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Scritto per D di Repubblica in edicola il 12 febbraio
Reportage fotografico di Alessandro Toscano
Sardi e pastori, fieri e silenziosi detentori di sapienze tramandate a voce. Così vuole lo stereotipo dell’Arcadia mediterranea, il mito romantico dell’uomo solo tra cielo e terra, ruvido come l’orbace che lo veste e regalmente padrone del suo orizzonte selvaggio. Questa poetica bucolica, per la verità poco aderente alla realtà durissima della vita del pastore, ha indubbiamente avuto un suo prosaico fondamento ovunque ci fosse una terra con uomini e bestiame a calpestarla. Ma immaginare ancora il pastore in questi termini è oggi un falso narrativo, funzionale giusto alle illustrazioni sulle etichette dei prodotti di gourmanderie, o a quelle particolari agenzie di viaggio che negli ultimi anni si sono specializzate in pranzi all’ovile con annessa gita in fuoristrada, non di rado introdotti da tour operator multilingue che indicano allusivamente le grotte naturali della Sardegna interna come imprendibili avamposti dove “un sequestrato non sarebbe mai ritrovato”. In un turismo fatto di visite guidate dentro lo stereotipo sardo, formaggio con brividi e granito noir potrebbero rivelarsi per l’armentizia dell'isola prodotti molto più promettenti del latte crudo di pecora, che in un contesto debole fatto in gran parte ancora di piccolissimi produttori, non riesce a raggiungere nemmeno il prezzo minimo di un euro al litro. Ma di questi tempi neanche lo stereotipo è un bene rifugio di qualche conforto, perché la pastorizia sarda convive con la crisi da molto prima che la crisi cominciasse a riguardare tutti. Le malattie hanno decimato le greggi e le condizioni di mercato sono distanti dalle regole centenarie che hanno da sempre modulato i ritmi di lavoro dei pastori tradizionali. Solo nell'ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori, incoraggiati dagli stessi genitori a cercare condizioni di lavoro meno incerte, a dispetto di una tradizione millenaria. Ma forse non sarebbe sufficiente a capire, perché non può sparire da un giorno all’altro una cultura produttiva che gestisce comunque quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. Nonostante i suoi problemi, tra le regioni italiane la Sardegna resta la regina della produzione zootecnica, e il pecorino prodotto sull'isola vince su parmigiano e gorgonzola come formaggio di gran lunga più esportato all'estero. Per capire la matrice dell'abbandono della professione del pastore occorre investigarne soprattutto le ragioni sociali, quelle che possono aiutare a distinguere tra la complessità del pastoralismo come cultura e la durezza della pastorizia come attività di allevamento.



 C'è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra "l’essere pastori", che era un modo di percepirsi al mondo che solo in parte aveva a che fare con il pascolo, e il "fare il pastore", un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto. A me la cesura tra il pastoralismo come dimensione identitaria e la pastorizia come semplice attività produttiva apparve chiara per la prima volta un paio d’anni fa, durante una mia visita ad un circolo sardo del Lazio. I circoli sono associazioni di sardi emigrati sorte negli anni del boom economico, che hanno svolto una importante funzione di accoglienza e mediazione con il territorio di migrazione, in Italia o all’estero che fosse; soprattutto sono stati luoghi dove le dinamiche comunitarie dell'isola si sono declinate secondo una forte componente solidale; grazie a questi luoghi, persone che nella madre patria si sarebbero identificate a vicenda solo per differenza, finivano affratellate in nome del comune esodo per necessità. Oggi il ruolo dei circoli dei sardi - centotrenta nel mondo - è più vicino a quello di un’ambasciata, con calendari fatti soprattutto di scambi culturali con i territori di cui gli emigrati sono ormai parte integrante. Il giorno della mia visita al circolo laziale era anche quello del riepilogo della sua attività annuale, e mi incuriosì molto sentire elencare, accanto a presentazioni di libri e concerti di musica etnica, anche il rito della tosatura delle pecore, consumato come attività aperta al pubblico in un parco poco fuori Roma. Per trovare una spiegazione alla celebrazione di quell’evento così carico di significati nel mondo pastorale, chiesi chi tra di loro allevasse il bestiame; mi fu risposto che non lo faceva nessuno, a parte il padrone del gregge che era stato tosato nell'occasione, ma che molti erano figli di pastori, o erano stati servi pastori da ragazzi prima di emigrare, anni addietro. Presi atto del paradosso insito in quel gioco di ruolo - pastori per un giorno - vissuto attraverso la messa in scena di uno dei riti più connotativi dell’essere pastore, un mestiere che però quelle persone se ne erano andate proprio per non dover continuare a fare. Fu in quella occasione che l'esorcismo dell'essere mi apparve per quello che era: un rito collettivo consumato nello spazio che passa tra tradizione e folklore, tra il fare le cose per sè stessi e il farle perché altri le vedano.  

 Se il pastoralismo come sistema sociale, con tutti i suoi riti e i suoi codici alternativi, è ormai materia per antropologi, corroso da forme culturali più invasive, o anche solo più adatte ai tempi, il puro fare della pastorizia sopravvive a sè stesso, adattandosi alle nuove regole e, quando serve, cambiando i giocatori. I nuovi pastori, appresso alle pecore al posto dei figli degli allevatori locali, hanno la faccia scura o insoliti occhi chiari, l’accento morbido dell’est europeo o quello spezzato del nord Africa. Si chiamano Fatmir, Khalid, Vasile, Adrian, Kostia. Sono centinaia, diffusi soprattutto nel sud dell'isola, e provengono in prevalenza da paesi a vocazione zootecnica, dove la tradizione dell'allevamento è antica quanto quella sarda. Sono loro a condurre al pascolo le greggi che punteggiano ossessivamente l'orizzonte, ma a stupirsi della loro esistenza sono per primi proprio i sardi, quelli che del mondo pastorale conoscono solo il prodotto finito, schiavi anch'essi della retorica del tipico. Sembra loro surreale che la Sardegna, eterno molo di partenza per qualche altrove con più prospettive, possa essere diventata nel frattempo l'approdo finale delle speranze di qualcun altro. Il dato più rilevante di questo moto migratorio è l'alto tasso di integrazione in cui sembra in grado di risolversi. Molti di questi migranti vivono qui con le famiglie che li hanno nel frattempo raggiunti, formando gruppi etnici anche molto consistenti all'interno di comunità locali numericamente piccole; è l'esempio di Sédilo, duemila e quattrocento abitanti, sessanta dei quali albanesi, in un rapporto che altrove sarebbe senza dubbio rubricato come bomba sociale. Ma in Sardegna la reazione al lavoro straniero ha un volto molto diverso da quello che si è visto nelle cronache di Rosarno: questi pastori migrati dall'oltremare sembrano essere stati accolti dalle comunità dove lavorano con una facilità che vista dall'Italia della Lega ha qualcosa di stupefacente. Lo stesso Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, nel report sull'immigrazione dello scorso anno, ha preso atto del fatto che, in rapporto alle condizioni economiche della popolazione locale, era la Sardegna la regione italiana con le migliori possibilità di accoglienza per gli stranieri. I pastori stranieri che lavorano sull'isola sono tutti regolari, anche perché le aziende zootecniche sono sottoposte a più controlli di qualunque altro settore produttivo, ma a fare la differenza è soprattutto la collaudata attitudine dei sardi a integrare la diversità pacifica. Per questo non stupisce che i nuovi pastori abbiano case modeste e salubri, siano pagati secondo giustizia e frequentino gli stessi spazi sociali dei sardi. Di circoli apposta per loro, i pastori venuti da oltremare non sembrano sentire la necessità.

Commenti  

 
#1 chicco gallus 2010-03-01 16:15
Mi fa sorgere mille domande e mille pensieri.
Ne scelgo solo uno, quello più scemo.
Nel film 'invictus' Nelson Mandela, prima della finale del campionato di rugby fra Springboks e All Blacks, dice al Premier neozelandese 'E se facessimo una piccola scommessa?' e quello 'Ci sto: tutte le nostre pecore, contro tutto il vostro oro'.
Non sarebbe stata una scommessa saggia: l'oro una volta estratto finisce.
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#2 Omar Onnis 2010-03-01 19:38
Interessante accostamento, questo tra oro e pecore (ricordiamo che il termine pecunia sempre con le pecore ha a che fare!).

L'oro, dalle nostre parti, si è volatilizzato insieme alla Sardinia Gold Mining, impresa a capitale australiano che ha devastato l'agro di Furtei (ex prov. CA ora credo Medio Campidano), lasciando un bel lago di cianuro e trenta disoccupati in più.

Il presidente di quella bella congrega di affaristi era all'epoca (pochi anni fa, mica secoli) l'attuale presidente della regione Sardegna, l'avatar Ugo Cappellacci.

Come si vede, non è che abbia cominciato ora a fare danni!

Quanto alle pecore, tre milioni di capi ovini sono decisamente troppi (ma sono diminuiti negli ultimi anni).
Ciò non significa tuttavia, al di là dei facili folclorismi, che possiamo rimuovere a cuor leggero dal nostro orizzonte di sardi emancipati, interconnessi col mondo e proiettati nell'era digitale una parte così grande non solo della nostra economia, ma anche, nel bene e nel male, della nostra cultura e della nostra memoria collettiva.
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#3 Bomboi Adriano 2010-03-02 15:55
Ma la (notevole) differenza tra il circuito economico della pastorizia Sarda e quello agricolo di Rosarno è che il nostro non è inquinato dal fenomeno della criminalità organizzata: Con tutto ciò che ne consegue in termini di ordine pubblico quando gli equilibri vengono stravolti...Sono d'accordo sull'articolo, tranne sul parallelo con un comune come Rosarno che fu sciolto per infiltrazioni della 'ndrangheta e dove la Diocesi del territorio non smette mai di accusare lo Stato per la sua assenza a causa della quale poi gli immigrati finiscono tra le braccia del 'caporalato'. Non è quindi il 'razzismo' in quel caso la vera fonte dei problemi. Casomai questi nasce come conseguenza dell'esasperazione sociale creata da altri che premono 'soffiando sul fuoco'...Salude!
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#4 elisabetta bucciarelli 2010-03-09 10:57
Ciao Michela! letto e apprezzato. Un abbraccio
Elisabetta
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#5 Bomboi Adriano 2010-03-10 14:57
Giusto questi giorni comunque sto notando un'assalto generalizzato a Cappellacci sul caso di Furtei...quasi solo egli ne sia il responsabile politico. C'erano tanti signori, anche gli stessi che attualmente -guardacaso- stanno in lidi più lontani di Cappellacci. Chi si ricorda questo distinto signore oggi IDV (e allora Presidente della Regione col suo stormo di assessori) sorridere e benedire il primo lingotto Made in Sardinia?: www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=202257
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#6 paolo mugoni 2010-03-12 00:48
Sono d'accordo con gran parte dell'articolo ma ho notato una grave imprecisione che mi sembra frutto di scarsa conoscenza dell'economia della Sardegna o peggio di una consolidata (generale)convinzione frutto di una grave distorsione : la pastorizia sarebbe il fulcro dell'economica sarda.Peccato che rappresenti a malapena (pastorizia, agricoltura e pesca)il 3% dell'intero PIL sardo. Dati ISTAT 2008 ( Fatti 32 miliardi di euro l'intero pil il settore agricoltura, pastorizia e pesca produce appena 1 e spiccioli miliardi di euro. Tenete presente che rispetto all'italia la sardegna ha comunque una percentuale di settore doppia.Seppur raddoppindo la produzione lorda vendibile si arriverebbe ad un 6% di PIL annuo ben lontano dal quarto dell'economia della sardegna indicato dall'autrice.
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#7 Bomboi Adriano 2010-03-12 16:01
Nell'articolo parla chiaramente di declassamento di quel settore primario a stereotipo, condito da crisi e commistione col livello terziario. Si può non essere d'accordo sul fatto che l'allevamento sia un quarto dell'economia Sarda come detto, ma l'articolo è in linea con una 'convinzione' diffusa nel sentire popolare (e continentale...). - Il terziario in Sardegna al 2007 dovrebbe essersi attestato sul 67,8% (ISTAT), mentre il primario sull'8,7% circa. Bisogna tuttavia considerare però che una parte del settore primario confluisce nel secondario (ad es. industria alimentare e manifatturiera).
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#8 piergiorgio 2010-03-20 01:04
“Ci hanno insultati, chiamati mujahiddin e detto che meritavamo tutti la morte. Hanno aggiunto che i ceceni non fanno che badare alle pecore per tutta la vita, e che quindi ci avrebbero rimandati a fare i pastori.” (da una testimonianza di uno studente universitario di Grozny in “Un piccolo angolo d’inferno” di Anna Politkovskaja).
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