economia

Assistere alla protesta dei pastori può fare lo stesso effetto che guardare l’agonia di un passero ingabbiato che si spezza il becco nel disperato tentativo di allargare le sbarre e volare via. Le ragioni di questi uomini sono sacrosante: il loro lavoro non vale più nulla perché i caseifici, pressati dalle feroci politiche dei prezzi della grande distribuzione, impongono al litro di latte di pecora il valore ridicolo di sessanta centesimi, meno di quanto costa produrlo. Eppure per dire queste ragioni cinque di loro oggi sono in carcere, alcuni sono feriti, uno ha perso un occhio per un fumogeno partito “per sbaglio” ad alzo zero dal solito poliziotto sbadato, gli altri sono stanchi, stanno dormendo in macchina, hanno le famiglie a casa e il bestiame in mano a qualcun altro. 

A dispetto di come vorrebbe dipingerli una certa stampa, queste persone non sono un esercito di gladiatori, sono solo padri di famiglia. La loro battaglia è condotta con ragione, ma confusamente, con mezzi allo stesso tempo inadeguati e mal mirati. Inadeguati perché quando sei con l’acqua alla gola puoi solo chiedere l’elemosina di un aiuto economico, mentre gli stessi pastori sanno benissimo che il problema del mercato agricolo in Sardegna è strutturale, non contingente. La promessa di dare quindicimila euro a ciascuno di loro, oltre ad aver fruttato qualche voto di clientela ai politici che l’hanno fatta, sarebbe forse una boccata d’ossigeno per chi deve pagarsi le rate, ma non cambierebbe di una virgola l’ingiustizia dell’abisso dei prezzi tra la produzione e il dettaglio, che esiste da tempo e che ogni anno si ripresenta con crescente drammaticità.

Quello che è successo ieri a Cagliari serve però a dare la misura di quanto in fretta la situazione potrebbe precipitare se le risposte all’urgenza non arriveranno subito; per questo, davanti all’emergenza concreta in cui vivono le 17mila famiglie dei pastori sardi, è comunque doveroso che ricevano aiuti e che li ricevano subito. In una crisi dove il governo italiano si è precipitato a creare salvagenti per manager, banche e imprese, affermare che per i pastori non ci sono le risorse sarebbe una scelta politica chiaramente rivelatoria di quali siano le priorità di chi decide.

Ma ammettendo che arrivi la boccata di ossigeno, dopo serviranno immediatamente politiche mirate alla valorizzazione e ristrutturazione del settore produttivo agropastorale, e il dramma vero sorgerà lì. O veramente qualcuno tra i manifestanti si aspetta che queste scelte le faccia la giunta regionale guidata dal figlio del commercialista di Berlusconi? A Cagliari in questo momento non c’è alcun governo, solo incompetenti che per mesi si sono accapigliati per decidere come spartirsi le poltrone. Andare a protestare sotto alle loro finestre più che un atto politico è uno psicodramma: dietro a quelle finestre non c’è nessuno. L’inadeguato Cappellacci, che non ha il potere reale di mettere in atto nessuna delle soluzioni che da mesi promette a queste persone, riesce solo a balbettare che "le ragioni legittime di una protesta non possono mai giustificare degenerazioni come quelle viste davanti al Consiglio regionale". Sulle degenerazioni viste dentro il Consiglio regionale a discapito delle priorità dell'isola, nemmeno una parola.

Ai pastori di Sardegna voglio dare tutta la mia fraterna solidarietà, ma anche un consiglio appassionato: se lo stupido è quello che causa un danno agli altri senza ottenere niente di buono per sé, voi protestate con intelligenza, certi che non sarete lasciati soli. Ma soprattutto, per favore, smettete di votare chi continua a promettervi la boccata d’ossigeno in questa o quella emergenza. Se non vogliamo essere un popolo che vive di urgenze, quello di cui abbiamo disperatamente bisogno è respirare a pieni polmoni, i nostri.

Questo articolo di Adriano Sofri è uscito su Repubblica del 14 agosto 2010. 


Una foto di Paolo Murgia, il pastore sardo che non voleva vendere il suo terreno a BerlusconiCi sono due modi di pensare alla Sardegna.
Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti.
Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi.
Poi c´è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell´aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.
Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero). Sta di fatto che l´argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l´unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini. Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l´indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l´orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l´aeroporto di Cagliari (come gli operai dell´Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente. Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com´è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda.
Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell´Asinara, isola dell´isola. L´episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste. Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall´Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell´Asia alla Luna. Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l´idea scolastica che continuiamo a farcene dev´essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita. Però, il “mito romantico dell´uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio. Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell´ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori… Ma non può sparire da un giorno all´altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell´economia sarda. C´è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘l´essere pastori´, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore´, un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”. Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun´altra regione.
Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi.
Neanche le signore turiste, direi.

Bruno Murgia sul suo blog risponde alle mie domande riguardo alla questione sollevata nel post it Equipolymers/Clivati. Segue immediatamente la mia.

Salvare il salvabile (una risposta a Michela Murgia)


Come ho spiegato tante volte, io vedo il futuro economico della Sardegna – quello che chiamiamo ambiziosamente lo Sviluppo – in maniera molto diversa dalla realtà che abbiamo davanti, ma proprio perchè abbiamo a che fare con la realtà, ho fatto mio il motto “salviamo il salvabile” e cerchiamo di voltare pagina.
Soprattutto in riferimento allo stato dell’industria in Sardegna. La crisi ha definitivamente dato una mazzata a molti progetti sbagliati. Ci sono settori, come la petrolchimica, che sono in crisi da decenni e che si trascinano tra false promesse, presunti miracoli e delusioni profonde. Nel frattempo l’Isola ha conosciuto una seconda, drammatica ondata di emigrazione causa lavoro (o meglio: disoccupazione), che ha impoverito tutti. Il lato maledettamente ironico è che molti giovani impiegati nel petrolchimico sono emigrati nei poli continentali, attirati da una falsa stabilità che non si è mai concretizzata. Al loro ritorno hanno trovato un deserto.
Per questo non capisco lo stupore dell’amica Michela Murgia che non sa spiegarsi il fatto che io mi sia impegnato per mandare avanti un accordo che letteralmente salvasse il salvabile, al di là delle storie personali coinvolte nella vicenda. Io ho un’idea ben chiara della Sardegna di domani: vedo l’unico sviluppo, l’unico progresso derivare da un connubio tra turismo, ecosostenibilità, alta tecnologia, ricerca universitaria, energie rinnovabili e artigianato di qualità. Non mi piace l’industria pesante e penso che la chimica abbia prodotto sufficienti danni ambientali ed economici (in termini di falso sviluppo e strade sbagliate, difficili da percorrere all’inverso) per poter essere definitivamente archiviata, ma fatte salve tutte queste eccezioni abbiamo l’obbligo, da politici, di trovare soluzioni e salvare posti di lavoro, anche se siamo costretti a ripiegare, a fare le cose in fretta, a smentire parzialmente la nostra visione futura.
La storia delle grandi imprese che vengono da fuori e piazzano impianti in Sardegna la conosciamo tutti: è difficile trovare qualcuno che non abbia ricevuto pesanti finanziamenti e proprio per questo dico che la politica deve farsi interprete del rendiconto. Io ti ho dato tanto, tu devi restituire. Le altre questioni, conosciute o meno, fanno parte del contorno. Il primo piatto riguarda sempre la sorte di tanti posti di lavoro.
Questo articolo è il primo di una serie di interrogazioni civili in forma di post-it che voglio porre in vista delle prossime elezioni provinciali in Sardegna. Il testo è in uso libero, aperto alla condivisione sui social network.
L’industria sarda è morta e anche un cieco vedrebbe che la sola strada realistica per creare sviluppo futuro è la bonifica dei luoghi inquinati; ma i politici sardi, fatti salvi quelli di iRS, da quell'orecchio proprio non ci sentono. Il diversivo creato per Alcoa non ha fatto che rimandare il problema della sua chiusura al mese di agosto, e della Vinilys si parla di nuovo solo grazie alla disperazione creativa dell’isola dei cassintegrati, che hanno saputo riportare su di sé l’attenzione dei mezzi di informazione. La grancassa mediatica del governo regionale insiste invece a ripetere che grazie ai miracoli delle sue politiche l’industria sarda adesso si salverà. In ordine di tempo l’ultimo caso strumentalizzato a vantaggio della campagna elettorale provinciale è quello di Equipolymers, un’industria nella piana di Ottana che produce paraxilene, un derivato petrolchimico di cui sono composte le fibre sintetiche. L’accordo di cui tutti si dicono soddisfatti vede come salvatori della traballante Equipolymers il thailandese Aloke Lohia, amministratore delegato di Indorama, e Paolo Clivati, rampollo della famiglia milanese che gestisce la centrale elettrica di Ottana Energia.

Io ho delle perplessità, non solo perché conosco bene la parabola imprenditoriale di Paolo Clivati, ma soprattutto perché non so spiegarmi l’assenza di memoria storica dei politici locali – nello specifico Paolo Maninchedda e Bruno Murgia - che si sono prestati a sostenere politicamente l’accordo. Essendo convinta che sarà la memoria a salvarci, non certo gli imprenditori milanesi, a questo giro scelgo di appendere un post-it proprio su quel Paolo Clivati che oggi viene osannato dai giornali locali come un fuoriclasse della trattativa industriale.

Scritto per D di Repubblica in edicola il 12 febbraio
Reportage fotografico di Alessandro Toscano
Sardi e pastori, fieri e silenziosi detentori di sapienze tramandate a voce. Così vuole lo stereotipo dell’Arcadia mediterranea, il mito romantico dell’uomo solo tra cielo e terra, ruvido come l’orbace che lo veste e regalmente padrone del suo orizzonte selvaggio. Questa poetica bucolica, per la verità poco aderente alla realtà durissima della vita del pastore, ha indubbiamente avuto un suo prosaico fondamento ovunque ci fosse una terra con uomini e bestiame a calpestarla. Ma immaginare ancora il pastore in questi termini è oggi un falso narrativo, funzionale giusto alle illustrazioni sulle etichette dei prodotti di gourmanderie, o a quelle particolari agenzie di viaggio che negli ultimi anni si sono specializzate in pranzi all’ovile con annessa gita in fuoristrada, non di rado introdotti da tour operator multilingue che indicano allusivamente le grotte naturali della Sardegna interna come imprendibili avamposti dove “un sequestrato non sarebbe mai ritrovato”. In un turismo fatto di visite guidate dentro lo stereotipo sardo, formaggio con brividi e granito noir potrebbero rivelarsi per l’armentizia dell'isola prodotti molto più promettenti del latte crudo di pecora, che in un contesto debole fatto in gran parte ancora di piccolissimi produttori, non riesce a raggiungere nemmeno il prezzo minimo di un euro al litro. Ma di questi tempi neanche lo stereotipo è un bene rifugio di qualche conforto, perché la pastorizia sarda convive con la crisi da molto prima che la crisi cominciasse a riguardare tutti. Le malattie hanno decimato le greggi e le condizioni di mercato sono distanti dalle regole centenarie che hanno da sempre modulato i ritmi di lavoro dei pastori tradizionali. Solo nell'ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori, incoraggiati dagli stessi genitori a cercare condizioni di lavoro meno incerte, a dispetto di una tradizione millenaria. Ma forse non sarebbe sufficiente a capire, perché non può sparire da un giorno all’altro una cultura produttiva che gestisce comunque quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. Nonostante i suoi problemi, tra le regioni italiane la Sardegna resta la regina della produzione zootecnica, e il pecorino prodotto sull'isola vince su parmigiano e gorgonzola come formaggio di gran lunga più esportato all'estero. Per capire la matrice dell'abbandono della professione del pastore occorre investigarne soprattutto le ragioni sociali, quelle che possono aiutare a distinguere tra la complessità del pastoralismo come cultura e la durezza della pastorizia come attività di allevamento.
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1 Jan 1970
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