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Ricevo, condivido e pubblico una nota diffusa dai comitati No Radar dopo le dichiarazioni degli scorsi giorni da parte di diverse autorità militari a proposito del fatto che la sciagura del Concordia si sarebbe potuta evitare se ci fossero stati i radar contro i quali stiamo combattendo noi. I comitati usano il termine "sciacallaggio" e sinceramente non me ne viene in mente uno migliore. Ricordo in proposito che domenica 29 gennaio alle 15:30 ci sarà un'assemblea informativa sul tema nel Centro Polivalente di Cabras (via Tharros, uscita bivio per Torregrande, di fronte al distributore).


Utilizzare una sciagura come il naufragio della Costa Concordia per promuovere l’utilità dell’installazione dei radar lungo le coste italiane è un’operazione di vero e proprio sciacallaggio. Abbiamo assistito nelle ultime settimane a una serie di dichiarazioni e interviste rilasciate da militari di ogni ordine e grado che con ostentata sicurezza affermano che il naufragio si sarebbe potuto evitare se fosse stata in funzione la rete radar VTMIS appaltata nel 2005 dalla Guardia Costiera al gruppo Selex-Finmeccanica e costata 320 milioni di euro.
Dichiarazioni di questo tipo servono a rilanciare un progetto che in alcune realtà locali (soprattutto della Sardegna) incontra difficoltà a decollare anche a causa delle perplessità sollevate dalle comunità locali in merito agli aspetti ambientali e sanitari che queste installazioni potrebbero creare. Dichiarazioni utili inoltre ad assolvere da eventuali colpe e responsabilità i vari enti deputati a sorvegliare e tutelare le coste italiane.
C’è infatti da chiedersi come è possibile che una nave da 110 mila tonnellate e lunga 300 mt sia passata inosservata sulle coste Toscane la sera di venerdì 13 gennaio. C’era davvero bisogno di un radar per vedere questo gigante del mare che puntualmente una volta alla settimana si accostava pericolosamente all’isola del Giglio? La stessa nave che, con il consenso della società armatrice, periodicamente si accostava alla costa dell’isola di Procida per consumare il “rito dell’inchino”. Davvero la Guardia Costiera non riesce a vedere queste navi alte 52 mt che passano tra i faraglioni di Capri o stazionano dentro la laguna di Venezia? Eppure capita spesso che a pochi metri da Piazza San Marco stazionino contemporaneamente anche sei inquinantissimi transatlantici.  
Perché non è stato utilizzato il sistema satellitare AIS installato dal 2005 in tutte le Capitanerie di Porto e in grado di fornire la posizione aggiornata minuto per minuto di ogni nave in transito o ormeggiata su tutti i mari del globo?
Queste tragedie avvengono non certo perché mancano i sistemi di controllo, ma perché in Italia è spesso consuetudine non utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione, tollerare le trasgressioni fatte dai ricchi e dai potenti in nome di un non ben chiaro vantaggio economico derivato dal passaggio dei crocieristi nei posti più suggestivi e più sensibili sotto l’aspetto ambientale e, appena capita la sciagura, cavalcare l’onda emotiva per giustificare spese utili soltanto a far fare cassa all’appaltatore e ai soliti amici. È’ quello che accade quando capitano i terremoti, le alluvioni, i naufragi, le bonifiche ambientali etc…
Così come ieri si sono usati i migranti, che sfuggono alla miseria e alla disperazione in cerca di pace, per giustificare l’installazione dei radar della Guardia di Finanza,  si sta usando oggi il naufragio della Costa Concordia per giustificare la rete di radar della Guardia Costiera. Tutto ciò è semplicemente vergognoso.

Quello che segue è il mio report del consiglio comunale di Cabras convocato nella giornata del 10 gennaio 2012 per discutere della posizione da tenere in relazione all'installazione di due radar a capo San Marco, punta nord del golfo di Oristano, uno in gestione alla Capitaneria di porto e uno sotto il controllo della Guardia di Finanza. Lo riporto per tutti coloro che seguono la resistenza dei sardi alla crescente militarizzazione del territorio, specialmente quella camuffata da apparenti ragioni di sicurezza e controllo a scopi civili. Per quanti volessero conoscere meglio le ragioni del no al radar e volessero unirsi alla protesta dei cittadini che si vi oppongono, il link di riferimento è questo.


 

10/01/2012 - Centro polivalente, Cabras

Inizia ora il consiglio comunale indetto dal sindaco di Cabras con la questione radar all'ordine del giorno. Oltre al sindaco, a un numero considerevole di consiglieri e a qualche consigliere provinciale, c'è una forte presenza di forze dell'ordine, tra le quali anche il comandante della capitaneria di porto che dovrebbe avere giurisdizione su uno dei radar in predicato per l'installazione. Ci sono anche membri degli altri comitati no radar della Sardegna.

Cristiano Carrus, il sindaco di Cabras, comunica che non è possibile per il momento fare ricorso contro il radar perché non esiste alcun atto formale che annunci l'intento dell'installazione. Nonostante questo - continua Carrus - il consiglio comunale vuole comunque esprimere la sua contrarietà. Il motivo di questa contrarietà per il sindaco non dipende tanto da una posizione aprioristicamente contraria al radar, quanto dalla mancata concertazione, ovvero del fatto che l'eventuale decisione non ha previsto per il momento il coinvolgimento dell'amministrazione.

Il consigliere di minoranza Ivo Zoccheddu chiede se è possibile far intervenire, prima di deliberare in merito, il comandante della capitaneria di porto, perché chiarisca lo scopo dell'installazione del radar di loro competenza. Il comandante spiega che il sistema che li riguarda ha scopi esclusivamente civili e serve a intervenire preventivamente sugli incidenti del mare, in particolare riguardo alle navi con carico di idrocarburi che transitano all'interno del golfo di Oristano.

Il consigliere provinciale Sandro Murana chiede se questo sistema serva anche a individuare reati ambientali come la pesca a strascico. La risposta del comandante è sì: la "blue box" del radar serve anche a questo. Ivo Zoccheddu prende di nuovo la parola e chiede al comandante come mai, visto che il militare parla del radar come se fosse cosa fatta, nessuno abbia informato l'amministrazione di Cabras. Chiede anche se esiste un sistema alternativo che consenta di ottenere gli stessi benefici di controllo e prevenzione senza installare un altro radar al capo san Marco. Il comandante dice che non sa perché è stato individuato capo san Marco, che non si era preparato per un intervento specifico e che l'unica cosa che può dire è che qualunque decisione è stata presa nel rispetto della legge.

Prende la parola Pino Moretti dell'amministrazione comunale di Tresnuraghes e parla dell'esperienza che hanno appena vissuto loro, ribadendo che anche nel loro caso le scelte del radar erano state fatte senza consultare le popolazioni e le amministrazioni locali. Citando il parere di esperti che hanno supportato la loro opposizione al radar, ribadisce la certezza che gli stessi risultati possano essere ottenuti con sistemi di controllo satellitari. Pone l'accento sulla pericolosità degli strumenti a onde elettromagnetiche e evidenzia la scarsità di informazioni fornita in merito dalle forze dell'ordine. Conclude il suo intervento invitando la popolazione a opporsi al radar soprattutto perché rappresenta una estensione del controllo militare sul golfo di Oristano e le conseguenze di un ulteriore uso militare del territorio non sono prevedibili.

‎"Io spero che l'installazione di questo radar sia preceduta da una conferenza dei servizi dove gli enti possano esprimere parere vincolante". Il sindaco Cristiano Carrus ribadisce che la zona di capo san Marco è vincolata e non è possibile neanche per l'amministrazione prevedere installazioni di qualunque tipo. "Non vorrei" - chiarisce Carrus - "che l'esistenza di un'area militare faccia pensare che i vincoli che valgono per noi non valgano per tutti".

Prende la parola un consigliere comunale di Siamaggiore (di cui non ho fatto in tempo a sentire il nome) che contesta la lettera di convocazione del sindaco, affermando che non è vero che la GdF non ha comunicato niente alle amministrazioni. Afferma che la GdF ha comunicato al ministero delle infrastrutture il piano di installazione dei radar, il cui posizionamento era stato precedentemente reso noto anche ai comuni - come quelli di Tresnuraghes - che poi si sono opposti all'installazione. Ribadisce che il progetto dei radar è stato presentato come infrastrutturale per il controllo e monitoraggio della costa e non come militare. Ciò nonostante alla fine dell'intervento afferma che comunque non c'è niente di certo, è solo una ipotesi e pertanto non c'è motivo di porre dei NO preventivi. Il pubblico gli rumoreggia contro.

Prende la parola il sindaco di Siamaggiore (che chiarisce di parlare a titolo personale) e si dichiara diffidente verso il radar, anche qualora la sua natura si rivelasse infrastrutturale. Benché abbia apprezzato le parole si rassicurazione del comandante della capitaneria di porto, domanda approfondimenti sulla possibilità di soluzioni differenti o addirittura dell'individuazione di siti alternativi. La gente in sala, sull'ipotesi dello spostamento del radar altrove, rumoreggia visibilmente.

Prende la parola il consigliere di Arborea Bepi Costella, che dissente dall'intervento precedente e - facendo riferimento anche alla questione delle trivellazioni che interessano il suo territorio - afferma che non sempre le cose utili sono prive di conseguenze dannose. Afferma di non essere un ambientalista, ma di stare parlando in difesa l'economia del suo paese, che è agricola e non può sopportare invasioni sopra o sotto terra, per quanto in apparenza sembrino utili.

Chiede la parola il consigliere provinciale Sandro Murana che spiega come capo san Marco sia un bene provinciale e non solo del comune di Cabras. In merito a questo, anche lui nega che ci siano state comunicazioni ufficiali sull'installazione agli enti provinciali competenti. Tuttavia voci ufficiose hanno fatto sapere che i radar per cui si avvierà la procedura di installazione sono due; di uno si sa già che sarà installato sulla terrazza del faro (quello della capitaneria), ma per l'altro Murana afferma che non è affatto sicuro che l'ubicazione sia quella della zona militare: qualora la ragione dell'installazione del secondo radar dovesse essere quella della sicurezza nazionale, non è escluso che il tentativo della sua installazione possa verificarsi anche in un altro punto. Nel corso dello stesso intervento Murana difende la fondatezza degli interessi dello Stato sul mantenimento della sicurezza sulle coste e anzi, in qualità di assessore provinciale alle politiche sociali, non esclude che quella di monitorare il flusso dei migranti possa essere una ragione fondata; pertanto sconsiglia l'amministrazione comunale di Cabras dal prendere posizioni ostili al radar in assenza di informazioni certe e sulla base di allarmi non documentabili. Nonostante questo, Murana conclude dicendo che in un luogo a così alto interesse storico e archeologico la tutela non può che esserre massima. Pertanto auspica che lo Stato non si contraddica in sé stesso installando sistemi militari su questo capo del golfo, smentendo in questo modo i vincoli di tutela che hanno fino a questo momento protetto il Sinis; non così capo Frasca, che è invece un territorio già indirizzato da tempo verso la servitù militare. Non significa - continua Murana con logica che mi sembra appuntabile - che il radar debba andare a capo Frasca, né che il comune debba opporsi per partito preso, "altrimenti dobbiamo dire di no anche ai telefonini".

Parla Filippo Scalas, sindaco di Nurachi, che è qui sia perché Nurachi riconosce il territorio di Cabras come valoredi tutta la provincia, sia perché il radar ha un raggio che include tutti i paesi vicini; esprime totale disponibilità a fare assemblee pubbliche sul territorio, a deliberare in merito e a farsi portavoce presso l'unione dei comuni che presiede perché la protesta sia estesa alla partecipazione del maggior numero di comunità.

Parla Marco Maxia, assessore all'ambiente, che si dichiara subito contrario all'installazione di qualunque radar nell'area marina protetta. Approva pertanto la proposta di delibera. Dopo di lui parla Mario Atzori, vicesindaco e assessore alla pesca, evidenziando come la scelta di un'area militare sia da ricondurre al tentativo di scoraggiare il dissenso delle popolazioni. Afferma che l'esistenza dei due radar ha una sua logica all'interno di un progetto di controllo a 360 gradi della costa (dentro e fuori il golfo). Ma si chiede se sia davvero il controllo civile lo scopo di questa copertura assoluta, e non piuttosto il supporto non palesato alle attività militari della base di Capo Frasca. Solo nel caso in cui la risposta sia la seconda l'opposizione al radar sarebbe giustificata; se la ragione è solo la presenza di onde elettromagnetiche - afferma Mario Atzori - non è una ragione sufficiente per dire di no, visto che "di strumenti elettromagnetici siamo circondati".

Cristiano Carrus ribadisce che questa installazione è un atto dall'alto e che nessuno è stato informato. Sottolinea di nuovo che la contrarietà della giunta non è a prescindere, ma riguarda soprattutto questioni di procedura: non è possibile fare una cosa del genere senza concordare con le amministrazioni locali. "Poi magari sono anche d'accordo, ma se qualcuno decide un intervento in casa altrui non può farlo senza sentire il padrone di casa". "Può darsi che sotto non ci sia niente, ma quando le cose vengono affrontate dall'alto senza trasparenza, ho il diritto di pensare che le motivazioni degli enti installanti non siano poi così chiare come sembrano"

Ivo Zoccheddu, consigliere di minoranza, prende la parola e afferma che dopo l'intervento del comandante della capitaneria si è convinto ulteriomente che la necessità di intervenire ci sia già da subito, visto che il militare ha confermato che almeno un radar è in via di installazione in carico al suo ente. Non ripete le già esposte caratteristiche peculiari ad alta tutela del nostro territorio; se ne serve però per dire che le norme di tutela esistono perché la popolazione ha fatto una scelta vocazionale indirizzata al turismo. Qualunque intervento tecnologico calato dall'alto che tenda a creare condizioni di disturbo a questa vocazione democraticamente stabilita è da osteggiare. A differenza di altri interventi precedenti, non vede nessuna soluzione nello spostare il radar nella base militare di capo Frasca data la portata delle onde dello strumento, che non sono sicuramente quelle di un telefonino. Afferma che è necessario che l'assoluta contrarietà di questa amministrazione debba essere manifestata anche all'ipotesi di collocazione altrove, in rispetto della solidarietà civile che ci è stata mostrata da altri territori. L'amministrazione - conclude - deve esprimersi con delibere e ricorsi legali in tutte le sedi.

La cosa più importante - ripete nuovamente il sindaco di Cabras - è la concertazione. Pertanto il parere politico che la giunta intende esprimere oggi con esplicita delibera è di contrarietà all'installazione del radar a causa anche delle mancate procedure di coinvolgimento. Rivolgendosi al comandante della capitaneria dice: "Fateci sapere cosa bolle in pentola in modo che possiamo esprimere un parere più motivato". In conclusione invita il consiglio comunale a includere nella delibera la contrarietà all'installazione in tutta la provincia e non solo a Cabras. Prima di accingersi al voto il sindaco legge la proposta di delibera, che contiene espressioni molto categoriche: "nessun apparecchio radar nel territorio provinciale, ci opporremo anche con strumenti legali".

Zoccheddu chiede però un'altra formulazione, perché in effetti Capo Frasca non ricade nel territorio della provincia e quindi il rischio è che possiamo ritrovarcelo addosso da quel lato. Murana non è d'accordo e spinge il consiglio a tenere in considerazione solo il sito di capo san Marco. Zoccheddu evidenzia come il raggio di potenza del radar comprenda ancora ampiamente il territorio di Cabras. Murana ribadisce che, mentre la vocazione del nostro capo è quella della tutela paesaggistica, non è così per capo Frasca, dove esiste già una forte servitù militare. "Non sto dicendo che lo devono mettere a capo Frasca, mi sono limitato a constatare che le vocazioni territoriali non sono certo le stesse".

Il sindaco Cristiano Carrus accoglie la proposta di formulazione di Murana e restringe la contrarietà al solo territorio comunale di Cabras. Il pubblico rumoreggia. Zoccheddu chiede che il suo voto sia messo comunque a verbale con la motivazione di contrarietà estesa a tutto il raggio di potenza del radar. "Credo che sarebbe opportuno in questo momento pensare in termini di solidarietà, non solo relativamente al nostro territorio".
La delibera passa all'unanimità.

Questo l'ho scritto per Saturno.

Quando il paesaggista Gilles Clément diede alle stampe il Manifesto del Terzo paesaggio, furono in molti a dargli del matto. Nel saggio teorizzava la necessità dell'esistenza e della resistenza dei luoghi sopravvissuti all'azione dell'uomo, scampoli di mondo estranei al paesaggio urbano ma diversi anche dalla campagna coltivata, quella dove la mano umana organizza da sempre i mondi verdi che sbrigativamente chiamiamo naturali, dimenticando che anche quella agricola è una cultura. Quei luoghi - vergini o riverginati - possono sopravvivere solo per tre ragioni: sono così impervi che non ci si può costruire né coltivare, sono stati conservati intatti come riserve naturali per scelta politica oppure l'uomo, anche se in futuro intende farlo, per varie ragioni non ha ancora cominciato a sfruttarli. In quegli scampoli di terra miracolata la natura fa davvero quel che vuole, generando territori di rifugio per la biodiversità che altrove è ovunque scacciata in nome della funzionalità. Ecco perché essi rappresentano un paesaggio “terzo” rispetto a tutto il resto: il senso della loro variegata esistenza non si fonda nel servire l'uomo e le sue attività. Capo Malfatano, un tratto di costa nel comune di Teulada a circa 70 km a ovest di Cagliari, è un esempio di Terzo paesaggio che piacerebbe molto a Gilles Clément. Purtroppo è piaciuto molto anche ai grandi speculatori edilizi, in particolare a una cordata di imprenditori cementiferi composta tra gli altri da una controllata del gruppo Marcegaglia, una della famiglia Benetton e dalla Fondazione Monte di Paschi di Siena, banca dove pesano moltissimo gli interessi della famiglia Caltagirone. L'amministrazione teuladina, incantata dalla promessa di posti di lavoro, ha concesso la costruzione a Capo Malfatano di un complesso alberghiero a cinque stelle e di un certo numero di ville di lusso, per le quali le ruspe sono già al lavoro. Ma in questo incastro perfetto tra denaro, sottosviluppo culturale e politica si è infilato un fastidioso sassolino. Si chiama Ovidio Marras ed è un pastore di 81 anni che si è visto abusivamente occupare dal nascente resort una antica via di passaggio che collega la sua proprietà alla spiaggia e che lui usa per spostare il bestiame. Marras non ha accettato di vendere e anzi ha fatto ricorso, ottenendo ragione in due tribunali. La potentissima Sitas spa, società costruttrice per conto degli investitori, spera ora nel terzo grado di giudizio, altrimenti dovrà demolire il rustico dell'hotel per ripristinare il diritto di possesso e passaggio dell'anziano e coraggioso allevatore teuladino, ultima speranza del Terzo paesaggio di Malfatano, ma anche di quell'idea di equilibrio tra uomo e natura che è il contrario esatto della speculazione. A Ovidio qualcuno ha ammazzato i cani, ma lui è ancora lì. Vorrei dirgli grazie. Non sei solo.

 


 

Per saperne di più c'è questa pagina dell'ottimo Gruppo di Intervento Giuridico, spesso unica voce di protesta in questi casi. Ma consiglio anche l'ascolto di questa puntata di Link dove Roberta Mocco e Vito Biolchini hanno intervistato i protagonisti della vicenda cementizia di Malfatano, dove sindaco ambientalisti e costruttori danno curiose e molto diverse definizioni di cose come "tutela ambientale" e "speculazione edilizia". Ottimo anche l'articolo di Mauro Lissia per la Nuova Sardegna sulla vicenda Marras.

postitQuesto post-it è in aggiornamento permanente.

Sabato 19 marzo su invito della Proloco sarei dovuta andare a Perdasdefogu per tenere un incontro di letteratura nella sala della biblioteca comunale. Purtroppo l'amministrazione comunale, quando ha saputo della mia presenza, ha ritirato la disponibilità della sala e ha diffidato la Proloco dall'invitarmi. Oltre ad esprimere la mia solidarietà alla Proloco, voglio dire ai foghesini e agli abitanti dei paesi vicini interessati all'incontro che verrò a Perdas comunque, ma sotto l'egida del mensile Sardinews e nella sala parrocchiale gentilmente messa a disposizione dal sacerdote del paese don Ottavio Chillotti.

Però due parole su questo fatto vanno dette.
L'ostilità del sindaco Walter Vittorio Mura dipende dal fatto che attraverso il mio sito ho supportato la diffusione di quello che fonti sempre più numerose ipotizzano stia succedendo al Salto di Quirra, dove ha sede l'ormai famigerato poligono militare. Medici specialistici, medici veterinari, esperti in conseguenze dell'addestramento bellico, comitati come Gettiamo Le Basi e anche semplici cittadini in proprio stanno cercando di portare all'attenzione dei media e delle istituzioni quello che ritengono possa essere collegato alle attività segrete della base militare: morti sospette, aborti spontanei, malformazioni infantili e malattie di animali e persone in percentuale ingiustificabile, oltre a isterilimento e inquinamento del territorio.

Da qualche settimana gli articoli che su questo sito parlano delle problematiche legate alla base militare - compreso quello di Bobore Bussa - sono subissati di commenti da parte di sedicenti abitanti di Perdasdefogu e dei dintorni del poligono che dicono che non è vero niente, che nessuno si ammala, che è tutta una montatura, che gli stiamo (io, i giornalisti, il comitato Gettiamo le basi, chiunque ne parli) rovinando l'economia, la pace sociale e l'immagine pubblica. Minacciano denunce e richieste di danni. Mi diffidano dal mettere piede nei paraggi. Capisco i timori di una parte della popolazione: hanno paura di perdere la sola attività industriale del territorio; capisco meno gli amministratori, che dovrebbero essere i primi a voler sapere la verità tutta intera, e invece per tenersi la base sembrano disposti a minimizzare (quando non a negare) l'esistenza dei sempre più frequenti segnali di allarme sulla salute dei loro cittadini.

Tutti i politici sanno che la maggioranza degli abitanti di quel territorio ha paura di veder smantellata la base, cosa che può sicuramente accadere se sarà accertata la relazione tra le patologie e l'attività militare: questo spiega perché nessuno degli eletti locali sembri avere fretta di fare qualcosa per capire. Per fortuna però la magistratura non è elettiva, e infatti la procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta per capire cosa sta succedendo a Quirra. Il magistrato Domenico Fiordalisi ha disposto il sequestro dei fondali marini davanti alla base (dove sono stati trovati residui dei missili usati in addestramento) e di quattro discariche piene di rottami bellici. Speriamo tutti, e a maggior ragione gli abitanti della zona, che questa inchiesta possa portare risposte certe, in un senso o nell'altro.

Mentre la magistratura procede per i suoi canali, la politica regionale è ancora ferma a discutere se sia il caso di cominciare anche solo a discuterne. Il 10 marzo era il giorno giusto per capire in che direzione si stanno orientando le scelte del governo sardo: in consiglio si presentavano addirittura due proposte di ordine del giorno sulla questione del Salto di Quirra, una da destra e una da sinistra. Così siamo sicuri che almeno uno passa, si devono essere detti ottimisticamente i parenti dei morti di Quirra che ancora hanno le forze per chiedere verità. Invece in consiglio si è realizzato l'ennesimo capolavoro dell'inettitudine della classe dirigente sarda, senza distinzione di colore: di due ordini del giorno non ne è passato neanche uno.

Come è stato possibile questo miracolo al contrario?
Facile.
- Per cominciare basta che siano assenti trentuno consiglieri su ottanta, giusto per far capire che la questione Quirra non è considerata proprio vitale.
- Poi basta votare contro o astenersi anche sulle proprie mozioni, in modo da far mancare sempre la maggioranza necessaria. Non devono nemmeno essere astensioni vere e proprie: bastano fughe strategiche dalla sala al momento della votazione, così puoi sempre dire che eri andato in bagno perché il gomito ti faceva contatto col ginocchio.
- Se invece resti in sala devi inventarti una giustificazione che sia coerente col personaggio : c'è chi ha detto che per lui l'ordine del giorno non era "abbastanza duro" (Renato Soru in modalità Walker Texas Ranger) e chi ha detto che prima di votare bisognava aspettare che si riunissero "le assemblee popolari" sul territorio (Franco Sabatini in versione "faccio politica dal basso").
- Infine è fondamentale che arrivi da Roma un promemoria del sottosegretario alla difesa Giuseppe Cossiga (sì, il figlio di) che rammenti agli smemorati politici della colonia sarda che gli accordi militari non spetta al consiglio regionale rinegoziarli. Come a dire: "parlate pure, tanto la questione del Poligono non è a Cagliari che la si decide".

Quindi a tutt'oggi la politica sarda non ha idea di cosa succeda al Salto di Quirra e non mostra di aver fretta di volerlo sapere, sia mai che dopo le tocchi di ammettere che non può farci assolutamente niente. (E qualcuno mi chiede ancora a cosa ci serve l'indipendenza).

Intanto i giornali italiani stanno cominciando a interessarsi della vicenda, aumentando la pressione su chi invece vorrebbe che si tornasse al silenzio il più in fretta possibile. Se ne è occupato il solito Fatto Quotidiano e ci ha fatto un bellissimo e straziante reportage Vanity Fair, nel numero del 9 marzo 2011. Quest'ultima inchiesta, a firma dell'ottima Tamara Ferrari, è giornalismo vecchio stile, con informazioni raccolte sul posto e testimonianze dettagliate e verificabili. Ringrazio sia Tamara che Vanity per avermi autorizzato a condividerlo su questo sito.

L'inchiesta di Tamara Ferrari per Vanity Fair: leggete e fate leggere!

Dante Utzeri non è il solo a piangere. Tutto attorno a lui, un concentrato di dolore. Un centinaio di morti di tumo­re. Malati di linfomi e leucemie. Bambi­ni nati senza cervello. Agnellini con gli occhi al posto delle orecchie, senza boc­ca, con il ventre aperto. E un intero alto­piano dove non cresce più un filo d'er­ba.

Non è un film sulle conseguenze di una guerra nucleare. È quello che sta succe­dendo nei paesini sardi intorno al Sal­to di Quirra, provincia di Cagliari, sede del più grande «poligono sperimentale e di addestramento interforze» a dispo­sizione della Nato in Europa. Una base militare, inaugurata nel 1956, dove i mi­litari delle nostre forze armate si adde­strano alla guerra. Sparano contro i car­ri armati, sganciano bombe, lanciano razzi e missili.

Il ministero della Difesa, poi, per 50 mila euro all'ora (un milione e 200 mi­la euro al giorno), mette a disposizione il poligono a enti scientifici e alle multi­nazionali che producono armi, per fare esperimenti, test e collaudi. Un mese fa la Procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta. Le accuse? «Viola­zioni ambientali», ma soprattutto «omi­cidio plurimo di militari e civili, in par­ticolare pastori e bambini». Il magistra­to che conduce le indagini, Domenico Fiordalisi, ha disposto il sequestro dei fondali marini davanti alla base, dove sono stati trovati missili. Sono state an­che sequestrate quattro discariche piene di rottami bellici. Il sospetto è che sia­no state usate armi all'uranio impoveri­to, e che sia proprio questa la causa del diffondersi tra la popolazione dei linfo­mi, frequenti tra i soldati che hanno par­tecipato alle missioni nel Golfo Persico e nei Balcani.

«Noi la chiamiamo "Sin­drome di Quirra"», dice Mariella Cao del comitato Gettiamo le Basi. «I pae­si più interessati sono Villaputzu e la fra­zione di Quirra, dove su 150 abitanti 32 sono morti di tumore. Ma anche a San Vito e Muravera ci sono tanti casi». I più colpiti sono i pastori. Secondo un'indagine delle Asl di Cagliari e Lanu­sei, negli ultimi dieci anni il 65 per cen­to di quelli che lavorano in un raggio di 2,7 chilometri dal poligono si è ammala­to. Molti hanno denunciato la nascita di agnelli malformati. La Procura in tutto indaga su un centinaio di morti. «Che a Quirra ci sia qualcosa di anoma­lo è innegabile», dice Maria Antonietta Gatti, responsabile del laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neu­roscienze dell'Università di Modena e Reggio Emilia: a lei il procuratore Fiordalisi si è rivolto per fare chiarezza sul­l'aumento dei tumori (+28% tra gli uo­mini e +12% tra le donne). «Non mi ri­ferisco solo agli effetti dell'uranio impo­verito (che per il momento none stato tro­vato, ndr), ma all'inquinamento belli­co. I pulviscoli sprigionati da esplosioni a temperature molto elevate, quelle dei test militari, possono diventare un"arma letale. Una volta entrati nel corpo uma­no arrivano dappertutto: nei linfonodi provocano i linfomi, nel cervello il can­cro al cervello. Entrano nel terreno, con­taminano frutta e verdura. L'unico mo­do per provare la correlazione tra il poli­gono e le malattie è confrontare le "pol­veri" presenti nei tumori con quelle tro­vate nell'ambiente». «Forse sono state queste polveri, porta­te dal vento, a causare quello che è suc­cesso ai bambini del nostro paese», dice Stefano Artitzu, 50 anni, di Escalaplano, 2.600 abitanti a qualche chilome­tro dal poligono. «Mia figlia, che ha 18 anni, è nata con una malformazione al­la mano. Qui, a metà degli anni '80, so­no venuti alla luce 14 bambini con problemi simili o ancora più gravi». Stefano Artitzu è uno dei pochi che han­no il coraggio di denunciare.

Quasi nes­suno, da queste parti, ama parlare di tu­mori e poligono. «Temono che la situa­zione venga strumentalizzata per far chiudere la base. Si perderebbero posti di lavoro», dice Anna de Vita, del Comi­tato di tutela ambientale e salute. «Die­ci anni fa l'ex sindaco di Villaputzu de­nunciò pubblicamente che nel nostro paese c'erano troppi ammalati. Quelli che lo hanno appoggiato sono stati accusati di danneggiare l'economia, il turismo e la pesca. Qualcuno ha subito intimidazioni". Così adesso stanno tutti zitti. Non parla­no i pastori, che anzi ci scacciano: «An­date via, non vi vogliamo». Non parla C, negoziante di Villaputzu, che ha per­so due fratelli e ne ha tre malati: «Non c'è niente di strano». Non parla quasi più Gisella Dessi, che nel 2002 ha perso il marito Mario, dipendente della Vitro-ciset, azienda legata al poligono. "Ho sofferto troppo", sussurra al telefono. «Non sono mai stata contro la base, ma dovrebbero smettere di lanciare i missi­li. Sono quelli che uccidono». I pescatori, invece, non tacciono più. «Peschiamo razzi. Una barca ha tira­to su un missile con 100 chili di esplosi­vo, è stato fatto brillare al largo», denun­cia Alessandro Porcu, della Cooperati­va pescatori di Porto Corallo. «Ora nes­suno vorrà più il nostro pesce: dovreb­bero bonificare il mare». Quei pochi che parlano lo fanno per chiedere la verità. Come don Gianni Caboni, cappellano all'ospedale di Muravera. Suo padre ha un tumore e lui conforta ogni giorno tanti altri amma­lati: «Perché non mettono delle centrali­ne per valutare il livello di inquinamen­to? Perché non controllano le onde elet­tromagnetiche dei radar? Ho sentito di­re che anche quelle possono essere noci­ve. E poi, quello che fa paura è l'aggetti­vo "sperimentale". Che cosa sperimen­tano nel poligono? Sono anni che chie­diamo spiegazioni. Mi chiedo se davve­ro si voglia arrivare alla verità». Quelle che seguono sono le storie di al­tre quattro persone che non vogliono più tacere.

DANTE UTZERI, 70 ANNI, SAN VITO

«La mia Monica aveva 38 anni, è stata uccisa dalla Sindrome. Quando ha ini­ziato a stare male faceva già avanti e in­dietro tra casa e ospedale per via del suo bambino, Alessandro, che a 8 anni si era ammalato di leucemia. Era rico­verato per periodi lunghissimi, lei non lo lasciava mai solo. Alessandro ha fatto parecchi cicli di chemioterapia e, quan­do finalmente ne stava uscendo - aveva 14 anni -, si è ammalata Monica. «Un giorno le è venuta la febbre altis­sima, l'abbiamo portata all'ospedale di Muravera e lì abbiamo scoperto che aveva un linfoma di Hodgkin. Per sal­varla le abbiamo tentate tutte. Purtrop­po non ho potuto donarle il midollo per il trapianto: non ero abbastanza compa­tibile. Lei soffriva, diceva: "Papà, non ce la faccio più. Fatemi morire". Nel giugno 2003 hanno tentato l'autotra­pianto: è entrata in coma e non è più tor­nata indietro.

«Prima che si ammalassero mio nipote e mia figlia, anche io ero stato operato per un tumore benigno alla faccia. Mi chiedo spesso come mai tanti casi nella famiglia. Penso a quando con Mo­nica e suo marito andavamo ogni fine settimana a Quirra, dove c'è l'ovile del suocero. I bambini giocavano con i bos­soli abbandonati dai militari. Andava­mo a cercare pezzi di carburante solido per missile, li usavamo per accendere il fuoco e cuocere la carne. Mangiavamo anche i funghi dell'altopiano del Cardi­ga, dove, dopo le esercitazioni dei mili­tari, non cresce più l'erba. Tutto questo ha a che vedere con la morte di mia fi­glia? Vorrei tanto saperlo».

IVANA CASULA, 43 ANNI, QUIRRA

«Sono nata e ho sempre vissuto qui, a 500 metri dalla rampa di lancio dei mis­sili. Dietro casa mia c'è la torretta di av­vistamento: da lì i soldati controllano i lanci diretti verso il mare. Poco distante c'è un radar. Non ho problemi a vivere accanto alla base, anche se i missili fan­no un bel rumore. A volte perdono i pez­zi e li troviamo nelle campagne. «Non mi sono mai chiesta se i test mi­litari potessero provocare danni, fino a quando non si sono ammalati i miei ge­nitori. Sono morti a distanza di quattro anni. Mio padre Ferdinando nel '99, per un tumo­re alla lingua. Aveva 73 anni. Di quel perio­do ricordo un infer­no di chemio e viag­gi in ospedale. Poco prima che papà morisse, si è ammalata mamma. È morta nel 2003, si chiamava Peppina, aveva 72 anni. Aveva il linfoma di Hodgkin, lo stesso dei soldati in missione di pace nei Balcani.

«Con mia madre siamo state tra quelli che dieci anni fa, insieme all'ex sinda­co di Villaputzu. hanno denunciato che qualcosa qui non andava. Non l'avessi­mo mai fatto: in tanti ci hanno fatto ca­pire che non avevano gradito. Da un la­to li capisco: hanno paura che la nostra economia ne risenta, che nessuno com­pri più i formaggi e le arance di Quirra. Però, intorno casa mia è morta troppa gente. È giusto chiedersi perché. E vor­rei che qualcuno rispondesse».

GIAMPIERO MATTANA, 59 ANNI, SAN VITO

«Io, almeno, la mia storia posso raccon­tarla. Un giorno, nel settembre 2003, sta­vo cercando funghi sul monte Cardiga quando all'improvviso le gambe non mi hanno retto più. Il mattino dopo ho fatto le analisi del sangue e sono andato al la­voro, nel mio marmificio. Poco prima di mezzogiorno, mentre un operaio taglia­va una lastra, mi sono accasciato in un angolo. Quando mi sono svegliato era passata più di un'ora. Ero svenu­to e nessuno se n'era ac­corto.

«Il giorno dopo ero al­l'oncologico di Cagliari, con l'emoglobina a 3: leucemia. Quan­do ho detto ai medici che ero di San Vi­to, mi hanno risposto: "Stiamo cammi­nando sempre sullo stesso triangolo". Tutti i pazienti di leucemia che stavano seguendo venivano da San Vito, Perda-sdefogu e Villaputzu. «Ho sofferto tanto, ero diventato uno scheletro. Sono guarito con l'autotra­pianto. Molti miei amici, invece, non ce l'hanno fatta. In questa zona c'è qualco­sa che non va: nella mia famiglia quat­tro persone hanno problemi di tiroide. mia figlia ha avuto un tumore. È norma­le avere problemi di tiroide cosi vicino al mare, dove si respira iodio?».

CINZIA PIRAS, 36, E SUO MARITO FRANCESCO TODDE, 40, MURAVERA

«Con mio marito abbiamo una picco­la azienda agricola a Quirra. Ci abitava­no i miei nonni. Prima andavamo sem­pre, ora evitiamo: abbiamo paura. In quell'ovile è morto mio padre. Aveva 60 anni, soffriva di un tumore all'intestino. Dopo di lui si è ammalato ed è morto di leucemia mio zio. Ora "sono alle prese" con mia madre.

«Nella mia famiglia i casi di tumore non si contano. In questi anni ho visto mo­rire tanti amici, ragazzi di venti e quarant'anni stroncati da cancro al cervello e leucemie. Vorrei che si facesse chiarez­za. Le istituzioni locali per anni hanno negato il problema, poi ci hanno detto che a causare i tumori era l'arsenico del­le miniere presenti in questa zona della Sardegna. Ma una sentenza ha stabilito che non è vero. Spero che questa inchie­sta della Procura, e una nuova sentenza, ci restituisca finalmente la verità».

Tamara Ferrari


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cusati di danneggiare l'economia, il tu­rismo e la pesca. Qualcuno ha subito in­timidazioni».

Così adesso stanno tutti zitti. Non parla­no i pastori, che anzi ci scacciano: «An­date via, non vi vogliamo». Non parla C, negoziante di Villaputzu, che ha per­so due fratelli e ne ha tre malati: «Non c'è niente di strano». Non parla quasi più Gisella Dessi, che nel 2002 ha perso il marito Mario, dipendente della Vitro-ciset, azienda legata al poligono. «Ho sofferto troppo», sussurra al telefono.

plat7Non ho ancora visto su un Tg nazionale delle 20, sempre pronti a informarci dei cataclismi in casa altrui, un servizio sul disastro ambientale che è avvenuto quattro giorni fa a Porto Torres, quando una nave petroliera, a causa di una perdita nel tubo interrato che serve allo scarico, ha riversato nel mare un numero imprecisato di litri di Orimulsion, schifezza oleosa a base di bitume che la E.On sta probabilmente usando come combustibile nella vicina centrale di Fiume Santo. La quantità di combustibile perso in mare dichiarata dalla E.On è di 10mila litri, ma da quello che si vede sulla spiaggia di Platamona i tecnici della capitaneria di porto e i responsabili di Legambiente ipotizzano che non possano essere meno di 30mila. Sono già partite le interrogazioni parlamentari al Ministro dell’Ambiente, quelle locali alle amministrazioni e si moltiplicano le iniziative spontanee dei cittadini, disperati alla vista delle coste meravigliose del nord Sardegna imbrattate dal bitume e dalle conseguenze di questo disastro a tutti i livelli. Le foto delle condizioni della spiaggia di Platamona parlano da sole (quelle che ho messo qui le ha scattate Giovanni Pietro Spanu, ma c'è anche la gallery della Nuova Sardegna).

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Buste di plastica piene di schifezze: i primi interventi sulla spiaggia di Platamona.

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I tecnici sulla spiaggia di Platamona verificano lo stato del disastro e operano i primi interventi.

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Il combustile riversato sui sassi non può essere eliminato con i primi interventi.

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Questa è la sostanza che si è riversata in mare, una volta arrivata a riva.

Chi è E.On?
E’ un’azienda tedesca che rappresenta il più grande gruppo energetico al mondo a capitale privato. E’ anche una compartecipata di Endesa Italia, cioè di Enel, che di Endesa possiede il 93% delle azioni. Un soggetto molto forte sul mercato, e fortissimo nel nord Sardegna dove, dando lavoro a circa 300 persone indotto escluso, rappresenta una delle principali attività produttive del territorio.

Visto il fortissimo impatto ambientale che una centrale come quella necessariamente comporta (due gruppi a olio combustibile, due gruppi a carbone e due gruppi a turbogas per un totale di 912 MW di potenza), ci si aspetterebbe che le misure di sicurezza siano adeguate. Invece non è la prima volta che a Porto Torres succedono incidenti con danno ambientale collegati alla E.On. Nel 2000 una vasca di contenimento priva di tenuta stagna ha riversato in mare 700 tonnellate di materiale bituminoso di proprietà della Elettrogen di Fiume Santo, la stessa centrale E.On a cui era destinato il carico di Orimulsion andato disperso in mare martedì scorso. Se ne è saputo poco, e confesso di non essere riuscita a trovare su internet nessuna notizia di rinvio a giudizio per gli eventuali responsabili di quell’incidente. Mi auguro che possa farlo qualcun altro con più fonti di accesso*. (aggiornamento 18 gennaio: l'avvocato che se ne è occupato per parte civile mi conferma che per quel fatto non fu condannato nessuno. Vedi nota).

Quello che si trova facilmente sono invece le tracce del rapporto strettissimo della E.On con l’amministrazione Cappellacci.

Nell’aprile di quest’anno la E.On riceveva parere favorevole dal Ministero dell’Ambiente per l’installazione di un gruppo da 410 MW a carbone che dovrebbe sostituire quelli che attualmente vanno ad olio combustibile, a regime dall’83. Nessuno capisce perché, mentre il mondo va verso il progressivo abbandono dei combustibili fossili, in Sardegna il Ministero debba invece potenziare una centrale a carbone. Ma meno ancora si capisce perché mai la Regione dovrebbe dare il plauso a una iniziativa del genere, in completo contrasto con la vocazione turistica del nord Sardegna. Cappellacci se ne mostra invece contentissimo, e infatti il 27 aprile scorso dichiara alla stampa: "E' stato superato l'ultimo reale ostacolo alla concreta realizzazione di un progetto strategico per il Nord Sardegna, che ha ricevuto il convinto sostegno della Regione in virtù delle positive ricadute per le imprese e l'occupazione del territorio sassarese". Il motivo di tanta soddisfazione probabilmente è da ricercare nel fatto che la E.On, per ottenere il sostegno della Regione Sardegna, ha accettato di trasferire la sede fiscale a Porto Torres, con una ricaduta molto rilevante per le casse dell’erario regionale.

Non finisce qui.
Appena quattro mesi dopo il sempre radioso Cappellacci convoca una conferenza stampa durante la quale informa di aver siglato un accordo con la E.On che riguarda l’installazione di un grosso impianto fotovoltaico, e che prevede da parte della Regione una concessione territoriale di altri cento ettari in cambio della localizzazione fiscale della società sul territorio sardo, dell’utilizzo di manodopera e imprese locali per il 30% delle attività di realizzazione e manutenzione degli impianti. Uno scambio vantaggioso.
Ma quanto vantaggioso?
Nel mese di giugno sono stati versati da parte di E.On, a titolo di anticipo delle imposte IRAP e "Robin tax", 25,5 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai circa 50 milioni di euro versati nel novembre del 2009. A tale cifra deve essere sommato anche quanto versato da E.On Italia Spa, la holding del gruppo, che nel mese di luglio ha lasciato in Sardegna 13,2 milioni di euro. Alla luce di queste cifre si comprendono le parole soddisfatte di Cappellacci mentre vende l’anima della Sardegna al diavolo: “Con l'atto siglato oggi le volontà della Regione Sardegna e del gruppo industriale si incontrano ancora una volta. Questo avviene quando le azioni dei privati sono coerenti con l'idea di sviluppo che abbiamo per la nostra Isola".

Quanto costa l’idea di sviluppo che Cappellacci ha della nostra Isola?
Non lo so quanto vale il disastro di Platamona; oggi c’è un prezzo per tutto, anche per i sassi intrisi di olio, per la sabbia inquinata, per i pesci morti e per il mare avvelenato. Verrà fatto un calcolo dei danni, ma nel fare questo calcolo è sperabile che l’ARPAS - l'agenzia regionale che ha compiti di monitoraggio e controllo ambientale e fornisce supporto tecnico alle autorità anche in materia di sanzioni - abbia il coraggio di fare le pulci fino in fondo ad un partner tanto remunerativo.

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*Cara Michela, in qualità di legale di parte civile di un'associazione ambientalista, ho seguito il processo relativo all'incidente del 2000, a seguito del quale furono sversate circa 700 tonnellate di Orimulsion dalla Centrale, allora Elettrogen, di Fiumesanto. Un disastro che, al momento, parrebbe peggiore di quello dell'11 gennaio scorso. L'allora responsabile dell'Elettrogen venne rinviato a giudizio per reati contravvenzionali relativi alla violazione della tutela delle acque (art. 59, 5° co. Dlgs 152/99) e allo smaltimento di rifiuti bituminosi provenienti da un bacino di contenimento privo di tenuta stagna (art. 51, 2° co. Dlgs n. 22/1997). Nel corso del processo il reato si prescrisse, ma un impianto accusatorio debole e non supportato da adeguate rilevazioni tecniche rassicurò la difesa dell'imputato che rinunciò alla prescrizione. Il risultato fu l'assoluzione per il capo A) perchè il fatto non costituisce reato, e sul capo B) perchè il fatto non sussiste. Un caro saluto. Pina Zappetto

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 21 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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