute (o non averle mai utilizzate per queste finalità), per poter imporre limiti tempestivi alle attività industriali prima ancora che chiedere risarcimenti (tardivi), è un crimine contro la società e non semplicemente una inadeguatezza del sistema pubblico. Alcoa, come molte altre multinazionali, lega la sua immagine nel mondo anche al riconoscimento della “sostenibilità” dei suoi progetti: ciò rientra nel fiorente mercato delle certificazioni, ma ha un peso nel prestigio della società. L’approccio sostenibile di Alcoa, su cui la compagnia investe molto in termini di immagine, prevede bonifiche e interventi per favorire una chiusura “sostenibile” degli impianti. Si potrebbe dunque concordare subito con Alcoa (non tra sei mesi e neppure tra un anno o due quando sarà ormai lontana) gli interventi di clean up and restore prima che vada via dal Sulcis. Se Alcoa si trattiene da noi ancora per sei mesi, è bene che cominci a pulire subito (e dovrà continuare ben oltre la scadenza che si è data). Nei prossimi mesi, l’impianto di cui è decretata la chiusura e sul quale la società non fa investimenti significativi da molto tempo non avrà una produttività rilevante. Gli ultimi sei mesi di presenza di Alcoa nel nostro territorio sarebbe più utile dedicarli ad avviare immediatamente i piani di bonifica dell’area. In altri contesti in cui opera, a cominciare dagli Stati Uniti, Alcoa ha provveduto a bonificare diversi siti in cui erano insediati i suoi impianti. I piani di bonifica sono stati definiti in collaborazione con lo Stato Federale e le municipalità locali, come nel caso dello “sforzo cooperativo di successo”, celebrato pubblicamente nel 2007 da Alcoa, per ripulire e ripristinare il Comfort Point/Lavaca Bay, a metà strada tra Houston e Corpus Christi, in Texas. Questo sito presentava una contaminazione da mercurio rilasciato dallo stabilimento di produzione Point Alcoa Inc.’s Comfort alla fine degli anni ‘60, che ha causato gravi danni ambientali e la chiusura della pesca in una porzione della baia. Alcoa ha speso circa 110 milioni di dollari per una serie di progetti nella baia e intorno ad essa, durati 15 anni, per ripulire e ripristinare le condizioni ambientali. L’impegno del Gruppo Alcoa ad attuare i piani di ripristino è incorporato – si legge nei suoi documenti – in un accordo siglato nel 2005 che riguarda l’assunzione di responsabilità rispetto ai danni arrecati alle risorse naturali di quel sito. In ragione di tale accordo, Alcoa ha pagato anche le spese sostenute da una serie di istituzioni pubbliche (Environmental Protection Agency, National Oceanic and Atmospheric Administration, Texas Commission on Environmental Quality, Texas General Land Office, Texas Parks and Wildlife Department, US Fish & Wildlife Service) per la valutazione dei danni e la definizione delle azioni di recupero ambientale. Abbiamo mai fatto qualcosa di simile in Sardegna? Potremmo cominciare adesso, subito, cercando di recuperare ciò che è possibile (a cominciare dai 300 milioni che Alcoa deve restituire all’Italia), facendo leva soprattutto sull’interesse di Alcoa a mantenere una buona immagine nel mondo in termini di rispetto dell’ambiente, a prescindere da specifici accordi: il territorio del Sulcis, il suo mare e le sue campagne, e la salute dei suoi abitanti, non valgono meno della baia texana. Tra il 2010 e il 2011 gli utili netti di Alcoa sono passati da 254 milioni di euro a 611 milioni di euro: più che raddoppiati. La società è in buona salute – ci fa piacere – e deve restituirci la nostra. Non servono gesti populisti inutili e ridicoli, non serve che il Presidente della Regione o del Consiglio Regionale minaccino di incatenarsi ai cancelli degli stabilimenti: ciò che serve è autorevolezza e determinazione, alte competenze tecniche e buone alleanze anche a livello internazionale (a cominciare dall’Unione Europea) da mobilitare immediatamente, per esigere il rispetto che meritano la nostra terra e le nostre comunità, e costruire da oggi un modo molto diverso di fare industria (e sviluppo) in Sardegna.


 

materiali per capire

 


come si fa una bonifica

 

 

ha fatto sì che quelle persone non siano state messe nelle condizioni di capire che chi accetta di farsi trattare da caso umano sta rinunciando a porsi come caso politico

Ricevo, condivido e pubblico una nota diffusa dai comitati No Radar dopo le dichiarazioni degli scorsi giorni da parte di diverse autorità militari a proposito del fatto che la sciagura del Concordia si sarebbe potuta evitare se ci fossero stati i radar contro i quali stiamo combattendo noi. I comitati usano il termine "sciacallaggio" e sinceramente non me ne viene in mente uno migliore. Ricordo in proposito che domenica 29 gennaio alle 15:30 ci sarà un'assemblea informativa sul tema nel Centro Polivalente di Cabras (via Tharros, uscita bivio per Torregrande, di fronte al distributore).


Utilizzare una sciagura come il naufragio della Costa Concordia per promuovere l’utilità dell’installazione dei radar lungo le coste italiane è un’operazione di vero e proprio sciacallaggio. Abbiamo assistito nelle ultime settimane a una serie di dichiarazioni e interviste rilasciate da militari di ogni ordine e grado che con ostentata sicurezza affermano che il naufragio si sarebbe potuto evitare se fosse stata in funzione la rete radar VTMIS appaltata nel 2005 dalla Guardia Costiera al gruppo Selex-Finmeccanica e costata 320 milioni di euro.
Dichiarazioni di questo tipo servono a rilanciare un progetto che in alcune realtà locali (soprattutto della Sardegna) incontra difficoltà a decollare anche a causa delle perplessità sollevate dalle comunità locali in merito agli aspetti ambientali e sanitari che queste installazioni potrebbero creare. Dichiarazioni utili inoltre ad assolvere da eventuali colpe e responsabilità i vari enti deputati a sorvegliare e tutelare le coste italiane.
C’è infatti da chiedersi come è possibile che una nave da 110 mila tonnellate e lunga 300 mt sia passata inosservata sulle coste Toscane la sera di venerdì 13 gennaio. C’era davvero bisogno di un radar per vedere questo gigante del mare che puntualmente una volta alla settimana si accostava pericolosamente all’isola del Giglio? La stessa nave che, con il consenso della società armatrice, periodicamente si accostava alla costa dell’isola di Procida per consumare il “rito dell’inchino”. Davvero la Guardia Costiera non riesce a vedere queste navi alte 52 mt che passano tra i faraglioni di Capri o stazionano dentro la laguna di Venezia? Eppure capita spesso che a pochi metri da Piazza San Marco stazionino contemporaneamente anche sei inquinantissimi transatlantici.  
Perché non è stato utilizzato il sistema satellitare AIS installato dal 2005 in tutte le Capitanerie di Porto e in grado di fornire la posizione aggiornata minuto per minuto di ogni nave in transito o ormeggiata su tutti i mari del globo?
Queste tragedie avvengono non certo perché mancano i sistemi di controllo, ma perché in Italia è spesso consuetudine non utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione, tollerare le trasgressioni fatte dai ricchi e dai potenti in nome di un non ben chiaro vantaggio economico derivato dal passaggio dei crocieristi nei posti più suggestivi e più sensibili sotto l’aspetto ambientale e, appena capita la sciagura, cavalcare l’onda emotiva per giustificare spese utili soltanto a far fare cassa all’appaltatore e ai soliti amici. È’ quello che accade quando capitano i terremoti, le alluvioni, i naufragi, le bonifiche ambientali etc…
Così come ieri si sono usati i migranti, che sfuggono alla miseria e alla disperazione in cerca di pace, per giustificare l’installazione dei radar della Guardia di Finanza,  si sta usando oggi il naufragio della Costa Concordia per giustificare la rete di radar della Guardia Costiera. Tutto ciò è semplicemente vergognoso.

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 20 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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