
Immaginate che nel 1974 zappando nel suo campo un contadino abbia fatto senza volerlo una delle scoperte archeologiche più importanti di sempre nell'area mediterranea: trentotto guerrieri di pietra alti due metri e mezzo, scomposti in grossi pezzi, frutto dell'arte di una civiltà ancora da decifrare. Immaginate che per un anno nessuna delle autorità preposte prenda sul serio le segnalazioni del ritrovamento, e nel frattempo nel campo di quel contadino ci sia un via vai di tombaroli che pezzo a pezzo si portano via chi una testa, chi un busto, chi una mano con l'arco o la spada, chi un piede. Quando finalmente nelle soprintendenze ci si decide a capire che quello è un ritrovamento di portata eccezionale, quelle statue - che per convenzione saranno chiamati Giganti di Monti Prama - sono ormai monche, decapitate, incomplete.
Però ci sono ancora.
Immaginate che gli archeologi si portino via quel che ne resta per un annunciato restauro, ma che inspiegabilmente le statue finiscano appoggiate per trent'anni nello scantinato di un museo di Cagliari, senza che all'importanza del ritrovamento venga data adeguata pubblicità. Non che conti qualcosa adesso, ma è facile intuire che chi ha fondato la sua carriera su una teoria non ci tenga troppo a mettere in luce scoperte che la inficino; se sia veramente così o meno nessuno può dirlo con certezza, ma resta il fatto che prima che si metta mano all'effettivo restauro passano trent'anni senza giustificazione.
Una generazione, direbbe Sergio Atzeni.
Forse non è molto per pietre che sono rimaste sepolte per millenni, ma è molto di sicuro per gli uomini e le donne che hanno aspettato con il diritto di sapere quali siano la storia e la civiltà che stanno dietro a quei Giganti, perché magari poi si scopre che è anche la loro storia, quella che a scuola gli hanno detto che non valeva la pena di studiare, che tanto non se ne sapeva abbastanza, e comunque quel poco che c'era bastava a capire che non la si poteva paragonare per livello di sviluppo a quella greca, romana, fenicia, assiro-babilonese o sumera.
Da qualche anno il restauro dei Giganti è in corso, lo si tiene nel laboratorio di Li Punti (SS). La cura con cui gli studiosi lo stanno eseguendo si può vedere di persona nelle aperture pubbliche, ma anche in questo sito aperto appositamente. Anche il fatto che il restauro sia ancora in atto ha impedito fino a ora che i Giganti fossero esposti al pubblico in maniera permanente, e di fatto la maggior parte dei sardi non sa ancora che esistono. A Cabras però lo sappiamo, perché è nelle nostre campagne che sono stati ritrovati, e la nostra amministrazione chiede da anni la loro visibilità e la loro restituzione.
Amen, si dirà, adesso tutto è a posto.
Invece no.
La settimana scorsa il direttore generale del Ministero dei Beni Culturali italiani - tal Mario Resca, ex manager di McDonald - ha visitato il laboratorio e ha avuto un'idea: sostituire i bronzi di Riace attualmente in restauro con due Giganti di Monti Prama, immagino per non lasciare il piedistallo scoperto, che fa brutto. A parte la discutibile idea di intercambiabilità tra culture e relative arti, gli sfuggiva forse il fatto che anche i Giganti sono in restauro, e non sono meno preziosi dei bronzi. Ma visto che c'era ha avuto un'idea ancora migliore di questa: farli portare a Pechino ad ottobre per l'inaugurazione del centro esposizioni del Ministero, cosa che otterrebbe l'effetto surreale di far sì che i cinesi vedano i Giganti prima dei sardi. In cambio i pechinesi manderebbero un po' di guerrieri dell'esercito di terracotta. A Cabras? Ma certo che no. A Roma, ovviamente.
Ora possiamo incazzarci. E lo abbiamo fatto.
Possiamo dirci indignati ai giornalisti che ci chiamano a dire due parole. E lo abbiamo fatto.
Ma anche se facessimo una sollevazione di popolo armato e urlante intorno al laboratorio di Li Punti, avremmo davanti un incontrovertibile dato di partenza che renderebbe ininfluente qualunque nostra rivendicazione: i beni archeologici sardi non sono sardi, ma appartengono allo stato italiano e sono quindi nella totale disponibilità del Ministero dei Beni Culturali italiano. Che se vuole può prendere di peso i Giganti e portarli a Pechino anche se i sardi non li hanno mai visti. E può considerarli sostitutivi dei bronzi di Riace - e sarei curiosa di sapere cosa pensano di questo a Reggio Calabria - perché tecnicamente appartenenti allo stesso patrimonio, anche se le statue sono espressione di due culture differenti, e dell'una si sa tutto, e dell'altra non si sa niente. Lo scandalo non è la politica culturale modello fast food del direttore Resca, ma la negazione del diritto di sovranità su noi stessi e sulla nostra storia.
Per saperne di più c'è questo articolo dell'archeologo Marcello Madau sul Manifesto sardo.
Per vederne di più c'è questo video, girato a suo tempo da Tele Indipendentzia.
Una delle teste dei Giganti custodite a Li Punti.
Un'altra delle teste custodite a Li Punti
Ricostruzione completa dell'aspetto dei Giganti di Monti Prama
Riproduzioni dei Giganti di Monti Prama
Uno dei busti custoditi a Li Punti
10.09.2010 10:30 -
11:30
Festival di Mantova
10.09.2010 21:00 -
22:00
Festival di Mantova
11.09.2010 10:30 -
11:30
Festival di Mantova
11.09.2010 18:00 -
19:00
Premio Alassio
19.09.2010 18:00 -
19:00
Marina Cafè Noir