
Con questo brano sulla mia personale percezione dell'identità sarda ho vinto il fightreading di Pordenonelegge. L'ho letto anche a Fahreblog, ma in origine (e in una versione più lunga) è stato scritto per Cartas de Logu, l'antologia di Cuecc. Ne vado fiera, anche perchè ad Alessandro De Roma è piaciuto.
Ovunque nascere è una frattura, tutto un rompersi e scorrere strappando. Ma sono in pochi quelli che nascono anche in un posto spezzato. Io sono nata in un posto interamente rotto, e non è un segreto che sia in frantumi anche io.
Questo nascere già interrotti a certi va bene così, se ne fanno una ragione e quella diventa la cifra della loro vita, tirare finchè si spezza. Altri invece passano gli anni a cercare di somigliare a quello che avrebbero potuto essere se fossero stati interi, come fa una matita che tira un segno sul foglio e a un certo punto la punta si rompe e il segno sei tu, solo che non sai di cosa, e una volta ti sembra un coniglio, un’altra la tour Eiffel.
Io sono uno di quei segni e credo che il saperlo si chiami identità, che non è un dono che può stare in mano a chi si crede intero senza esserlo.
Io per esempio lo so che quando sono nata mi avevano già cominciato: mia nonna aveva pronte decine di calzini per me e mio zio invecchiava una botte di vernaccia mentre ancora arrivavo. Non avevo tirato il primo pianto e avevo già vestiti e vino per far festa. E avevo un nome innanzitutto, il nome di una nonna morta, perché anche gli appena nati devono sapere che tutte le vite che restano devono qualcosa a quelle che sono mancate. Ed è come se ci fosse almeno un po’ da chiedere scusa, per essere vivi.
Al mio paese sono gente semplice di pesca in acqua bassa, ma lo sanno benissimo che non si sa da dove si viene. Nei nove mesi che si aspetta un bambino, tutti, anche i parenti, non lo chiamano «il bambino, mio figlio, mio nipote». S’istrangiu, lo chiamano. Perché essere carne della carne non illumina nemmeno in una madre il mistero di non sapere chi sei. Tu sei uno straniero, il pezzo di un pezzo di questa cosa rotta che siamo noi ed è la terra dove siamo piantati. Perciò ho capito subito che zii e cugini e padri e fratelli sono tutti frantumi, sangue del sangue, che si sa, esce solo dalle ferite. Allora certi per risolvere di essere rotti fanno come si fa in geografia, che basta dire alla maestra a chi è attaccata una nazione perché si convinca che hai capito di cosa stai parlando, e allora l’Italia confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria, la Jugoslavia e questo basta per prendere bravissima in geografia dell’Italia. Quindi è normale che pensino di conoscere un po’ anche me quando mi chiedono “e fillu de chi ses?”, perché io confino con mia madre, mio padre, mio fratello e un sacco di gente che il paese conosce già ed è come se bastasse per dire tutta me.
Ma a me non bastava, ero troppo rotta dentro. E ad ogni passo, come dentro un osso mio, sentivo la frattura della terra, una maledetta terra rotta su quattro lati, per soldi puttana di tutti, per sangue sorella di nessuno. Quei monti senza ambizione, quelle coste sdentate, quelle campagne rosse non sono parenti di alcuna altra terra, ed è il motivo per cui, fratelli o non fratelli, i sardi a modo loro sono tutti figli unici. Eppure i confini, le fratture della terra, sono indispensabili. Lì sulle cartine sono come l’orlo di una gonna, l’orlo ricamato che serve a nascondere il taglio fatto dalle forbici. E’ bello l’orlo rosso della gonna quando gira nel vento e scopre il tesoro dei piedi, ma io lo so che dentro c’è una cosa interrotta che non si vede, e se non si vede non ci devi pensare continuamente. A quello serve l’orlo, a non pensarci. Chi camminandoci a piedi può dire dove finisce la Lombardia e comincia l’Emilia Romagna? Invece la mia terra è una gonna senza orlo, quello che c’è di rotto si vede tutto e non puoi fare finta che non c’è.
Non so se la colpa è del mare, ma di certo io gliel’ho data sempre. Il mare somiglia a una fede.
E come una fede va temuto e nascosto.
E come una fede c’è più gente che va a guardarlo che a nuotarci dentro.
Guardarlo e pregare. Questo facciamo noi gente rotta sull’orlo rotto del mare, che non c’è figlio di questa terra che non vada a invocare Dio sulle rive della sua ferita aperta.
18.05.2012 18:30 -
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