
Quel che si leggeva tra le righe era che lui bravo è stato a dirsi solidale, mentre gli altri furono ignavi a tacere in merito. Lui pasionario non poteva sopportare di star zitto davanti alle minacce terroristiche al giuslavorista, gli altri tacendo quasi quasi vi acconsentivano. Rilevo che nessuno degli scrittori che nell’ultimo anno hanno pubblicato di lavoro ha ritenuto di replicare a quella scomposta sceneggiata per iscritto, probabilmente fiutando quello che aveva tutta l’aria di un mega spot all’antologia in uscita in quei giorni e di cui Desiati era il curatore. Stendere un velo pietoso su quella evidente ricerca di protagonismo sembrò probabilmente la sola cosa corretta e oggi, a un mese e mezzo da quell’articolo insensato, devo riconoscerne la lungimiranza.
La riconosco anche se trovai infamante e intellettualmente scorretto che gli si lasciasse supporre un nesso di intenzionalità tra un silenzio e un assenso. Considero da sempre dei mitomani quelli che vorrebbero indurmi a credere che un libro sul precariato mi abbia resa portavoce di categoria, investita in quanto tale della responsabilità di pontificare sul tema ogni volta che torna alla ribalta mediatica. Desiati al contrario ha accettato l'investitura a profeta, vox clamantis in deserto, ritenendo evidentemente che questa unzione fosse implicita nel timbro SIAE sul suo libro. Nella sincera speranza che il suo romanzo abbia aumentato la consapevolezza dei problemi dei precari nella stessa misura in cui ha risolto la sua precarietà, comunque non ritengo che coinvolgere gli altri in questo suo delirio personale fosse un atto talmente fondato da meritare la ribalta di un giornale nazionale, sotto la coperta corta di uno scritto solidale.
Non so se Desiati si sia preso così sul serio come intellettuale da essersi veramente convinto di vivere in un mondo dove “comunità di scrittori precari” che esistono solo nella sua fantasia dovrebbero agire come un sol corpo in nome del battesimo comune di una presenza in libreria sullo stesso scaffale. Alla responsabilità collettiva non davo credito nemmeno da bambina, quando ero innocente bersaglio vicario degli scappellotti meritati da mio fratello discolo. Neppure ho sentito l’urgenza – di cui sembra pervaso lui - di dissociarmi dalle BR, semplicemente perché non ho code di paglia: non mi risulta di essermici mai associata. Sono assassini quando uccidono e potenziali assassini quando lo minacciano, mi sembra tanto ovvio che esplicitarlo mi fa sentire un’insegnante di sostegno.
Vorrei però che fosse altrettanto chiaro che non mi associo nemmeno al professor Ichino quando difende la legge 30, legge che ho sempre sostenuto essere sbagliata, ingiusta, vessatoria, applicata in mala fede tanto quanto in mala fede pensata, e i cui effetti sociali disastrosi non si sono nemmeno incominciati a vedere sul serio. Non permetto a nessuno di inferire da questo il fatto che mi auguro Ichino morto per attentato terroristico, ma la mia solidarietà preferisco riservarla ai lavoratori, quelli che nella flessibilità dovevano trovare scelte di lavoro conformi alle diverse esigenze di vita, e si sono invece trovati a conformare le scelte di vita alle esigenze del lavoro.
Su questo permane il vero scandaloso silenzio, ma non certo da parte degli scrittori.
10.02.2012 11:00 -
12:00
Data privata
11.02.2012 18:30 -
19:30
Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
17:00
Bologna - Assemblea Generale Progres Disterru
19.02.2012 16:00 -
21:00
Bologna - laboratorio di storytelling politico
27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
22:00
Torino