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In riferimento alle sarde incazzature di popolo che ieri hanno trovato telecamere a inquadrarle, faccio totalmente mie le parole di Omar Onnis, senza che sia necessario aggiungerne di ulteriori.


In giorni difficili e confusi bisognerebbe cercare di elaborare la complessità e renderla intellegibile, anziché aumentare la confusione. Invece all’inerzia dei podatari che governano la Sardegna per conto terzi si risponde con azioni inutili e controproducenti, come l’occupazione delle aule consiliari dei comuni o il blocco delle strade. Come se sabotare la già carente attività politica sul nostro territorio o sequestrare l’intera Isola generasse chissà quali effetti benefici. A occhio e croce, di là dal mare nemmeno se ne accorgono.

Forse se conoscessimo il nostro passato avremmo una visione diversa della situazione. Una visione più prospettica, articolata, capace di fondare una proposta anziché una sterile protesta. Fa un certo effetto dire certe cose nei giorni in cui cade il centoquarantesimo anniversario della nascita di Peppinu Mereu. Da bravo poeta, Mereu aveva già intuito, pur nel corso di una breve esistenza, alcuni elementi decisivi della nostra contemporaneità. Che era anche la sua.

I famosi versi: “Deo no isco, sos carabineris, in logu nostru prit’est chi bi sune, e no arrestant sos bangarrutteris” li scriveva all’amico Nanni Sulis ancora con la divisa da carabiniere addosso, ben conscio di quel che diceva. L’allusione ai bancarottieri non era traslata. Mereu si riferiva alla grande crisi finanziaria e bancaria dei primi anni Novanta del suo secolo, crisi seguita, in Sardegna, a quella produttiva e sociale causata dalla denuncia dei trattati commerciali con la Francia da parte del governo italiano (1887). Lo scenario e le conseguenze della situazione gli erano noti e le ragioni strutturali della stessa non gli sfuggivano affatto, nonostante i suoi scarsi studi e una conoscenza del mondo apparentemente molto limitata.

La crisi generalizzata nel giro di poco avrebbe prodotto scioperi dei lavoratori delle miniere, manifestazioni di piazza per l’aumento dei prezzi, disordini di vario genere. Il tutto accompagnato da sentimenti di rivalsa e slogan di matrice esplicitamente (anche se confusamente) “separatista” (“a mare sos continentales“). Lo stesso Antonio Gramsci nasce e si forma dentro quella temperie.  E – come dice Eric Hobsbawm – non si capisce Gramsci senza capire la sua Sardegna.

A ben guardare, molti elementi di quel passaggio storico coincidono con quelli della nostra crisi attuale. E coincidono anche le cause. I problemi del settore agropastorale, ad esempio, sono pressoché gli stessi, così come in larga misura quelli delle campagne. Il ricatto occupazionale era la regola: vi si basava la grande speculazione sulle materie prime e tutta l’attività estrattiva. I politici sardi erano votati alle pratiche clientelari più svergognate, ben rappresentati in questo dal grande nome di quegli anni, Francesco Cocco-Ortu, più volte ministro in Italia e abile gestore del consenso in Sardegna (pure, negli ultimi anni della sua carriera e della sua vita, ostile al fascismo: ricordiamolo a suo merito).

Il malessere diffuso e la vaga sensazione di ingiustizia che animavano tanto i versi dei poeti quanto le manifestazioni di piazza (represse con le armi), non avevano dunque alcuna sponda politica responsabile. I sardi non possedevano nemmeno una compiuta narrazione di se stessi che sorreggesse la propria identificazione collettiva. I meccanismi istituzionali poi erano decisamente penalizzanti: non esisteva il suffragio universale, le elezioni erano una faccenda che riguardava una percentuale minima della popolazione. Non vigeva allora il principio “no taxation without rappresentation“, tipico delle società moderne: non può esserci alcuna esazione tributaria legittima, senza che sia decisa da rappresentanti della popolazione che la subisce; uno dei motivi scatenanti della Rivoluzione americana. In Sardegna l’asfissiante peso dei tributi non era in nulla compensato da una negoziazione di qualche livello (al contrario di quanto avveniva nel Regno di Sardegna spagnolo, sia pure con tutti i distinguo del caso), né esisteva una prospettiva politica generale che mettesse al suo centro la Sardegna come soggetto politico. Non ci ricorda qualcosa, questa situazione di un secolo fa?

Oggi abbiamo un malessere sociale diffuso e una crisi che sembra sfuggire alla comprensione di tutti (politica, mass media, sindacati, associazioni di categoria, intellettuali). Le varie situazioni problematiche sono affrontate istintivamente col pensiero rivolto ognuno al proprio orto e inserite in cornici concettuali totalmente inutili, se non dannose (la rivendicazione di appartenenza all’Italia, la pretesa di riproporre i Piani di Rinascita nonostante il fallimento di quelli vecchi, l’assoluta sudditanza mentale e politica all’egemonia italiana centralista e classista). Minacce e suppliche si alternano, rivolte verso le evanescenti divinità oltremarine, allo stesso modo con cui i nostri antenati cantavano “Maimone, Maimone, abba cheret su laore“. La parola d’ordine che attraversa tutti i gruppi (partite IVA, agricoltori esecutati, autotrasportatori, pastori, ecc.) è: vogliamo più soldi e/o vogliamo protezione. Chi li guida soffia sul fuoco di questa protesta elementare (bloccata al grado zero della consapevolezza politica), sperando di trarne vantaggi personali in termini di visibilità mediatica e di capacità di intermediazione. Una poltrona alle prossime elezioni sarà una ricompensa sufficiente.

Ma è questo ciò di cui abbiamo bisogno? Sappiamo come andarono le cose cento anni fa. Senza una prospettiva generale in cui inquadrare la nostra vicenda storica collettiva, senza una proposta praticabile, si finisce nelle mani di capi senza scrupoli determinati a cambiare tutto perché nulla cambi (nei rapporti di produzione, nelle gerarchie sociali e culturali, negli assetti di potere profondi). Oppure ci si fa addomesticare da compromessi al ribasso, come successe in Sardegna con l’autonomismo post prima guerra mondiale e poi con l’autonomia regionale.

Vogliamo ripetere fallimenti già vissuti? Non sarebbe il caso di rompere questo riflusso, questo eterno ritorno dell’uguale? La massima secondo cui se non si conosce la storia si è condannati a ripeterla è quanto mai attuale. Ma conoscere la storia non basta se questa conoscenza non si trasforma in consapevolezza prima e in progettualità politica poi. Non serve, ma è indispensabile: la famosa condizione necessaria anche se non sufficiente.

In definitiva il compito per chi abbia a cuore la nostra sorte collettiva è almeno duplice e per questo difficilissimo:
1) recuperare la basilare conoscenza di noi stessi, inserendo la nostra vicenda storica in una cornice narrativa corretta, o almeno non tossica;
2) produrre teoria e prassi politica diversa e alternativa rispetto ai modelli fallimentari e subalterni che ci dominano da così tanto tempo.

La voce dei poeti, degli artisti, degli intellettuali sarà indispensabile, in questo percorso. Con l’auspicio che le forze emancipative già esistenti in Sardegna si rafforzino e diventino finalmente egemoniche.


Omar Onnis, storico nuorese e lucido intellettuale dell'indipendentismo democratico, è presidente di Progetu Republica. Il suo blog - SardegnaMondo - è da anni un autorevole osservatorio critico sulla società sarda.

E' noto che il problema della fiscalità in Italia non risieda tanto nella modalità dei tributi, quanto nell'altissimo numero di evasori fiscali che evitano di tributare ogni volta che riescono, qualunque sia il regime fiscale in atto. Anche la Sardegna ha un problema serissimo di evasione fiscale, ma non con i sardi: ce l'ha con l'Italia, che dal 1991 non versa all'isola la percentuale di IRPEF, accise e IVA dovuta per legge secondo statuto.

Qualche anno fa ci provò Soru a far tornare il maltolto, ma il governo (che allora era dello stesso colore di quello regionale, casomai qualcuno credesse ancora alla fiaba dei governi amici) si limitò a promettere un fumoso piano di rientro che non cominciò mai. A tutt'oggi lo Stato italiano continua a evadere la quota dei tributi che spetta alla Sardegna sulle sue proprie tasse. Sono risorse di entità enorme con cui si potrebbero fare moltissime cose per lo sviluppo dell'isola, ma nessun politico regionale riesce più a porre la questione come primaria e il governo italiano ha ben altro debito a cui pensare. L'indulgenza che l'Italia applica a sè stessa in materia di evasione non è però la stessa che usa verso i suoi debitori. L'aggressività esattoriale di Equitalia sta gettando sul lastrico decine di famiglie, cercando di portare via loro la casa e la terra e in qualche caso riuscendoci.

Negli scorsi giorni alcune donne hanno attirato grande attenzione mediatica portando avanti uno sciopero della fame davanti al consiglio regionale; la loro protesta partiva da istanze fondate, ma era incerta nel contenuto ed è principalmente per questo che non ho accettato i ripetuti solleciti giuntimi da più parti perché supportassi la loro lotta. Pur condividendo la valutazione del disagio sociale da cui prendeva spunto, resto convinta che sforzi simbolici di quella portata meritino di essere indirizzati con maggiore intelligenza politica, altrimenti si fa la fine di quelli che - in perfetta buona fede - per ridurre i costi della casta hanno fatto tagliare di 30 unità le quote di rappresentanza democratica e i consiglieri rimasti continuano a prendere 14 mila euro al mese. La richiesta che non potevo condividere era quella dell'applicazione dell'articolo 51 dello Statuto, il quale prevede che la regione Sardegna possa chiedere allo Stato italiano la sospensione di un provvedimento economico o finanziario manifestamente dannoso all’Isola. Con quell'articolo ci si pone nella condizione di chiedere allo Stato il "favore" di sospendere la conseguenza, ma senza mettere minimamente in discussione la legittimità della causa. Ottenendo l'applicazione di quell'articolo si sarebbe focalizzato bene il dito, ma si sarebbe del tutto dimenticata la luna.

Invece nello statuto sardo, come Progetu Republica ripete con pazienza da mesi, c'è un altro articolo che – se applicato alla lettera senza perdere un minuto di tempo – permetterebbe alla regione Sardegna la riscossione diretta dei tributi dei sardi a partire da oggi, senza più passare per gli enti di esazione italiani, da dove non sono mai tornati indietro. L'azione politica corretta in un cammino serio di autodeterminazione è l'applicazione di quell'articolo - il numero 9 - che sancisce che il fatto che sia lo Stato italiano a riscuotere i tributi della regione Sardegna è solo una possibilità, anche se fino a questo momento è stata considerata come se fosse l'unica possibile: la Sardegna può riscuotere i tributi direttamente e nessuna legge glielo vieta.

Se avessimo un'agenzia delle entrate sarde che cosa succederebbe? Quanti sono i soldi che sono mancati in questi anni di mancata riscossione diretta? Quanti ogni anno vanno a Roma e non tornano, pur spettando alla Sardegna per legge, visto che sono suoi? Quante cose si potrebbero fare con quei soldi? A queste domande risponde un contatore approntato dai programmatori di Progres sulla base di dati certi.
Andatevelo a vedere, è interessante e corre come un treno.

(Cose sarde, prospettive elettorali, considerazioni su anime vecchie e uomini nuovi. Solo per appassionati)

Ci ho pensato bene prima di sedermi ieri a Milis al tavolo con Renato Soru, Pietrino Soddu e Antonello Soro. I motivi dell'esitazione non sono difficili da capire. Soddu, democristiano di quelli che democristiani ci moriranno, è diventato presidente della regione sarda per la prima delle sue sette volte proprio nell'anno in cui io nascevo ed è uno dei responsabili delle scelte che maggiormente hanno determinato le condizioni della situazione drammatica della Sardegna attuale, primo tra tutti il miraggio mai abbastanza verificato del cosiddetto “piano di rinascita” industriale. Antonello Soro, classe dirigente di vecchia scuola democristiana, è un istituzionalista di lustro, tra i fondatori del PPI martinazzoliano e primo segretario regionale della sua versione 2.0, la Margherita. Renato Soru, con alle spalle appena 4 anni di poltrona presidenziale, confronto a queste carriere è un ragazzo ancora da farsi.

Poi c'ero io, e anche se ho avuto il sospetto che non tutti loro all'inizio l'avessero chiaro, se ho fatto una deviazione aerea su Milis tra una data a Cuneo e una a Pavia non era certo per tenere il microfono a un comizio. L'ho fatta perché la questione dell'autodeterminazione della Sardegna è sempre più presente anche in consessi che mai l'avrebbero ospitata anni fa e credo che non bisogni perdere nessuna occasione per porla in termini chiari, chiedendo riflessione a chi può e, quando è il caso, anche spiegazioni a chi deve.

Va reso merito all'associazione Sardegna Democratica per aver organizzato egregiamente le due giornate di riflessione che hanno preceduto l'incontro di ieri. Nonostante questa cura, va riconosciuto che forse non tutti erano al posto giusto nel momento giusto. Credo che un uomo come Pietrino Soddu, 50 anni di politica alle spalle con scelte che parlano per lui, non solo non ha più titoli per sognare il futuro, ma ha dimostrato molte volte di non avere nemmeno l'onestà intellettuale per discutere del passato. Non è questione di età: conosco suoi coetanei che sono ancora in grado di arricchire il presente dei loro nipoti con visioni lucide e costruttive; ma che non sia il suo caso si è visto anche ieri. Aggrapparsi alla retorica della passione politica per non dover rendere mai ragione delle scelte concrete è una tattica che avrà funzionato forse in passato, ma oggi - con gli operai in cassintegrazione, il tessuto socio-culturale sardo completamente sfibrato e un tasso di disoccupazione oltre il 40% - suona come patetico tentativo di pararsi il culo. Sentirgli dire che il principio ispiratore della scelta industrialista era che “volevamo diventare uguali agli italiani” rivela uno spaventoso orizzonte di insufficienza personale e collettiva che solo nell'omologazione poteva sperare di trovare pace.

Il paradosso è che quelli come Pietrino Soddu hanno davvero regalato ai sardi una condizione di uguaglianza rispetto agli italiani: nessuno oggi può negare che siamo cassintegrati esattamente come a Gela, inquinati come a Marghera e con le fabbriche chiuse proprio come a Termini Imerese. Quando gli ho chiesto se nemmeno davanti a questo scempio gli veniva il dubbio che importare di peso modelli economici e culturali estranei all'isola sia stato un errore della sua classe politica, è con perfetta naturalezza che mi ha risposto che è ingenuo aspettarsi che le soluzioni debbano durare in eterno. Non ho visto in lui nessun dubbio sul fatto che potesse esserci una sproporzione tra scelte che hanno comportato il sacrificio culturale e naturale di interi territori e l'evidenza che non abbiano garantito il pane neanche alla generazione che le ha compiute.

Scarsa davvero la memoria di Pietrino Soddu se si dimentica che la commissione Medici localizzò la necessità dei poli industriali in Sardegna non per ragioni economiche, ma per agire con violenza su un tessuto sociale – quello pastorale - percepito lombrosianamente come criminogeno, dentro a un'idea di modernizzazione che il senno di oggi impone a tutti di riconoscere come colonialista e ideologizzata.

Cosa ci fa un uomo con la responsabilità di queste scelte a parlare del futuro della Sardegna allo stesso tavolo con Renato Soru?

È una delle domande che avrei fatto, se avessi avuto più tempo. Ho preferito usarlo per chiedere conto a Soro e Soru di come abbiano vissuto nel 2006 la contraddizione di essere rappresentanti istituzionali della sovranità del popolo sardo e sentirsi dire invece da un ministro per gli affari regionali di un cosiddetto governo amico che “il popolo sardo sovrano non esiste”. A Renato Soru ho chiesto infine se è convinto ancora che sia stata la cosa giusta opporre le sue dimissioni in risposta al conflitto democratico sul piano paesaggistico, scelta che ha di fatto comportato le elezioni che hanno consegnato la Sardegna alla destra eterodiretta e cementifera del PdL sardo.

Se mi ha fatto piacere sentirgli dire che la sovranità è un diritto che va auto-affermato, è altrettanto vero che ho trovato simbolicamente contigua al desiderio soddiano di “essere come gli italiani” la sua aspirazione a essere addirittura “migliore” e porsi davanti alle altre “regioni” dicendo: ecco vedi, la mia sanità è in pari e la tua no, la mia istruzione è più democratica, il mio sviluppo è un modello anche per te. Mi sembra che tra il criterio dell'essere come e quello dell'essere meglio (italiani speciali?) rimanga comunque l'evidenza dell'Italia come parametro di costruzione di un orizzonte politico mai realmente sardo, quindi mai realmente nuovo. A quello specifico tavolo – ma per fortuna c'erano in molte delle altre tavole rotonde di questi due giorni - mancavano i trentenni e i quarantenni che stanno già producendo senso e progettando prospettive per l'isola che c'è e che ci sarà.

A Renato Soru resta il dilemma di decidere a quale tavolo vuole continuare a sedersi.

L'articolo di Marcello Fois a cui ho risposto qui ha suscitato altre reazioni oltre alla mia. Dalle pagine di Sardegna24 hanno replicato infatti due figure molto note dell'indipendentismo sardo: Bustianu Cumpostu, leader storico di Sardigna Natzione Indipendentzia, e Franciscu Sedda, semiologo di fama e politico di ProgReS. Voglio postarle di seguito qui perché la loro differenza è interessante. Chissà che la sequenza non spieghi qualcosa a quanti continuano a dirmi che non capiscono perché le sigle che aspirano all'indipendenza sarda non si uniscono in un solo soggetto.


 

C’è chi spara dai muretti a secco del web e chi dai salotti letterari dei giornali.

Chi riceve il colpo deve comunque chiedersi il perché.

Lei sig. Marcello Fois ha un’idea del perché è diventato obiettivo del tiro dei cecchini indipendentisti?, e perché gli indipendentisti “colti e attrezzati” non correggano il “delirio” delle truppe cammellate?

Faccia memoria sig. Fois, rilegga cosa ha scritto sull’indipendentismo, rilegga cosa ha scritto su lingua, patria, balentes, sugli intellettuali indipendentisti da salotto, nel suo libro “In Sardegna non c’è il mare”, ricordi le emozioni che ha espletato cantando l’inno di Mameli insieme a Luciano Ligabue e ad un gruppo di rockettari sardi?

Lei sig. Fois è un intellettuale organico, alla sua nazione, all’Italia, ed è giusto che scriva e usi categorie organiche alla sua nazione, come è giusto che gli indipendentisti sardi, organici alla nazione sarda, contingentemente sotto sudditanza italiana, contrastino con atti e parole i dominatori di turno e i loro alleati locali.

Il colonialismo in Sardegna non è frutto di “forze oscure” ma di una sudditanza chiara, imposta dallo stato di un’altra nazione e intermediata da una “Borghesia Notarile” di cui lei, per funzione e per scelta, fa parte. La nostra visione della storia, che lei chiama monomaniacale, è la visione dei figli liberi di un popolo che non vuole più essere oggetto della storia altrui ma soggetto della propria storia. Come lei sa, a volte gli “oggetti si rivoltano” e vogliono “essere soggetti del proprio futuro”, come del resto ha fatto la sua Italia quando gli andava stretto il dominatore austriaco o tedesco. Siamo un popolo filiforme, ci siamo staccati dai muri delle domos de janas di Onieri, vogliamo essere liberi e sovrani, riusciremo a passare attraverso le maglie, anche se strette, della gabbia tricolore.

Non interessa a nessuno misurare i suoi “quarti di sardità” o dare una quota valoritiva alla sua nascita sarda, molti sardi non sono nati in Sardegna, sono orgogliosi di fare parte della nazione sarda e di impegnarsi perché sia sovrana sul proprio territorio e possa entrare in Europa e nel Mondo con una propria soggettività politica.

Nessuno mette in discussione la sua “dignità etnica”, è la sua “funzione” che è in discussione e non per la dignità ma per la organicità.

Quei valori che per lei sono passatismo statico, sono per noi memoria dinamica, nella quale affondiamo le radici per allattare i nostri codici e costruire nostre categorie e nostri modelli, per progettare il futuro dei sardi e restituire il colore sardo alla tavolozza del mondo.

Lasci perdere il vellutino, lei si vesta come vuole, ha usato un luogo comune ed è un peccato veniale, ma non è un peccato veniale chiamarci pasdaran perché se sale di un altro gradino ci chiamerà terroristi, e non ci piacerà. Ma, non si preoccupi, siamo indipendentisti sardi e lei sa che “I sardi sanno amare”, amano specialmente il loro popolo ed i loro territorio, amano anche i figli prodighi, ma specialmente le generazioni sarde future alle quali, promuovendo e vincendo un referendum, hanno assicurato un habitat senza nucleare.

Nugoro 01/09/11 BUSTIANU CUMPOSTU

Coordinadore Nazionale di Sardigna Natzione Indipendentzia


 

seddaLa memoria dei sardi è cortissima. Soprattutto quando si tratta di riconoscere il positivo del cambiamento che anche noi siamo capaci di produrre.

Vale dunque la pena di ricordare che se oggi in Sardegna c'è dell'indipendentismo non è a causa della crisi dello Stato italiano ma di una rivoluzione non violenta. Tredici anni fa un manipolo di giovani, critici tanto dell'autonomismo dominante quanto dell'indipendentismo esistente hanno avuto la capacità di affermare che c'era bisogno di un nuovo indipendentismo e che questo doveva partire da un principio secondo alcuni inutile, per altri addirittura imbarazzante: la non violenza, appunto.

La cosa che faceva tremare i polsi a chi era sulla scena indipendentista di allora non era semplicemente lo scarto che si creava con alcune esperienze indipendentiste che nutrivano l'immaginario collettivo con gente incappucciata, bombe, fronti di liberazione. La vera rivoluzione era che la non violenza veniva presa sul serio e metteva radicalmente in questione l'intero stile dell'indipendentista, il suo linguaggio, il suo modo di relazionarsi agli altri e alla propria cultura.

Il sardo non indipendentista non era più visto come un servo o un venduto ma come qualcuno con cui confrontarsi con franchezza e argomenti, con la forza dell'esempio e del progetto. Indipendentismo non violento significava insomma avere sempre il coraggio e la coerenza delle proprie idee e contemporaneamente essere consapevoli che ciò che si stava facendo lo si doveva fare con tutti i sardi perché era per tutti loro che lo si stava facendo, compresi (o forse prima di tutto) proprio quei sardi che trattavano l'indipendentismo con sufficienza, ironia, a volte disprezzo.

Questo abbiamo voluto fare, prima con iRS e oggi con Progetu Repùblica. Far uscire l'indipendentismo dal folklore residuo, dall'atteggiamento urlato e autoreferenziale, per fare politica positiva e propositiva, capace di elaborare progetti ed azioni credibili di trasformazione delle coscienze e dei rapporti materiali che tengono la Sardegna in uno stato di crisi e minorità. “Invece di maledire il buio, accendi una candela”: sovranità pensata e agita, questo il nuovo indipendentismo dice a se stesso e a qualunque sardo.

Del resto l'indipendentista che non ha paura di se stesso e delle sue idee non ha paura del confronto con chi è diverso, anzi, lo cerca, quasi fosse una sfida, consapevole che per arrivare all'indipendenza nazionale della Sardegna bisogna conquistare il cuore di ogni singolo sardo. È da questa intima convinzione che sono nati momenti di confronto e collaborazione pubblica, ad esempio con la prima giunta Soru, su quei percorsi di sovranità che oggi nutrono il dibattito e l'aspirazione di gran parte dei sardi.

Certo, nulla di nuovo si afferma senza fraintendimenti e la dialettica del riconoscimento ha sempre i suoi momenti di impasse. Per fare due soli esempi ricordo la mia amarezza per le parole sull'indipendentismo di Marcello Fois nel libro In Sardegna non c'è il mare; e mi è dispiaciuto vedere persone che stimo non rendersi conto che siamo stati proprio noi, coloro che hanno provato a trasformare in senso non violento l'indipendentismo, i primi a subire una gambizzazione da dietro i muretti a secco quando abbiamo provato a governare democraticamente – ovvero organizzando una maggioranza interna a un partito – l'indipendentismo. Ma non è questo che conta, perché anche se è rischiosissimo (caro Marcello, credi che non mi arriverà una pioggia di insulti gratuiti e dicerie anonime per questo pezzo?) chi vuole la libertà della nazione sarda deve coltivare la memoria del bene. Per questo io ricordo che c'è stato un cambiamento, che oggi la tua voce autorevole parla di autodeterminazione e che tante persone, politici o gente comune che stanno su fronti diversi, ci hanno espresso solidarietà e incoraggiato a proseguire. E soprattutto voglio ricordare che c'è un dibattito sulla sovranità e l'indipendenza che si è avviato pubblicamente, in modo chiaro e profondo. Questo è quello che conta. Un passo avanti è già stato fatto. Al di là dei muretti, al di là delle paure che una storia dolorosa e rimossa ha sedimentato in noi sardi.

Lasciare che il passato passi veramente lasciandoci in eredità non un presente fatto di risentimenti ma la possibilità di un futuro migliore. Questo è per me essere indipendentisti. Poi i cecchini tirino pure le loro palle. La voglia di indipendenza, la coscienza di nazione, i cammini di sovranità che sapremo costruire le scioglieranno come neve al sole.

Franciscu Sedda

Pubblico questo scambio di opinioni tra Marcello Fois e me che è comparso tra ieri e oggi sulle pagine di Sardegna24. Si parla di indipendentismo, di linguaggi sulla rete e di stili di comunicazione.


 

marcello-fois-by-gaetano-lo-presti-immagine-004In Sardegna la parola Indipendentismo fa paura. Ciò potrebbe derivare dal fatto che quando non si è abitata abbastanza la parola madre cioè Indipendenza è difficilissimo avere un bel rapporto con la sua figlia declinata in “ismo”. Anche perché quella figlia, privata della sua sostanza, del suo supporto, del suo senso primo, suona patologica e non consequenziale. Chi frequenta i blog sardi può sperimentare su se stesso che cosa intendo quando parlo di orfanità della parola Indipendentismo, la quale dovrebbe essere innanzitutto un punto di vista, un credo politico, una convinzione antropologica e invece si trasforma in un atteggiamento rigido, in una condizione pregiudiziale, in una chiusura furente, in una battaglia che questi sedicenti indipendentisti stanno combattendo anche fra loro, l’un contro l’altro armati. La tendenza è quella di non riconoscere alcun ruolo e alcuna dignità all’interlocutore. Il caso più diffuso è quello di anonimi, la maggior parte dei bloggisti sono anonimi, che si rapportano su base etnica, considerandoti non una persona in quanto tale, ma in base ai quarti di sardità che puoi vantare.

Alla base di questo pregiudizio alberga una concezione della purezza, vera o presunta, davvero preoccupante. E una visione monomaniacale della Storia in cui la Sardegna è solo, e non anche, il frutto di un colonialismo cospirativo da parte di forze oscure che hanno come unico obiettivo quello di eliminare la sardità dall’universo. E’ esattamente questo atteggiamento che rende temibile qualunque ipotesi "indipendentista". Perché, se mai avesse una qualche fondatezza lo scenario cospiratorio plutocratico antisardo che viene continuamente disegnato nelle chat, risulta tuttavia più sostenibile di quello talebano che i modi, la rigidità furente, la palese frustrazione di quelle affermazioni fa intravedere nell’ipotesi di una Sardegna governata da orgogliosi “indipendentisti”. Quasi mai un intervento propositivo, solo sarcastico, demonizzante, apodittico. Spesso attacchi personali se non privatissimi, con affermazioni sghimbesce, e non replicabili, nei confronti del nemico di turno Visto dai vari deliranti siti e dagli interventi sui blog viene da chiedersi che fine hanno fatto le centinaia di Indipendentisti colti e attrezzati che pure ci sono? E perché non intervengono mai per correggere il delirio delle truppe cammellate? Perché non si schierano pubblicamente contro quella massa di interventi che fanno pensare immediatamente ai pogrom e alle deportazioni, alla Lingua come potere sacerdotale, al passatismo usato a proprio comodo, a un mondo di nemici, di avversari che vanno eliminati (verbalmente tanto per iniziare). Costoro non sono indipendenti quindi nemmeno indipendentisti, rappresentano un falso mito e un luogo comune della Sardegna che ci affligge da tempi immemorabili, quello del cecchino dietro al muretto a secco: non hanno mai nulla da proporre, nulla da discutere, nulla da mettere in dubbio, si aggirano per il Web, leggono e sparano, nessun dibattito, nessun argomento.

E’ questo che, in prospettiva, mi spaventa parecchio: se questo è il modello di Sardo Resistente, indipendente, sono piuttosto fiero di essere costantemente insultato in nome del fatto che, per destino, sono semplicemente un sardo di fuori. Nella migliore delle ipotesi mi invitano a farmi i fatti miei a Bologna, nella peggiore sentenziano che non sono più sardo e che ho perso il diritto di parlare. Nel mio emisfero essere nati in Sardegna è meraviglioso, ma non basta: le persone continuano a interessarmi di più della loro etnìa. La realtà è che tutti questi pasdaran, non hanno niente a che fare con l’indipendenza, né, tanto meno, con l’indipendentismo, che non germoglia certo se nutrito di intransigenza e dogmatismi. Non riconoscere il proprio interlocutore semplicemente perché non lo si ritiene degno etnicamente è un atto per me inconcepibile. Come è inconcepibile la violenza con cui ci si permette di ridimensionare e sbeffeggiare le competenze di persone che meriterebbero rispetto anche se avessero torto. Certo la visuale politica del complesso universo indipendentista, non è, al momento, limpidissima, tra bandiere regalate al Principe, partecipazione al fallimentare governo regionale attuale e deprimenti rotture all’interno di IRS. So anche benissimo che l’universo del PSd’Az attuale e quello rappresentato da IRS, e ProgreS, sono distantissimi nei fatti, ma assai meno nella testa dei buona parte degli altri sardi che, proprio negli spazi dove dovrebbero capire, fare distinzioni, discutere e scegliere, sono abbandonati in balìa degli stalker in vellutino. Questo è quanto desumo dal Web, ora si può farmela pagare dandomi dell’italiano, o dell’italiota, o dell’idiota. Fate voi.

 


forumnuovoChi naviga abitualmente su internet conosce bene il rischio di incontrare gli “urlatori” di professione e sa che più è autorevole e visibile la posizione da cui parla, più gli “urlatori” cercheranno di sovrapporsi a quello che ha da dire. L'intervento di Marcello Fois ieri su queste pagine è lo sfogo civile di chi, nonostante sulla rete sia un viaggiatore recente e variamente assiduo, gli urlatori li ha incontrati sin da subito e non ci si riconosce. Sbagliato prenderlo per un fatto personale: accade a tutte le persone note che abbiano scelto un profilo pubblico di non invisibilità civile. Questo vale che si scriva di sessismo, di politica sarda, di indipendenza o del prezzo delle patate. L'unico modo per evitare gli strali degli odiatori di professione è tacere, un prezzo che Fois ha sempre giustamente rifiutato di pagare. Ascrivere però questo stile all'area indipendentista non solo è ingiusto, ma è un esercizio di slittamento dello sguardo che fa esattamente il gioco dei molestatori elettronici.

All'inizio dell'anno Loredana Lipperini, saggista, giornalista, conduttrice della trasmissione radiofonica Fahrenheit, ma soprattutto blogger di lungo corso, lamentava il medesimo fastidio di Marcello Fois, denunciando il fatto che quando nel suo blog affrontava un argomento qualunque - dalla critica letteraria al linguaggio sessista – nei commenti si scatenava l'inferno. La maggior parte erano anonimi e privi di argomenti, ma pieni di insulti e violenti attacchi personali; gli “urlatori” riuscivano ad avvelenare il clima al punto che i commentatori pacifici abbandonavano la conversazione. Questa tecnica di guerriglia comunicativa si chiama “hate speech”, letteralmente “discorso d'odio”, ed è molto usata anche nei talk show, dove si parla addosso all'interlocutore con grida ripetute prive di contenuto al solo scopo di inibirgli la comunicazione. Vittorio Sgarbi e il suo immarcescibile “Capra!” e Ignazio La Russa con l'indimenticato “Zitta, Concitina!” rivolto alla De Gregorio sono esempi eccellenti nel campionato italiano di hate speech.

In rete questo fenomeno incontra due elementi che potenziano esponenzialmente la sua diffusione: l'anonimato e la facilità di accesso al mezzo. Gli odiatori che in televisione non sarebbero mai fatti entrare trovano invece sul web una porta sempre aperta, dove il nickname li protegge dall'assunzione di responsabilità personale. Dietro quel velo chiunque può dire quel che vuole, specialmente se quello che vuole è insultare e cercare di delegittimare l'altro per impedirgli di parlare. Se la discussione muore per sfinimento o l'attenzione dei partecipanti si sposta dall'argomento iniziale all'attacco all'odiatore, lui vince e tu hai perso. L'unica soluzione è ignorarlo, cosa non sempre facile se il registro violento dell'hate speech è diventato per molti la normale modalità di comunicazione in rete. I gestori di molti blog hanno scelto di proteggere il livello dei propri dibattiti impedendo i commenti agli anonimi e moderando gli interventi. Gli odiatori davanti a queste misure strillano che non è democrazia, ma la rete non è il luogo della democrazia: è quello della libertà ed è in quella libertà che ciascuno nel proprio spazio detta le sue regole.

Tra chi pratica l'hate speech c'è gente di ogni tipo, comprese persone dai sentimenti politici più confusi che indipendentisti. È gente arrabbiata e priva di strumenti critici che cerca bersagli verso cui indirizzare la frustrazione della propria impotenza. Non si può confondere questo agire con la prassi di un qualsivoglia partito politico. L'indipendentismo che pratico e in cui mi riconosco è democratico, non violento e progettuale, lontano dall'hate speech come la testa lo è dal ventre, e le sue forze migliori in questo momento non sono sui blog a spalare fango, ma elaborano proposte sui temi urgenti per l'isola: vogliono l'abolizione immediata delle province e il potenzialmento delle unioni dei comuni, finanziate con il 5% dello stipendio dei consiglieri regionali. Chiedono bonifiche dei territori inquinati e scelte politiche di sviluppo sostenibile. Avanzano progetti concreti di investimento sulle infrastrutture e sull'istruzione. Nessuno di loro sventola purezze, né di sangue né di lingua, ma idee concrete per arrivare all'autodeterminazione attraverso la conquista graduale di sempre nuovi spazi di sovranità. È un laboratorio vivace e ricco che ha le potenzialità per pensare una Sardegna diversa: non facciamogli rispondere dei danni dell'inciviltà altrui.

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1 Jan 1970
1 Jan 1970
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