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Sardegna24 ha smesso di uscire lasciando a terra una redazione di bravi giornalisti, grafici e tecnici, una squadra di collaboratori ancora da finire di pagare, qualche debito da saldare e un senso di diffusa delusione per il fallimento di un progetto editoriale alla cui nascita molti avevano guardato con favore, invocando alternative per l'asfittico panorama dell'informazione sarda. Anche l'esistenza di questa aspettativa, non concretizzata poi dalle vendite, aggiunge domande al ragionamento sulla chiusura del quotidiano. Perché chiude dopo sette mesi un giornale di cui tutti dichiaravano di sentire il bisogno?

Chi è stato responsabile o coinvolto a vario titolo in questa avventura l'analisi la sta già facendo e progressivamente rendendo pubblica, ma è un processo che richiede un'onestà intellettuale che difficilmente troverete tra i contributi inveleniti di chi – per meschine ruggini personali - il suo coccodrillo su Sardegna24 lo aveva pronto già da mesi. Non essendo mai stata soriana, a differenza della maggior parte di questi ultimi io parto con il vantaggio di non avere Renato Soru, i soriani, gli antisoriani e il sorismo come parametro di comprensione di qualunque fenomeno culturale, economico o metereologico si verifichi nel raggio di 250 chilometri da me. Ma non pretendo neppure di essere imparziale, perché - Soru o non Soru - su quel giornale ci ho scritto con regolarità dal giorno in cui è uscito in edicola fino a quello in cui ha salutato i lettori. Ho voluto farlo non solo perché godevo della libertà che dovrebbe essere ovunque il minimo sindacale per chiunque, ma soprattutto per la gioia rara di partecipare alla creazione di un quotidiano nato con l'ambizione di fare qualche differenza nel consolidato bipolarismo giornalistico dell'isola.

Differenza è una parola importante, che sottintende l'esistenza di un progetto editoriale che segua parametri nuovi rispetto all'esistente; credo di poter affermare che da questo punto di vista Sardegna24 un giornale diverso lo è stato davvero. Migliore o peggiore sono giudizi che attengono alla sfera del gusto. Di sicuro non era maggioritario, e questo non perché la maggioranza scegliesse e abbia continuato a scegliere altri strumenti di informazione, ma più semplicemente perché sin dall'inizio non gli sono state garantite le condizioni economiche indispensabili per raggiungere tutti. A dispetto delle leggende metropolitane sui favolosi capitali di partenza, Sardegna24 è infatti partito con l'handicap di un investimento limitato che ha escluso sin da subito la possibilità di coprire tradizionalmente i fatti dell'intero territorio di distribuzione, e questo nonostante nella maggior parte dei paesi sardi l'unico modo di fruire delle notizie sia spesso ancora quello convenzionale. Questo è un errore dell'editore, nessuno può negarlo.

Giomaria Bellu, che pure di giornali ne capisce più di me e del suo editore, con questo vulnus ha comunque accettato di fare i conti sin da subito, e anche se più di una volta Sardegna24 sotto la sua direzione è riuscito nel miracolo di arrivare per primo su alcuni ambiti d'inchiesta poco battuti dagli altri, è stato sostanzialmente un quotidiano di opinione. Non è un difetto, anzi io ero contenta, perché la mia generazione le notizie di carta vecchie di 24 ore non le compra più da anni. A me non serve un giornale che mi dica quello che non so – lo trovo già gratis su internet - ma che dica quello che io non so dire, forse perché non l'ho capito, perché mi è sfuggito e forse perché non so mettere insieme i puntini del linguaggio spesso autoreferenziale del giornalismo tradizionale.

La caratteristica principale dell'impostazione di Sardegna24 era quindi molto orientata all'opinione e alla rilettura dei fatti attraverso la molteplicità delle voci a confronto. Il direttore ha fatto la scelta controcorrente di dedicare la spazio principale del quotidiano a qualcosa che sugli altri giornali è affidata, quando va bene, alle pagine culturali o all'editoriale esterno. Una modalità nuova, quindi, ma col peccato originale di appoggiarsi in tutto e per tutto a uno strumento vecchio. Se proprio di carta doveva essere - ed è difficile immaginare il contrario quando uno degli editori formali è proprio uno stampatore di quotidiani - solo l'esistenza di una robusta sinergia tra web e media territoriali avrebbe permesso a Sardegna24 di colmare il divario tra la domanda dei lettori e l'assenza di una forte rete di corrispondenti sul territorio. Solo l'apertura a una community di lettori interagenti avrebbe garantito alle opinioni di arrivare in modalità orizzontale, salvando la sfida intellettuale di Giomaria Bellu dal rischio di essere percepita come didattica. Ma anche per fare questo ci vogliono gli investimenti e una prospettiva imprenditoriale seria, che negli editori di questo giornale è evidentemente mancata.

Infatti internet e i social network in questo progetto hanno avuto un peso nullo e questo è stato un altro fondamentale errore strategico. Lo dico anche per chi ha voluto vedere una responsabilità del fallimento del giornale nell'ipertrofica presenza degli editorialisti: forse non tutti sanno che i blog personali di politica e attualità in Sardegna fanno numeri da capogiro a prescindere alla qualità dell'analisi che offrono, con una mole di contatti giornalieri che in alcuni casi (il mio non è l'unico) supera di parecchio il punto di equilibrio del bilancio che sarebbe bastato a Sardegna24. Quel target esiste eccome, ma non è più raggiungibile con i giornali di carta, o comunque non solo con quelli.

Cosa vuoi che succeda quando un editore vuole che qualcuno gli faccia un giornale tradizionale senza dargli la fiducia economica sufficiente per coprire tutto il territorio, e allo stesso tempo non gli dà neanche le risorse per aprirsi una prospettiva verso quei lettori che i giornali di carta non li comprano più? Succede che i giornali chiudono, di chiunque siano. Insieme alla sua redazione Giomaria Bellu ci ha provato coraggiosamente mettendoci anche del suo, ma le condizioni non erano superabili con la sola determinazione e il risultato è che ora quella voce è spenta e siamo tutti più muti.
Chi vorrà provarci in futuro saprà cosa non fare e, nel caso, anche di chi non fidarsi.

Sono curiosa di vedere se il governo Monti, tra un aumento d'aliquota e un innalzamento di età pensionabile, intenda usare le forbici anche sulle spese militari. Ignazio La Russa, prima che si chiudesse il dimenticabile intervallo in cui è stato ministro della Difesa, aveva infatti annunciato investimenti militari per il 2012 pari a 21.342 milioni di euro, cifra di cui farei fatica a capire la portata se non sapessi che è quasi 4 volte superiore a quella stanziata per il sistema universitario. Quello militare e quello scolastico hanno bisogni diversi, obietterà qualcuno. Ma forse non poi così diversi, visto che le forze militari continuano a considerare la scuola pubblica come luogo di educazione privilegiata della cultura militare e che ogni tanto la scuola pubblica si comporta come se volesse dar loro ragione. Succede per esempio il 4 novembre, quando con la complicità di qualche dirigente scolastico i militari hanno preso l'uso di accogliere le scolaresche tra le loro mura nell'ambito di un'iniziativa chiamata "Caserme aperte". Ma capita anche che solerti insegnanti vestano i bambini delle elementari con la tuta mimetica per accogliere i reggimenti in visita di cortesia. Succede persino che i docenti promuovano la partecipazione degli alunni a concorsi a premi indetti dalle forze armate in cui si esaltano e edulcorano le missioni militari all'estero. E' di ieri la notizia che quest'anno la Brigata Sassari, con la complicità dell'Ufficio Scolastico Regionale sardo e di tutti gli insegnanti e i dirigenti che hanno accettato di partecipare al progetto "Un soldato italiano in Afghanistan, una lettera per Natale", si è fatta propaganda tra i banchi di scuola facendo scrivere ai bambini mille letterine che saranno recapitate entro Natale ai soldati sardi in "missione di pace" in Afghanistan. Lo scopo dell'iniziativa è facilmente interpretabile: suscitando sentimenti di vicinanza ai soldati sui fronti di guerra nello stile della peggior retorica fascista, i bambini familiarizzeranno con l'idea che la carriera militare è un mestiere socialmente giusto e persino eroico, che può far parte del loro orizzonte di prospettiva ideale e un giorno - perché no? - anche reale, come del resto è reale per circa 2000 giovani sardi. Capisco l'esercito, le brigate, le caserme e i militari, per i quali è essenziale normalizzare nell'immaginario dei civili la propria presenza e le proprie attività, soprattutto quelle più discutibili come le missioni estere. Capisco molto meno i dirigenti scolastici e i docenti che si prestano a queste becere e inaccettabili attività di propaganda con le quali i bambini vengono strumentalizzati e inculturati a considerare l'attività militare normale e giusta. Sarei curiosa di sapere come tutto questo venga giustificato didatticamente.

La seguente (ironica) lezione accademica l'ho tenuta il settembre scorso a Seneghe in apertura del festival Cabudanne se sos poetas. Ha come tema il lessico familiare sardo, con particolare focalizzazione sulla pratica della maledizione affettuosa.


 

Il lessico familiare tradizionale in Campidano è naturalmente poetico, ma di una poeticità che starebbe molto male se scritta su libretti in brossura tenuti in mano da signorine dall'animo delicato che guardano i tramonti in riva al mare. La poesia sarda familiare era - e in qualche fortunato caso è ancora - una poesia essenzialmente pratica, un supporto ritmico al disbrigo delle cose quotidiane.
Non credo di stupire nessuno dei presenti se affermo che le comunicazioni familiari normali in tutta la Sardegna avvenivano spesso in rima. A differenza della poesia pubblica, che è testimonanza, stupore, spettacolo, maestria e genio inventivo, la poesia familiare obbedisce però a esigenze molto più comuni, oserei dire prosaiche, se non temessi di generare ossimori. È estemporanea, si genera quando serve, è contingente; il che non vuole dire che sia sempre improvvisata, anzi. In una famiglia le circostanze in cui può servire la poesia non sono infinite, per quanto numerose, e nelle stratificazioni del tempo tutte hanno finito per essere codificate poeticamente. Così se una rima si rivela efficace in una casa, di bocca in bocca diventa una rima del vicinato, poi del paese e poi di intere regioni, fino a raggiungere tutta l'isola. Quelle rime cambiano solo quando qualcuno particolarmente brillante genera un'assonanza poetica così efficace e funzionale da sostituire la precedente. Allora quella rima viene usata da tutti.

La poetica del lessico familiare sardo ha tre scopi:

  • Uno scaramantico: esorcizzare catasfrofi.

  • Uno irenologico: sdrammatizzare conflitti e qualche volta evitarli.

  • Il terzo è rimorchiare.

L'esorcismo della catastrofe è lo scopo più perseguito – cosa ovvia, dato che ogni famiglia è di per sé una catastrofe permanente - e si esprime soprattutto con il registro dell'augurio maledicente, altrimenti detto frastimu. È importante chiarire il senso del termine frastimu, erroneamente tradotto in italiano con “bestemmia”. Su frastimu è una maledizione. Se la lingua sarda usa la stessa parola per riferirsi alla maledizione rivolta a Dio e alla maledizione rivolta agli uomini non è una povertà del lessico, anzi: significa che le due cose, offendere Dio o offendere l'uomo, hanno la stessa gravità morale.

Quindi normalmente su frastimu è un'arma seria, l'artiglieria pesante del linguaggio: usato fuori dal lessico familiare è un approccio interrelazionale violento e bellicoso. Quando si arriva a frastimare qualcuno è perché gli spazi di conciliazione si sono completamente esauriti e si può invocare definitivamente contro di lui l'azione del cielo e dell'inferno.
Ma lo stesso identico frastimu usato dentro le mura di casa ha un significato completamente differente e non solo non augura realmente il male, ma evocandolo lo esorcizza.

Ecco alcuni dei frastimus familiari più diffusi e affettuosi, presentati nel loro naturale contesto.

Bambino che grida come se lo scannassero:

Maaaamma! / Sa spramma ti pighit!

Traduzione: che tu possa subire un trauma pari a quello che si verifica nell'animo dinanzi alla più spaventosa delle catastrofi.

Esegesi della rima:
Il tuo grido mi ha allarmato, ho temuto ti fosse accaduto qualcosa: forse uno spavento di quel tipo ti insegnerebbe a misurare le tue vocalizzazioni fino a distinguere l'urlo da scannatoio da una semplice richiesta di attenzione.

Bambino che emette rabbiosi respiri sincopati al termine di un pianto isterico:

Humpf... / Unfrau t'agatint!

Traduzione: O figlio, che tu venga ritrovato gonfio e livido.

Esegesi della rima: Ora credi che il dolore e lo scorno che stai passando siano il peggio che ti possa capitare nella vita, ma se conoscessi fino a che punto è brutto quello che può capitarti nella vita, forse ridimensioneresti questo tuo capriccioso singulto.

Bambino che fa i capricci per mangiare.

Non mi piace la minestra. / Una gherra a sa lestra ti zerrit!

Traduzione: Un conflitto bellico ti richiami al fronte senza indugio.

Esegesi della rima: Se conoscessi la fame che si patisce in tempo di guerra, non ti permetteresti di fare i capricci davanti alla minestra.

Bambino che si ferisce accidentalmente in giardino.

Babbo, mi ha punto la rosa! / Comenti faint in Bosa fezast.

Traduzione: Comportati come farebbero nella ridente cittadina di Bosa.

E come fanno in Bosa, o babbo? / Candu proit lassant proi.

Esegesi: Ovvero "quando piove non cercano in alcun modo di impedirlo", diversamente da tutto il resto della popolazione sarda, che tende a drammatizzare ogni minimo evento metereologico. Il detto fa riferimento all'atteggiamento particolarmente fisolofico con cui pare che i bosani prendano la vita.

Starnuto improvviso.

Etciu! / Mazzuccu!

Esegesi e traduzione: un colpo di attizzatoio porrebbe fine alla sofferenza che ti deriva dall'essere influenzato. E' un'offerta di colpo di grazia, diciamo.

La risposta in rima è:

A immi accinnau e a tia iscuttu / a me basta l'accenno per guarire, a te potrebbe volerci il contatto diretto con l'arnese.

Esegesi: non drammatizzare, essere influenzati è sempre meglio che essere ammazzati a colpi di attizzatoio.


GESTIONE DEL CONFLITTO

Nella gestione del conflitto familiare mia nonna era in grado di generare maledizioni molto complesse contro noi nipoti, quindi più terribili. Oggi anche solo a pensarle ti chiamano il telefono azzurro.

Nipote che torna in ritardo.

Seu arrescia cun-d-un'amiga... / a pillu a pillu ti ndi pappit sa fromiga.

Traduzione: Scusami nonnina, ho fatto ritardo perchè parlavo con un'amica e non mi sono resa conto dell'ora / Possa tu venire divorata brandello a brandello da un formicaio.

Esegesi: Se tu conoscessi la tortura della lenta attesa del peggio sapresti che cosa ho passato io vedendo che non tornavi all'ora stabilita.

Rottura accidentale di un vaso pregiato.

Cess, ta dannu! / A cagai a iscannu ti potint!

Traduzione: Gesù, nonnina, che terribile disastro! / Possa tu finire in sedia a rotelle e aver bisogno di essere accompagnata anche a fare i tuoi bisogni.

Esegesi: Quel vaso era prezioso per me come per te lo sono le gambe.

Fratellini che litigano per un giocattolo

Me lo ha portato via! / Is ogus sa stria ti ndi pappit!

Traduzione: Che la civetta ti divori le pupille degli occhi!

Esegesi: Non è grave: se la civetta ti rubasse gli occhi allora capiresti cos'è la nostalgia delle cose preziose.

Prestito di denaro che si sospetta a fondo perduto.

Mi nd'aiant a serbiri chentu / S'andada de su 'entu fezast.

Traduzione: Me ne servirebbero cento / Che tu possa fare la strada stessa del vento.

Esegesi: Ho la sensazione che i soldi che ti sto prestando non torneranno indietro, come non torna indietro il vento quando soffia. Se è così, rischi lo stesso destino.

Critiche all'abbigliamento.

Bah, Maria Funtaoru est arribada! / S'arrisu de s'arenada.

Traduzione: Ecco, giunge Maria vestita come la Befana / La stessa risata della melagrana ti sorga alle labbra.

Esegesi: Per vedere il sorriso della melagrana, cioè la fessura che ne fa intravedere i chicchi, il frutto deve schiantarsi a terra dall'albero, quindi la frase significa: ti auguro di perdere i denti per un colpo violento, possibilmente da caduta precipitosa in avanti.

Fratelli che si incolpano a vicenda.

È stata Michela! / Unu a sa pira e s'ateru a sa mela s'appichint.

Traduzione: Che siate impiccati entrambi, uno al pero e l'altro al melo.

Esegesi: Non credo nemmeno per un attimo che il colpevole di tutto questo casino sia solo uno: meritereste entrambi una punizione esemplare.

Uomo di casa che rimanda di continuo la riparazione di un guasto idraulico.

Ti ho detto che lo aggiusterò stasera! / Che una candeba de chera t'incandis.

Traduzione: Ti auguro di consumarti in agonia con la stessa lentezza con cui lo fa una candela.

Esegesi: L'attesa che mi stai facendo patire per sistemarmi il sifone è per me un'agonia, concetto che evidentemente ti sfugge.


 

DICHIARAZIONI D'AMORE

Nella mia famiglia le dichiarazioni d'amore sono rimaste prevalentemente cosa privata e probabilmente non poetica. Ma ce n'è una che invece lo è stata ed è ricordata già da due generazioni come una delle cose più significative che siano mai avvenute in famiglia. Mio zio Giovanni detto Caoru si innamorò di mia zia Annetta detta Sadazzu e mandò un paraninfo a fare da mediatore per la cosa, diciamo. Il giovane, che non aveva modo di incontrare mia zia da sola (erano altri tempi) dovette tentare l'ingaggio amoroso alla presenza delle sue amiche:

Giuanni at nadu de ti nai ca ses frori de maju e prup'e crivaxiu.

Traduzione: Giovanni ha detto di dirti che sei delicata come un fiore di maggio e desiderabile come la mollica di un pane soffice.

Ovviamente mia zia non poteva sdilinquirsi davanti alle amiche: l'etichetta richiedeva anzi che si mostrasse altera e sdegnata. Leggenda vuole quindi che abbia risposto in rima:

Naraddi ca caricaturas che issu nd'agatu in d'omnia muntonarxiu.

Traduzione: rispondogli che caricature par suo ne trovo a iosa in ogni immondezzaio.

La giusta esegesi, fondata sui pilastri del tradizionale registro antifrastico sardo, chiarisce il senso della frase: digli che anche lui mi piace. Infatti l'amico di mio zio tornò soddisfatto al mittente per riferire che la ragazza era disponibile a continuare la trattativa per su fastiggiu.

Capite anche voi che questa tecnica raffinatissima non ha niente a che vedere con l'adolescenza legnosa di chi è nato nel 1972, quando questo felice tipo di approccio già era scomparso e il massimo del romanticismo era rappresentato da uno che ti mandava il compagno brufoloso per dirti sbrigativamente: “Oh, ha detto Coso di dirti se ti metti.”

Però non bisogna illudersi: non sempre l'esito dell'approccio poetico porta al risultato sperato, specialmente quando la tecnica non è particolarmente raffinata. Si narra in quel di Nurachi di una famosa serenata fatta da un pescatore soprannominato Sardina a una giovine fanciulla di nome Lughia. Sardina con gli amici si recò sotto la finestra della bella di cui voleva conquistare il cuore e si lanciò in un canto affidandosi all'improvvisazione, in cui però non era esattamente un falco. Ecco il componimento:

Pesa, Lughia

ch'est arribau Sardina

s'amig'e s'anciua

saludus a tia e puru a mamma tua.

Destati dal tuo giaciglio di fanciulla, o Lucia!

Giunto a te è Sardina

l'amico dell'Acciuga

che porta il suo saluto a te e già che ci siamo anche alla tua augusta genitrice.

Si narra che non abbia invocato esattamente il saluto sulla madre e sulla figlia, con il risultato che alla finestra si è affacciato il padre della fanciulla – nonché marito della signora di cui erano state onorate così rusticamente le beltà – con intenzioni tutt'altro che amichevoli. Non serve aggiungere che tra Sardina e Lughia non è nato l'amore, ma a Nurachi a distanza di quarant'anni questa memorabile serenata ancora se la tramandano come prova delle conseguenze in cui può incorrere chi vuole cimentarsi in poesia senza averne, per così dire, la struttura.

Molto più raffinato, ma con conclusione comunque maliziosa, fu il corteggiamento tra i miei anziani vicini di casa, Maria e Luigi, che rimase leggendario per la furbizia con cui lui, uomo brutto e sovrappeso, non più giovanissimo, riuscì a conquistare con l'umorismo e l'intelligenza quella bellissima ragazza che aveva intorno maschi di ben altra caratura. Si era alla festa di San Salvatore e, al contrario della maggioranza dei giovani di Cabras, Luigi non aveva corso tra i fedeli scalzi che portavano il santo. Furbamente aveva aspettato il ritorno del santo insieme alle donne giustificandosi con un malore al ginocchio, ma le ragazze lo avevano preso in giro dicendo che era uomo da poco che inventava scuse per non cimentarsi con la prova di virilità dei nove km di corsa a piedi nudi. Anche Maria lo aveva sfottuto.
Lui l'aveva guardata e poi aveva detto:

Ateru che infattu a Santu aiu a curri po tui, prenu de coraggiu!

Ci tengo a informarti che appresso a te troverei il coraggio di correre ben più velocemente che dietro al Santo.

Maria lo guardò scettica e con sarcasmo ribattè:

Giai d'omnia dì ti biu girendi che enturgiu chirchendi atterraggiu.

In effetti ogni giorno ti vedo girarmi intorno come un avvoltoio in cerca d'appoggio.

Si deu seu s'enturgiu e chi at-a-essi mai s'angionedda?

E se io sono l'avvoltoio chi sarà mai la mia agnellina?

Enturzu chi no arziat a chelu no pappat angioni, ma scroxa 'e nughedda.

Un avvoltorio che non vola alto rinunci agli agnelli: mangerà gusci di nocciole (cioè scarti).

Le amiche risero fragorosamente e Luigi, comprendendo che sul coraggio non la poteva spuntare, si mise a fare l'uomo pratico, buttandola sulla garanzia della sicurezza di sentimento.

Mellus a scerai omini de coru, ca s'atrividu no tenit mai paxi.

È meglio scegliere un uomo di buon cuore, perché il temerario non avrà mai pace

Maria però non aveva intenzione di farsi spiazzare così facilmente e prese a sfotterlo sull'aspetto fisico.

Ominis a brent'e forastiu non mi nd'aiant a praxi

Non gradirei per compagno uno che ha il ventre come un'anguria.

Si su forastiu est bellu si bì de su tonaxi!

Se l'anguria è buona lo si può verificare dal picciolo!

 

A quel punto Maria ha riso e Luigi ha capito che la cosa era fatta. Oggi hanno cinque figli.
Evidentemente la regola del picciolo funziona.

Ricevo e per correttezza personale ovviamente pubblico - grassetti inclusi - la seguente nota inviatami dal presidente dell'Ordine dei giornalisti dottor Filippo Peretti.
Seguono alcune mie considerazioni.


perettiIl post “Spirito di corpo” di Michela Murgia ha provocato numerose reazioni, quasi tutte contro l'Ordine dei giornalisti della Sardegna. Vorrei precisare alcune cose. 

  1. Ricevute alcune segnalazioni, l'Ordine dei giornalisti della Sardegna, come prevede la legge e come accaduto in altre occasioni simili, ha doverosamente assunto informazioni preliminari sul corso di giornalismo e ha ritenuto di non avere obiezioni da fare in quanto la scrittrice aveva ben chiarito nel suo blog, ad esempio, che il corso non era finalizzato all'accesso alla professione. E questo è stato comunicato alla stessa Murgia che aveva chiamato per chiarimenti.
  1. Nella stessa occasione, con Michela Murgia, affiancata da due giornalisti coinvolti nel corso, c'è stata diversità di vedute su due punti. Il primo è legato al fatto che, avendo parlato la Murgia di una redazione giornalistica finalizzata alla pubblicazione degli articoli sul blog, ho fatto presente che in questi casi occorre seguire le regole, che non sono affatto illiberali, anzi: basta registrare la testata e tutto finisci lì, senza dover chiedere permesso a nessuno. Il secondo punto di dissenso è sulla pubblicazione immediata degli articoli dei corsisti: nell'esprimere la linea dell'Ordine ho citato il caso, per analogia, degli stagisti che frequentano le redazioni dei giornali: i loro scritti non vengono pubblicati. Ho suggerito soluzioni alternative, tanto che Michela Murgia mi ha ringraziato sul suo blog. E per dimostrare che non c'era alcuna ostilità ho incoraggiato la scrittrice ad andare oltre, con la registrazione della testata, l'iniziativa “ludica” del corso-laboratorio e di dare un contributo alla crescita del pluralismo dell'informazione. La Murgia mi ha risposto che non era sua intenzione creare una redazione “vera”, cosa che mi ha confermato nella linea prima illustrata, anche perché, ho detto, in una realtà che vede il 50 per cento dei giornalisti professionisti nelle liste dei disoccupati e dei precari, può risultare non gradevole, senza nulla togliere alla valenza culturale del corso e all'obiettivo di contribuire alla formazione del senso critico dei cittadini, prendere la professione, il mestiere o comunque l'attività giornalistica come un gioco.
  1. I riferimenti all'esercizio abusivo della professione e alla stampa clandestina, che in numerosi blog sono stati interpretati come minacce e intimidazioni (che tutti i presenti all'incontro possono smentire), sono stati fatti seguendo una linea teorica per spiegare che l'Ordine non si muove sulla base di opinioni personali ma sulla base di disposizioni normative. Gli stessi riferimenti, d'altronde, sono stati utilizzati per arrivare ai suggerimenti delle soluzioni alternative, suggerimenti che, secondo me, sgombrano in campo da equivoci e malevole o comunque preconcette interpretazioni.

Colgo l'occasione per dire che rispetto tutti coloro che sono favorevoli all'abolizione dell'Ordine dei giornalisti e per chiedere lo stesso atteggiamento nei confronti di chi ha un'opinione diversa. Fra questi ci sono io, che però, come è documentato nel sito dell'Ordine dei giornalisti della Sardegna, sono favorevole a una riforma radicale della legge che lo ha istituito: la nostra proposta è per una totale libertà di accesso all'Albo e per una più forte vigilanza deontologica mediante un organo di autogoverno aperto a soggetti esterni alla professione, quali Garante Privacy, Agcom, editori, e via elencando. Anche per questo, non ho gradito il fatto di essere stato dipinto come uno che vuole imporre censure preventive e medievali.

Grazie per l'ospitalità

Filippo Peretti

presidente Ordine regionale dei giornalisti


La nota che mi ha inviato il presidente Peretti è quasi uguale a quella che è stata inviata al giornalista Giorgio Meletti, che aveva ripreso la mia segnalazione su ilfattoquotidiano.it.

Però questa nota non è uguale a quella che il presidente Peretti ha inviato precedentemente al blog del giornalista Vito Biolchini, che aveva anche lui ripreso la mia segnalazione.

La prima nota, quella sul sito di Vito Biolchini, non contiene alcun riferimento al suggerimento di far pubblicare i partecipanti al corso su una testata temporanea, che il dottor Peretti nella seconda nota dice di avermi rivolto nel nostro incontro. Probabilmente in un primo momento il presidente Peretti si sarà dimenticato di avermelo detto, e devo dire che in effetti prima di leggerlo in questa seconda nota nemmeno io ricordavo di averlo sentito.

Alla luce di questa nota, che integra ma non modifica la sostanza della conversazione avvenuta di persona, ribadisco la mia intenzione di rispettare le indicazioni datemi: i partecipanti al laboratorio di giornalismo che sto promuovendo non pubblicheranno niente di quanto prodotto durante l'attività didattica, esattamente come il presidente Peretti sostiene accadere nelle redazioni dei giornali dove operano stagisti non iscritti all'albo (vedi la nota sovrastante al punto 2).  

Approfitto per ringraziare i moltissimi giornalisti professionisti che in questi due giorni si sono offerti non solo di aggiungersi ai docenti già confermati, ma anche di registrare la testata a proprio nome per permettere ai partecipanti al laboratorio di avere la soddisfazione di vedere il prodotto dell'attività didattica pubblicato on line in tempo reale. Lo apprezzo moltissimo e mi ha commossa.

il_Gabbiano_ravennaSuccede che il laboratorio di giornalismo che ho gratuitamente promosso a Cagliari abbia attirato in questi giorni l’attenzione dell’Ordine dei Giornalisti della Sardegna. Forse qualche professionista si è indispettito perché ha letto che c’erano come docenti “alcuni tra i migliori giornalisti sardi” e non ci ha trovato il suo nome. Forse qualche altro, incapace di credere che si possa fare qualcosa anche senza un secondo fine, ha pensato “scommettiamo che la Murgia sta mettendo su un giornale addestrando a costo zero una batteria di sprovveduti sotto la direzione di un pezzo da novanta?”. Altri si saranno spaventati per il fatto che avevo previsto l'attività simulatoria su un evento concreto, nello specifico le elezioni comunali di Cagliari, occasione straordinaria per capire sul campo come si costruisce la cronaca. Magari qualcuno si è detto: “E se facendo i compiti a casa uno di questi pasticcioni inciampa in una notizia che ci è sfuggita? Anche uno scoiattolo cieco ogni tanto trova una ghianda.” Altri giornalisti avranno molto più semplicemente trovato irritante che io mi impicciassi del loro mestiere, secondo l’immarcescibile regola del “donzi unu in trettos suos” che tanti equilibri malati tiene in piedi nell’Isola delle solitudini. Tutti questi inconfessabili mal di pancia si sono coagulati, hanno fatto una telefonata all’organo di corporazione e così, il giorno stesso in cui si teneva la prima lezione nella sala messaci con generosità a disposizione dall’Associazione della Stampa, mi è stato riferito informalmente che l’Ordine si stava interrogando in via preventiva su come impedire “eventuali abusi” da parte mia.

L’indicazione ufficiosa che è emersa è chiara: se uno solo di questi ragazzi scrive anche mezza riga di materiale giornalistico in una testata a me riconducibile, parte una denuncia a lui e a me per esercizio abusivo della professione. Se invece il “prodotto” del laboratorio compare in uno spazio che giornalistico non è, per esempio il mio blog, sarò comunque denunciata per stampa clandestina. Entrambe sono cause penali e non sono così sprovveduta da ignorare che con tutta probabilità le perderei. Come era opportuno, ho chiesto quindi di parlare al presidente dell’Ordine dottor Peretti per spiegargli la natura esatta del progetto e provare a dirimere le perplessità, ma la nostra cordiale conversazione non ha spostato di un millimetro i termini della questione: il dottor Peretti mi ha chiarito che non importa all’Ordine se l’esperimento dura solo sei settimane e al termine non si rilascia altro che una birra e una pizza; non importa nemmeno che i partecipanti vivano l’esperienza gratuitamente, né che i giornalisti docenti abbiano accettato di fare i tutor alle stesse condizioni. Importa esclusivamente la norma secondo la quale le notizie le danno solo i giornalisti, gli altri al massimo le commentano. La logica corporativa di alcuni membri dell’Ordine ha attivato i meccanismi di difesa della categoria prima ancora che si realizzasse qualunque ipotetica violazione.

Sono impressionata. Contrariamente al costume locale io ho grande rispetto per le leggi, ma devo dire che da oggi ho un rispetto ancora maggiore per un Ordine professionale la cui efficienza si spinge fino a muoversi addirittura contro un’infrazione che non si è ancora verificata. Immagino sia sempre così.
Pertanto garantisco ai deboli di cuore e di casta che continuerò a promuovere il laboratorio, che si sta già tenendo con entusiasmo nei locali significativamente messi a disposizione dalla CGIL, ma che nessuno dei partecipanti pubblicherà una riga per tutto il tempo delle elezioni. Al termine dell’esperimento, cioè quando tecnicamente il suo contenuto non costituirà più una notizia, probabilmente apparirà on line il materiale prodotto, scelta che ieri sera mi è stata indicata come fattibile dallo stesso presidente dell’Ordine, e per cui lo ringrazio.

Tuttavia, se è vero che nessuno dei partecipanti al laboratorio può fare il rendiconto giornalistico di quello che vede, è altrettanto vero che non c’è niente che impedisca a me di raccontare di loro e quel che stanno facendo. Lo confesso: stanotte mi è venuta voglia di scrivere un romanzo dal vivo, un po’ come ai tempi de Il mondo deve sapere. Sarà che sono proprio belli questi ragazzi e queste ragazze, e vorrei farveli conoscere. C’è chi è laureato e vuole una competenza in più, chi è studente e cerca di capire cosa fare nella vita, chi è madre di famiglia e vuole vivere il suo sogno e c'è pure chi ha ancora voglia di buoni maestri anche se magari questo mestiere lo svolge già. Si sono iscritti con entusiasmo nonostante sapessero che questo laboratorio non avrebbe abilitato a nient’altro che al senso critico. Hanno mandato curricula pieni di fantasia, hanno superato una prova imprevista e ora ce la stanno mettendo tutta per fare di questa esperienza qualcosa che possono raccontare ai loro figli o agli amici con orgoglio.

Leggerete (ed essi stessi leggeranno) la loro avventura giorno per giorno. Vivrete gli ostacoli e i successi che incontreranno, in una sorta di reality letterario che potrete seguire in questo spazio per tutta la durata del laboratorio. Nella storia che racconterò sarà protagonista anche la passione e la generosità dei molti giornalisti professionisti che, sensibili all’esperimento e ai suoi imprevisti sviluppi, in queste ultime ore si sono aggiunti al gruppo iniziale. In particolare ringrazio Giomaria Bellu, condirettore dell'Unità, Giacomo Papi, già redattore a Diario, e Marco Damilano, cronista dell'Espresso, che verranno a far lezione nei prossimi giorni.

In sei settimane di questo racconto non solo entrerete nell’esperienza che stanno vivendo queste persone, ma vedrete molte più cose di Cagliari e dell’elezione del suo sindaco di quante forse non vi aspettate. Se a un certo punto vi sembrerà di assistere alla scrittura di un romanzo vero, è perché è probabile che lo diventi, con tanto di ricavato in beneficienza.

Custos sunt sos trettos cosa mia.
La mia unica Corporazione, come sempre, sono i lettori.

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 21 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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