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economia

Questo articolo di Adriano Sofri è uscito su Repubblica del 14 agosto 2010. 


Una foto di Paolo Murgia, il pastore sardo che non voleva vendere il suo terreno a BerlusconiCi sono due modi di pensare alla Sardegna.
Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti.
Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi.
Poi c´è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell´aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.
Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero). Sta di fatto che l´argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l´unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini. Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l´indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l´orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l´aeroporto di Cagliari (come gli operai dell´Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente. Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com´è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda.
Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell´Asinara, isola dell´isola. L´episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste. Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall´Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell´Asia alla Luna. Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l´idea scolastica che continuiamo a farcene dev´essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita. Però, il “mito romantico dell´uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio. Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell´ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori… Ma non può sparire da un giorno all´altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell´economia sarda. C´è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘l´essere pastori´, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore´, un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”. Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun´altra regione.
Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi.
Neanche le signore turiste, direi.

Bruno Murgia sul suo blog risponde alle mie domande riguardo alla questione sollevata nel post it Equipolymers/Clivati. Segue immediatamente la mia.

Salvare il salvabile (una risposta a Michela Murgia)


Come ho spiegato tante volte, io vedo il futuro economico della Sardegna – quello che chiamiamo ambiziosamente lo Sviluppo – in maniera molto diversa dalla realtà che abbiamo davanti, ma proprio perchè abbiamo a che fare con la realtà, ho fatto mio il motto “salviamo il salvabile” e cerchiamo di voltare pagina.
Soprattutto in riferimento allo stato dell’industria in Sardegna. La crisi ha definitivamente dato una mazzata a molti progetti sbagliati. Ci sono settori, come la petrolchimica, che sono in crisi da decenni e che si trascinano tra false promesse, presunti miracoli e delusioni profonde. Nel frattempo l’Isola ha conosciuto una seconda, drammatica ondata di emigrazione causa lavoro (o meglio: disoccupazione), che ha impoverito tutti. Il lato maledettamente ironico è che molti giovani impiegati nel petrolchimico sono emigrati nei poli continentali, attirati da una falsa stabilità che non si è mai concretizzata. Al loro ritorno hanno trovato un deserto.
Per questo non capisco lo stupore dell’amica Michela Murgia che non sa spiegarsi il fatto che io mi sia impegnato per mandare avanti un accordo che letteralmente salvasse il salvabile, al di là delle storie personali coinvolte nella vicenda. Io ho un’idea ben chiara della Sardegna di domani: vedo l’unico sviluppo, l’unico progresso derivare da un connubio tra turismo, ecosostenibilità, alta tecnologia, ricerca universitaria, energie rinnovabili e artigianato di qualità. Non mi piace l’industria pesante e penso che la chimica abbia prodotto sufficienti danni ambientali ed economici (in termini di falso sviluppo e strade sbagliate, difficili da percorrere all’inverso) per poter essere definitivamente archiviata, ma fatte salve tutte queste eccezioni abbiamo l’obbligo, da politici, di trovare soluzioni e salvare posti di lavoro, anche se siamo costretti a ripiegare, a fare le cose in fretta, a smentire parzialmente la nostra visione futura.
La storia delle grandi imprese che vengono da fuori e piazzano impianti in Sardegna la conosciamo tutti: è difficile trovare qualcuno che non abbia ricevuto pesanti finanziamenti e proprio per questo dico che la politica deve farsi interprete del rendiconto. Io ti ho dato tanto, tu devi restituire. Le altre questioni, conosciute o meno, fanno parte del contorno. Il primo piatto riguarda sempre la sorte di tanti posti di lavoro.
Questo articolo è il primo di una serie di interrogazioni civili in forma di post-it che voglio porre in vista delle prossime elezioni provinciali in Sardegna. Il testo è in uso libero, aperto alla condivisione sui social network.
L’industria sarda è morta e anche un cieco vedrebbe che la sola strada realistica per creare sviluppo futuro è la bonifica dei luoghi inquinati; ma i politici sardi, fatti salvi quelli di iRS, da quell'orecchio proprio non ci sentono. Il diversivo creato per Alcoa non ha fatto che rimandare il problema della sua chiusura al mese di agosto, e della Vinilys si parla di nuovo solo grazie alla disperazione creativa dell’isola dei cassintegrati, che hanno saputo riportare su di sé l’attenzione dei mezzi di informazione. La grancassa mediatica del governo regionale insiste invece a ripetere che grazie ai miracoli delle sue politiche l’industria sarda adesso si salverà. In ordine di tempo l’ultimo caso strumentalizzato a vantaggio della campagna elettorale provinciale è quello di Equipolymers, un’industria nella piana di Ottana che produce paraxilene, un derivato petrolchimico di cui sono composte le fibre sintetiche. L’accordo di cui tutti si dicono soddisfatti vede come salvatori della traballante Equipolymers il thailandese Aloke Lohia, amministratore delegato di Indorama, e Paolo Clivati, rampollo della famiglia milanese che gestisce la centrale elettrica di Ottana Energia.

Io ho delle perplessità, non solo perché conosco bene la parabola imprenditoriale di Paolo Clivati, ma soprattutto perché non so spiegarmi l’assenza di memoria storica dei politici locali – nello specifico Paolo Maninchedda e Bruno Murgia - che si sono prestati a sostenere politicamente l’accordo. Essendo convinta che sarà la memoria a salvarci, non certo gli imprenditori milanesi, a questo giro scelgo di appendere un post-it proprio su quel Paolo Clivati che oggi viene osannato dai giornali locali come un fuoriclasse della trattativa industriale.

Scritto per D di Repubblica in edicola il 12 febbraio
Reportage fotografico di Alessandro Toscano
Sardi e pastori, fieri e silenziosi detentori di sapienze tramandate a voce. Così vuole lo stereotipo dell’Arcadia mediterranea, il mito romantico dell’uomo solo tra cielo e terra, ruvido come l’orbace che lo veste e regalmente padrone del suo orizzonte selvaggio. Questa poetica bucolica, per la verità poco aderente alla realtà durissima della vita del pastore, ha indubbiamente avuto un suo prosaico fondamento ovunque ci fosse una terra con uomini e bestiame a calpestarla. Ma immaginare ancora il pastore in questi termini è oggi un falso narrativo, funzionale giusto alle illustrazioni sulle etichette dei prodotti di gourmanderie, o a quelle particolari agenzie di viaggio che negli ultimi anni si sono specializzate in pranzi all’ovile con annessa gita in fuoristrada, non di rado introdotti da tour operator multilingue che indicano allusivamente le grotte naturali della Sardegna interna come imprendibili avamposti dove “un sequestrato non sarebbe mai ritrovato”. In un turismo fatto di visite guidate dentro lo stereotipo sardo, formaggio con brividi e granito noir potrebbero rivelarsi per l’armentizia dell'isola prodotti molto più promettenti del latte crudo di pecora, che in un contesto debole fatto in gran parte ancora di piccolissimi produttori, non riesce a raggiungere nemmeno il prezzo minimo di un euro al litro. Ma di questi tempi neanche lo stereotipo è un bene rifugio di qualche conforto, perché la pastorizia sarda convive con la crisi da molto prima che la crisi cominciasse a riguardare tutti. Le malattie hanno decimato le greggi e le condizioni di mercato sono distanti dalle regole centenarie che hanno da sempre modulato i ritmi di lavoro dei pastori tradizionali. Solo nell'ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori, incoraggiati dagli stessi genitori a cercare condizioni di lavoro meno incerte, a dispetto di una tradizione millenaria. Ma forse non sarebbe sufficiente a capire, perché non può sparire da un giorno all’altro una cultura produttiva che gestisce comunque quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. Nonostante i suoi problemi, tra le regioni italiane la Sardegna resta la regina della produzione zootecnica, e il pecorino prodotto sull'isola vince su parmigiano e gorgonzola come formaggio di gran lunga più esportato all'estero. Per capire la matrice dell'abbandono della professione del pastore occorre investigarne soprattutto le ragioni sociali, quelle che possono aiutare a distinguere tra la complessità del pastoralismo come cultura e la durezza della pastorizia come attività di allevamento.
Scritto per il Fatto Quotidiano


È probabile per molti sia stato uno choc scoprire dai giornali che riportano la vertenza Alcoa che in Sardegna ci sono industrie e non solo spiagge, ma è vero, come è vero che queste industrie sono in crisi, sull’isola esattamente come ovunque. Ma come tutti i luoghi cristallizzati in un immaginario onirico, la Sardegna non può permettersi di essere un ovunque qualsiasi, perché vista dalla costa tirrenica non è forse neanche un luogo. Piuttosto è uno stato d’animo, così stabilmente impresso che non ammette variazioni. Dici “Sardegna” e anche chi non c’è mai stato ti sorride, proiettandosi in una dimensione parallela in cui ogni cosa è solare, marina, bilionaria e trendy. Non certo industriale. Al massimo, unica variante d’immagine alternativa a quella vacanziera, può essere pastorale, purché per pastore si intenda quello bucolico con il silenzio in bocca e la sapienza un po’ pericolosa di chi con la natura ci ha fatto società in nome collettivo. Nella geografia fantastica dove è collocata per molti la Sardegna - la stessa di Topolinia e della Terra di Mezzo, va detto - è difficile innestare persino la semplice constatazione che il mondo pastorale sia oggi radicalmente modificato dalle tecnologie, dai flussi migratori e dalle regole spietate dell’economia globale, che per prime conformano agli standard proprio le produzioni tradizionali. Ma nessuno vuol sentir dire questo mentre ordina un pecorino sardo al ristorante, perché i luoghi dello spirito sono inviolabili, l’evidenza non è sufficiente ad intaccarli. È una rispettabile forma di sopravvivenza, si ha bisogno che i sogni stiano immobili proprio nella misura in cui tutto il resto va nella direzione opposta a quello che tutti, quando ancora aveva senso chiedersi cosa fare da grandi, sognavamo di diventare.