Questa riflessione è di Omar Onnis e si trova sul blog SardegnaMondo.
Finalmente si sono celebrate le elezioni amministrative e soprattutto il referendum consultivo sul nucleare. La campagna elettorale è stata abbastanza penosa e di poco spessore e se non fosse per il clamoroso risultato referendario questo fine settimana appena trascorso sarebbe meritevole di un oblio rapido e indolore.
Vediamo un po’ i risultati elettorali. È evidente che, specie nei grandi centri, la tendenza è stata simile al dato italiano. Il che non deve meravigliare. L’opinione pubblica cittadina, in Sardegna, e a Cagliari e Olbia in particolare, è tributaria di un immaginario e di una identificazione ubicati ben dentro l’orizzonte di senso prodotto dai mass media italici. Il che significa assumerne le dosi massicce di limitatezza di vedute, provincialismo e grettezza. Il fatto di essere su un’isola distante con una serie di problemi tutti suoi da affrontare aggrava la portata di questa sindrome di straniamento da sé. Ma che vogliamo farci? Così è.
È legittimo dubitare che queste elezioni cambino l’andamento generale della situazione sarda. Difficilmente produrranno anche significativi mutamenti nelle dinamiche locali, persino se a Cagliari vincesse Zedda.
Si nota un calo generale delle formazioni indipendentiste. Ma qui c’è da fare alcune considerazioni: 1) erano elezioni comunali, perciò denotate da logiche e meccanismi che hanno poco a che fare con progetti generali e prospettive ideali ampie, mentre hanno un peso ben maggiore clientele, conoscenza personale, peso economico, radicamento nel territorio, o anche credibilità e riconoscibilità dei candidati; 2) chiaramente, il variegato movimento indipendentista è in una fase di assestamento, e questo di per sé ha avuto un ruolo, ma è anche vero che non ha grandi doti clientelari cui attingere e solo in rari casi può presentarsi con una credibilità non tanto politica quanto amministrativa da spendere e da mettere sul piatto della bilancia.
Il referendum invece è andato oltre le più ottimistiche previsioni. Il risultato della votazione era scontato, nell’esito, magari meno nella dimensione (più del 97% di “sì”). Quello che non si poteva calcolare a priori era l’affluenza alle urne. In questo senso i sardi hanno voluto far sentire la propria voce in modo chiaro. Persino dopo che domenica il quorum era stato raggiunto, gli elettori sono andati a votare, anche laddove non c’era alcuna consultazione amministrativa a trainare il voto referendario (penso a Nuoro, ad esempio).
Questo referendum può darci molte indicazioni utili, da vari punti di vista e sarà necessario analizzarne premesse, promozione e esiti con laica acribia. Quel che salta agli occhi è il tentativo degli schieramenti politici italiani maggiori di mettere il cappello sulla vittoria. A cominciare dal presidente della Regione, decisosi (o spinto) a salire sul carro del vincitore quando i sondaggi – a lui certamente noti, anche se proibiti al pubblico – erano ormai chiari nell’indicare il probabile esito. Ma anche i vari PD e soci stanno menando gran vanto dell’esito referendario. Nessuno di loro sembra ricordare che il loro apporto alla raccolta di firme, alla campagna di sensibilizzazione e alla mobilitazione degli elettori è stata fatta per lo più da forze indipendentiste.
Ecco, qui c’è materiale su cui riflettere. Gli indipendentisti si sono esposti molto, anche superando le reciproche divisioni politiche, per assicurare a questo referendum un esito positivo. Chiaramente qui non era in ballo l’amministrazione di un comune e le pulsioni ideali sollevate avevano un sapore generale, universale, direi, tale che l’adesione ad esse poteva in qualche misura prescindere da una vera simpatia o vicinanza politica.
In qualche misura, però. Non in assoluto. Perché in realtà nella mobilitazione e nell’esito del referendum si intravvede in nuce una nuova rappresentazione di sé dei sardi. Non più un rapporto debole e solo emotivo con la propria appartenenza, sacrificabile davanti a una realtà che si presume ostile alla prospettiva dell’autodeterminazione, ma la precisa coscienza di far parte di una collettività storica che condivide un destino comune, del quale non ci possiamo disinteressare e nemmeno aspettarci la presa in carico a nostro vantaggio da parte di una salvifica forza esterna. Non è un segnale da poco.
@ Omar: sei andato a controllare i risultati in termini REALI e non percentuali? Se no,l'ho fatto io ed ecco qua cosa ne è venuto fuori (dati relativi alla città di Cagliari, candidati e partiti indipendentisti):
Totale 2009 presidenti: 2850
Totale 2010 presidenti: 1469
Totale 2011 sindaci: 2645
Totale 2009 partiti: 1506
Totale 2010 partiti: 1197
Totale 2011 partiti: 2030
Interessante scritto di cui rilevo un limite notevole: non analizza ma sostiene una tesi. La tesi è questa: gli indipendentisti a Cagliari, divisi in più gruppi, hanno fatto una figura penosa e al di sotto delle attese, ma questo non conta perché si sa, le amministrative...Il fatto che per la prima volta a Cagliari un candidato dichiaratamente di sinistra rischi di vincere le elezioni non cambia nulla, benché a Cagliari nella sua storia non sia mai successo (l'unico caso mi pare sia stato con un esponente del PSI tanto tanto tempo fa). In cambio, il risultato di un referendum scontato - avrebbe avuto lo stesso risultato in qualsiasi parte d'Italia - e che di fatto non produce alcun effetto, è importante perché è merito degli indipendentisti che si sono spesi molto. E poi i provinciali sono gli altri...
Mi chiedi di cosa mi dovrei gloriare? Di un movimento partito con qualche centinaia di giovani che hanno egemozizzato la politica cagliaritana col loro entusiasmo (sarà pure politica “mainstreaming, ma è quella che decide e incide sulla vita dei cittadini); una città che può essere “decolonizzata”, proprio così “decolonizzata”, da un sistema di potere che dura da decenni, ben più dei venti dell’esperienza Delogu-Floris.
). Secondo perché tra i partiti non indipendentisti bisogna necessariamente fare dei distinguo, se non si vuole essere qualunquisti. Terzo perché la questione è o tutti (i sardi, chi vive lavora e ha i suoi interessi in Sardegna) o nessuno. Non ci sono fazioni o tifoserie da difendere, qui.La domanda è: perché le forze politiche che sono depositarie dell'unica vera elaborazione politica in Sardegna nonché di una prospettiva generale in cui inserirla non hanno anche la forza dei numeri a loro sostegno?
Inviterei tutti però a stare attenti nel liquidare la necessità storica della nostra emancipazione politica come un'utopia romantica inutile ai fini pratici. La vera sfida è dimostrare che la Sardegna possa uscire dalla crisi perpetua che la avvince (crisi economica, certo, ma anche culturale, sociale e spirituale) rimanendo una regione periferica e statisticamente irrilevante di uno stato più ampio e lontano sia geograficamente, sia storicamente, sia per interessi vitali.
Se qualcuno mi convince che sia possibile, sono disposto a relegare la prospettiva indipendentista nella categoria dei sogni ideali un po' anacronistici, come la si ama dipingere.
Non capisco la tua obiezione, Giacomo.
Hai sollevato una questione io ti ho risposto, in base a quel che so e a quel che penso. Se non ti piace perché non coincide con la tua tesi, amen: non è che dobbiamo essere d'accordo per forza.
Se invece vuoi sostenere l'infondatezza o l'irragionevolezza di quanto ho detto, ti pregherei di argomentare meglio. Non nego di certo che l'elemento utilitaristico faccia parte delle pulsioni umane e condizioni le nostre scelte collettive e/o individuali. Ma su queste faccende non si può prendere la parte per il tutto. La realtà è più articolata di come la dipingi tu. E le situazioni bisogna conoscerle, prima di emettere sentenze.
Ti sembra che io abbia usato parole troppo difficili?
Be', nel caso mi dispiace. Ma rincorrere la semplicità a tutti i costi può far cadere nella semplificazione, che è un'altra cosa. Esito deleterio, ne converrai, se si ha a cuore la comprensione delle dinamiche complesse in cui siamo immersi.
La complessità non si rimuove con facili espedienti. La si affronta, o ci si sbatte il grugno. O si diventa comodo oggetto di scelte e di interessi altrui.
Non mi piace la tesi secondo cui il nucleare sia rifiutato da tanti per ignoranza o per calcolo. Non credo che sia così. Ci sono validi elementi per trarre questa conclusione e fai torto alla libertà di giudizio (e alla libertà tout court) altrui, liquidandone le opinioni su questioni così grandi come il frutto di bassi istinti egoistici senza domani.
Magari potresti dirci come la pensi tu, sul nucleare, tanto per darci la possibilità di farci un'idea più completa del senso delle tue osservazioni.
Per il resto, mi rendo conto che di tutto abbiamo parlato, tranne che delle elezioni sarde. Perciò direi che come off topic è stato trascinato pure troppo.
yahoo.it18.05.2012 18:30 -
20:30
Napoli - Un'altra galassia
20.05.2012
Data ferma
22.05.2012 - 24.05.2012
Lisbona
26.05.2012 18:30 -
20:30
Serata a sostegno di Emergency
27.05.2012
Data ferma - privata