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Per quanti seguono o si interessano al dibattito politico sull'autodeterminazione della nazione sarda, riporto questa trascrizione - senza pretesa di letteralità se non per le parti esplicitamente virgolettate - che ho fatto domenica scorsa all'incontro di Santa Cristina - voluto da iRS (che io sostengo) e dalla Fondazione Sardinia - tra gran parte dei partiti e movimenti politici della Sardegna. Il tema dell'incontro riguardava lo strumento dello statuto e il concetto di sovranità, declinato dai vari intervenuti ciascuno secondo la sua sensibilità politica. L'incontro è stato impreziosito dalla presenza dei rappresentanti del movimento indipendentista catalano, che hanno portato la loro esperienza verso l'autodeterminazione democratica e pacifica, evidenziando soprattutto i limiti dell'autonomia politica e le potenzialità dell'indipendenza.
Oltre a questa trascrizione non ci sono altri documenti neutri di questo incontro a mio giudizio importantissimo. In seguito all'incontro è uscita invece una fiorita interpretazione del PD sul sito Sardegna Democratica e un comunicato chiarificatore di iRS.

 Introduce l'incontro il professor Salvatore Cubeddu, chiarendo lo scopo dell'incontro e specificando che è promosso dalla Fondazione Sardinia che lui qui rappresenta, e dal movimento politico iRS. Il concetto principale che esprime nell'introduzione è che è importante in questo momento decidere non solo COSA c'è da fare in Sardegna, ma anche CHI deve farlo, chi è il soggetto che detiene la facoltà di agire sul presente e sul futuro dei sardi. Citando un bellissimo passo di Montesquieu tratto dall'Esprit des lois, evidenzia come sia diventato prioritario approfondire il discorso su chi detenga al momento in Sardegna la possibilità di prendere le decisioni che occorrono. Il sottinteso è che non siano i sardi, o non lo siano nella misura in cui dovrebbero e potrebbero esserlo.


 Per i Rossomori interviene Carlo Secchi in sostituzione di Claudia Zuncheddu, malata.
Parte facendo un rapidissimo inquadramento storico del percorso di autodeterminazione della Catalunia, e conseguentemente fa il parallelo con il percorso sardo, che gli appare evidentemente più arretrato. L'esempio che fa è l'incapacità dell'attuale consiglio regionale di negoziare con il governo italiano soluzioni valide per la crisi economica che sta colpendo la Sardegna, con il licenziamento di centinaia di persone dall'industria.
Mettendo a fuoco la questione delle origini, ci tiene a presentarsi come nazionalista sardo di lingua catalana, ma rivendica l'appartenenza di Alghero all'identità sarda (cosa che secondo lui non è sempre capita da tutti). Leggendo lo statuto catalano mette in luce come la prima frase sia quella del riconoscimento della Catalunia come nazione, punto di partenza che per la Sardegna è invece un punto di arrivo. Considerando questo tema come centrale, afferma che la vera rivoluzione che attende l'isola deve partire dalla questione identitaria, che per lui si declina sui temi di lingua, cultura e scuola.


 Pietrino Soddu interviene in rappresentanza del movimento Democrazia Federale, alleato del PD in consiglio regionale.

Viene introdotto da Salvatore Cubeddu con una citazione sua propria, risalente al 1981, dove Soddu puntava già il dito sul fallimento dell'autonomia sarda. Sulla stessa scia Soddu ribadisce - con una affermazione che genera il primo applauso tra i presenti - che nel 1848 i sardi fecero un errore a rinunciare alla propria indipendenza chiedendo al Piemonte di diventare parte dell'unità nazionale italiana. Nonostante questa affermazione forte, chiarisce che per lui la strada per il recupero di quella posizione di completa autodeterminazione non è l'indipendenza, ma una unità federale all'interno del nascente federalismo italiano per "porsi davanti allo stato italiano in una posizione di autodeterminazione e negoziazione". La contraddizione tra i due termini non gli appare, il pubblico invece la coglie e mormora vistosamente. "Io sono su queste posizioni perché tutti i tentativi che abbiamo fatto con l'autonomia non hanno dato frutto, e il mio timore è che noi si arrivi ad una Italia federale portati dagli altri", cioè Bossi, Maroni e Calderoli. In conclusione propone di sfidare il consiglio regionale sardo a fare non "la repubblica sarda, ma una dichiarazione politica, impegnativa, storicamente fondata che oggi è nella coscienza dei sardi: questo lutto della rinuncia all'autonomia lo dobbiamo chiudere".


 Bustianu Cumpostu parla per Sardigna Natzione.

Si dichiara immediatamente indipendentista e chiarisce la distinzione tra stato, che non siamo, e nazione, che invece siamo e non abbiamo mai smesso di essere, perché la nazionalità è un bene indisponibile di tutti i sardi, che non può essere "ceduta", e che non è stata ceduta nemmeno nel 1847, diversamente da quel che ha detto Soddu. Per Cumpostu quella occasione è stata un esercizio di tutta la sovranità che i sardi disponevano in quel momento, con la quale hanno deciso una fusione politica, statale, ma non nazionale. Non siamo stati noi (i sardi) a strumentalizzare il concetto di nazione, sono stati loro (ovvero il potere politico italiano che ha confuso i termini di nazione e stato). Con perfetta chiarezza rivendica un medesimo atto di autodeterminazione nel ritrattare quel patto politico, proprio perché la nazionalità non solo non è persa, ma quel patto ne è il segno visibile, per quanto fallimentare. E' il momento di ritrattare, ed è una prima via. Un'altra via potrebbe essere che sia l'Italia dal canto suo a riconoscere lo stato oggettivo di nazione della Sardegna, presa di coscienza da cui può partire il nostro percorso verso l'indipendenza. La terza ipotesi che può verificarsi, quella definitivamente fallimentare, è che la Sardegna - nell'esercizio pieno della sua sovranità - stabilisca di suo che non ci sono percorsi possibili verso l'indipendenza, e sancisca stabilmente la propria sudditanza.
Conclude auspicando una nuova assemblea costituente e una Carta de Logu per il presente e il futuro.


 Salvatore Colli parla in qualità di segretario del Psd'Az, attualmente alleato del PdL in consiglio regionale.

Cubeddu lo introduce citando un documento pubblico del Psd'Az risalente al 1989, in cui ci si proponeva di aprire la fase costituente della nazione sarda, che però non si è mai aperta. Lo sollecita a dire a che punto è la posizione del suo partito su questo. Gli ricorda il simbolico nodo tra il tricolore e i 4 mori fatto in occasione delle ultime elezioni regionali, e gli domanda se questo nodo stia dando frutto, e in che termini.

Colli chiarisce che la proposta di statuto in senso più autonomista si arenò non per colpa del psd'az, ma perchè una volta giunta in parlamento italiano, lì morì. Non dice per colpa di chi, o per quale mancanza di volontà. Rircorda che l'altra strada percorsa, quella più recente, è stata quella della Consulta, che ha generato la proposta di statuto, poi però cassato dall'Italia perché conteneva la parola "sovranità" riferita al popolo sardo. La proposta del psd'az all'interno della coalizione attuale del consiglio regionale è quella di aprire una assemblea costituente che elabori uno statuto con vincolo di recezione da parte del consiglio regionale stesso, "e vedremo chi voterà a favore e contro questa proposta". Ma, afferma pragmaticamente, "noi ci stiamo muovendo all'interno delle norme date (ndr. dallo stato italiano)", per questo che è importante è che lo statuto non lo riformi il consiglio regionale, perché avrebbe un carattere di norma, ovvero quello di una legge costituzionale italiana. E' necessario che sia invece una assemblea costituente a formularlo, perchè può essere in via mediata - in quanto misurerà il consenso che il popolo sardo darà ai candidati all'assemblea costituente, e come la vorrà composta - un referendum sull'indipendenza, e per questo i partiti italiani presenti in Sardegna la temono. I contenuti sarebbero di grande valore politico, proprio perchè slegati dalla contingenza elettorale.


 Renato Soru parla per il PD.

Dichiara di sentirsi male a questo incontro di indipendentisti, non in quanto tali, giacchè spesso ha raccolto gli inviti di iRS a partecipare a discorsi comuni, e sempre si è sentito di legittimare il sentire indipendentista. Chiarisce invece che il suo disagio è quello che deriva dal vedere il lancio lungo, lunghissimo, del discorso indipendentista sul piano tecnico, politico, che però a suo avviso non può inserirsi fuori da una libertà culturale, da una indipendenza esistenziale di popolo sardo, che però non c'è.
Ricorda che chi ha vinto e governa oggi la Sardegna non ha vinto chiamando a raccolta la libertà dei sardi e il loro senso di appartenenza alla nazione sarda, ma promettendo prebende e favori personali, clientele e contributi. Polemicamente chiede a chi stiamo parlando quando parliamo di indipendentismo. A quali interlocutori? Quelli che hanno venduto il voto per la promessa di un lavoro? Le cose di cui parliamo qui sono frutto di una consapevolezza che tra i sardi manca completamente. Stigmatizza l'operato del psd'az in senso antiautonomista in questo governo regionale, e la cosa genera un momento di tensione con i sardisti presenti in sala.
Conclude dicendo di essere interessato alle cose che può fare oggi, domani mattina, non tra tre anni o tra trent'anni. Ricorda le lotte sul diritto di tassare autonomamente, sulla rimozione delle servitù militari, sulla questione della sovranità nello statuto, lotte concrete possibili oggi anche senza aprire costituenti. Non è possibile proporre l'astrazione politica dell'indipendenza a gente che ha messo in discussione persino questi esercizi minimi di sovranità, e che ha dimostrato di non aver ancora la responsabilità di bastare a sè stessa.
Chiude con "Innanzitutto parliamo di questa responsabilità".


 Gavino Sale interviene in qualità di promotore dell'incontro odierno.

Ricorda la presenza degli osservatori di iRS al referendum sull'autodeterminazione della Catalunia, nato per l'intuizione geniale di un sindaco che ha scelto come campione un comune simbolico per iniziare a mostrare che la nazione era matura per un passo di questa portata. Può darsi che in Sardegna ci sia un sentire di questo tipo, ma certo non c'è ancora una maturità diffusa della gente verso l'indipendenza: non c'è bisogno di fare un referendum di questo tipo oggi in Sardegna per sapere che sarebbe sicuramente fallimentare. Però fino a tre anni fa era impossibile persino parlare di cose come queste, e oggi invece siamo qui a discutere insieme di questa possibilità, segno certo di una elevazione di coscienza tra di noi e anche tra la gente. I tempi ci sono favorevoli, anche in Europa: la Scozia, la Catalonia, il Kosovo, persino i Paesi Baschi che hanno appena rinunciato alla lotta armata per muoversi verso una determinazione democratica, che ha dato ad altri frutti maggiori. Altre nazioni stanno crescendo politicamente e pacificamente verso la propria presa di coscienza. Non saremo pronti per l'indipendenza, ma certo siamo maturi per andarle incontro, sì con decisioni politiche, come dice Soru, ma anche con l'autoaffermazione della nostra identità di nazione, che è necessaria e fondativa sul piano teorico.
La proposta non è una alleanza politica verso gli altri movimenti dichiaramente indipendentisti, i tempi non sono maturi e i percorsi scelti ancora diversi, ma la costituzione di un blocco concettuale sui punti comuni, un blocco concettuale che al momento rappresenta il sentire del 20% del popolo sardo, affinchè cresca la coscienza di tutti. Questo soggetto, questa zona neutra, può condividere pubblicamente già oggi il principio di autodeterminazione nazionale della Sardegna, e costringere gli altri a parlarne, a usare il nostro vocabolario, con parole che fino a ieri erano tabù.


 Interviene il primo rappresentante catalano, la signora Elisenda Paluzie, preside della facoltà di Economia e Commercio dell'università di Barcellona.

Ricorda la conquista dell'autonomia catalana nell'80, la lingua catalana come lingua d'uso amministrativo e l'inserimento nel percorso scolastico, le maggiori competenze acquisite sulla sanità e su altre questioni. Sembra una grossa conquista, ma è stato difficile applicarla per il continuo contrasto dello stato centrale, che ha cercato di porre lacci economici e costituzionali continui all'esercizio dell'autonomia, anche riconoscendo strategicamente finte "autonomie" a zone della Spagna che non avevano alcuna storia, cultura o lingua particolare a giustificare lo statuto di nazione. I catalani hanno vissuto da subito l'insufficienza dell'autonomia e hanno cercato di liberarsene riformando lo statuto in senso più indipendentista, operazione cassata dallo stato spagnolo centrale. La frase riportata da Carlo Secchi come articolo primo dello statuto catalano purtroppo è rimasto proposta: al momento il nuovo statuto è ancora al vaglio costituzionale, e l'unico riconoscimento per ora è quello della nazionalità culturale dei catalani all'interno della nazionalità politica spagnola, un modo per negare alle nazioni di essere tali. In Spagna essere spagnoli è un diritto e anche un dovere, essere catalani è solo un diritto, che non determina obbligazioni: le leggi della Spagna non riconoscono il diritto all'autodeterminazione della Catalunia, ma questa limitazione paradossalmente ha fatto crescere il sentire indipendentista nella regione.
Il 13 settembre 2009 il gesto simbolico è stato quello di chiedere agli abitanti di un piccolo comune (che ha riconosciuto il diritto di voto anche a tutti i suoi migranti), di pronunciarsi sulla Catalonia indipendente democratica. Il giorno dopo centinaia di comuni in Catalonia hanno fatto lo stesso gesto, ripetendo la stessa iniziativa. I media nazionali hanno ricevuto l'input di non dare nemmeno la notizia prima del referendum, mentre dopo, specialmente visto il risultato, non hanno potuto farne a meno. L'ultimo comune a pronunciarsi, a causa della sua molto maggiore rilevanza internazionale, sarà Barcellona.


 Interviene il catalano Uriel Bertran, rappresentante del Partito Indipendentista della Catalunya.

(L'intervento è stato fatto interamente in castigliano per venire incontro a noi, ma la traduzione è comunque approssimativa).

"Per molti anni la Catalunia ha avuto l'autonomia politica, ma in questo periodo abbiamo misurato bene che limiti ci poneva, e quanto era insufficiente per esprimere tutte le potenzialità del nostro popolo. Ci è servita come inizio, ma non può essere la conclusione per noi." Uriel espone la copia di un quotidiano nazionale del partito socialista che, davanti al risultato di un sondaggio sulla volontà indipendentista dei catalani, nonostante la dissimulazione dei risultati in senso riduttivo, ha dovuto ammettere che c'era, e che cresceva su percentuali sempre maggiori. E le percentuali erano già maggiori di quelle che loro riportavano! Indica l'ammissione come una vittoria politica molto significativa, la dimostrazione che parlare di indipendenza impone il vocabolario anche a chi non ci crede, e fa crescere la coscienza indipendentista dove non c'era.
Sul piano pratico, cioè sulla convenienza della strada indipendentista, solleva il caso del Montenegro, che in questi non molti anni di indipendenza ha centuplicato il prodotto interno lordo, ha ridotto la disoccupazione e ha moltiplicato la sua economia complessiva. Caramba - esclama - con l'indipendenza! Vuol dire che l'indipendenza conviene a chi la pratica, e non solo esistenzialmente.
Il referendum simbolico che la Catalunia ha vissuto dimostra che la strada per noi è quella di convocare un referendum ufficiale che sancisca la volontà indipendentista della nazione. Al momento il paradosso in Catalunia è che mentre non c'è una maggioranza parlamentare che voglia l'indipendenza, questo moto della società civile li ha messi davanti al fatto che la maggioranza popolare invece la vuole. Non possono più fare finta di niente. Il gesto ha avuto il valore di ribaltare il rapporto democratico in Catalunia, facendo capire ai governanti che se il referendum non lo convocano loro, lo convoca la società civile, la gente, riprendendosi la propria sovranità in modo pacifico e chiaro.


 Ornella Demuru interviene come segretario di iRS.

Mattina interessante, al termine della quale la cosa che emerge con maggiore chiarezza è che iRS è una forza assolutamente aperta al dibattito sui temi dell'indipendenza, e che lo è in modo realista, fatto di proposte che rigettano l'inclinazione ad abbattersi che è uno dei filoni serpeggianti anche in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto. Proprio perchè la nostra visione è propositiva, rinnoviamo il nostro impegno anche a spronare le altre forze politiche a visioni più chiare, meno contradditorie. L'autodeterminazione certamente nasce come percorso individuale, ma poi diventa anche percorso collettivo se diamo prospettive chiare a chi ci segue. Se siamo noi quelli confusi, quelli contradditori, continueremo a fare del nostro popolo un popolo confuso e in contraddizione con sè stesso. Per questo non possiamo parlare di "indipendenza in uno stato federale", perché questa frase non vuol dire niente. Essere chiari su dove vogliamo arrivare è un dovere: se vogliamo l'autodeterminazione, dobbiamo essere anche capaci di dire che la strada è l'indipendenza, imparando la lezione che ci ha dato Uriel: l'indipendenza, anche ai minimi termini, è comunque indipendenza, non altre cose.
Condivido invece quello che ha detto Renato Soru: non svendiamoci, non dobbiamo svenderci. Ma in questo iRS non chiede aiuto a nessuno, perdonate, non è presunzione, è che la costruzione della coscienza nazionale dei sardi è da sempre nel nostro DNA, è dal primo momento del nostro percorso ormai quasi decennale che noi affermiamo che la nazione sarda è diversa da quella italiana, e lo abbiamo affermato con forza. Avere posizioni chiare è un punto di partenza imprescindibile per non creare altre confusioni su dove stiamo andando.


 Prende la parola Giacomo Meloni, segretario della Confederazione Sindacale Sarda.

In un intervento molto appassionato ha chiarito subito che sulla questione autonomia è quasi una ovvietà dire adesso che il re è nudo. Ma è una ovvietà talmente necessaria che la CSS, che da anni non aderiva a uno sciopero con gli altri sindacati, il prossimo 5 febbraio scenderà in piazza, e lo farà portando uno striscione con su scritto: AUTODETERMINAZIONE = SVILUPPO. Al sindacato sardo non interessa investire in una "nuova rinascita" sul modello di quella industriale che tanto fallimentare si è rivelata. Sono arrivati alla conclusione che in Sardegna il lavoro si difende investendo su percorsi produttivi legati al territorio, e sarà utile la pur disperata vicenda dei licenziamenti di Alcoa, se servirà a far capire che la soluzione per lo sviluppo sardo non può essere quella di chiedere agli americani (o chi per loro) di restare ad ogni costo. Soddu stesso, che chi parla considera uno dei padri dell'autonomia, è arrivato alla conclusione che come strumento l'autonomia ha fallito. Il futuro sono i giovani, e i giovani sono nei movimenti indipendentisti, non nelle vecchie forze politiche. Il testimone della responsabilità del futuro è passato ad altri, e il sindacalista invita i giovani presenti a farsene carico, contro i tentativi di quella che chiama una "nuova annessione", quella della testa.

Salvatore Cubeddu invita i relatori al secondo giro di interventi, spingendo ad essere propositivi nell'ottica di mttere a fuoco gli elementi che sono comuni e tralasciare quelli che sono oggetto di divergenza.

Interviene nuovamente Secchi, per i Rossomori.

 

In passato abbiamo avuto grandi momenti di convergenza delle forze politiche territoriali, poi abbiamo scelto percorsi diversi e ci siamo divisi, ma ora il tempo di ricongiungerci in un percorso comune sembra arrivato. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la Sardegna non è la Catalunia, noi rappresentiamo un sentire minoritario, proprio le scelte del governo Soru maggiormente mirate ad una maggiore autodeterminazione si sono rivelate minoritarie. Invece in Catalunia i partiti indipendentisti governano, e fanno patti con le forze politiche nazionali, pur con denominazioni distinte da queste. La strada per l'indipendentismo non può quindi prescindere da percorsi di gradualità, e per questo sostengo la proposta di Pietrino Soddu per porre il consiglio regionale davanti alla scelta di prendere le distanze dall'autonomia come percorso storicamente fallito.

Secondo intervento per Pietrino Soddu

Si dichiara interessato soprattutto alla posizione apparentemente rinunciataria di Renato Soru, e dichiara di volerla recuperare. Riconosce che certamente non c'è una coscienza popolare formata verso l'indipendenza, ma un primo passo per superare le secche di questo vuoto di consapevolezza potrebbere essere quello di riconoscere pubblicamente che l'autonomia ha fatto il suo tempo, cosa su cui - almeno tra i presenti - tutti sono ormai d'accordo.
Ribadisce dunque la sua proposta - già raccolta da Secchi - di sfidare il consiglio regionale a revocare il patto autonomista con lo Stato italiano.

Bustianu Cumpostu per SN


Noi quando parliamo di indipendenza non aspiriamo a diventare uno stato sul modello ottocentesco, questo nemmeno un matto oggi lo perseguirebbe. Ma dobbiamo essere consapevoli che è il nostro interlocutore, quello italiano che ci tiene in scacco, ad essere uno stato ottocentesco. Per questo mi sta a cuore riprendere la posizione di Renato Soru, di cui ho molta stima e a cui ho riservato un angolo del mio cuore, perché secondo me ha parlato senza rendersi conto di chi è lui. Lui è stato il primo presidente di regione a non venire dalla politica di regime, ma ad essere espressione pura del territorio sardo. E' stato catalizzatore di forze che non avevano radice nei partiti nazionali italiani. Mai un esponente del PD o del PDL avrebbe potuto maturare decisioni sul territorio come quelle che lui ha portato avanti. Renato Soru è un investimento che abbiamo fatto tutti, e deve cominciare a rendersene conto e comportarsi di conseguenza. Poi certamente noi faremo il nostro percorso verso l'indipendendenza e altri faranno altre scelte, ma che quel percorso sia fattibile, che noi sardi siamo un popolo normale, con le stesse potenzialità degli altri in termini di autodeterminazione, da queste cose è stato già dimostrato.


Mi scuso, quello che ha detto a questo punto il segretario del psd'az l'ho perso perché avevo necessità di uscire un attimo dalla sala alla ricerca di una doppia presa.


Renato Soru per il PD

 

Quello che dirò prescinde dalla mia vicenda personale, quindi credetemi, non è dettato dall'amarezza di essere stato quello che sono stato e di non esserlo più. Quello che mi premeva dire è che siamo capaci tutti qui dentro di vedere il giogo italiano, ma non di vedere che ben più pesante è il giogo sardo, maggiormente colpevole perché ce lo siamo imposto da soli, e ogni volta che sembra che possiamo liberarcene, ce ne mettiamo addosso uno più pesante, come se proprio ci fosse impossibile avvicinarci alla nostra libertà. Noi le sfide le abbiamo già poste, e sono servite forse non ad ottenedere risultati, ma a rendere argomento di discussione temi che mai erano arrivati sui tavoli di chi doveva prendere le decisioni. Un anedotto che pochi sanno è che la famosa questione della sovranità cassata dallo statuto non fu una decisione automatica, ma dibatterono molto, perché Bassanini, grande costituzionalista e anche marito della Linda Lanzillotta che allora era ministro per gli affari con le regioni, era uno di quelli che evidenziava come il principio di sovranità oggi - con l'Europa come entità normante sovrastatale, con le autonomie sempre maggiori alle regioni - abbia cambiato soggetto a cui stare in capo, e debba essere ridefinito. Per questo non è vero che l'Italia è ancora uno stato ottocentesco, la II guerra mondiale ha cambiato molte cose, anche il modo in cui l'Italia si concepisce come stato. Poi è prevalsa l'altra linea, quella di non riconoscercela, anche perché avrebbe costituito un precedente per il fattore Lega che premeva in modo molto meno negoziato del nostro. Andate nelle valli bergamasche a fare lo stesso referendum che ha fatto la Catalunia, e vedrete che i risultati si somiglieranno. I leghisti da quel punto di vista sono i catalani italiani.
(mormorio in sala, che lo costringe a specificare che sa benissimo che la padania non esiste come entità nazionale, a differenza della catalunia)
Fare le proposte, anche provocatorie e anche sapendo che ti saranno cassate, serve a sollevare discussioni su cose su cui altrimenti nessuno si porrebbe il problema. Per questo approvo la proposta di Soddu, purché la mozione sia scritta da una elite intellettuale che la nobiliti come super partes.

 

Quando sembra avviato a concludere, aggiunge una stoccata polemica al psd'az invocando azione nelle cose piccole. Testuale: "io non ci credo che uno voglia essere indipendentista mentre va a discutere delle cose politiche sarde ad Arcore, anzichè a palazzo Chigi, come fa il servo con il suo barone. Lo dica ai suoi consiglieri in regione, che comincino a chiedere indipendenza in queste cose apparentemente minime, ma simboliche. Per quanto riguarda me, lo dico chiaramente: sono indipendentista e penso che la Sardegna diventerà indipendente per un processo che probabilmente non saremmo noi a governare, lo faranno altri, ma che avverrà."
(applauso, ma lui fa il gesto di interromperlo)
"Non così in fretta. Sono indipendentista nel senso del mio primo intervento, perché io voglio... cioè vorrei una sardegna indipendente, ma mi sento anche italiano, mi riconosco nei valori della resistenza, dell'antifascismo, nelle lettere di gramsci. Sono sardo, ma sono anche italiano, e sono anche europeo."

Gavino Sale e Salvatore Cubeddu chiudono l'incontro auspicandone di ulteriori, e soprattutto che la proposta di Pietrino Soddu possa tradursi in una mozione concreta in consiglio regionale, in modo che gli eventuali rappresentanti in consiglio delle forze politiche presenti possano sostenerla davanti al governo della regione.

Commenti  

 
#1 Mario Pireddu 2010-01-29 00:47
'sono indipendentista, vorrei una sardegna indipendente, ma mi sento anche italiano'...?

senza parole...
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#2 Antonio Meloni 2010-01-29 16:02
Solo un dubbio: ma Carlo Sechi non è il portavoce regionale di Sinistra ecologia e libertà?
Giusto per cercare di capire qualcosa di più del variopinto mondo dei partiti italiani in Sardegna...
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#3 Michela Murgia 2010-01-29 18:22
Antonio, non lo so. So solo che quella mattina Salvatore Cubeddu lo ha presentato come titolato a parlare al posto della Zuncheddu, quindi ho supposto che appartenesse ai Rossomori, che però sono un corpus tutto elettorale, quindi non escludo che abbiano al loro interno diverse appartenenze.
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#4 Nicolau 2010-01-29 20:36
A Santa Cristina c'ero, Il resoconto che hai fatto mi sembra corretto. Io ricordo, però che Soru ha detto che 'L'indipendenza è un dovere per i Sardi'. Vorrei anche precisare che Sardegna Democratica non è una costola del PD. E' una associazione politico- culturale di cui fanno parte anche iscritti del PD. In ogni caso mi sembra che quanto avvenuto a SC è molto importante, credo anche che molti percorsi che oggi sembrano distanti un domani saranno vicini. Un'ultima annotazione sul Montenegro, non lo porterei come caso di successo, come ha fatto l'amico catalano, anche perchè quelle ricchezze, come molte di altri stati balcanici, non sono molto chiare. Grazie comunque per l'ottimo lavoro che hai fatto.
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#5 Michela Murgia 2010-01-30 02:22
Grazie Nicolau, credo che la frase che manca al discorso di Soru sia comunque spiegata dal contesto: Soru parlando di dovere all'indipendenza intendeva 'indipendenza personale' e a scanso di equivoci ci ha tenuto a ribadirlo, tanto è vero che l'articolo sul sito di Sardegna Democratica riprende il concetto anche nel titolo.

Per il resto, Sardegna Democratica è Soru e Soru è del PD. L'equivalenza è lecita proprio perché il report che l'editorialista su SD ha fatto dell'incontro di Santa Cristina è talmente parziale e deformato che sembra scritto in campagna elettorale con l'intento politico di magnificare il leader. Per chi condivide quello che Soru ha detto, la verità era più che sufficiente, non c'era alcun bisogno di mentire facendo passare gli altri presenti come soggiogati dal suo carisma.
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#6 Stefano Gesh 2010-01-31 00:24
Difficile ottenere l'indipendenza, nemmeno a lungo termine. La damnatio memoriae romana fa ancora vittime; sono anni e anni che a scuola ci insegnano che noi sardi non abbiamo identità, che non navigavamo, che eravamo codardi pronti a fuggire sui monti al minimo rumore, e sporchi, e brutti, e bassi. Tutte balle. I sardi saranno maturi per l'indipendenza solo se e quando i libri di storia verranno corretti. Non ci rimane altro che aspettare che la verità sui Shardana esca fuori. Allora credo che potrebbe esserci un moto d'orgoglio che ci potrà portare all'indipendenza. Nel frattempo consiglio a chi ancora non l'ha fatto di procurarsi i libri di Leonardo Melis sui popoli del mare. Equivale alla pillola rossa di Matrix, garantito.
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#7 Omar Onnis 2010-01-31 15:43
Fiction per fiction, a Leonardo Melis continuo a preferire il Sergio Atzeni di Passavamo sulla terra leggeri.
Sarà difficile, allorché l'emancipazione politica della Sardegna sarà in fase di definitivo compimento, non individuare in quel romanzo una svolta storica nel nostro processo di identificazione collettiva.

In ogni caso, parlare di indipendenza della Sardegna significa fare i conti non solo e non tanto con fattori ideali e con alcuni elementi del nostro immaginario collettivo, bensì anche e soprattutto con fattori costrittivi di tipo materiale e con dinamiche politiche complesse.
Ciò che verrà dipende moltissimo da noi stessi e dalle prospettive politiche ed economiche che riusciremo ad imporre sul proscenio della nostra vita associata.

Oggi come oggi - sono perfettamente d'accordo - l'apparato egemonico di cui siamo succubi (prettamente italiano), esclude dal proprio orizzonte la Sardegna e la sua storia. Ma bisogna anche riconoscere che se c'è qualcosa di cui sicuramente non siamo privi è un forte senso identitario.
Contrariamente a quanto si continua a ripetere, non abbiamo nessun bisogno di difendere o tutelare una nostra presunta identità codificata e stabilita una volta per tutte. Caso mai è l'insistenza stessa su questo tasto a fare velo su tutt'altre questioni ben più pressanti e decisive.

Se bastasse la pillola rossa di Matrix io sarei anche contento, ma credo che le cose non stiano così.
Che poi sia necessario conoscere la nostra storia e, ancor prima, maturare la coscienza che ne abbiamo una, sono il primo a sostenerlo.

Ma non è la condizione necessaria e sufficiente. E lo è ancor meno se per storia intendiamo quello strano mix di mitologia spicciola e pseudo-ricerca che affolla le nostre librerie, per colmare la lacuna abissale lasciata dall'assenza di una storiografia nazionale rigorosa e scientificamente onesta.
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#8 Stefano Gesh 2010-01-31 21:11
x Omar Onnis:
La fiction Shardana=Sardi è menzionata anche nell'Enciclopedia delle Accadamie Americana, dove i Shardana sono appunto identificati come Sardi. So che i diversamente-archeologi col culo ben aderente alla poltrona ti hanno insegnato che ciò di cui parla Leonardo Melis è mitologia spicciola e pseudo-ricerca, ma alcuni di questi tuoi luminari ora parlano di Shardana=Sardi, ovviamente omettendo il nome di Leonardo Malies. Qualcuno ha pure provato a spacciare per sua l'intuizione, con grande sdegno di Melis e altri. Tra l'altro poco più di un mese fa in Egitto c'è stata la festa dei popoli con ospiti d'onore i Sardi a rappresentare i Shardana. Sicuramente tu ne sai più di americani, egiziani, ed archeologi sparsi un pò dappertutto (come in Francia e in Spagna), quindi perchè non ci illumini un pò e ci spieghi come mai i Shardana non sono i Sardi? Attendo fiducioso...
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#9 Omar Onnis 2010-02-01 12:01
@ Stefano Gesh. Caro lettore di questo blog, intanto - visto che non ci conosciamo - modera i toni.

Qui si parlava di tutt'altro. Ma se proprio vuoi prendertela con qualcuno su queste faccende storico-archelogico-fantasy, prenditela con qualcun altro: la diatriba non mi appassiona.

Dico solo che l'identificazione tra Shrdn e Sardi, benché nient'affatto unanime e definitiva, mi trova abbastanza concorde (per il poco che posso saperne io). Ma questo non significa che tutto ciò che scrive Leonardo Melis sia oro colato. Non lo è mai, nemmeno ciò che scrive il più grande scienziato della Terra, figuriamoci se lo è in questo caso!
Melis avrà anche delle doti da affabulatore e una discreta fantasia ricostruttiva, ma da qui a sostenere che i suoi lavori siano metodologicamente irreprensibili ce ne corre davvero.

D'altra parte, che l'accademia sia restia, per non dire ostile, ad accogliere nuove ipotesi che scardinino ruoli di potere e di rendita consolidati lo so bene anch'io: è sotto gli occhi di tutti.

Infatti, se tu avessi letto bene il mio precedente intervento, avresti notato che me la prendo col vuoto lasciato dalla nostra storiografia (e ci metto dentro pure l'archeologia), in termini sia di divulgazione sia di onestà intellettuale (parlo in generale, ovviamente, facendo salve le debite eccezioni).

Prova invece a valutare l'argomentazione politica che ho sottoposto alla tua e all'altrui attenzione e dicci caso mai che ne pensi.

E con ciò concludo, auspicando un rientro in topic della discussione.
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#10 Bomboi Adriano 2010-02-03 02:33
Secondo le scienze sociali, l'identità sarebbe il modo con cui un individuo proietta la coscienza di sè all'interno dei gruppi sociali (tra questi, vi è la Nazione). Nelle parole di Omar Onnis trovo che si lamenta con l'interlocutore del fatto che non ci sia una seria storia natzionale (attribuendo quindi l'etichettatura nazionale alla storia Sarda) e questo diventa dunque una forma di nazionalismo: Ritenere infatti la storia del proprio territorio come funzionale ad un iter storiografico politico-omogeneo e riversarne il tutto in una dimensione politica votata alla sovranità è nazionalismo. L'identità quindi non è solo un'archetipo di indefinita cultura e linguaggi, ma anche la storia stessa, nel momento in cui -appunto- la si inquadra come parte integrante del proprio percorso politico (vedere il caso dell'albero giudicale)....tutto ciò mi porta a chiedermi cosa diavolo sia questo sedicente 'non-nazionalismo' che nel forum di IRS (ad esempio) sarebbe in antitesi ad un presunto nazionalismo esclusivamente violento (di cui oggi non c'è più traccia nè in Europa, tantomeno in Sardegna). Ci vuole coraggio insomma...soprattutto nel presentare il nazionalismo 'in arrejonada politica e culturale' come solo negativo. Secondo me c'è molta confusione in giro....Magari volontaria....Ovviamente non condivido completamente questa variante del nazionalismo prodotta da IRS.
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#11 Dorian 2010-02-03 23:02
Adriano, ho capito qualcosa del post di Omar, ma non molto bene il tuo. Se non ho capito male Omar critica il fatto che la storia della Sardegna e dei sardi sia per lo più quella raccontata da chi non è vissuto/opera in Sardegna (la presunta identità codificata e stabilita una volta per tutte), quindi manca una costruzione di senso condivisa tra chi vive eo opera in Sardegna (che chiama identità nazionale).
Dice: cominciamo ripartendo a raccontarci una nostra storia da un punto di vista che non sia quello ufficiale, ma che possa permetterci di contestare la narrazione 'italiana' e condividerne un'altra.
Omar: più o meno ho capito?
Il discorso mi interessa (più per la teorizzazione sull'identità che per la questione specifica sarda, almeno per ora) ma, Adriano, non ho capito la tua critica.
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#12 Bomboi Adriano 2010-02-04 01:56
Al di là della critica, preciso di ritenere Onnis una persona in gamba. Anche se non lo conosco di persona.
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#13 Omar Onnis 2010-02-04 11:55
Dorian, hai afferrato una parte decisiva della questione.

In aggiunta, specifico che preferisco parlare di 'processo di identificazione' più che di 'identità'.

Il processo di identificazione è dinamico, è vivo e accoglie gli stimoli e le elaborazioni sia del tempo che ci ha preceduto sia del presente, in una continua evoluzione. E prescinde dal concetto di 'nazione' codificato a cavallo tra XIX e XX secolo, in gran parte basato sui concetti dell'antropologia positivista.

L'identità (essere identici a qualcosa, ossia, in questo caso, a uno stereotipo antropologico fissato per lo più da altri) è statica, è sclerotica, consiste nella conservazione forzata anche di valori che non si condividono più o che non sono più spendibili nella propria contemporaneità. E discende (in Sardegna in modo particolare) proprio da quelle impostazioni 'scientifiche' di cui sopra: basti leggere, che so, il Wagner e le sue teorie sulle differenze etniche e razziali tra sardi dell'Interno e 'Campidanesi'; ma anche le tesi di Camillo Bellieni sui sardi come nazione abortiva, estratti dal buio della loro storia barbara dalla luce della nazione italiana (sic!).

Detto questo, il dibattito è aperto.
Ma certo il problema della narrazione di noi stessi, dell'iscrizione della nostra vicenda storica in un orizzonte che veda noi e non qualcun altro al suo centro, è un problema fondamentale.

Altra faccenda è attribuire un 'valore', e magari un valore superiore o 'speciale' a tale narrazione, facendone un feticcio ideologico.
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#14 Bomboi Adriano 2010-02-04 13:27
Condivido la lettura di Onnis nel ritenere l'identità una concezione in evoluzione ed è quindi appropriato parlare di processo di identificazione: Anche la contestualizzazione nel presente della bandiera giudicale (come fa IRS), è un sintomo tipico di tale forma di nazionalismo. Un nazionalismo che interpreta quindi la storia del nostro passato come veicolo per la coscienza del presente e lo sviluppo della stessa nel futuro. Si tratta di una dinamica molto classica presente sia nel nazionalismo degli stati-nazione attuali, sia in quello delle comunità non riconosciute, sia ovviamente nei nazionalismi aggressivi e sia in quelli pacifici (passati e presenti). Il pericolo da cui guardarsi certamente, come diceva anche Onnis, è quello di evitare di romanzare sopra la storia col rischio di trasformarla in mitologia. E' un concetto su cui abbiamo trattato qualche tempo fa anche su SANATZIONE.EU. Ciò che contestavo Dorian era semplicemente il fatto che tutto ciò viene etichettato come 'non-nazionalismo'....
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#15 Bomboi Adriano 2010-02-04 13:54
Altro aspetto da contestare ad IRS è il feticcio storico-ideologico su cui si regge la critica del movimento al sardismo: che è quello di ripetere all'infinito le parole di Lussu e Bellieni come gratificazione per il proprio operato (quello di IRS) nel presente. Anche se poi nei fatti IRS non ha mai riformato nulla sul piano istituzionale. Praticamente arriveremo al 2050 ripetendo le stesse frasette senza neppure contestualizzare il periodo storico in cui si formarono certi pensieri. Il nazionalismo Sardo, ancora in fase embrionale, produsse un certo modus operandi, creato dal contesto storico, politico (e personale) dei dirigenti dell'epoca. E' come dare addosso ad una mela matura con la scusa che in passato è stata piccola e non era abbastanza succosa....E, sempre oggi, la stessa accusa contro il PSD'AZ di non essere abbastanza 'indipendentisti' lascia il tempo che trova. L'indipendenza arriverà attraverso una devoluzione graduale di poteri a cui anche l'indipendentismo Sardo dovrà concorrere (se non intende rimanere nello status quo), casomai la critica al PSD'AZ oggi può essere fatta sulla sua pluriennale frammentazione interna e sulla diversità di opinioni tra i vari membri. Ma stare lì a recriminare il passato è un'operazione già vista che si ripete e che ha sempre portato al fallimento politico di chi l'ha proposta ed allo status quo della Sardegna. Serve maggior coraggio da parte di tutti.
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#16 Su Teraccu 2010-02-05 11:21
Nessuna recriminazione Bombò, il sardismo è figlio e complemento del nazionalismo risorgimentale italiano, non a caso fù facile per la maggioranza dei sardisti della prima ora passare tra i fascisti.
Personalmente non biasimo troppo Lussu per le sue parole giovanili, per sua stessa ammissione non era troppo abituato a riflettere, quanto per quel sentimento di sottomissione stracciona alla Patria Italiana che le generazioni seguenti di sardisti hanno 'fieramente' conservato fino ai giorni nostri.
Se tu vuoi continuare nella tradizione fai pure, nessuno te lo impedisce, ma non possiamo ragionare tutti con la tua testa, fattene una ragione.
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#17 Bomboi Adriano 2010-02-05 14:04
Nò Teraccu, è una lettura riduttiva e la fase fascista non è a mia opinione il nodo centrale, la tua mi pare una lettura ideologica: Penso invece che sia l'Azionismo il coronamento in Sardegna del nazionalismo risorgimentale italiano e dall'articolazione post-resistenziale con l'Italia creata dal nucleo di pensiero di Giustizia e Libertà (di Carlo Rosselli), in parallelo con l'idealismo Mazziniano, ma il Sardismo da esso si è evoluto in tante forme sconnettendosi talvolta completamente dall'azionismo e generando nuove anime (le quali in seguito porteranno anche all'attuale indipendentismo). Ma bisognerà pur capire che non si può stare 3 secoli a rompere le balle in Sardegna su Lussu e Bellieni creando infinite tensioni. E poi vorrei capire, di quale tradizione parli? Forse l'indipendentismo non dovrà lavorare per gradi per il conseguimento della sovranità? Il nocciolo della questione perde dunque l'oggetto essenziale di critica da parte di molti indipendentisti (il percorso), perché alla fine sempre e solo quello sarà. A meno che non si voglia fare una rivoluzione armata nel cuore Mediterraneo dell'Europa...ma lo escluderei visto che siamo tutti contrari alla violenza....Mi pare una rincorsa ai fantasmi nel vano tentativo di dare corpo ad una tesi che si presenta sotto vari volti da quasi 40 anni. L'indipendentismo 'immediato' (dialetticamente parlando) è figlio del suo tempo, nasceva in epoca di guerra fredda, in periodo di rivoluzioni internazionali e strategie della tensione (anche in Italia). Oggi il problema è riconnettere il percorso graduale con un indipendentismo che per anni ha dato addosso al sardismo ma senza integrarne costruttivamente il percorso (pur avendo compreso da quasi 20 anni che dovrà muoversi gradualmente). Il discorso è complesso, l'abbiamo trattato più volte nei nostri spazi e lo rifaremo. Il sardismo diffuso insomma non è un mito ma una realtà che va oltre il PSD'AZ, l'errore più grande è stato il mettere in contrapposizione l'indipendentismo con questo grande e indefinito bacino politico. Oggi non è il PSD'AZ il problema (anche perché di azionismo c'è rimasto solo il nome ma il Partidu Sardu tiene), il problema è che l'indipendentismo nato e clonato da un epoca all'altra non è stato in grado di evolversi seriamente facendo autocritica sui nodi fondanti del suo agire e del suo modo di porsi con le sigle politiche territoriali. In un epoca politica bipolare come questa il danno si è acuito. Ancora nel 2005 venivo preso per matto per il solo parlare di Europa da gente che sbandierava il Che Guevara....con quale coraggio oggi si viene a parlare di 'nuovo indipendentismo'? Io penso che siamo ancora all'ABC.
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#18 Arrubiu 2010-02-08 15:42
Arrivati a questo punto caro Soru manchi solo tu! Getta la maschera e fai un vero e proprio outing politico, di cui la Sardegna ha bisogno: molla il PD, lassalos perdere mai si torrent a bidere!!- e contribuisci a dare vita con tutti quelli che ci stanno, e sono in tanti, al partito de su Popolu Sardu che vada da Gavino Sale a Maninchedda, -e giài issu puru- e che abbia come primo punto l'indipendenza della nostra terra, e poi, camminande s'azustat su carrigu.
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#19 Omar Onnis 2010-02-08 20:04
Io non sono un sentimentale. Sarà per questo che gli amori non corrispoti, a lungo andare, li trovo semplicemente patetici e indigesti.

Abbasso i minestroni politici, comunque: mai funzionato, da nessuna parte.

Chi ne ha ne dia, a modo suo, e poi vediamo.
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#20 Bomboi Adriano 2010-02-09 09:08
Ci sono anche quelli che gli amori li fanno andare a male di proposito: Divulgando cose che non esistono proprio per fare di un solo ingrediente tanti ingredienti....e rendere così il minestrone meno appetibile possibile. Oppure alimentando le distanze tra elementi che invece si potrebbero combinare bene con alcune pietanze (visto che con alcune altre proprio non vanno più). E dopo aver fatto tutto ciò nell'arco di quasi 10 anni...si va a denigrare le posizioni altrui quasi fossero marziane...mentre invece sono acqua calda in mezzo mondo (ed in parte lo erano anche qua)....In mezzo alla confusione taluni hanno così la chances di emergere rispetto ad un panorama che altrimenti li vedrebbe tagliati fuori....
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#21 Omar Onnis 2010-02-09 20:51
Interessante, questo esercizio di auto-analisi.

Forse c'è speranza, Adriano...
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#22 Arrubiu 2010-02-09 21:43
Una piccola precisazione, per la completezza dell'informazione, il segretario del PSDAZ si chiama Giovanni Colli e non Salvatore.
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#23 Bomboi Adriano 2010-02-10 15:15
Caro Onnis, ci sono serie ragioni per ritenere meno gravoso l'operato di un Portale web rispetto a quello di un movimento politico....
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