Come mai ha dedicato un capitolo del suo libro all’indipendenza, invece che all’autonomia?
Credo che l’autonomia sia l’aspirazione politica dei popoli socialmente minorenni. Al pari dei figlioli che vanno a vivere da soli per studiare all’università, essi credono in una definizione di sé basata sostanzialmente sul riferimento ad un altro potere, al quale chiedere il permesso di essere pienamente sé stessi. Per restare nella metafora, l’autonomia dell’universitario fuori sede si esprime in alcuni ambiti, ma non sono quelli essenziali per la sua autodeterminazione: egli potrà pure farsi le canne e rientrare all’ora che più gli aggrada senza rendere conto ai genitori lontani, ma la sua stessa possibilità di studio dipende del tutto o in gran parte dall’aiuto familiare, né egli vuole che sia diversamente. Le fondamenta della sua cosiddetta autonomia poggiano quindi su uno stato effettivo di dipendenza, che determina la natura stessa di ogni suo spazio di libertà. Troppe aspirazioni autonomiste sono il complesso politico di chi non crede nelle sue risorse, e teme di non avere forze sufficienti per essere indipendente mantenendo lo stesso livello di sviluppo.
L’autonomia della Regione Sardegna quindi per lei è inutile?
Non sono io che dico che è inutile, sono i fatti che stiamo vivendo. L’autonomia così concepita è un sogno timoroso, va bene a coloro che sanno pensarsi liberi e autodeterminanti sempre fino ad un certo punto. E' un pensiero debole, che genera e riconosce come legittima la dipendenza da un potere altro: l’autonomista sardo vive schiacciato dal timore che l’indipendenza reale sia l’altro nome della solitudine e della povertà economica, e questa convinzione è il frutto del complesso corto circuito sociopolitico che ci vuole sempre “mai abbastanza grandi”. Per fare un esempio: moltiplicare enti come le province sul territorio sardo amplifica questa dipendenza, perché aggiunge ulteriori legami economici a senso unico su un territorio depresso che già vive per il 66% di trasferimenti statali. Ci stanno mandando 2500 militari dell’esercito per garantire la nostra sedicente sicurezza: abbiamo forse il potere di opporci a questa decisione? In queste condizioni di evidente subordinazione pensare l’indipendenza può sembrare follia.
E non lo è?
In troppo pochi vogliono credere che l’indipendenza, lungi dal generare isolamento, abbia la potenzialità di suscitare relazioni politiche paritarie, all’interno delle quali ogni legame – anche quello economico - sorge come uno scambio bidirezionale. Pensarsi indipendenti da un singolo potere è il solo modo per conquistare il bene dell’interdipendenza a tutto spettro, cioè uno sviluppo maturo non subordinato alla compiacenza di un unico soggetto più forte. Rifiutare il percorso dell’autonomia in favore di quello per l’indipendenza significa delegittimare l’idea di avere un solo interlocutore, vuol dire disconoscergli il ruolo dominante di padre-padrone. Chiaramente l’indipendenza in questi termini non è un sogno a buon mercato. Più che chiedersi se è realmente possibile, occorre domandarsi quanto si è disposti a spendersi per ottenerla.