Sabato 24 Aprile 2010 12:10

Lucia Baire è l’assessore regionale sardo alla cultura, ma quale idea di cultura stia promuovendo per l’isola lo si sta comprendendo bene solo ora; in vista delle elezioni provinciali di maggio gli operatori del settore magari si faranno qualche domanda in proposito, e voteranno di conseguenza. Un buon terreno di verifica potrebbe essere analizzare l’organizzazione della Fiera del libro sardo di Macomer in corso in questi giorni, manifestazione che in passato ha avuto un certo rilievo per l’editoria dell’isola, ma che negli ultimi due anni si è distinta soprattutto per rapidità di decadimento, disertata da pubblico e scrittori. Per rimettere letteralmente le cose in riga l’assessore ha pensato bene di schierare l’esercito, presentando la manifestazione in compagnia di un militare in divisa e mostrine. Il perché di questa presenza è presto detto: nonostante siano assenti dal programma della Fiera i soggetti principali della filiera del libro sardo (gli scrittori, per esempio, e l’associazione dei librai indipendenti), è previsto invece che un tal Colonnello Giardini tenga un incontro sull’eccitante tema della pubblicistica militare, che vanta titoli prestigiosi come - lo giuro, cliccare per credere -
“Il Fascino della Divisa”. Questa sensibilità al valor militare l’assessore Baire deve averla assorbita dal suo sponsor politico, l’arcivescovo di Cagliari mons. Mani, che prima di assumere la guida della diocesi era proprio Ordinario Militare Italiano,
la massima carica dei cappellani nell’esercito, con giurisdizione su tutti i militari delle forze armate, sui loro familiari e sul personale civile annesso, con buona pace di don Milani.

Conscia del fatto che la Sardegna ospita da sola il 60% del totale delle basi militari d’Italia, la signora Baire deve aver desunto che la nostra sia una cultura militarizzata, dove acquista senso dare spazio anche a “Caserme Aperte” – lo giuro,
è vero anche questo - l’iniziativa con cui l’esercito cerca da sempre di convincere la popolazione locale che carroarmati, aerei da combattimento e poligoni militari con proiettili all’uranio impoverito siano una cosa da gita domenicale coi bambini, proprio come andare a
Cortes Apertas. L’assessorato però non si limita a consentire all’Esercito di spacciarsi per attore culturale sul territorio: addirittura lo finanzia per farlo. L’imperdibile appuntamento con la pubblicistica militare è infatti voce di spesa per la Fiera per un importo di 10.000 euro, che per due ore di incontro rappresenta più del cachet di un premio Nobel.
Sarebbe grave anche se fosse gratis, ma quanto meno tanta generosità – unita al fatto che questa è l’unica fiera editoriale dove gli editori espositori vengono pagati, anziché pagare gli spazi che occupano - farebbe supporre che la signora Baire abbia deciso di largheggiare in finanziamenti a tutte le attività culturali sul territorio regionale, comprese quelle vere. Invece pochi giorni fa è stata resa nota con apposita delibera la notizia che le risorse ai festival e alle altre iniziative sono state ancora ridotte, con la fissazione di tetti massimi di finanziamento che quasi dimezzeranno i fondi di eventi come Gavoi e Berchidda, paesi antipatriottici che hanno il peccato originale di non ospitare nessuna base militare.
Il resto del programma della Fiera purtroppo non salva la scelleratezza della scelta di ospitare l’Esercito: le tre giornate di Macomer brillano infatti soprattutto per le assenze, e in quel che resta si oscilla tra
marchette cattoliche, banale stereotipo (il titolo di "Sardegna nel Mito" fa eco al patinato spot regionale
Mith in the mediterranean sea, rivelando bieche sinergie da Pro Loco) ed
esplosive novità di ben cinque anni fa, per mettere insieme le quali il direttore artistico Saverio Gaeta ha percepito più di 10 mila dei 190 mila euro che pare siano stati lo stanziamento complessivo per l'evento, in sfregio ai molti operatori culturali seri che in questi anni hanno organizzato la Fiera di Macomer con totale spirito di gratuità e professionalità ben superiore. Per ripagarli, lo spazio di esposizione ai librai locali è stato ridotto e relegato a un locale dove ci piove dentro, con il risultato che i protagonisti teorici di questa Fiera – cioè i libri – ieri erano “esposti” al pubblico coperti da un telo di plastica, come il cadavere di Laura Palmer.
Cieco a queste evidenze, l’assessore alla Cultura di Macomer Govanni Biccai ha avuto il coraggio di proclamare ambizioso: «
Mi piacerebbe che col tempo la nostra mostra uscisse dai confini regionali e si trasformasse nella Fiera del libro del Mediterraneo». Le premesse per fare qualcosa di simile ci sono tutte, direi. Ma visto che si punta al grande evento, per l’anno prossimo mi permetto di suggerire un invito anche alla Protezione Civile, tanto per non farci mancare niente.
p.s. Siccome a demolire sono bravi tutti, in attesa del programma di Gavoi segnalo costruttivamente anche un esempio di progettazione culturale seria, promossa dalla
Libera Universidade Mediterranea, con appuntamenti periodici su temi come le energie rinnovabili, le conseguenze del gasdotto dall’Algeria, l’economia agricola e industriale davvero sostenibile, il futuro della lingua sarda e il posto della Sardegna nel Mediterraneo come nazione, anziché come mito. Non c’è l’esercito, ma pare che la gente ci vada lo stesso.
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