C'è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra "l’essere pastori", che era un modo di percepirsi al mondo che solo in parte aveva a che fare con il pascolo, e il "fare il pastore", un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto. A me la cesura tra il pastoralismo come dimensione identitaria e la pastorizia come semplice attività produttiva apparve chiara per la prima volta un paio d’anni fa, durante una mia visita ad un circolo sardo del Lazio. I circoli sono associazioni di sardi emigrati sorte negli anni del boom economico, che hanno svolto una importante funzione di accoglienza e mediazione con il territorio di migrazione, in Italia o all’estero che fosse; soprattutto sono stati luoghi dove le dinamiche comunitarie dell'isola si sono declinate secondo una forte componente solidale; grazie a questi luoghi, persone che nella madre patria si sarebbero identificate a vicenda solo per differenza, finivano affratellate in nome del comune esodo per necessità. Oggi il ruolo dei circoli dei sardi - centotrenta nel mondo - è più vicino a quello di un’ambasciata, con calendari fatti soprattutto di scambi culturali con i territori di cui gli emigrati sono ormai parte integrante. Il giorno della mia visita al circolo laziale era anche quello del riepilogo della sua attività annuale, e mi incuriosì molto sentire elencare, accanto a presentazioni di libri e concerti di musica etnica, anche il rito della tosatura delle pecore, consumato come attività aperta al pubblico in un parco poco fuori Roma. Per trovare una spiegazione alla celebrazione di quell’evento così carico di significati nel mondo pastorale, chiesi chi tra di loro allevasse il bestiame; mi fu risposto che non lo faceva nessuno, a parte il padrone del gregge che era stato tosato nell'occasione, ma che molti erano figli di pastori, o erano stati servi pastori da ragazzi prima di emigrare, anni addietro. Presi atto del paradosso insito in quel gioco di ruolo - pastori per un giorno - vissuto attraverso la messa in scena di uno dei riti più connotativi dell’essere pastore, un mestiere che però quelle persone se ne erano andate proprio per non dover continuare a fare. Fu in quella occasione che l'esorcismo dell'essere mi apparve per quello che era: un rito collettivo consumato nello spazio che passa tra tradizione e folklore, tra il fare le cose per sè stessi e il farle perché altri le vedano.
Se il pastoralismo come sistema sociale, con tutti i suoi riti e i suoi codici alternativi, è ormai materia per antropologi, corroso da forme culturali più invasive, o anche solo più adatte ai tempi, il puro fare della pastorizia sopravvive a sè stesso, adattandosi alle nuove regole e, quando serve, cambiando i giocatori. I nuovi pastori, appresso alle pecore al posto dei figli degli allevatori locali, hanno la faccia scura o insoliti occhi chiari, l’accento morbido dell’est europeo o quello spezzato del nord Africa. Si chiamano Fatmir, Khalid, Vasile, Adrian, Kostia. Sono centinaia, diffusi soprattutto nel sud dell'isola, e provengono in prevalenza da paesi a vocazione zootecnica, dove la tradizione dell'allevamento è antica quanto quella sarda. Sono loro a condurre al pascolo le greggi che punteggiano ossessivamente l'orizzonte, ma a stupirsi della loro esistenza sono per primi proprio i sardi, quelli che del mondo pastorale conoscono solo il prodotto finito, schiavi anch'essi della retorica del tipico. Sembra loro surreale che la Sardegna, eterno molo di partenza per qualche altrove con più prospettive, possa essere diventata nel frattempo l'approdo finale delle speranze di qualcun altro. Il dato più rilevante di questo moto migratorio è l'alto tasso di integrazione in cui sembra in grado di risolversi. Molti di questi migranti vivono qui con le famiglie che li hanno nel frattempo raggiunti, formando gruppi etnici anche molto consistenti all'interno di comunità locali numericamente piccole; è l'esempio di Sédilo, duemila e quattrocento abitanti, sessanta dei quali albanesi, in un rapporto che altrove sarebbe senza dubbio rubricato come bomba sociale. Ma in Sardegna la reazione al lavoro straniero ha un volto molto diverso da quello che si è visto nelle cronache di Rosarno: questi pastori migrati dall'oltremare sembrano essere stati accolti dalle comunità dove lavorano con una facilità che vista dall'Italia della Lega ha qualcosa di stupefacente. Lo stesso Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, nel report sull'immigrazione dello scorso anno, ha preso atto del fatto che, in rapporto alle condizioni economiche della popolazione locale, era la Sardegna la regione italiana con le migliori possibilità di accoglienza per gli stranieri. I pastori stranieri che lavorano sull'isola sono tutti regolari, anche perché le aziende zootecniche sono sottoposte a più controlli di qualunque altro settore produttivo, ma a fare la differenza è soprattutto la collaudata attitudine dei sardi a integrare la diversità pacifica. Per questo non stupisce che i nuovi pastori abbiano case modeste e salubri, siano pagati secondo giustizia e frequentino gli stessi spazi sociali dei sardi. Di circoli apposta per loro, i pastori venuti da oltremare non sembrano sentire la necessità.
10.02.2012 11:00 -
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Data privata
11.02.2012 18:30 -
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Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
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Bologna - Assemblea Generale Progres Disterru
19.02.2012 16:00 -
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Bologna - laboratorio di storytelling politico
27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
22:00
Torino