gototopgototop
Parzialmente nuvoloso

Cabras

28°C

Parzialmente nuvoloso

Umidità: 54%

Vento: NO a 16 km/h

di cose sarde

Edit

Amount of short articles:

Amount of articles links:

You can order sections with dragging on list bellow:

  • di cose sarde
Salva
Cancella
Reset

ambiente

Rispondo a Piergiorgio M

Image - Rispondo a Piergiorgio M

aggiornamentoPer chi sta seguendo la discussione, a questa mia Piergiorgio Massidda ha rispost

Martedì, 30 Marzo 2010 Commenti

cultura

Nani sulle spalle di gig

Image - Nani sulle spalle di gig

Immaginate che nel 1974 zappando nel suo campo un contadino abbia fatto senza volerlo una delle scop

Martedì, 10 Agosto 2010 Commenti

economia

La collisione di due mon

Image - La collisione di due mon

Questo articolo di Adriano Sofri è uscito su Repubblica del 14 agosto 2010.  Ci sono due modi

Sabato, 14 Agosto 2010 Commenti

indipendenza

In morte di Francesco Co

Image - In morte di Francesco Co

Rilancio questo articolo, scritto dal semiologo indipendentista Franciscu Sedda, che contiene divers

Sabato, 21 Agosto 2010 Commenti

di cose sarde

Rilancio questo articolo, scritto dal semiologo indipendentista Franciscu Sedda, che contiene diverse interessanti riflessioni politiche e antropologiche.

31052009047mDeve aver fatto impressione a molti vedere sulla bara di Francesco Cossiga la bandiera tricolore e quella dei quattro mori legate l’un l’altra. Quello che la maggior parte delle persone non sanno – italiani che guardano distrattamente o da distante, sardi affezionati a sentire il proprio accento sulla bocca di un Presidente della Repubblica Italiana, pseudo-indipendentisti commossi, portati a scambiare l’orgoglio sardo per coscienza nazionale – è che nella bara, come chiaramente indicato dalle bandiere, c’erano le spoglie dell’Autonomia e delle sue mortali contraddizioni.

Non che di marce funebri travestite da feste dell’autonomismo non ce ne fossero già state: Silvio Berlusconi che lega tricolore e quattro mori con Ugo Cappellacci, la tricolorata bandiera del PD che in Sardegna sventola democraticamente appaiata ai quattro mori. Ma non ce ne vogliano i pur importanti redivivi protagonisti della scena politica autonomista: in questo caso, la grandezza – innegabile, piaccia o non piaccia – del personaggio Francesco Cossiga ha reso tutto più evidente, eclatante, esemplare.

E del resto Cossiga non era solo “il cugino di Berlinguer”, come ricordato dai giornali italiani, ma ancor più, come lui stesso orgogliosamente rivendicava, “il nipote di Bellieni”. Ovvero, per chi fosse digiuno di storia sarda, il padre del sardismo e dell’autonomismo.

E così infatti lui si definiva: sardista e autonomista. La prima parola, sardista, compare copiosamente nel discorso tenuto da Cossiga in occasione della cittadinanza onoraria datagli dal comune di Chiaramonti nel 2001, vero e proprio momento autobiografico e di resa dei conti con le sue origini sarde. Il secondo, “autonomista”, compare in una delle quattro lettere-testamento pubblicate in questi giorni su tutti i giornali.

E proprio queste lettere, come ogni testamento che si rispetti (anche perché si tratta di un ben lucido testamento, visto che le lettere furono vergate nel 2007), fanno il punto sul rapporto l’identità sarda e quella italiana, e dunque fra le due bandiere, nella visione di Cossiga e con lui di buona parte della classe dirigente sarda nella sua veste pubblica.

Ecco dunque, efficace sintesi, la lettera al Capo dello Stato:

«Signor Presidente, Le confermo i miei sentimenti di fedeltà alla Repubblica, di devozione alla Nazione, di amore alla Patria, di predilezione della Sardegna, mia nobile Terra di origine. Fu per me un grande onore servire immeritatamente e con tanta modestia, ma con animo religioso, con sincera passione civile e con dedizione assoluta, lo Stato italiano e la nostra Patria, nell’ufficio di Presidente della Repubblica. A Lei, quale Capo dello Stato e Rappresentante dell’Unità Nazionale, rivolgo il mio saluto deferente e formulo gli auguri più fervidi di una lunga missione al servizio dell’amato Popolo italiano. Con viva, cordiale e deferente»

Poco da aggiungere: la Sardegna, terra d’origine, da un lato, l’Italia Popolo-Patria-Nazione-Stato-Repubblica, dall’altro.

Sembrerebbe quasi la lettera di un emigrato all’estero, divenuto in un lontano paese d’oltremare Presidente di una Repubblica acquisita, a cui tutta la fedeltà e l’amore ha sacrificato, che ricorda con nostalgia la lontana terra di provenienza da cui un tempo ormai lontano era partito.

In realtà si tratta del percorso obbligato dell’autonomismo: partire dalla Sardegna – sempre prediletta, per carità – usando i voti del generoso “popolo sardo”, per andare a salvare l’Italia, le sue istituzioni, la sua Unità Nazionale. Per servire fedelmente il Sovrano Popolo Italiano.

Dalla Sardegna all’Italia, dalla piccola patria alla grande nazione. Con un dolente, rivendicato, senso del sacrificio: come cantava il mulattiere della Brigata Sassari alla fine della prima guerra mondiale: “Per defender sa Patria italiana / distrutta s’este sa Sardigna intrea”. “Sa vida pro sa Patria”, appunto.

Eppure c’è un lato oscuro in queste lettere, c’è un altra sfumatura del dolore e del sacrificio. Dietro questa rivendicata, impareggiabile, unica fedeltà allo Stato italiano – si trovi, in specie di questi tempi berlusconiani, qualcuno di più fedele allo Stato di personaggi “sardi” quali Cossiga o Berlinguer – c’è il senso della nostalgia di un luogo perduto, di una rinuncia mostruosa, di una vita abortita.

C’è forse il senso di colpa per una morte non evitata, per un delitto di cui si è stati in qualche modo complici. Qualcosa di certamente diverso ma di altrettanto sicuramente doloroso quanto la morte di Aldo Moro: la morte della nazione sarda, quella morte volontaria, liberamente e autonomamente scelta, di cui Cossiga parlò nel suo discorso a Chiaramonti. La nazione sarda si era suicidata nel 1848 o giù di lì per fondare lo Stato italiano. E per un conservatore, ciò che è stato è stato, indietro non si torna, ora tocca difendere l’esistente.

Ma siccome Cossiga era un conservatore volontariamente “matto” ecco che in quello stesso discorso di Chiaramonti del 2001 Cossiga spingeva a fondare partiti nazionali sardi, a scrivere un nuovo Statuto della nazione sarda, ad andare finalmente a uno scontro duro con lo Stato italiano. Certo poi dichiarando nuovamente in chiusura che il tutto era fatto con amore per il popolo italiano.

E di lì a poco a rincarare la dose fra schizofrenia autonomistica e burlesca verità da realpolitik conservatrice, quando lo Stato italiano minacciava di portare le scorie in Sardegna, Cossiga dirà che se i sardi si ritenevano italiani se le dovevano prendere, altrimenti dovevano – e secondo lui non sarebbe stato impensabile farlo – ammainare il tricolore e dichiarare l’indipendenza.

Ma Cossiga, furbescamente, non sceglieva. Indicava solo le possibilità. O meglio, indicava un’alternativa mentre rimaneva nella sua volontaria fedeltà all’Italia.

Cossiga non sceglieva insomma fra le due bandiere messe sulla sua tomba ma le portava via entrambe con sé. Per un semplice motivo, perchè da sardista autonomista, lucido matto, sardo volontariamente italiano e politico di razza, sapeva una cosa molto semplice: ammainando il tricolore sarebbe andata giù, legata con esso, proprio come sulla sua tomba, anche la bandiera dell’autonomia, i quattro mori.

Forse, da uomo di Stato e conservatore, temeva il vuoto del potere. O forse, a causa della sua storia non riusciva a immaginare che a issarsi fosse un’altra bandiera: non ci riusciva, nonostante nel suo discorso di Chiaramonti evocasse come un lutto “la sconfitta dell’esercito sardo giudicale per opera dell’armata aragonese-catalana e siciliana, sulla piana di Sanluri, nella tragica giornata del 30 giugno 1409”, quando i sardi sventolavano la bandiera con l’Albero verde in campo bianco.

Comunque sia. A ognuno le sue scelte, le sue bandiere e l’augurio di riposare in pace.

E come ha lasciato scritto Francesco Cossiga: “Iddio protegga l’Italia!”.

Alla Sardegna indipendente ci penseremo noi.

Questo articolo di Adriano Sofri è uscito su Repubblica del 14 agosto 2010. 


Una foto di Paolo Murgia, il pastore sardo che non voleva vendere il suo terreno a BerlusconiCi sono due modi di pensare alla Sardegna.
Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti.
Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi.
Poi c´è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell´aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.
Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero). Sta di fatto che l´argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l´unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini. Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l´indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l´orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l´aeroporto di Cagliari (come gli operai dell´Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente. Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com´è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda.
Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell´Asinara, isola dell´isola. L´episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste. Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall´Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell´Asia alla Luna. Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l´idea scolastica che continuiamo a farcene dev´essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita. Però, il “mito romantico dell´uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio. Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell´ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori… Ma non può sparire da un giorno all´altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell´economia sarda. C´è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘l´essere pastori´, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore´, un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”. Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun´altra regione.
Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi.
Neanche le signore turiste, direi.

ornella

Questa intervista al segretario di iRS è uscita su D di Repubblica del 30 luglio 2010 (pagg 52-54)

È l’unica donna segretario nazionale di un partito: Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna. Un movimento giovane, moderno, indipendentista, non violento. Sicuro di farcela (senza fretta) senza l’Italia.

Che sia sarda, lo capisci prima ancora che parli. Perché ha quella combinazione di caratteristiche (estetico-cromatiche, di atteggiamento), tipicamente sarde. Occhi e capelli scuri, modi decisi, il sorriso luminoso. E lo sguardo gentile, diretto. Ma niente spocchia: Ornella Demuru a 38 anni (adesso ne ha 39) è diventata l’unica donna segretario nazionale di un partito. Di Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, partito fondato da un gruppo di ventenni sette anni fa, per reclamare l’indipendenza dell’isola. Ornella s’è avvicinata a quel movimento due anni fa, quando ancora lavorava a Tiscali nella comunicazione web. Di formazione, però, è medievalista. E nella recente campagna per le elezioni provinciali e comunali, ha scelto come simbolo i tulipani. Centinaia di tulipani addobbavano i banchetti di Irs e decoravano i manifesti.

Perché i tulipani, che poi non sono nemmeno un fiore sardo?
“Non sono sardi, è vero, ma hanno un valore simbolico universale: nelle culture asiatiche, per esempio, rappresentano la non violenza, uno dei punti cardine del nostro programma. Inoltre, dovrebbero evocare l’idea di una primavera indipendentista. Ma nessuno qui ha capito che quei fiori avevano un significato: pensavano che li usassi per dare un tocco romantico, femminile alla campagna di iRS”.

A proposito, è vero che quando i suoi compagni la presentano come “il nostro segretario donna?”, lei si rivolge alle signore del pubblico dicendo: “Come tutte sapete, noi donne siamo esseri umani come tutti gli altri”?.
“Certo. Trovo sottilmente discriminatorio che si puntualizzi il fatto che sono una donna. Di un segretario maschio nessuno si sognerebbe mai di specificare il sesso”.

Probabilmente perché lo sono tutti. Tranne lei. Si sente un esempio del matriarcato sardo? Ma è poi vera questa storia del matriarcato?
“Ma no, affatto. Dove sarebbero le donne di spicco, in Sardegna? Direi piuttosto che la società sarda è matrocentrica, ruota intorno alle donne. Qui c’è sempre stato rispetto, le donne sarde non sono sottomesse, né dipendenti. Basti pensare che in Sardegna non è mai esistito il delitto d’onore e che la Carta Delogu, la costituzione sarda dei tempi dei Giudicati, ammetteva il divorzio e puniva duramente qualunque forma di violenza contro le donne. Da qui a parlare di matriarcato, però, ce ne corre”.

Torniamo a iRS: vi definite indipendentisti, pragmatici e moderni. In pratica?
“Tanto per cominciare, crediamo che la Sardegna abbia i requisiti per diventare una repubblica indipendente. La nostra storia non si identifi- ca con quella italiana e la nostra cul- tura ha un’altra origine. I sardi hanno un’identità definita, che risale all’età nuragica. Hanno sempre preso le distanze dalle dominazioni e hanno avuto ben quattro secoli di autonomia con la civiltà dei Giudicati. E alla fine del Settecento erano anche sul punto di ottenere l’indipendenza. Perché l’esigenza di affrancarsi si propone periodicamente. Una specie di ruota di corsi e ricorsi”.

Ma la prima condizione per essere indipendenti è l’autosufficienza economica. Cioè mantenersi senza i finanziamenti statali: la Sardegna sarebbe davvero in grado di cavarsela?
“Naturalmente, ma deve prima affrancarsi dalle sue paure. Il resto viene di conseguenza, anche se non è certo facile”.

Vuole dire che i sardi hanno un problema di autostima?
“Esatto. Abbiamo sempre vissuto in attesa del salvatore, si trattasse di Soru, Cappellacci o Berlusconi. Qualcuno a cui delegare, comunque. Ma quell’impostazione va cambiata. Bisogna convincere i sardi che la politica la dobbiamo fare tutti, smettendola finalmente di aspettare una guida che risolva i problemi al posto nostro”.

In ogni caso, non siete rivendicativi, non ce l’avete con l’Italia.
“No, a differenza dai sardisti. Loro dicono: “All’Italia abbiamo dato l’anima, abbiamo sacrificato i nostri soldati per combattere accanto a loro, e adesso l’Italia ci deve dare i soldi, ci deve aiutare, salvare”. È il concetto della nazione abortiva, che porta sul piano economico all’assistenzialismo, e su quello psicologico alla totale mancanza di fiducia in noi stessi”.

Ma lei non si sente nemmeno un po’ italiana?
“No. Mi sento sarda. E vorrei relazionarmi da sarda con gli altri paesi, a cominciare dall’Italia”.

Anche Renato Soru si sente sardo, però ha dichiarato che la sua storia è anche quella della Resistenza, della Costituzione e delle lotte sindacali.
“Per quel che ci riguarda, riteniamo che il nostro debito (mi riferisco alla Resistenza) sia chiuso. Abbiamo fatto un po’ di strada insieme, noi e l’Italia, però è finita. Non vogliamo cancellare parti importanti della nostra storia, che consideriamo un arricchimento, non una rinuncia”.

E della Lega cosa pensa?
“Fa una politica poco pluralista e poco inclusiva che non condividiamo. Detto questo, la loro presenza nell’isola ci lascia indifferenti”.

Torniamo alla Repùbrica de Sardigna. Ammesso che ci si arrivi, come la immagina?
“Una nazione moderna e centrata sull’uomo, solidale, inclusiva”.

Siete anche non violenti. Quindi, niente esercito?
“Niente esercito”.

E la “limba sarda” come lingua nazionale?
“Anche, ma insieme a molte altre, come l’italiano e l’inglese. Siamo a favore del plurilinguismo. Ripeto, vorremmo diventare una nazione moderna”.

E come si manterrebbe questa Repùbrica?
“Dovremmo rimpostare l’economia. Puntare sulle piccole e medie aziende, soprattutto agroalimentari e artigianali. E si dovrebbero creare le condizioni perché siano più sostenibili.
In altre parole, siamo a favore di una defiscalizzazione mirata. Un’altra risorsa importante sarebbe la rivitalizzazione dei centri storici, con una politica che favorisca gli artigiani che ci lavorano e la gente che va ad abitarci”.

E il turismo non potrebbe servire?
“Il vero problema è che attualmente ai sardi, degli introiti del turismo non resta granché: il 70% va ai trasporti, che non sono nostri, e circa l’80% dei prodotti che vengono acquistati dai turisti sono importati. Per esempio il pesce arriva in gran parte da fuori. Ecco, tutto questo bisognerebbe reimpostarlo a favore dei sardi”.

Facile a dirsi, ma…
“Chiaro, ci vogliono pazienza e tempo”.

E poi ci sono alcune caratteristiche sarde che non aiutano: cosa pensa di quell’antica definizione datavi dagli spagnoli: “pocos, locos y mal unidos”?
“è solo un luogo comune”.

Però i sardi sembrano avere grandi difficoltà ad associarsi, non creano cooperative…
“Guardi, la Sardegna è tra le regioni italiane con il maggior numero di associazioni di volontariato. Quindi il problema non è che i sardi non vogliono associarsi. È vero che abbiamo poche cooperative, ma queste nascono quando c’è una politica che le incentiva e dà indicazioni chiare, e una struttura che permette di comunicare e promuovere il proprio lavoro”.

Qual è la dote più evidente della Sardegna di oggi?
“La creatività. Non c’è paesino, anche il più sperduto, che non abbia il suo pittore, il suo cantante, il suo scultore. Peccato però che poi la cultura da noi sia considerata un hobby, e non venga contemplato il suo sviluppo”.

Alle elezioni provinciali del 2010 l’Irs ha ottenuto quasi il 4% dei voti, in totale circa 30mila. Siete un movimento giovane, non fate una politica facile. La domanda è: come ci siete riusciti?
“Con un paziente e capillare lavoro di comunicazione. Abbiamo cercato di convincere i nostri compatrioti che hanno tutti gli strumenti per farcela da soli”.

E adesso?
“Abbiamo “guadagnato” tre consiglieri in altrettante province, quindi cominceremo a lavorare in maniera più capillare, per poter incidere sulle istituzioni. La prima iniziativa sarà quella del “Palazzo Trasparente”".

Ovvero?
“Chiediamo ai nostri consiglieri di raccontare le attività dei rispettivi consigli. Le informazioni saranno poi pubblicate sul nostro portale. Più a breve termine, stiamo preparando la Festa Manna, una tre giorni di workshop e convegni aperta a tutta la società civile”.

Ma alla fine cosa manca davvero ai sardi? La consapevolezza?
“Ci manca una narrazione di noi stessi, la consapevolezza che il nostro sapere è importante. È da lì che si parte. Se manca quella, manca tutto, non si può nemmeno cominciare”.

È per questo che ha fondato una casa editrice dedicata alla produzione sarda?
“Sì, è una cooperativa che ha l’obiettivo di recuperare quella narrazione”.

Legge molti autori sardi?
“Leggo di tutto, dai saggi di Obama alle poesie di Pietro Mura”.

Nella campagna per le amministrative del 2005, il vostro slogan era “Si podi fai”. Traduzione in inglese, “Yes, we can”.
“Esatto. Obama ci ha copiato :)”.

by Su BarralliccuImmaginate che nel 1974 zappando nel suo campo un contadino abbia fatto senza volerlo una delle scoperte archeologiche più importanti di sempre nell'area mediterranea: trentotto guerrieri di pietra alti due metri e mezzo, scomposti in grossi pezzi, frutto dell'arte di una civiltà ancora da decifrare. Immaginate che per un anno nessuna delle autorità preposte prenda sul serio le segnalazioni del ritrovamento, e nel frattempo nel campo di quel contadino ci sia un via vai di tombaroli che pezzo a pezzo si portano via chi una testa, chi un busto, chi una mano con l'arco o la spada, chi un piede. Quando finalmente nelle soprintendenze ci si decide a capire che quello è un ritrovamento di portata eccezionale, quelle statue - che per convenzione saranno chiamati Giganti di Monti Prama - sono ormai monche, decapitate, incomplete.
Però ci sono ancora.

Immaginate che gli archeologi si portino via quel che ne resta per un annunciato restauro, ma che inspiegabilmente le statue finiscano appoggiate per trent'anni nello scantinato di un museo di Cagliari, senza che all'importanza del ritrovamento venga data adeguata pubblicità. Non che conti qualcosa adesso, ma è facile intuire che chi ha fondato la sua carriera su una teoria non ci tenga troppo a mettere in luce scoperte che la inficino; se sia veramente così o meno nessuno può dirlo con certezza, ma resta il fatto che prima che si metta mano all'effettivo restauro passano trent'anni senza giustificazione.
Una generazione, direbbe Sergio Atzeni.

Forse non è molto per pietre che sono rimaste sepolte per millenni, ma è molto di sicuro per gli uomini e le donne che hanno aspettato con il diritto di sapere quali siano la storia e la civiltà che stanno dietro a quei Giganti, perché magari poi si scopre che è anche la loro storia, quella che a scuola gli hanno detto che non valeva la pena di studiare, che tanto non se ne sapeva abbastanza, e comunque quel poco che c'era bastava a capire che non la si poteva paragonare per livello di sviluppo a quella greca, romana, fenicia, assiro-babilonese o sumera.

Da qualche anno il restauro dei Giganti è in corso, lo si tiene nel laboratorio di Li Punti (SS). La cura con cui gli studiosi lo stanno eseguendo si può vedere di persona nelle aperture pubbliche, ma anche in questo sito aperto appositamente. Anche il fatto che il restauro sia ancora in atto ha impedito fino a ora che i Giganti fossero esposti al pubblico in maniera permanente, e di fatto la maggior parte dei sardi non sa ancora che esistono. A Cabras però lo sappiamo, perché è nelle nostre campagne che sono stati ritrovati, e la nostra amministrazione chiede da anni la loro visibilità e la loro restituzione.

Amen, si dirà, adesso tutto è a posto.
Invece no.

La settimana scorsa il direttore generale del Ministero dei Beni Culturali italiani - tal Mario Resca, ex manager di McDonald - ha visitato il laboratorio e ha avuto un'idea: sostituire i bronzi di Riace attualmente in restauro con due Giganti di Monti Prama, immagino per non lasciare il piedistallo scoperto, che fa brutto. A parte la discutibile idea di intercambiabilità tra culture e relative arti, gli sfuggiva forse il fatto che anche i Giganti sono in restauro, e non sono meno preziosi dei bronzi. Ma visto che c'era ha avuto un'idea ancora migliore di questa: farli portare a Pechino ad ottobre per l'inaugurazione del centro esposizioni del Ministero, cosa che otterrebbe l'effetto surreale di far sì che i cinesi vedano i Giganti prima dei sardi. In cambio i pechinesi manderebbero un po' di guerrieri dell'esercito di terracotta. A Cabras? Ma certo che no. A Roma, ovviamente.

Ora possiamo incazzarci. E lo abbiamo fatto.
Possiamo dirci indignati ai giornalisti che ci chiamano a dire due parole. E lo abbiamo fatto.

Ma anche se facessimo una sollevazione di popolo armato e urlante intorno al laboratorio di Li Punti, avremmo davanti un incontrovertibile dato di partenza che renderebbe ininfluente qualunque nostra rivendicazione: i beni archeologici sardi non sono sardi, ma appartengono allo stato italiano e sono quindi nella totale disponibilità del Ministero dei Beni Culturali italiano. Che se vuole può prendere di peso i Giganti e portarli a Pechino anche se i sardi non li hanno mai visti. E può considerarli sostitutivi dei bronzi di Riace - e sarei curiosa di sapere cosa pensano di questo a Reggio Calabria - perché tecnicamente appartenenti allo stesso patrimonio, anche se le statue sono espressione di due culture differenti, e dell'una si sa tutto, e dell'altra non si sa niente. Lo scandalo non è la politica culturale modello fast food del direttore Resca, ma la negazione del diritto di sovranità su noi stessi e sulla nostra storia.


Per saperne di più c'è questo articolo dell'archeologo Marcello Madau sul Manifesto sardo.
Per vederne di più c'è questo video, girato a suo tempo da Tele Indipendentzia.

foto giganti monti prama

Il consigliere regionale  Paolo Maninchedda torna anche oggi a scrivere di me, piccato della critica che ho rivolto all’abituale uso diversivo (diffuso, mica solo suo) del tema “vessazioni alla lingua sarda” ogni volta che si presenta una rogna di ben altra detonanza. Per la seconda volta ripete che io non posso rimproverargli il silenzio perché avrei scritto in diebus illis una cosa di troppo, e questa cosa sarebbe l’epigrafe di un capitolo di Viaggio in Sardegna dove compare una citazione di Antonangelo Liori sulla balentìa. La citazione è la seguente: “Se questo mondo fosse fatto tutto di balentes, sarebbe un gran bel mondo.” (Manuale di sopravvivenza in Barbagia, ed. La Torre, con mirabile prefazione di Bachisio Bandinu).
Liori al momento è nel carcere di Buon Cammino con un curriculum da boss della truffa, ed è finito in quella citazione perché questa sua inclinazione al delinquere, al tempo di Viaggio in Sardegna già ben nota dai precedenti penali, lo rendeva incarnazione esemplare della contraddizione della balentìa, nata in altri tempi per indicare una chiave etica di sopravvivenza e finita a far da alibi mediatico a quel tipo di delinquenza che solo nei casi più fortunati porta al carcere, negli altri al cimitero.
Liori provatamente ha vissuto secondo quest’ultima lettura, ma tanto gli piaceva leggersi nell’altra che nessuno più di lui meritava di finire, oltre che a Buon Cammino, anche in epigrafe a un capitolo dove questa contraddizione viene spiegata chiaramente, e non certo per assolverla. Nella stessa logica se oggi dovessi riscrivere Viaggio in Sardegna e inserirci un improbabile capitolo sullo stereotipo del sardo orgoglioso, non mancherei di ficcargli in epigrafe l'imbattibile frase odierna di Ugo Cappellacci: “Ciò che resterà di me è che sono un no-man”, e credo che proprio nessuno penserebbe che è lì perché la condivido. Del resto perché lo si dovrebbe pensare? Io alleanze con Cappellacci non ne ho mai fatte, esattamente come non ho fatto associazione a delinquere con Antonangelo Liori.
Una di queste due cose invece Paolo Maninchedda l’ha fatta, e capisco che le conseguenze al momento presente siano talmente spinose che persino la collaudata strategia dell’alleato di opposizione, un po’ leale e un po’ no, non basti più a giustificarsi davanti al crescente sconcerto della base sardista. Sarebbe bello se questo problemino politico fosse risolvibile attribuendo a me, agli scrittori sardi e financo a Irs inesistenti simpatie per l'esotismo del mondo arcaico e conseguente deliquio al passaggio del bandito d’onore, ma temo che bisognerà inventarsi qualche cosa d’altro.