
Introduce l'incontro il professor Salvatore Cubeddu, chiarendo lo scopo dell'incontro e specificando che è promosso dalla Fondazione Sardinia che lui qui rappresenta, e dal movimento politico iRS. Il concetto principale che esprime nell'introduzione è che è importante in questo momento decidere non solo COSA c'è da fare in Sardegna, ma anche CHI deve farlo, chi è il soggetto che detiene la facoltà di agire sul presente e sul futuro dei sardi. Citando un bellissimo passo di Montesquieu tratto dall'Esprit des lois, evidenzia come sia diventato prioritario approfondire il discorso su chi detenga al momento in Sardegna la possibilità di prendere le decisioni che occorrono. Il sottinteso è che non siano i sardi, o non lo siano nella misura in cui dovrebbero e potrebbero esserlo.
Per i Rossomori interviene Carlo Secchi in sostituzione di Claudia Zuncheddu, malata.
Parte facendo un rapidissimo inquadramento storico del percorso di autodeterminazione della Catalunia, e conseguentemente fa il parallelo con il percorso sardo, che gli appare evidentemente più arretrato. L'esempio che fa è l'incapacità dell'attuale consiglio regionale di negoziare con il governo italiano soluzioni valide per la crisi economica che sta colpendo la Sardegna, con il licenziamento di centinaia di persone dall'industria.
Mettendo a fuoco la questione delle origini, ci tiene a presentarsi come nazionalista sardo di lingua catalana, ma rivendica l'appartenenza di Alghero all'identità sarda (cosa che secondo lui non è sempre capita da tutti). Leggendo lo statuto catalano mette in luce come la prima frase sia quella del riconoscimento della Catalunia come nazione, punto di partenza che per la Sardegna è invece un punto di arrivo. Considerando questo tema come centrale, afferma che la vera rivoluzione che attende l'isola deve partire dalla questione identitaria, che per lui si declina sui temi di lingua, cultura e scuola.
Pietrino Soddu interviene in rappresentanza del movimento Democrazia Federale, alleato del PD in consiglio regionale.
Viene introdotto da Salvatore Cubeddu con una citazione sua propria, risalente al 1981, dove Soddu puntava già il dito sul fallimento dell'autonomia sarda. Sulla stessa scia Soddu ribadisce - con una affermazione che genera il primo applauso tra i presenti - che nel 1848 i sardi fecero un errore a rinunciare alla propria indipendenza chiedendo al Piemonte di diventare parte dell'unità nazionale italiana. Nonostante questa affermazione forte, chiarisce che per lui la strada per il recupero di quella posizione di completa autodeterminazione non è l'indipendenza, ma una unità federale all'interno del nascente federalismo italiano per "porsi davanti allo stato italiano in una posizione di autodeterminazione e negoziazione". La contraddizione tra i due termini non gli appare, il pubblico invece la coglie e mormora vistosamente. "Io sono su queste posizioni perché tutti i tentativi che abbiamo fatto con l'autonomia non hanno dato frutto, e il mio timore è che noi si arrivi ad una Italia federale portati dagli altri", cioè Bossi, Maroni e Calderoli. In conclusione propone di sfidare il consiglio regionale sardo a fare non "la repubblica sarda, ma una dichiarazione politica, impegnativa, storicamente fondata che oggi è nella coscienza dei sardi: questo lutto della rinuncia all'autonomia lo dobbiamo chiudere".
Bustianu Cumpostu parla per Sardigna Natzione.
Si dichiara immediatamente indipendentista e chiarisce la distinzione tra stato, che non siamo, e nazione, che invece siamo e non abbiamo mai smesso di essere, perché la nazionalità è un bene indisponibile di tutti i sardi, che non può essere "ceduta", e che non è stata ceduta nemmeno nel 1847, diversamente da quel che ha detto Soddu. Per Cumpostu quella occasione è stata un esercizio di tutta la sovranità che i sardi disponevano in quel momento, con la quale hanno deciso una fusione politica, statale, ma non nazionale. Non siamo stati noi (i sardi) a strumentalizzare il concetto di nazione, sono stati loro (ovvero il potere politico italiano che ha confuso i termini di nazione e stato). Con perfetta chiarezza rivendica un medesimo atto di autodeterminazione nel ritrattare quel patto politico, proprio perché la nazionalità non solo non è persa, ma quel patto ne è il segno visibile, per quanto fallimentare. E' il momento di ritrattare, ed è una prima via. Un'altra via potrebbe essere che sia l'Italia dal canto suo a riconoscere lo stato oggettivo di nazione della Sardegna, presa di coscienza da cui può partire il nostro percorso verso l'indipendenza. La terza ipotesi che può verificarsi, quella definitivamente fallimentare, è che la Sardegna - nell'esercizio pieno della sua sovranità - stabilisca di suo che non ci sono percorsi possibili verso l'indipendenza, e sancisca stabilmente la propria sudditanza.
Conclude auspicando una nuova assemblea costituente e una Carta de Logu per il presente e il futuro.
Salvatore Colli parla in qualità di segretario del Psd'Az, attualmente alleato del PdL in consiglio regionale.
Cubeddu lo introduce citando un documento pubblico del Psd'Az risalente al 1989, in cui ci si proponeva di aprire la fase costituente della nazione sarda, che però non si è mai aperta. Lo sollecita a dire a che punto è la posizione del suo partito su questo. Gli ricorda il simbolico nodo tra il tricolore e i 4 mori fatto in occasione delle ultime elezioni regionali, e gli domanda se questo nodo stia dando frutto, e in che termini.
Colli chiarisce che la proposta di statuto in senso più autonomista si arenò non per colpa del psd'az, ma perchè una volta giunta in parlamento italiano, lì morì. Non dice per colpa di chi, o per quale mancanza di volontà. Rircorda che l'altra strada percorsa, quella più recente, è stata quella della Consulta, che ha generato la proposta di statuto, poi però cassato dall'Italia perché conteneva la parola "sovranità" riferita al popolo sardo. La proposta del psd'az all'interno della coalizione attuale del consiglio regionale è quella di aprire una assemblea costituente che elabori uno statuto con vincolo di recezione da parte del consiglio regionale stesso, "e vedremo chi voterà a favore e contro questa proposta". Ma, afferma pragmaticamente, "noi ci stiamo muovendo all'interno delle norme date (ndr. dallo stato italiano)", per questo che è importante è che lo statuto non lo riformi il consiglio regionale, perché avrebbe un carattere di norma, ovvero quello di una legge costituzionale italiana. E' necessario che sia invece una assemblea costituente a formularlo, perchè può essere in via mediata - in quanto misurerà il consenso che il popolo sardo darà ai candidati all'assemblea costituente, e come la vorrà composta - un referendum sull'indipendenza, e per questo i partiti italiani presenti in Sardegna la temono. I contenuti sarebbero di grande valore politico, proprio perchè slegati dalla contingenza elettorale.
Renato Soru parla per il PD.
Dichiara di sentirsi male a questo incontro di indipendentisti, non in quanto tali, giacchè spesso ha raccolto gli inviti di iRS a partecipare a discorsi comuni, e sempre si è sentito di legittimare il sentire indipendentista. Chiarisce invece che il suo disagio è quello che deriva dal vedere il lancio lungo, lunghissimo, del discorso indipendentista sul piano tecnico, politico, che però a suo avviso non può inserirsi fuori da una libertà culturale, da una indipendenza esistenziale di popolo sardo, che però non c'è.
Ricorda che chi ha vinto e governa oggi la Sardegna non ha vinto chiamando a raccolta la libertà dei sardi e il loro senso di appartenenza alla nazione sarda, ma promettendo prebende e favori personali, clientele e contributi. Polemicamente chiede a chi stiamo parlando quando parliamo di indipendentismo. A quali interlocutori? Quelli che hanno venduto il voto per la promessa di un lavoro? Le cose di cui parliamo qui sono frutto di una consapevolezza che tra i sardi manca completamente. Stigmatizza l'operato del psd'az in senso antiautonomista in questo governo regionale, e la cosa genera un momento di tensione con i sardisti presenti in sala.
Conclude dicendo di essere interessato alle cose che può fare oggi, domani mattina, non tra tre anni o tra trent'anni. Ricorda le lotte sul diritto di tassare autonomamente, sulla rimozione delle servitù militari, sulla questione della sovranità nello statuto, lotte concrete possibili oggi anche senza aprire costituenti. Non è possibile proporre l'astrazione politica dell'indipendenza a gente che ha messo in discussione persino questi esercizi minimi di sovranità, e che ha dimostrato di non aver ancora la responsabilità di bastare a sè stessa.
Chiude con "Innanzitutto parliamo di questa responsabilità".
Gavino Sale interviene in qualità di promotore dell'incontro odierno.
Ricorda la presenza degli osservatori di iRS al referendum sull'autodeterminazione della Catalunia, nato per l'intuizione geniale di un sindaco che ha scelto come campione un comune simbolico per iniziare a mostrare che la nazione era matura per un passo di questa portata. Può darsi che in Sardegna ci sia un sentire di questo tipo, ma certo non c'è ancora una maturità diffusa della gente verso l'indipendenza: non c'è bisogno di fare un referendum di questo tipo oggi in Sardegna per sapere che sarebbe sicuramente fallimentare. Però fino a tre anni fa era impossibile persino parlare di cose come queste, e oggi invece siamo qui a discutere insieme di questa possibilità, segno certo di una elevazione di coscienza tra di noi e anche tra la gente. I tempi ci sono favorevoli, anche in Europa: la Scozia, la Catalonia, il Kosovo, persino i Paesi Baschi che hanno appena rinunciato alla lotta armata per muoversi verso una determinazione democratica, che ha dato ad altri frutti maggiori. Altre nazioni stanno crescendo politicamente e pacificamente verso la propria presa di coscienza. Non saremo pronti per l'indipendenza, ma certo siamo maturi per andarle incontro, sì con decisioni politiche, come dice Soru, ma anche con l'autoaffermazione della nostra identità di nazione, che è necessaria e fondativa sul piano teorico.
La proposta non è una alleanza politica verso gli altri movimenti dichiaramente indipendentisti, i tempi non sono maturi e i percorsi scelti ancora diversi, ma la costituzione di un blocco concettuale sui punti comuni, un blocco concettuale che al momento rappresenta il sentire del 20% del popolo sardo, affinchè cresca la coscienza di tutti. Questo soggetto, questa zona neutra, può condividere pubblicamente già oggi il principio di autodeterminazione nazionale della Sardegna, e costringere gli altri a parlarne, a usare il nostro vocabolario, con parole che fino a ieri erano tabù.
Interviene il primo rappresentante catalano, la signora Elisenda Paluzie, preside della facoltà di Economia e Commercio dell'università di Barcellona.
Ricorda la conquista dell'autonomia catalana nell'80, la lingua catalana come lingua d'uso amministrativo e l'inserimento nel percorso scolastico, le maggiori competenze acquisite sulla sanità e su altre questioni. Sembra una grossa conquista, ma è stato difficile applicarla per il continuo contrasto dello stato centrale, che ha cercato di porre lacci economici e costituzionali continui all'esercizio dell'autonomia, anche riconoscendo strategicamente finte "autonomie" a zone della Spagna che non avevano alcuna storia, cultura o lingua particolare a giustificare lo statuto di nazione. I catalani hanno vissuto da subito l'insufficienza dell'autonomia e hanno cercato di liberarsene riformando lo statuto in senso più indipendentista, operazione cassata dallo stato spagnolo centrale. La frase riportata da Carlo Secchi come articolo primo dello statuto catalano purtroppo è rimasto proposta: al momento il nuovo statuto è ancora al vaglio costituzionale, e l'unico riconoscimento per ora è quello della nazionalità culturale dei catalani all'interno della nazionalità politica spagnola, un modo per negare alle nazioni di essere tali. In Spagna essere spagnoli è un diritto e anche un dovere, essere catalani è solo un diritto, che non determina obbligazioni: le leggi della Spagna non riconoscono il diritto all'autodeterminazione della Catalunia, ma questa limitazione paradossalmente ha fatto crescere il sentire indipendentista nella regione.
Il 13 settembre 2009 il gesto simbolico è stato quello di chiedere agli abitanti di un piccolo comune (che ha riconosciuto il diritto di voto anche a tutti i suoi migranti), di pronunciarsi sulla Catalonia indipendente democratica. Il giorno dopo centinaia di comuni in Catalonia hanno fatto lo stesso gesto, ripetendo la stessa iniziativa. I media nazionali hanno ricevuto l'input di non dare nemmeno la notizia prima del referendum, mentre dopo, specialmente visto il risultato, non hanno potuto farne a meno. L'ultimo comune a pronunciarsi, a causa della sua molto maggiore rilevanza internazionale, sarà Barcellona.
Interviene il catalano Uriel Bertran, rappresentante del Partito Indipendentista della Catalunya.
(L'intervento è stato fatto interamente in castigliano per venire incontro a noi, ma la traduzione è comunque approssimativa).
"Per molti anni la Catalunia ha avuto l'autonomia politica, ma in questo periodo abbiamo misurato bene che limiti ci poneva, e quanto era insufficiente per esprimere tutte le potenzialità del nostro popolo. Ci è servita come inizio, ma non può essere la conclusione per noi." Uriel espone la copia di un quotidiano nazionale del partito socialista che, davanti al risultato di un sondaggio sulla volontà indipendentista dei catalani, nonostante la dissimulazione dei risultati in senso riduttivo, ha dovuto ammettere che c'era, e che cresceva su percentuali sempre maggiori. E le percentuali erano già maggiori di quelle che loro riportavano! Indica l'ammissione come una vittoria politica molto significativa, la dimostrazione che parlare di indipendenza impone il vocabolario anche a chi non ci crede, e fa crescere la coscienza indipendentista dove non c'era.
Sul piano pratico, cioè sulla convenienza della strada indipendentista, solleva il caso del Montenegro, che in questi non molti anni di indipendenza ha centuplicato il prodotto interno lordo, ha ridotto la disoccupazione e ha moltiplicato la sua economia complessiva. Caramba - esclama - con l'indipendenza! Vuol dire che l'indipendenza conviene a chi la pratica, e non solo esistenzialmente.
Il referendum simbolico che la Catalunia ha vissuto dimostra che la strada per noi è quella di convocare un referendum ufficiale che sancisca la volontà indipendentista della nazione. Al momento il paradosso in Catalunia è che mentre non c'è una maggioranza parlamentare che voglia l'indipendenza, questo moto della società civile li ha messi davanti al fatto che la maggioranza popolare invece la vuole. Non possono più fare finta di niente. Il gesto ha avuto il valore di ribaltare il rapporto democratico in Catalunia, facendo capire ai governanti che se il referendum non lo convocano loro, lo convoca la società civile, la gente, riprendendosi la propria sovranità in modo pacifico e chiaro.
Ornella Demuru interviene come segretario di iRS.
Mattina interessante, al termine della quale la cosa che emerge con maggiore chiarezza è che iRS è una forza assolutamente aperta al dibattito sui temi dell'indipendenza, e che lo è in modo realista, fatto di proposte che rigettano l'inclinazione ad abbattersi che è uno dei filoni serpeggianti anche in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto. Proprio perchè la nostra visione è propositiva, rinnoviamo il nostro impegno anche a spronare le altre forze politiche a visioni più chiare, meno contradditorie. L'autodeterminazione certamente nasce come percorso individuale, ma poi diventa anche percorso collettivo se diamo prospettive chiare a chi ci segue. Se siamo noi quelli confusi, quelli contradditori, continueremo a fare del nostro popolo un popolo confuso e in contraddizione con sè stesso. Per questo non possiamo parlare di "indipendenza in uno stato federale", perché questa frase non vuol dire niente. Essere chiari su dove vogliamo arrivare è un dovere: se vogliamo l'autodeterminazione, dobbiamo essere anche capaci di dire che la strada è l'indipendenza, imparando la lezione che ci ha dato Uriel: l'indipendenza, anche ai minimi termini, è comunque indipendenza, non altre cose.
Condivido invece quello che ha detto Renato Soru: non svendiamoci, non dobbiamo svenderci. Ma in questo iRS non chiede aiuto a nessuno, perdonate, non è presunzione, è che la costruzione della coscienza nazionale dei sardi è da sempre nel nostro DNA, è dal primo momento del nostro percorso ormai quasi decennale che noi affermiamo che la nazione sarda è diversa da quella italiana, e lo abbiamo affermato con forza. Avere posizioni chiare è un punto di partenza imprescindibile per non creare altre confusioni su dove stiamo andando.
Prende la parola Giacomo Meloni, segretario della Confederazione Sindacale Sarda.
Noi quando parliamo di indipendenza non aspiriamo a diventare uno stato sul modello ottocentesco, questo nemmeno un matto oggi lo perseguirebbe. Ma dobbiamo essere consapevoli che è il nostro interlocutore, quello italiano che ci tiene in scacco, ad essere uno stato ottocentesco. Per questo mi sta a cuore riprendere la posizione di Renato Soru, di cui ho molta stima e a cui ho riservato un angolo del mio cuore, perché secondo me ha parlato senza rendersi conto di chi è lui. Lui è stato il primo presidente di regione a non venire dalla politica di regime, ma ad essere espressione pura del territorio sardo. E' stato catalizzatore di forze che non avevano radice nei partiti nazionali italiani. Mai un esponente del PD o del PDL avrebbe potuto maturare decisioni sul territorio come quelle che lui ha portato avanti. Renato Soru è un investimento che abbiamo fatto tutti, e deve cominciare a rendersene conto e comportarsi di conseguenza. Poi certamente noi faremo il nostro percorso verso l'indipendendenza e altri faranno altre scelte, ma che quel percorso sia fattibile, che noi sardi siamo un popolo normale, con le stesse potenzialità degli altri in termini di autodeterminazione, da queste cose è stato già dimostrato.
Mi scuso, quello che ha detto a questo punto il segretario del psd'az l'ho perso perché avevo necessità di uscire un attimo dalla sala alla ricerca di una doppia presa.
10.02.2012 11:00 -
12:00
Data privata
11.02.2012 18:30 -
19:30
Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
17:00
Bologna - Assemblea Generale Progres Disterru
19.02.2012 16:00 -
21:00
Bologna - laboratorio di storytelling politico
27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
22:00
Torino