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economia

Sembrava impossibile, eppure la classe politica sarda - Pd e PdL senza distinguo - sta dando prova di una tale pochezza di prospettiva sui temi economici da far apparire lungimiranti statisti persino i dimenticabili amministratori sardi degli anni '60. Il caso Alcoa è la prova di come questo sguardo atrofizzato riesca a creare eventi comici anche nel più drammatico dei contesti. Ieri per esempio il consiglio regionale ha approvato all'unanimità un ordine del giorno che impegna la Regione a impedire all'Alcoa di chiudere lo stabilimento nel Sulcis; ma nello stesso ordine del giorno, con una non comune capacità di contraddizione, la giunta si impegna anche a chiedere all'Alcoa il "totale e integrale ripristino dello stato dei terreni, dei sottosuoli e delle falde". Come sia possibile bonificare un territorio tenendo aperta proprio l'industria che lo ha inquinato è un mistero che magari potrebbe illustrarci non dico Ugo Cappellacci, che non saprebbe spiegare neanche perché è ancora presidente della regione, ma anche solo l'onorevole Chicco Porcu del PD, che tra un dibattito sulla bufala delle scie chimiche e l'altro pare abbia trovato il tempo di firmare per primo quel trasversale capolavoro di non senso.

Per capire a cosa sta conducendo questa unanime incapacità politica bastava guardare ieri il triste spettacolo degli operai, dei pastori e dei disoccupati giustamente incazzati offerti alle telecamere di tutte le televisioni come fossero animali da circo in un'arena. L'assenza di una leadership politica progettuale accanto alla loro rabbia ha fatto mancare le condizioni perché potessero capire che chi accetta di farsi trattare da caso umano sta rinunciando a porsi come caso politico. Quelle disperazioni saranno altri a usarle, a interpretarle e a raccontarle politicamente, esattamente come ora sono altri a stabilire come raccontarle sui media. I consiglieri regionali, spaventati dalle dimensioni della polveriera che cresce, annaspano per provare a farlo a modo loro, promettendo mondi impossibili in cui dovrebbero convivere salubrità e industria inquinante, futuro green e centrali a carbone da 240 MW. Lo fanno per opportunismo in nome dell'eterna emergenza, nel tardivo tentativo di dire alla gente incazzata che stanno facendo qualcosa per arginare il disastro; ma se anche fosse vero, starebbero facendo la cosa sbagliata e lo sanno perfettamente. Nel caso ci fosse qualche incolpevole ignorante vero tra di loro, mi permetto di segnalargli un promemoria esauriente scritto qualche giorno fa da Lilli Pruna.
Questo c'è da fare, non altro.


Alcoa se ne va.
La notizia non può coglierci di sorpresa, poiché la società lo aveva annunciato già da qualche anno, anche se gli ultimi accordi – strappati come sempre in emergenza – prevedevano il proseguimento dell’attività produttiva fino alla fine del 2012. A giugno, invece, con un anticipo di sei mesi, Alcoa fermerà l’impianto di Portovesme, acquisito nel 1996 dalla società a partecipazione statale ALUMIX (gruppo EFIM). Dopo quasi 16 anni, la multinazionale americana leader mondiale nella produzione di alluminio lascerà il Sulcis, dove ha prodotto una parte dei suoi utili, come ha ricordato la Presidente del Consiglio Regionale Claudia Lombardo, beneficiando di un risparmio stimabile in circa 2 miliardi di euro, grazie alle tariffe agevolate per l’energia (Il Sole 24 ore), e consumando risorse ben più pregiate, come l’ambiente e la salute delle comunità locali. Se un’azienda vuole andarsene non si può costringerla a rimanere, è libera di produrre dove trova le condizioni migliori. Due anni fa, esattamente il 21 dicembre 2009, Ken Wisnoski, uno dei vice presidenti di Alcoa, ha firmato un accordo con la società mineraria saudita Ma’aden per sviluppare nella nuova zona industriale di Raz Az Zawr, sulla costa orientale dell’Arabia Saudita, impianti per la lavorazione di bauxite e alluminio per circa 7 milioni di tonnellate annue, con un investimento di 10,8 miliardi di dollari. Il Presidente e CEO di Alcoa, Klaus Kleinfeld, ha definito l’accordo una di quelle opportunità che capitano una volta ogni generazione («This joint venture is a once-in-a-generation opportunity for Alcoa») : “Stiamo creando un complesso integrato per la produzione di alluminio che sarà il più avanzato e il più efficiente del mondo”. Non è solo pubblicità: la joint venture Ma’aden-Alcoa potrebbe diventare il principale fornitore mondiale di alluminio primario, allumina e prodotti in alluminio, grazie ai bassi costi e all’accesso ai nuovi mercati in espansione del medio-oriente. Il complesso industriale nascente può disporre di infrastrutture strategiche come porti, ferrovie, energia pulita e a basso costo, realizzate dal governo dell’Arabia Saudita. La bauxite, la materia prima per la produzione di alluminio, sarà estratta dalla miniera di Al Ba’itha, nel nord del paese, e sarà trasportata agli impianti di trasformazione attraverso ferrovia. Il Ma’aden-Alcoa Project prevede l’integrazione di diversi impianti industriali: oltre alla miniera di bauxite, la raffineria, la fonderia, il laminatoio. Le ultime due saranno operative dal 2013 e le prime due dall’anno successivo. Il 17 ottobre scorso, pochi mesi fa, Alcoa e Ma’aden hanno perfezionato l’accordo per la realizzazione della seconda fase del progetto, che procede molto celermente. Dunque Alcoa se ne va e sa bene dove andare, e lo ha annunciato da alcuni anni. Non è una sorpresa e non è un segreto: le intenzioni di una multinazionale – i progetti, gli investimenti, le strategie di mercato, ecc. – si possono leggere sui loro Rapporti annuali e trimestrali pubblicati sui loro siti. Ma per quasi 16 anni Alcoa è stata qui e prima che vada via dovremmo essere in grado di presentarle il conto, il che implica almeno due condizioni: la prima è saper calcolare il consumo dell’ambiente e l’inquinamento prodotto in 16 anni a Portovesme e dintorni; la seconda è avere istituzioni e norme che non solo consentano tali richieste ma addirittura le impongano, a tutela dell’interesse pubblico. Il timore è che non ci sia nessuna delle due condizioni e che ad Alcoa non sia mai stato fatto sottoscrivere alcun impegno in termini di ripristino ambientale. Se così fosse sarebbe davvero un crimine: avere fatto passare i decenni senza dotarsi di una legislazione adeguata né istituzioni che possano porre vincoli e impegni per l’insediamento di attività industriali, mentre l’interesse politico si è concentrato soltanto sull’offerta di incentivi e finanziamenti agevolati per rendere attrattivi (!) i nostri territori, è il più grave segno del nostro sottosviluppo, non solo economico ma prima di tutto istituzionale. Non avere strutture tecniche in grado di misurare nel tempo il consumo del nostro ambiente e i danni alla salute (o non averle mai utilizzate per queste finalità), per poter imporre limiti tempestivi alle attività industriali prima ancora che chiedere risarcimenti (tardivi), è un crimine contro la società e non semplicemente una inadeguatezza del sistema pubblico. Alcoa, come molte altre multinazionali, lega la sua immagine nel mondo anche al riconoscimento della “sostenibilità” dei suoi progetti: ciò rientra nel fiorente mercato delle certificazioni, ma ha un peso nel prestigio della società. L’approccio sostenibile di Alcoa, su cui la compagnia investe molto in termini di immagine, prevede bonifiche e interventi per favorire una chiusura “sostenibile” degli impianti. Si potrebbe dunque concordare subito con Alcoa (non tra sei mesi e neppure tra un anno o due quando sarà ormai lontana) gli interventi di clean up and restore prima che vada via dal Sulcis. Se Alcoa si trattiene da noi ancora per sei mesi, è bene che cominci a pulire subito (e dovrà continuare ben oltre la scadenza che si è data). Nei prossimi mesi, l’impianto di cui è decretata la chiusura e sul quale la società non fa investimenti significativi da molto tempo non avrà una produttività rilevante. Gli ultimi sei mesi di presenza di Alcoa nel nostro territorio sarebbe più utile dedicarli ad avviare immediatamente i piani di bonifica dell’area. In altri contesti in cui opera, a cominciare dagli Stati Uniti, Alcoa ha provveduto a bonificare diversi siti in cui erano insediati i suoi impianti. I piani di bonifica sono stati definiti in collaborazione con lo Stato Federale e le municipalità locali, come nel caso dello “sforzo cooperativo di successo”, celebrato pubblicamente nel 2007 da Alcoa, per ripulire e ripristinare il Comfort Point/Lavaca Bay, a metà strada tra Houston e Corpus Christi, in Texas. Questo sito presentava una contaminazione da mercurio rilasciato dallo stabilimento di produzione Point Alcoa Inc.’s Comfort alla fine degli anni ‘60, che ha causato gravi danni ambientali e la chiusura della pesca in una porzione della baia. Alcoa ha speso circa 110 milioni di dollari per una serie di progetti nella baia e intorno ad essa, durati 15 anni, per ripulire e ripristinare le condizioni ambientali. L’impegno del Gruppo Alcoa ad attuare i piani di ripristino è incorporato – si legge nei suoi documenti – in un accordo siglato nel 2005 che riguarda l’assunzione di responsabilità rispetto ai danni arrecati alle risorse naturali di quel sito. In ragione di tale accordo, Alcoa ha pagato anche le spese sostenute da una serie di istituzioni pubbliche (Environmental Protection Agency, National Oceanic and Atmospheric Administration, Texas Commission on Environmental Quality, Texas General Land Office, Texas Parks and Wildlife Department, US Fish & Wildlife Service) per la valutazione dei danni e la definizione delle azioni di recupero ambientale. Abbiamo mai fatto qualcosa di simile in Sardegna? Potremmo cominciare adesso, subito, cercando di recuperare ciò che è possibile (a cominciare dai 300 milioni che Alcoa deve restituire all’Italia), facendo leva soprattutto sull’interesse di Alcoa a mantenere una buona immagine nel mondo in termini di rispetto dell’ambiente, a prescindere da specifici accordi: il territorio del Sulcis, il suo mare e le sue campagne, e la salute dei suoi abitanti, non valgono meno della baia texana. Tra il 2010 e il 2011 gli utili netti di Alcoa sono passati da 254 milioni di euro a 611 milioni di euro: più che raddoppiati. La società è in buona salute – ci fa piacere – e deve restituirci la nostra. Non servono gesti populisti inutili e ridicoli, non serve che il Presidente della Regione o del Consiglio Regionale minaccino di incatenarsi ai cancelli degli stabilimenti: ciò che serve è autorevolezza e determinazione, alte competenze tecniche e buone alleanze anche a livello internazionale (a cominciare dall’Unione Europea) da mobilitare immediatamente, per esigere il rispetto che meritano la nostra terra e le nostre comunità, e costruire da oggi un modo molto diverso di fare industria (e sviluppo) in Sardegna.


 

materiali per capire

 


come si fa una bonifica

 

 

ha fatto sì che quelle persone non siano state messe nelle condizioni di capire che chi accetta di farsi trattare da caso umano sta rinunciando a porsi come caso politico

Nella sua bacheca in Facebook Nicolò Notarbartolo ha postato questa lettera, legittimamente non firmata ma non per questo non credibile, dove si dicono diverse cose interessanti su come sta andando veramente la cosiddetta rivoluzione dei forconi. Credo che leggerla farebbe molto bene a tutti, specialmente a quelli che anche in Sardegna si stanno emozionando per questa finta rivolta di popolo e magari meditano di emularla per correre appresso al mito romantico del bracciante che si ribella alle angherie del padrone.


Sono un produttore agrumicolo siciliano. In questi giorni, nel pieno della stagione delle arance, anziché a raccogliere sono al computer a mandare appelli affinché si aprano gli occhi su ciò che sta succedendo qui.

Vi scrivo da Lentini, provincia di Siracusa.

Eravamo al corrente dei blocchi imminenti già dalla settimana scorsa. A differenza di noi la maggior parte della popolazione era assolutamente ignara e questo ad ulteriore riprova del fatto che il fenomeno non nasce come popolare.
Lunedì sono cominciati i blocchi. Qui a Lentini ne sono stati organizzati parecchi, almeno 4 sulle principali vie d'accesso del paese. Tutti i mezzi commerciali anche semplici macchie furgonate sono stati costretti a fermarsi e a dimostrare solidarietà al movimento abbandonando il mezzo. Ho passato un po' di tempo ad osservare questi blocchi, non c'era ovviamente nessuna facoltà nel poter scegliere di aderire o meno. I toni ed i modi erano semplicemente intimidatori, in una maniera che nessun siciliano che voglia campare cent'anni potrebbe mai fraintendere.. Un ragazzo africano venditore ambulante, che evidentemente non conosce bene questi codici comportamentali è stato circondato, gli hanno aperto gli sportelli è fatto capire in maniera poco velata cosa doveva fare. La sua macchina è ancora parcheggiata lì. I blocchi non si sono limitati a sequestrare i mezzi, ma hanno fatto opera di indottrinamento. Ciascun autista veniva informato dei motivi della protesta che doveva ovviamente condividere. Mio padre ha avuto qualche piccola obbiezione da fare. Quando gli è stato detto che l'indomani avrebbero impedito anche la libera circolazione dei mezzi ad uso civile, lui ha obbiettato che mia madre avrebbe dovuto fare delle visite mediche e loro gli hanno risposto che in tal caso avrebbe dovuto esibire il certificato medico. Quando mio padre ha reagito dicendo che non solo questo sistema di protesta era sbagliato, ma semplicemente folle, è stato costretto, per punizione, ad accostare fino a nuovo ordine. Dopo mezz'ora è potuto ripartire. Da ieri squadracce di individui poco raccomandabili girano intimando a ciascun esercente, artigiano, ecc.. di chiudere l'attività pena ritorsioni. Ieri, la panettiera, quando sono entrato in panificio aveva le mani tremanti: "mi anno detto che se quando tornano trovano aperto spaccano tutto". Idem in molti altri esercizi, "scusate , ma ci hanno fatto chiudere per sciopero".

Il fatto che le forze dell'ordine abbiano assistito passivamente a questi eventi, con i finestrini delle macchine ben chiusi per non sentire il carattere intimidatorio dei pacifici manifestanti nei confronti degli autisti dei mezzi è gravissimo. So che ovviamente le pattuglie rispondo ad ordini ricevuti, ma legittimare in questo modo queste pratiche anti democratiche, consentire la violazione dei diritti fondamentali di altri individui, crea dei precedenti molto pericolosi. Dare un simile potere a chi non ha alcun diritto di esercitarlo, è un gioco pericoloso, dal quale può essere difficile tornare indietro.

Purtroppo navigando sul web vedo che questa ventata di rivoluzione crea tanto entusiasmo ed accende gli animi di chi, forse, non si rende conto di cosa sta succedendo. Gli studenti che oggi scendono in piazza, non sanno che in questo momento qualcuno sta rubando un pezzo della loro futura libertà.

Questa azione non è in alcun modo fatta per dare alcun beneficio ai siciliani. Nessuno si è presentato al palazzo della regione per pretendere una migliore gestione delle risorse, una riduzione dei costi della politica siciliana, interventi economici ed infrastrutturali per ridurre gli svantaggi territoriali per meglio competere sul mercato europeo o altre delle mille cose che avremmo bisogno venissero fatte. NO!

CIO CHE E' IN CORSO E' UNA MACRO ESTORSIONE.

In Sicilia, ciò cui siamo comunemente abituati, è che qualcuno bussi alla nostra porta e ci dica "o paghi o non ti facciamo più lavorare - ti bruciamo il negozio o la macchina". Qui quanto avviene oggi e che a ciascuna persona che lavora, almeno nel mio territorio, venga detto "o lo stato paga, o non ti facciamo più lavorare, non ti restituiamo il mezzo di trasporto, le merci, non ti diamo più il diritto di mangiare o circolare liberamente". Tutti in ostaggio e boia chi molla.

Quale sia il riscatto che dovrà essere pagato non è ben chiaro. A parte gli interessi di qualche categoria che vuole che la crisi pesi più sugli altri che su di se, qui qualcuno sta mostruosamente speculando sul disagio e l'ignoranza della gente per costruirsi un credito politico, a partire da Forza Nuova che si cela dietro il comitato forza d'urto, così come tanti altri individui di discutibile reputazione.

Ciascuno cittadino e ciascuna categoria, in qualsiasi regione di Italia in questo momento è in difficoltà, ma l'uso della violenza e della prepotenza per l'accaparramento di privilegi non è ammissibile. E' irresponsabile, non ce lo possiamo permettere più. La "rivoluzione" dovrebbe portare esattamente l'effetto opposto rispetto ciò cui stiamo assistendo. Ripristinare lo stato di diritto. Abolire i privilegi. Dare regole eque e chiare e farle rispettare a tutti!

Tutto ciò e molto triste e mi amareggia tantissimo, come italiano e come siciliano.

 

La pessima notizia che arriva da Portovesme è un dramma per centinaia di lavoratori, per le loro famiglie e per un intero territorio. Ma non è una sorpresa per nessuno perché è un dramma annunciato.

Il peso del passato
Negli anni '60 c'erano enormi quantità di soldi pubblici da spendere per lo sviluppo del Mezzogiorno, c'era una classe politica in grado di orientare quei soldi verso specifiche destinazioni, e c'erano imprenditori pubblici e privati pronti a fare impresa rischiando poco o niente dei propri soldi. Il risultato fu la nascita dell'industria di base nel Sud, la grande illusione di creare sviluppo in poco tempo puntando su un solo numero della complessa roulette dell’economia. Quella rischiosa scommessa è stata persa. Certo, migliaia di posti di lavoro sono stati creati per un certo numero di anni. Ma la Gallura, che si dichiarò indisponibile a ospitare grandi impianti di una qualche produzione di base, oggi sta molto meglio di chi allora scelse la strategia dell’"industrializzazione forzata".

Illusioni pericolose
Detto questo sul passato, ora il problema è quello dei lavoratori che rischiano la disoccupazione. Su questo, conviene evitare nuove illusioni. Una illusione è sperare che la politica possa bloccare la “deindustrializzazione” della Sardegna, magari inventandosi improbabili ruoli "strategici" dell'alluminio nell'economia nazionale. La deindustrializzazione è un fenomeno fisiologico che avviene in tutto il mondo occidentale. Oggi negli Stati Uniti solo il 9% degli occupati lavora nel settore manifatturiero, ed era il 20% nel 1980; persino in Germania la quota è scesa dal 31% al 18%, in Svezia dal 24% al 14%, e così via (in Sardegna oggi siamo all’11,5%, dal 15% del 1990). Capita che oggi molta manifattura migri verso l'Asia, e che il mondo più sviluppato debba organizzarsi al meglio per competere in altri, più sofisticati campi. Questo non significa che ci sia poco da fare. Anzi, si potrà fare molto e bene se l'azione pubblica capirà il proprio ruolo e i propri limiti. Il primo punto da capire è che dove si produce e cosa si produce lo decide il mercato, un organismo globale, complesso, impersonale, non manovrabile. Il secondo punto è che oggi bisogna accettare (e governare) molta più flessibilità che nel passato. I Paesi ricchi devono trasformarsi continuamente, inseguire innovazione, qualità, alto valore aggiunto, devono chiudere attività per aprirne altre, devono imparare a gestire crisi economiche impedendo con cura che diventino crisi sociali e resistenza al cambiamento.

Sicurezza sociale e flessibilità produttiva
Adottare strumenti che garantiscano una "flessibilità socialmente rassicurante" è la sfida principale che la politica deve affrontare. E' una sfida difficile perché chiama in causa un fattore che da noi è particolarmente scarso: il buon funzionamento delle istituzioni pubbliche. Fossimo in un Paese scandinavo, i lavoratori dell'Alcoa sarebbero ragionevolmente sereni. Saprebbero di avere un reddito decente garantito e una intera macchina pubblica e privata capace di accompagnarli rapidamente verso una nuova occupazione. Però non viviamo in Danimarca: qualità e credibilità non sono la caratteristica né della nostra formazione professionale né dei servizi di orientamento, e così via. Ma alternative a questo percorso "danese"  non ne esistono, e mettere in fila le nostre attuali inadeguatezze ha almeno il merito di chiarire i punti essenziali di una "politica di sviluppo" su cui concentrare energie e risorse.

Tre cose da fare con urgenza
Delle cento riunioni che si faranno in questi giorni, se ne dedichi almeno una a questo stringato ordine del giorno: primo, trovare le risorse per sostenere il reddito dei lavoratori che rischiano la disoccupazione; secondo, trovare il modo di fornirgli i servizi di orientamento e di formazione di alta qualità di cui hanno bisogno e che oggi non sono presenti nel nostro territorio; terzo, favorire la nascita di nuove attività produttive, per creare la domanda di lavoro necessaria ad assorbire i lavoratori disoccupati. Su quest'ultimo punto c'è ancora una cosa da dire. Favorire la nascita di nuove attività non significa compensare gli svantaggi di un territorio con trasferimenti di soldi alle imprese: è un metodo che non funziona. Funziona molto meglio rendere semplice l'apertura di una nuova attività economica: soprattutto, bisogna garantire tempi rapidi e certi. Per questo serve con urgenza individuare e sperimentare tutte le procedure di semplificazione amministrativa consentite dalla normativa regionale per favorire l'iniziativa privata. In questo quadro, anche l'Alcoa può essere chiamata a fare la sua parte, contribuendo a sostenere il reddito dei lavoratori disoccupati e aiutando lo sviluppo di attività che, diversamente dall'alluminio, possano trarre vantaggio dall'essere localizzate in Sardegna. Se non altro, il caso Alcoa dà alla Sardegna l'occasione di recuperare il tempo perduto, di adottare un vero e proprio piano straordinario per dotarsi di regole, organismi, risorse capaci di rendere sopportabile l'impatto sociale delle continue trasformazioni richieste dallo sviluppo economico. Anche di questa capacità è fatto il successo economico dei territori, in questi tempi di sconvolgimenti globali.

Mentre i media si scannano su quanto sia cafone Paolo Villaggio a dire che i sardi si inchiappettano le pecore, politici e industriali (im)prenditori continuano imperterriti a inchiappettarsi i sardi. La notizia è che neanche stavolta è arrivato "l'amico Putin" di turno promesso da Berlusconi nella scorsa campagna elettorale e quindi chiude definitivame anche l'Alcoa, licenziando 501 dipendenti più l'indotto. Avrei voluto scriverle io le parole che seguono, ma mi ha preceduto lo scrittore Gianluca Floris sul suo blog. Quando avete finito di discutere di Paolo Villaggio e di quanto sia cafone, magari dateci un'occhiata: alcuni dei politici sardi di cui parla (e i portaborse che ne hanno preso il posto) sono ancora seduti in consiglio regionale.


 

Chiude l'Alcoa e penso a quel rompicoglioni di Cicito Masala.

E così l’Alcoa chiude anche in Sardegna.
Le colpe sono di tutti coloro che per i loro interessi di bottega hanno fatto credere che fosse realmente possibile un polo industriale in Sardegna, isola in mezzo al Mediterraneo. I responsabili sono certamente i padroni delle ferriere, che non hanno avuto nessuno scrupolo a violentare la nostra terra, sottraendo chilometri quadrati di ambiente naturale che sarebbe stata una nostra vera ricchezza per il futuro.
Hanno violentato la nostra cultura costringendo i nostri conterranei a abbandonare la cura della nostra terra, la cura oculata del bestiame per diventare per alcuni anni tute blu col casco giallo da illudere e poi da abbandonare a un destino di miseria.
Ancora oggi le nostre coste sono violentate ogni giorno da raffinerie e impianti industriali, le nostre coste e il nostro ecosistema minacciato quotidianamente dal trasporto di petrolio velenoso.
Chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio aveva sempre pensato che l’idea di mettere uno stabilimento a Ottana con una pipeline di chilometri fino al porto industriale di Oristano era una follia, l’idea di sacrificare la magnifica spiaggia rosa di Sarroch per metterci una raffineria (UNA RAFFINERIA!!!!!), di violentare la zona umida di Macchiareddu con altri insediamenti erano idee criminali, sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della giustificazione economica.
Quanto ci avrebbe fruttato curare il nostro territorio, ampliare la coltivazione e l’allevamento ecosostenibile e la piccola ospitalità familiare? Quanto saremmo più ricchi adesso? Quanto ci sarebbe costato MOLTO di meno in aiuti pubblici?
Sono contento di aver letto all’età giusta i lavori di Cicito Masala e in questo momento di grande scoramento e disperazione dei licenziati mi rimangono davanti agli occhi le pagine del “Dio Petrolio”. Un rompicoglioni lo era sempre stato, Cicito, perché era un poeta. E, come tutti i poeti, era stato capace di vedere arrivare il futuro prima di tutti. Cicito sapeva leggere il suo presente come nessuno sapeva fare in Sardegna ai suoi tempi. Non lo ascoltò nessuno, allora, la Cassandra di Arasolé. Non i padroni, e questo è normale. Non i politici, e questo è più grave visto quanto in nome dell’industrializzazione della Sardegna ci hanno speculato da ogni parte politica. Non l’hanno ascoltato nemmeno i sindacati, che il biscotto l’hanno inzuppato oltre ogni decenza.
Sono tutti dei quacquaracquà, mi avrebbe detto Cicito a taccuino chiuso come già mi disse tantissimi anni fa.
Solidarietà ai licenziati dell’Alcoa.

Gianluca Floris

Sardegna24 sta lanciando una campagna di raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che miri a diminuire il numero dei consiglieri regionali da 80 a 50. Nonostante l'apparente sensatezza della cosa, ho scelto di non aderire e ho spiegato il perché (leggi l'intervista). Marcello Fois, che ha invece aderito convinto sinceramente che i consiglieri regionali sardi siano troppi, mi ha inviato le considerazioni che seguono, autorizzandomi a renderle pubbliche. Lo faccio, insieme alla mia risposta.


 

No, Michela, le cose non stanno come dici.
Il punto della rappresentatività dipende dal rapporto diretto tra un partito e il suo elettorato. Tu, in maniera intelligente, ci racconti perché, in tutto questo dibattito sulla riduzione dei consiglieri regionali molte compagini sarde, anche insospettabili, hanno fatto i pesci in barile. Il punto sarebbe che con 50 consiglieri, mantenendo gli sbarramenti attuali partiti come ProGreS non avrebbero alcuna possibilità di essere presenti in Consiglio Regionale? Oppure che si sta facendo una battaglia contabile e quindi dimezzare gli stipendi dimezza il peso dei Consiglieri? Mi paiono argomenti di cui discutere, ma non certo gli argomenti dirimenti, innanzitutto perché il numero di rappresentanti che un partito, qualunque sia, manda al Consiglio regionale, dipende solo dal numero di voti che prende, quindi dalle croci che il cittadino mette sul loro simbolo nella scheda elettorale; poi perché nessuno, e dico nessuno, ha mai detto che la diminuzione del Consiglieri sia un dispositivo per mantenere i livelli inconcepibili degli stipendi che percepiscono attualmente. La mia idea è che la rappresentatività di tutti i partiti sia mantenuta in rapporto ai voti conseguiti esattamente come accade ora, non si capisce secondo quale logica si dovrebbe adeguare il numero di consiglieri e non la percentuale di sbarramento. O meglio si capisce, se, sotto sotto, il discorso non è sostanziale, ma tattico. Se la tua posizione piuttosto che “di principio” non sia una posizione che dipende da un bilancio preventivo problematico della raccolta di voti di ProGreS alle prossime elezioni. Tu parli di Slovenia dove lo stipendio di tutti quei consiglieri ha in quel paese un valore d’acquisto che è il triplo dello stipendio dei nostri anche se dimezzato. Ma ti dimentichi di dire che, secondo questo principio bisognerebbe aumentare numero di rappresentanti e stipendio al Consiglio Regionale della Lombardia che deve rappresentare dieci milioni di cittadini, non certo un milione e mezzo. Ora non basta certo che tu mi dica che la Sardegna è un caso a parte, perché non sarebbe a parte più della Slovenia. In soldoni Michela: non si può ragionare di argomenti tanto importanti partendo dalla condizione di chi deve garantirsi una rappresentatività che non dipenda dagli elettori. O, peggio, di chi debba adattare la regola alla paura che i risultati del proprio partito alle elezioni non siano rosei. Se applichi questa regola al tuo mestiere sarebbe come dire che è lecito garantire uno stipendio, come succede, a molti eruditi locali senza lettori, per regolamento, grazie a prebende istituzionali. Tutto quello che hai conquistato dipende dal fatto che sei brava e che hai conquistato i tuoi lettori, semplicemente. In questo rapporto virtuoso di autorevolezza conquistata sul campo dovrebbe consistere il meccanismo di rappresentanza non certo in furberie contabili in cui si parla di centesimi negli sbarramenti. Per quanto mi riguarda io penso che abbiamo troppi consiglieri e che questi troppi consiglieri siano troppo pagati. Quindi la mia proposta è che i consiglieri non siano più di 50 e che percepiscano la metà dello stipendio attuale comunque, quali e quanti partiti siano rappresentati in quel Consiglio dovranno essere gli elettori a stabilirlo.

Ti abbraccio
Marcello


 

Caro Marcello,
credo che dovremmo essere tutti allarmati davanti all'ipotesi di una restrizione ulteriore della soglia elettiva per i partiti che non hanno rendite di posizione che possano garantirsi i numeri su cui invece contano da sempre i signori delle clientele. Con la diminuzione del numero dei consiglieri i baroni della poltrona rafforzerebbero le loro già fortissime posizioni grazie alla logica del "voto utile", che diventerebbe schiacciante in presenza di soglie di ingresso ancora più alte di quelle attuali. Se anche i limiti percentuali di ingresso dovessero restare gli stessi, comunque andrebbero a incidere su un numero minore di eleggibili, quindi in ogni caso vincerebbe più facilmente chi è già forte. 
Ci sono poi altre questioni che nell'intervista non potevano starci; sono lieta che tu mi dia l'occasione di spiegarle.

La prima riguarda lo squilibrio demografico sardo, che concentra più della metà dell'elettorato a Cagliari e nei collegi di Sassari-Olbia. La riduzione delle quote di eleggibilità polarizzerebbe definitivamente questa situazione, diminuendo in modo drastico le possibilità dei piccoli collegi di eleggere un proprio rappresentante. Già adesso avviene che - se nel collegio ogliastrino un candidato locale prende il 12%, ma il suo partito a livello regionale non raggiunge la soglia prevista per eleggere un rappresentante - quella persona non entra in consiglio regionale. Le probabilità di raggiungere quella soglia d'ingresso con 80 consiglieri sono ben maggiori di quelle che ci sarebbero con 50. Se si verificasse una riduzione di ingressi tanto drastica, l'unico risultato sarà morire cagliaricentrici. 

La seconda questione riguarda il risparmio effettivo. Il costo che pesa sui sardi non è l'avere dieci consiglieri regionali per provincia, ma centinaia di consiglieri regionali sulla schiena ai quali continuiamo a pagare il vitalizio, più quelli in carica che prendono 14 mila euro al mese, cioè la ricchezza prodotta da ogni sardo in un anno. Se devo fare una lotta popolare per ottenere una riduzione dei costi della politica, la faccio dove la riduzione è maggiore e duratura, altrimenti è demagogia.

Mi rendo conto che sembra strano, ma i paragoni tra la Sardegna e la Slovenia sono assai più congruenti di quelli tra la Sardegna e la Lombardia, che non è una regione a statuto speciale e non ha la facoltà di decidere l'emolumento ai suoi consiglieri. In rapporto ai costi della politica, la Sardegna ha già ora la facoltà di agire come farebbe uno stato. Tra i paesi dell'euro è la Slovenia (e non la Lombardia) il paese europeo più vicino al livello sardo di vita e demografia. Il PIL pro capite sloveno è di 17.331 euro, quello sardo è di 15.317 (in Lombardia è più del doppio). L'inflazione in Sardegna è del 2,6%, in Slovenia del 2,10%: il potere d'acquisto è praticamente identico. Però i loro 130 parlamentari guadagnano 50.400 euro l'anno, mentre  i nostri consiglieri quella cifra la raggiungono in 4 mesi, rimborsi spese esclusi.

Mi limito a farti i conti della serva, usando le cifre come elementi puramente simbolici:

Con 80 consiglieri a 14000 euro attualmente spendiamo 1.120.000 al mese.
Se tagliamo i consiglieri a 50 si risparmiano appena 420.000 al mese, ma si perdono 30 rappresentanti territoriali.
La norma peraltro dovrebbe aspettare la prossima legislatura per entrare in vigore, mentre la giunta in carica intanto mantiene il suo status.

Se invece mantenessimo il numero di 80 consiglieri, ma li pagassimo 4000 euro - che è comunque quasi il triplo del reddito pro capite sardo! - spenderemmo mensilmente appena 320.000 euro. Cioè risparmieremmo al mese 800.000 euro e non rinunceremmo a nessuna quota di rappresentanza. Li risparmieremmo subito, perché per questa riduzione non si deve aspettare la fine della legislatura: è sufficiente fare oggi una delibera.

Se poi metti in conto il decurtamento dei vitalizi agli ex consiglieri, i numeri diventano esponenziali, con risparmi immediati a sei zeri.

Quindi ti chiedo: perché fare una battaglia per convincere le persone a firmare per diminuire le proprie quote di rappresentanza in cambio di un beneficio economico ridotto, quando possiamo fare una battaglia per chiedere loro di tagliare hic et nunc una cifra ben più significativa di costi senza rinunciare ai propri rappresentanti?

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1 Jan 1970
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