Domenica 22 Febbraio 2009 18:03
A dieci giorni suonati dalle elezioni sarde, quando tutte le riflessioni che contano sono state fatte, questa potrebbe non aggiungere niente. La sento però necessaria per me, perché per quanto sia stata forte l’iniziale tentazione di elaborare il risultato come un macroscopico caso di ipnosi collettiva, non può essere sufficiente a spiegare fino in fondo che cosa è accaduto sull’isola del tesoro. Sgombro l’equivoco per i vincitori: non ci sarà alcun “ci siamo sbagliati” alla fine di questa riflessione; per quanto possa sembrare difficile da comprendere a chi ha deciso che entrare ad ogni costo sarebbe stato l’unico parametro delle sue scelte, esistono anche opzioni che mantengono intatto il loro senso, che si vinca o che si perda. Mai come ora sono stata convinta che il metro della democrazia non fosse la maggioranza, ma le condizioni di conoscenza e consapevolezza in cui quella maggioranza si determina; e sul fatto che in Sardegna mancassero, sfido chiunque a smentirlo. Anche per questo, tentare di far passare questa sconfitta come un dato politico è una operazione spudorata che possono cercare di fare solo i vecchi marpioni del PD sardo, quelli per i quali la maggiore sconfitta sarebbe stata vincere con Soru, e che oggi rilasciano interviste accorate per spiegare politicamente la (sua) debacle.
Questi signori sanno sin troppo bene che gli atti politici sono un bene esclusivo degli uomini liberi, eppure non rinunciano a offendere la nostra intelligenza con la pretesa di far l’analisi politica del numero degli ingannati e dei presi per fame, o più beceramente per un buono benzina. A me non interessa dire quali sono stati gli errori di Soru e quali i punti di forza della destra;
altri meglio e prima di me lo hanno fatto. Mi interessa invece leggere, nello sconcertante dato numerico delle urne, le ragioni assai più serie di quella che è evidentemente una sconfitta antropologica.
Su quel piano Renato Soru lo si poteva di certo obiettare sul metodo, ma era difficile dargli torto sul merito. È stato il mio percorso indipendentista che mi ha permesso di riconoscere nel suo progetto un più che degno compromesso tra la necessità storica che condurrà i sardi all’autodeterminazione futura e il pantano morale del momento presente, dove il massimo della scelta autonoma di cui i sardi sono capaci è il nome del padroncino locale con cui barattare il voto, in cambio di un diritto spacciato per favore personale. Soru, con tutti i suoi limiti, ha proposto una visione non facile, con un prezzo indubbiamente alto, ma anche l’unica che contenesse una prospettiva di lungo termine, più vicina agli obiettivi finali della mia scelta politica per iRS: chiedere ai sardi di assumersi in prima persona la responsabilità del proprio sviluppo. Dall’altra parte cosa c’era? L’offerta di un fantomatico piano Marshall (sic), una misura drastica per cui anche un cretino capirebbe che non ci sono i fondi, ma che anche se ci fossero, resterebbe comunque legata a una visione da sopravvissuti alla guerra, da terremotati della nazione, da alluvionati della storia, in un consolidato e comodo rapporto assistenziale. Era tra queste due visioni di mondo e di popolo che si giocava la scelta, e per questo dalle urne non esce solo la sconfitta di Soru, ma soprattutto l’incapacità di gran parte dei sardi di pensare a sé stessi come gente libera. Quello è il dato con cui bisogna adesso fare i conti, e non ha nessuna importanza l’essere di destra o di sinistra per capirlo, è sufficiente l’onestà intellettuale.
Quella non la cercherò tra chi si vede già librato a tre metri cubi sopra il cielo, al grido sguaiato di Vox populista, Vox Dei. Non la cercherò nemmeno tra i nomi di coloro a cui si mostrerà la gratitudine dei numeri primi nel gioco ciclico dello spoil system. L’andrò a cercare invece tra quanti hanno capito la posta in gioco, come le persone che sono venute ieri a sentirmi a Cossoine, e che hanno perso la sfida di farlo capire ad altri per mancanza di coordinamento, di mezzi e di luoghi di elaborazione popolare in cui far crescere il rispetto di sé nella gente. La cercherò tra chi quella sfida l’ha giocata affrontando la strada in salita di sapersi minoranza, come gli uomini e le donne del mio movimento, che sono riusciti a far crescere una moderna coscienza indipendendista in posti dove non fioriva nemmeno il cardo. La cercherò soprattutto tra gli intellettuali sardi liberi da rapporti di vantaggio con i poteri, che non abbiano mai rinunciato a esercitare un ruolo di critica vigile nonostante tutto e tutti, e che intendano nel futuro continuare a farlo. Il sogno che coltivo è che un giorno possano verificarsi condizioni in cui i sardi non si divideranno mai più sul cosa vogliono essere, ma al massimo sul come vogliano arrivarci. Per il momento, ha da passà ‘a nuttata.
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