Sardegna24 sta lanciando una campagna di raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che miri a diminuire il numero dei consiglieri regionali da 80 a 50. Nonostante l'apparente sensatezza della cosa, ho scelto di non aderire e ho spiegato il perché (leggi l'intervista). Marcello Fois, che ha invece aderito convinto sinceramente che i consiglieri regionali sardi siano troppi, mi ha inviato le considerazioni che seguono, autorizzandomi a renderle pubbliche. Lo faccio, insieme alla mia risposta.
No, Michela, le cose non stanno come dici.
Il punto della rappresentatività dipende dal rapporto diretto tra un partito e il suo elettorato. Tu, in maniera intelligente, ci racconti perché, in tutto questo dibattito sulla riduzione dei consiglieri regionali molte compagini sarde, anche insospettabili, hanno fatto i pesci in barile. Il punto sarebbe che con 50 consiglieri, mantenendo gli sbarramenti attuali partiti come ProGreS non avrebbero alcuna possibilità di essere presenti in Consiglio Regionale? Oppure che si sta facendo una battaglia contabile e quindi dimezzare gli stipendi dimezza il peso dei Consiglieri? Mi paiono argomenti di cui discutere, ma non certo gli argomenti dirimenti, innanzitutto perché il numero di rappresentanti che un partito, qualunque sia, manda al Consiglio regionale, dipende solo dal numero di voti che prende, quindi dalle croci che il cittadino mette sul loro simbolo nella scheda elettorale; poi perché nessuno, e dico nessuno, ha mai detto che la diminuzione del Consiglieri sia un dispositivo per mantenere i livelli inconcepibili degli stipendi che percepiscono attualmente. La mia idea è che la rappresentatività di tutti i partiti sia mantenuta in rapporto ai voti conseguiti esattamente come accade ora, non si capisce secondo quale logica si dovrebbe adeguare il numero di consiglieri e non la percentuale di sbarramento. O meglio si capisce, se, sotto sotto, il discorso non è sostanziale, ma tattico. Se la tua posizione piuttosto che “di principio” non sia una posizione che dipende da un bilancio preventivo problematico della raccolta di voti di ProGreS alle prossime elezioni. Tu parli di Slovenia dove lo stipendio di tutti quei consiglieri ha in quel paese un valore d’acquisto che è il triplo dello stipendio dei nostri anche se dimezzato. Ma ti dimentichi di dire che, secondo questo principio bisognerebbe aumentare numero di rappresentanti e stipendio al Consiglio Regionale della Lombardia che deve rappresentare dieci milioni di cittadini, non certo un milione e mezzo. Ora non basta certo che tu mi dica che la Sardegna è un caso a parte, perché non sarebbe a parte più della Slovenia. In soldoni Michela: non si può ragionare di argomenti tanto importanti partendo dalla condizione di chi deve garantirsi una rappresentatività che non dipenda dagli elettori. O, peggio, di chi debba adattare la regola alla paura che i risultati del proprio partito alle elezioni non siano rosei. Se applichi questa regola al tuo mestiere sarebbe come dire che è lecito garantire uno stipendio, come succede, a molti eruditi locali senza lettori, per regolamento, grazie a prebende istituzionali. Tutto quello che hai conquistato dipende dal fatto che sei brava e che hai conquistato i tuoi lettori, semplicemente. In questo rapporto virtuoso di autorevolezza conquistata sul campo dovrebbe consistere il meccanismo di rappresentanza non certo in furberie contabili in cui si parla di centesimi negli sbarramenti. Per quanto mi riguarda io penso che abbiamo troppi consiglieri e che questi troppi consiglieri siano troppo pagati. Quindi la mia proposta è che i consiglieri non siano più di 50 e che percepiscano la metà dello stipendio attuale comunque, quali e quanti partiti siano rappresentati in quel Consiglio dovranno essere gli elettori a stabilirlo.
Ti abbraccio
Marcello
Caro Marcello,
credo che dovremmo essere tutti allarmati davanti all'ipotesi di una restrizione ulteriore della soglia elettiva per i partiti che non hanno rendite di posizione che possano garantirsi i numeri su cui invece contano da sempre i signori delle clientele. Con la diminuzione del numero dei consiglieri i baroni della poltrona rafforzerebbero le loro già fortissime posizioni grazie alla logica del "voto utile", che diventerebbe schiacciante in presenza di soglie di ingresso ancora più alte di quelle attuali. Se anche i limiti percentuali di ingresso dovessero restare gli stessi, comunque andrebbero a incidere su un numero minore di eleggibili, quindi in ogni caso vincerebbe più facilmente chi è già forte.
Ci sono poi altre questioni che nell'intervista non potevano starci; sono lieta che tu mi dia l'occasione di spiegarle.
La prima riguarda lo squilibrio demografico sardo, che concentra più della metà dell'elettorato a Cagliari e nei collegi di Sassari-Olbia. La riduzione delle quote di eleggibilità polarizzerebbe definitivamente questa situazione, diminuendo in modo drastico le possibilità dei piccoli collegi di eleggere un proprio rappresentante. Già adesso avviene che - se nel collegio ogliastrino un candidato locale prende il 12%, ma il suo partito a livello regionale non raggiunge la soglia prevista per eleggere un rappresentante - quella persona non entra in consiglio regionale. Le probabilità di raggiungere quella soglia d'ingresso con 80 consiglieri sono ben maggiori di quelle che ci sarebbero con 50. Se si verificasse una riduzione di ingressi tanto drastica, l'unico risultato sarà morire cagliaricentrici.
La seconda questione riguarda il risparmio effettivo. Il costo che pesa sui sardi non è l'avere dieci consiglieri regionali per provincia, ma centinaia di consiglieri regionali sulla schiena ai quali continuiamo a pagare il vitalizio, più quelli in carica che prendono 14 mila euro al mese, cioè la ricchezza prodotta da ogni sardo in un anno. Se devo fare una lotta popolare per ottenere una riduzione dei costi della politica, la faccio dove la riduzione è maggiore e duratura, altrimenti è demagogia.
Mi rendo conto che sembra strano, ma i paragoni tra la Sardegna e la Slovenia sono assai più congruenti di quelli tra la Sardegna e la Lombardia, che non è una regione a statuto speciale e non ha la facoltà di decidere l'emolumento ai suoi consiglieri. In rapporto ai costi della politica, la Sardegna ha già ora la facoltà di agire come farebbe uno stato. Tra i paesi dell'euro è la Slovenia (e non la Lombardia) il paese europeo più vicino al livello sardo di vita e demografia. Il PIL pro capite sloveno è di 17.331 euro, quello sardo è di 15.317 (in Lombardia è più del doppio). L'inflazione in Sardegna è del 2,6%, in Slovenia del 2,10%: il potere d'acquisto è praticamente identico. Però i loro 130 parlamentari guadagnano 50.400 euro l'anno, mentre i nostri consiglieri quella cifra la raggiungono in 4 mesi, rimborsi spese esclusi.
Mi limito a farti i conti della serva, usando le cifre come elementi puramente simbolici:
Con 80 consiglieri a 14000 euro attualmente spendiamo 1.120.000 al mese.
Se tagliamo i consiglieri a 50 si risparmiano appena 420.000 al mese, ma si perdono 30 rappresentanti territoriali.
La norma peraltro dovrebbe aspettare la prossima legislatura per entrare in vigore, mentre la giunta in carica intanto mantiene il suo status.
Se invece mantenessimo il numero di 80 consiglieri, ma li pagassimo 4000 euro - che è comunque quasi il triplo del reddito pro capite sardo! - spenderemmo mensilmente appena 320.000 euro. Cioè risparmieremmo al mese 800.000 euro e non rinunceremmo a nessuna quota di rappresentanza. Li risparmieremmo subito, perché per questa riduzione non si deve aspettare la fine della legislatura: è sufficiente fare oggi una delibera.
Se poi metti in conto il decurtamento dei vitalizi agli ex consiglieri, i numeri diventano esponenziali, con risparmi immediati a sei zeri.
Quindi ti chiedo: perché fare una battaglia per convincere le persone a firmare per diminuire le proprie quote di rappresentanza in cambio di un beneficio economico ridotto, quando possiamo fare una battaglia per chiedere loro di tagliare hic et nunc una cifra ben più significativa di costi senza rinunciare ai propri rappresentanti?
Sembra che tu stia parlando come qualcuno che non vuole nessun cambiamento; dai per scontato che sentiremo i soliti nomi e le solite voci anche in futuro, come che il sistema clientelare e le conseguenti perversioni siano un qualcosa che non vuole (o non può) essere risolto.
, a me sembra proprio il contrario.
)18.05.2012 18:30 -
20:30
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