antonioQuello che segue è il breve saggio che riprende l'intervento che avevo fatto a Ghilarza il 25 aprile del 2009 in occasione del convegno "Pigliaru interroga Gramsci". Oggi, insieme ad altri significativi contributi sul tema a opera di intellettuali e studiosi, è contenuto nel volume «Il soldino dell'anima», appena uscito per Cuec a cura del Comitato Archivio Antonio Pigliaru e di Terra Gramsci. Lo condivido sperando invogli ad andarsi a cercare il volume e riscoprire la figura monumentale di Antonio Pigliaru e la sua eredità per il presente.

In Sardegna è mancato per anni - e visibilmente non c'è neanche ora - un dibattito sul ruolo sociale degli intellettuali.
Questo silenzio dipende non tanto dal fatto che non ci siano intellettuali di spicco (che ci sono) ma prima di tutto dalla latitanza di una riflessione sul ruolo stesso della cultura nel senso pigliariano del termine, come vocazione critica e metodologica alla realtà. Di quanti oggi potrebbero farlo, solo pochi accettano di mettere al servizio di tutti gli strumenti di analisi e comprensione del mondo sardo che porterebbero alla traccia di percorsi di senso e all'orientamento di scelte comuni.

Fare l'intellettuale non sembra più un mestiere per sardi; quasi nessuno lo vuole ancora questo titolo, che nel parlare comune ha preso sfumature di significato che spesso lo avvicinano all'insulto. In maniera contraria al pensiero di Gramsci, per il quale la speculazione intellettuale non poteva essere altro che tensione alla prassi, chi pretenda di fare riflessione sul reale da un punto di vista culturale è oggi additato come figura distante dalla realtà, che vive in luoghi privilegiati dove della storia gli arriva solo l'eco.

La cosiddetta «ideologia del fare» ama presentare la cultura come luogo dell'inutile, e in questa lettura l'intellettuale è un incompetente del reale per definizione: se parla, lo fa dal suo salotto e dunque non sa quel che dice. Ma se tace, eccolo incarnare l'altro delegittimante stereotipo, quello del pensatore «organico» inteso come marionetta al servizio di poteri di parte, un gioco di ruolo che oggi non si pratica più con la parola asservita al diktat politico, ma con un molto meno impegnativo silenzio, gradito a sinistra non meno che a destra, se ancora ha senso parlare di direzioni politiche con questi codici.

Infatti i luoghi dell'ideologia, cioè della visione strutturata del mondo e dell'uomo, sono in crisi da tempo, e i nuovi organismi politici desiderano l'intellettuale accanto solo nella misura in cui la sua ostensione può creare o consolidare consenso elettorale.

C'è una responsabilità oggettiva degli intellettuali sardi in questa situazione, è indubbio. In troppi hanno abdicato al ruolo di elaborazione, controllo e verifica della realtà in cambio di una collocazione meno problematica, non di rado remunerata, comunque collaterale al potere politico. Di una cultura che è critica e metodologia, generatrice popolare non di consenso ma di consapevolezza (e quindi soprattutto di dissenso), pochi hanno voglia di portare il peso, meno che mai pagarne il prezzo.

Quanto sembra lontana da questa riduzione dell'intellettuale a difensore d'ufficio del potente la luminosa lezione di Pigliaru, che al pari di Gramsci si era posto invece il problema pratico di ridurre col suo lavoro il divario tra elemento intellettuale e elemento popolare. È una lezione che resta valida e urgente anche per quelli che oggi si trovano, per volontà o per forza dei tempi, a scegliere ancora una volta a servizio di quale scopo mettere i propri strumenti. Una scelta etica profonda, che non può essere fatta senza tenere conto di due grossi vulnera di base.

Il primo è strutturale e riguarda l'informazione: occorre riappropriarsi dei linguaggi e dei luoghi di mediazione che consentono alla cultura di parlare alle persone fuori dai recinti dell'accademia e del piccolo mondo dei colti di lusso. In Sardegna è troppo ridotta l'accessibilità ai mezzi di informazione di massa - pochi e politicamente vincolati - che restano necessari per far udire pensieri alternativi; d'altra parte è ancora privilegio di una minoranza l'accesso consapevole alla rete Internet, dove fenomeni di rifondazione degli spazi del confronto civico sono interessanti ma ancora non comuni.

È un panorama franto, senza riferimenti immediati, in cui non può stupire l'assenza di opinione pubblica che lascia senza critica le scelte politiche, né l'affermarsi mediatico di figure singole autocentrate, efficaci solo nella misura in cui il loro carisma resta privo del contraddittorio di un'idea. Questa drammatica mancanza non sembra turbare il sonno di nessuno di quelli che ai mezzi di informazione accedono invece con frequenza. Eppure non c'è alcun ruolo intellettuale di cui discutere se l'elaborazione di pochi non ha spazi per divenire patrimonio di tutti.

Di quale egemonia l'intellettuale si farà portatore, se l'assenza di spazi di condivisione (e dunque della cultura stessa della condivisione, che vive del suo esercizio) non lo spinge prima ad abbattere le pareti della stanza insonorizzata dove si è lasciato collocare? La concessione del diritto di parola pubblica è oggi lasciata alla discrezione del potere economico e politico, ed è per questo che assistiamo al triste spettacolo di intellettuali che per lo spazio di un editoriale si adattano ad essere inoffensivi o conformi, firmano la riflessione sempre a consuntivo e non si compromettono mai col presente, meno che mai con lo spazio lungimirante della profezia.

Per uscire da questa impasse è richiesto un raddrizzamento di schiena, uno sforzo di creatività e di libertà che intercetti i nascenti spazi di confronto e sappia farne luogo civico, perché le poche voci controcorrente non continuino a trovarsi sole in quello che non può essere compito delle singole, disgregate buone volontà.

L'altro vulnus è conseguente a questa mancanza strutturale e riguarda la percezione che nel frattempo i sardi hanno maturato di sé stessi come comunità. L'assenza o il silenzio delle coscienze critiche hanno generato, nell'arco di questi decenni, un impressionante vuoto di cittadinanza, una incapacità sostanziale a ri-conoscersi come popolo. La partecipazione al voto è in calo costante e nelle piccole comunità la cultura del favore personale al posto del diritto alimenta clientelismi e ingrassa i feudi di sempre.

La patologia di una società lasciata priva di riflessione su sé stessa si manifesta con sintomi di autolesionismo civico, quando non di estraniamento da un mondo dove pensare al plurale sembra diventato inutile. L'immondizia lasciata ai bordi dei campi e delle strade è metafora esplicita di questo sentire suicida, e se le responsabilità della classe dirigente sarda sono enormi in questo scenario, quelle della classe intellettuale Pigliaru le aveva già indicate perfettamente cinquant'anni fa, preconizzando la deriva pur senza averla vista fino al nostro fondo.

Alla sua riflessione profetica si somma oggi quella attuale, amaramente retrospettiva, costretta a fare i conti con i frutti marci di alcuni antichi errori che ancora condizionano il presente, primo fra tutti quello macroscopico della cosidetta rinascita, quando i sardi furono spinti a credere a storie di cui c'erano già gli elementi per intuire il finale; tutti siamo costretti dai resti di quell'abbaglio a ripensare da un'altra prospettiva il rapporto dei sardi con se stessi e il loro futuro, ma soprattutto lo sono quanti oggi vogliono assumersi il rischio di «fare pensiero» per vocazione civica.

Ogni generazione si trova suo malgrado a fare le scelte per quelle successive e la mia non fa eccezione; ma i frutti malati dei passi falsi trascorsi devono servire da monito: c'è bisogno di intellettuali nuovi, capaci di vedere dentro agli eventi prima che diventino luoghi di dismissione, del senso prima ancora che del sogno. Non ho l'intelletto preveggente di Pigliaru, ma forse non ci vuole quello per comprendere che il primo atto che spetterà di compiere all'intellettuale che viene sarà quello di mettere in discussione l'intangibilità di una autonomia di forma, eterodiretta perché bacata nel profondo dei suoi fondamenti; anche a questa intuizione Pigliaru era arrivato, solo e inascoltato, prima di tutti.

Commenti  

 
#1 marco m nuoro 2011-03-28 14:37
ciao michela e ciao a tutti..scrivo qua sperando che qualcuno mi legga.. avete più saputo qualcosa del corso di giornalismo? io ho fatto la selezione il 22 marzo all'hotel regina margherita di cagliari. ci era stato detto che saremmo stati contattati dopo 2 massimo 3 giorni ma io non ho ricevuto nulla, non so se c'è stato un errore oppure non sono stato proprio avvisato di nulla. qualcuno può aiutarmi? grazie, ciao :)
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