(Non lo chiedo mai, ma su questo articolo pongo esplicita richiesta di condivisione, per contrastare il silenzio che sta subendo Giorgio Meletti)
L'anno scorso avevo scritto per Tiscali un articolo sulla raffineria Saras, ma avevo omesso di dire che la Saras ha un ufficio stampa che fa il contrario di quello che normalmente fanno gli uffici stampa: esiste per fare silenzio intorno alla Saras. Nessuno deve parlarne, nessuno deve scriverne, nemmeno le attività culturali e benefiche finanziate dalla Saras devono essere riconducibili esplicitamente alla sua sponsorizzazione. Anche se la più grande raffineria del Mediterraneo appartiene alla famiglia Moratti, né Gianmarco né Massimo si sognano di scrivere SARAS sulle magliette dei giocatori dell’Inter. La parola d’ordine è sempre la stessa per tutti, dal presidente all’ultimo degli abitanti del comune di Sarroch dove hanno sede gli impianti: la Saras non esiste. O se esiste, non è una raffineria: è un posto utile, pulito, interessante e simpatico. Ecologico, nientemeno. Lo dice anche il gabbiano Gaby, il protagonista del cartone animato che viene mostrato nelle scuole nell’ambito di un programma educativo rivolto ai bambini del circondario, cioè i figli dei dipendenti della raffineria, i suoi lavoratori del futuro. Il progetto si chiama Saras per la scuola e serve a rendere familiare ai bambini la presenza della raffineria sul loro territorio, abbattendo timori e resistenze. Il gabbiano Gaby illustra le buone pratiche per risparmiare energia e non inquinare, come se il problema dell’inquinamento a Sarroch fossero i comportamenti dei bambini delle scuole.
Peccato che dentro la raffineria non lavorino gabbiani parlanti, ma esseri umani con nomi e cognomi, uomini con famiglie e giovani con progetti di vita, alcuni dei quali la vita tra quelle mura ce l’hanno anche lasciata. Un anno e mezzo fa dentro lo stabilimento di Sarroch sono morti Pierluigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, tre operai di una ditta esterna che operavano in condizioni di sicurezza che il pubblico ministero ha stabilito essere insufficienti e quindi potenziale causa del loro decesso. In relazione a questo fatto quattro giorni fa la procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo di tre dirigenti della Saras e del suo amministratore delegato, Gianmarco Moratti. Nessun giornale tranne Il Fatto Quotidiano ha dato questa notizia, perché evidentemente l’ufficio stampa della Saras fa bene il suo lavoro: la Saras non esiste, e se non esiste nessuno muore alla Saras e nessuno è responsabile di quelle morti. Chi prova a dire il contrario si trova davanti un muro impenetrabile di “vorrei ma non posso”. È successo l’anno scorso a Massimiliano Mazzotta, il regista che sulla Saras ha realizzato il documentario OIL, e che per quel film si è trovato ad affrontare lo stuolo di avvocati della famiglia di petrolieri che ne chiedevano il ritiro. Ai Moratti è andata male: il giudice non ha autorizzato il ritiro e il documentario lo abbiamo visto tutti. Ma la stessa cosa sta succedendo quest’anno a Giorgio Meletti, che per ChiareLettere ha appena fatto uscire un libro fondamentale per capire i silenzi della Saras. Si intitola Nel paese dei Moratti (Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale) ed è un’inchiesta con un tale carico di informazioni e collegamenti che i Moratti devono averne proprio paura se in nessun giornale accettano di recensirlo o di parlare dei temi che solleva.
Qualcuno a parlarne però ci prova lo stesso. Per esempio va reso merito al Comune di Sarroch di aver organizzato proprio una presentazione di questo libro. Il direttore generale della Saras, uno dei quattro rinviati a giudizio per la morte dei tre operai, evidentemente non lo considera un merito, tanto che ha spedito a tutti i dipendenti della raffineria questa lettera sottilmente intimidatoria, che illustra chiaramente che cosa l'azienda si aspetta dal Comune di cui è primo contribuente e datore di lavoro monopolista:
“Siamo venuti a conoscenza che il Comune di Sarroch ha organizzato un evento per la presentazione del libro di Giorgio Meletti “Nel Paese dei Moratti”. Consapevoli che questa recente pubblicazione ha suscitato qualche interesse e curiosità, desideriamo condividere un breve commento al riguardo. Ci interessa evidenziare che il libro, al netto di alcune inesattezze e dell'utilizzo strumentale di alcune informazioni, non rende soprattutto merito dell’impegno profuso e dei risultati che Saras ha conseguito in oltre 40 anni di attività a favore della crescita economica e sociale del territorio e dello sviluppo di una cultura industriale ed organizzativa di cui tanto il nostro Paese ha bisogno. Ci auguriamo che questo sia lo spirito che ha indotto il Comune di Sarroch ad invitare l'autore del libro per un pubblico dibattito. Tutti, anche coloro che gravitano a vario titolo intorno alla nostra realtà, dovrebbero infatti farsi interpreti della sfida che come impresa quotidianamente viviamo: essere un punto di riferimento come produttori di energia sostenibile che alimenti la vita delle persone”.
Sorvolando sul fatto risibile che il petrolio viene definito "energia sostenibile", immagino che non serva precisare che alla presentazione del libro non è andato nessun operaio della Saras. Se fossi un giornalista di un giornale libero sardo a questo punto chiederei una intervista al direttore generale della Saras e gli porrei queste domande: signor direttore, se non è vero niente di quello che c'è nel libro, perché inibirne la presentazione? Se si può dimostrare che Giorgio Meletti mente, perché non portare quanto può smentirlo?
Ogni tentativo di far tacere chi vuole scrivere o girare o parlare su quello che succede alla Saras dimostra solo una cosa: che le cose che scrive Meletti non possono essere facilmente smentite. Ecco perché è molto più conveniente che nessuno le senta ed ecco perché il direttore generale non mi rilascerebbe nessuna intervista.
L'ufficio stampa alla Saras funziona benissimo.
Operai morti a Saras: chiesto processo per 4. Chiesto il rinvio a giudizio per la morte dei tre operai, avvenuta il 26 maggio 2009, in una cisterna dello stabilimento Saras di Sarroch. Tra gli indagati per omicidio colposo, il dg della Saras, il direttore delle operazioni industriali, quello della raffineria e il responsabile dell' area dove sono morti gli operai.Insomma, se il Corriere fosse l'unico giornale d'Italia, nessuno saprebbe che la Saras è dei Moratti e che uno degli imputati è Gianmarco Moratti.
Ciao,
Giusto fare le indagini sui Moratti per al morte dei 4 operai, ma mi spiegate che c'entra l'Inter? Il calcio è "solo" la quarta industria italiana per giro d'affari completamente indipendente dalle industrie dei vari presidenti di Club. Il sillogismo "un campione in più nell'inter vuol dire meno sicurezza alla Saras" è un'analisi da bambini della scuola elemtare. I club di serie A sono in tutto e per tutto SPA con diversi dirigenti e diversi bilanci del tutto indipendenti l'uno con l'altro. Fare le indagini sui morti, sulla sicurezza e sull'incidenza dei tumori sul territorio è un dovere ma lasciamo stare il calcio che non c'entra niente.
Citazione Alessandro:Ciao,
Giusto fare le indagini sui Moratti per al morte dei 4 operai, ma mi spiegate che c'entra l'Inter? Il calcio è "solo" la quarta industria italiana per giro d'affari completamente indipendente dalle industrie dei vari presidenti di Club. Il sillogismo "un campione in più nell'inter vuol dire meno sicurezza alla Saras" è un'analisi da bambini della scuola elemtare. I club di serie A sono in tutto e per tutto SPA con diversi dirigenti e diversi bilanci del tutto indipendenti l'uno con l'altro. Fare le indagini sui morti, sulla sicurezza e sull'incidenza dei tumori sul territorio è un dovere ma lasciamo stare il calcio che non c'entra niente.
Cioè, scusa Alessandro, tu veramente non vedi il nesso?
Perché si dovrebbe lasciare stare il calcio, poi? Manco fosse il dogma dell'immacolata concezione!
Il calcio italiano è corrotto, menefreghista e furbo come il resto della baraccopoli. Di cui costituisce un elemento portante, questo sì. Sai che vanto!
E te lo dice un grande appassionato di calcio.
nonchè favorevole a pagare quegli scarponi viziati 2000 euro al mese e non di piu. Purtroppo le regole le fa il mercato e se le TV grazie ai nostri abbonamenti riescono a pagare 100 milioni di euro all'anno di diritti in chiaro e pay, è normale che i protagonisti abbiano quei faraonici ingaggi.Ciao, Alessandro.
Ho capito meglio il tuo punto di vista.
Il problema qui, però, è simbolico, oltre che economico. Al di là del nesso diretto o indiretto tra profitti della SARAS e spese dell'Inter. E rientra a pieno titolo, più in generale, nel problema storico dell'egemonia capitalista (una cosetta da niente).
In questo senso, credo che il collegamento non solo sia lecito, ma doveroso.
Meletti è sardo, contrariamente a quanto detto da me più sopra. Mi scuso per l'errore.
Ma la mia non era una attribuzione di appartenenza etnica. Intendevo sottolineare che in Sardegna vige ancora una certa ideologia. Ideologia cui Meletti evidentemente è riuscito in qualche modo e misura a sfuggire. Quella della nostra atavica subalternità, riscattata dalla luce di una superiore civiltà, ovviamente esterna.
Da quel principio esistenziale, metabolizzato fino a diventare spontaneo in molti di noi, nasce una falsa coscienza che si esprime regolarmente in formule standardizzate:
1) prima qui c'era la fame; se non fosse arrivata la SARAS (o il petrolchimico a Ottana o Porto Torres, o l'Aga Khan nei Monti di Mola, o gli industriali caseari romani centotrenta anni fa, ecc.) qui ci sarebbe il deserto;
2) preferisco dare da mangiare ai miei figli oggi, anche se mi costa morire giovane, piuttosto che crepare comunque ma di fame (ritornello sentito dai minatori in più di cento anni di attività estrattive e ripetuto oggi da Portovesme all'Asinara).
Sono tutti luoghi collegati tra loro, come un sillogismo (o un entimema). In raltà sono nella migliore delle ipotesi dei tragici paralogismi. Ragionamenti apparentemente logici, in realtà infondati,ma forti della loro ripetizione ossessiva. Infatti sono sempre molto in voga e vengono propalati ancora a piene mani da forze politiche e sindacati. I quali sindacati hanno come orizzonte rivendicativo più avanzato la richiesta di un nuovo Piano di Rinascita. Da trent'anni.
Qualcuno ha idea di cosa siano stati i Piani di Rinascita in Sardegna? Qualcuno è consapevole della loro radice politica, della loro insensatezza economica e della loro pericolosità sociale e culturale? Sono domande retoriche, perché mi sa proprio che questa consapevolezza, almeno a livello diffuso e condiviso, manca.
Ed ecco la SARAS, la più grande (si dice) raffineria del Mediterraneo, impiantata negli anni Sessanta in uno dei posti più belli e meglio dotati di risorse della Sardegna. Un posto che sarebbe stato un gioiello turistico, nonché una zona di grande produzione agricola, se non fosse stato violentato e forse irrimediabilmente deturpato e impoverito dalla monocultura industriale.
Ma tra vent'anni probabilmente la SARAS non ci sarà più. O pensiamo che il mercato del petrolio continuerà ad essere così florido e produttivo per sempre?
E legarsi agli interessi privati di un unico soggetto è veramente così lungimirante? Basterà che quello stesso interesse cambi oggetto, o trovi una localizzazione più profittevole, e il gioco è fatto. Ciao ciao Moratti.
Cosa spera un operaio SARAS o dell'indotto, magari ancora giovane, tipo sui trentacinque anni, magari con uno o più figli piccoli? Spera di non morire troppo presto, di poter dare una mano ai figli per il loro futuro. Ma di quale futuro stiamo parlando? Un futuro in fabbrica? È uno scenario plausibile? Ed è auspicabile?
Di certo c'è solo che i Moratti con la SARAS hanno fatto enormi profitti, la cui parte ricaduta sul territorio sotto forma di tributi erariali o di investimenti extra-industriali è talmente irrisoria da essere quasi offensiva. Specie se commisurata agli investimenti fatti... nell'Inter.
Basta con le favole. Diamoci una svegliata. I mass media mainstream sardi, di qualsiasi cosa si possa vantare Mauro Lissia, non saranno certo i protagonisti di una riscossa culturale, sociale e politica in Sardegna. Troppi vincoli, troppi interessi concreti dei loro editori (o gli investimenti di De Benedetti nel settore energetico non contano nulla?).
Ben vengano i Meletti e le Michela Murgia, dunque. A medas annos cun salude!