Pubblico questo scambio di opinioni tra Marcello Fois e me che è comparso tra ieri e oggi sulle pagine di Sardegna24. Si parla di indipendentismo, di linguaggi sulla rete e di stili di comunicazione.
In Sardegna la parola Indipendentismo fa paura. Ciò potrebbe derivare dal fatto che quando non si è abitata abbastanza la parola madre cioè Indipendenza è difficilissimo avere un bel rapporto con la sua figlia declinata in “ismo”. Anche perché quella figlia, privata della sua sostanza, del suo supporto, del suo senso primo, suona patologica e non consequenziale. Chi frequenta i blog sardi può sperimentare su se stesso che cosa intendo quando parlo di orfanità della parola Indipendentismo, la quale dovrebbe essere innanzitutto un punto di vista, un credo politico, una convinzione antropologica e invece si trasforma in un atteggiamento rigido, in una condizione pregiudiziale, in una chiusura furente, in una battaglia che questi sedicenti indipendentisti stanno combattendo anche fra loro, l’un contro l’altro armati. La tendenza è quella di non riconoscere alcun ruolo e alcuna dignità all’interlocutore. Il caso più diffuso è quello di anonimi, la maggior parte dei bloggisti sono anonimi, che si rapportano su base etnica, considerandoti non una persona in quanto tale, ma in base ai quarti di sardità che puoi vantare.
Alla base di questo pregiudizio alberga una concezione della purezza, vera o presunta, davvero preoccupante. E una visione monomaniacale della Storia in cui la Sardegna è solo, e non anche, il frutto di un colonialismo cospirativo da parte di forze oscure che hanno come unico obiettivo quello di eliminare la sardità dall’universo. E’ esattamente questo atteggiamento che rende temibile qualunque ipotesi "indipendentista". Perché, se mai avesse una qualche fondatezza lo scenario cospiratorio plutocratico antisardo che viene continuamente disegnato nelle chat, risulta tuttavia più sostenibile di quello talebano che i modi, la rigidità furente, la palese frustrazione di quelle affermazioni fa intravedere nell’ipotesi di una Sardegna governata da orgogliosi “indipendentisti”. Quasi mai un intervento propositivo, solo sarcastico, demonizzante, apodittico. Spesso attacchi personali se non privatissimi, con affermazioni sghimbesce, e non replicabili, nei confronti del nemico di turno Visto dai vari deliranti siti e dagli interventi sui blog viene da chiedersi che fine hanno fatto le centinaia di Indipendentisti colti e attrezzati che pure ci sono? E perché non intervengono mai per correggere il delirio delle truppe cammellate? Perché non si schierano pubblicamente contro quella massa di interventi che fanno pensare immediatamente ai pogrom e alle deportazioni, alla Lingua come potere sacerdotale, al passatismo usato a proprio comodo, a un mondo di nemici, di avversari che vanno eliminati (verbalmente tanto per iniziare). Costoro non sono indipendenti quindi nemmeno indipendentisti, rappresentano un falso mito e un luogo comune della Sardegna che ci affligge da tempi immemorabili, quello del cecchino dietro al muretto a secco: non hanno mai nulla da proporre, nulla da discutere, nulla da mettere in dubbio, si aggirano per il Web, leggono e sparano, nessun dibattito, nessun argomento.
E’ questo che, in prospettiva, mi spaventa parecchio: se questo è il modello di Sardo Resistente, indipendente, sono piuttosto fiero di essere costantemente insultato in nome del fatto che, per destino, sono semplicemente un sardo di fuori. Nella migliore delle ipotesi mi invitano a farmi i fatti miei a Bologna, nella peggiore sentenziano che non sono più sardo e che ho perso il diritto di parlare. Nel mio emisfero essere nati in Sardegna è meraviglioso, ma non basta: le persone continuano a interessarmi di più della loro etnìa. La realtà è che tutti questi pasdaran, non hanno niente a che fare con l’indipendenza, né, tanto meno, con l’indipendentismo, che non germoglia certo se nutrito di intransigenza e dogmatismi. Non riconoscere il proprio interlocutore semplicemente perché non lo si ritiene degno etnicamente è un atto per me inconcepibile. Come è inconcepibile la violenza con cui ci si permette di ridimensionare e sbeffeggiare le competenze di persone che meriterebbero rispetto anche se avessero torto. Certo la visuale politica del complesso universo indipendentista, non è, al momento, limpidissima, tra bandiere regalate al Principe, partecipazione al fallimentare governo regionale attuale e deprimenti rotture all’interno di IRS. So anche benissimo che l’universo del PSd’Az attuale e quello rappresentato da IRS, e ProgreS, sono distantissimi nei fatti, ma assai meno nella testa dei buona parte degli altri sardi che, proprio negli spazi dove dovrebbero capire, fare distinzioni, discutere e scegliere, sono abbandonati in balìa degli stalker in vellutino. Questo è quanto desumo dal Web, ora si può farmela pagare dandomi dell’italiano, o dell’italiota, o dell’idiota. Fate voi.
Chi naviga abitualmente su internet conosce bene il rischio di incontrare gli “urlatori” di professione e sa che più è autorevole e visibile la posizione da cui parla, più gli “urlatori” cercheranno di sovrapporsi a quello che ha da dire. L'intervento di Marcello Fois ieri su queste pagine è lo sfogo civile di chi, nonostante sulla rete sia un viaggiatore recente e variamente assiduo, gli urlatori li ha incontrati sin da subito e non ci si riconosce. Sbagliato prenderlo per un fatto personale: accade a tutte le persone note che abbiano scelto un profilo pubblico di non invisibilità civile. Questo vale che si scriva di sessismo, di politica sarda, di indipendenza o del prezzo delle patate. L'unico modo per evitare gli strali degli odiatori di professione è tacere, un prezzo che Fois ha sempre giustamente rifiutato di pagare. Ascrivere però questo stile all'area indipendentista non solo è ingiusto, ma è un esercizio di slittamento dello sguardo che fa esattamente il gioco dei molestatori elettronici.
All'inizio dell'anno Loredana Lipperini, saggista, giornalista, conduttrice della trasmissione radiofonica Fahrenheit, ma soprattutto blogger di lungo corso, lamentava il medesimo fastidio di Marcello Fois, denunciando il fatto che quando nel suo blog affrontava un argomento qualunque - dalla critica letteraria al linguaggio sessista – nei commenti si scatenava l'inferno. La maggior parte erano anonimi e privi di argomenti, ma pieni di insulti e violenti attacchi personali; gli “urlatori” riuscivano ad avvelenare il clima al punto che i commentatori pacifici abbandonavano la conversazione. Questa tecnica di guerriglia comunicativa si chiama “hate speech”, letteralmente “discorso d'odio”, ed è molto usata anche nei talk show, dove si parla addosso all'interlocutore con grida ripetute prive di contenuto al solo scopo di inibirgli la comunicazione. Vittorio Sgarbi e il suo immarcescibile “Capra!” e Ignazio La Russa con l'indimenticato “Zitta, Concitina!” rivolto alla De Gregorio sono esempi eccellenti nel campionato italiano di hate speech.
In rete questo fenomeno incontra due elementi che potenziano esponenzialmente la sua diffusione: l'anonimato e la facilità di accesso al mezzo. Gli odiatori che in televisione non sarebbero mai fatti entrare trovano invece sul web una porta sempre aperta, dove il nickname li protegge dall'assunzione di responsabilità personale. Dietro quel velo chiunque può dire quel che vuole, specialmente se quello che vuole è insultare e cercare di delegittimare l'altro per impedirgli di parlare. Se la discussione muore per sfinimento o l'attenzione dei partecipanti si sposta dall'argomento iniziale all'attacco all'odiatore, lui vince e tu hai perso. L'unica soluzione è ignorarlo, cosa non sempre facile se il registro violento dell'hate speech è diventato per molti la normale modalità di comunicazione in rete. I gestori di molti blog hanno scelto di proteggere il livello dei propri dibattiti impedendo i commenti agli anonimi e moderando gli interventi. Gli odiatori davanti a queste misure strillano che non è democrazia, ma la rete non è il luogo della democrazia: è quello della libertà ed è in quella libertà che ciascuno nel proprio spazio detta le sue regole.
Tra chi pratica l'hate speech c'è gente di ogni tipo, comprese persone dai sentimenti politici più confusi che indipendentisti. È gente arrabbiata e priva di strumenti critici che cerca bersagli verso cui indirizzare la frustrazione della propria impotenza. Non si può confondere questo agire con la prassi di un qualsivoglia partito politico. L'indipendentismo che pratico e in cui mi riconosco è democratico, non violento e progettuale, lontano dall'hate speech come la testa lo è dal ventre, e le sue forze migliori in questo momento non sono sui blog a spalare fango, ma elaborano proposte sui temi urgenti per l'isola: vogliono l'abolizione immediata delle province e il potenzialmento delle unioni dei comuni, finanziate con il 5% dello stipendio dei consiglieri regionali. Chiedono bonifiche dei territori inquinati e scelte politiche di sviluppo sostenibile. Avanzano progetti concreti di investimento sulle infrastrutture e sull'istruzione. Nessuno di loro sventola purezze, né di sangue né di lingua, ma idee concrete per arrivare all'autodeterminazione attraverso la conquista graduale di sempre nuovi spazi di sovranità. È un laboratorio vivace e ricco che ha le potenzialità per pensare una Sardegna diversa: non facciamogli rispondere dei danni dell'inciviltà altrui.
- non sono d'accordo sulla visione "naturista" dell'essere sardo. Nessuno nasce "sardo", al massimo nasce in Sardegna. L'essere sardo (e il modo in cui lo si è) è frutto della convergenza tra le scelte individuali e il contesto culturale, quindi è un fatto politico nel senso più completo del termine. Infatti ci sono sardi che si sentono sardi e basta, sardi che si sentono italiani di periferia, sardi che si sentono sardi e italiani insieme e sardi che vorrebbero che non esistessero né la Sardegna né l'Italia per sentirsi finalmente cittadini del mondo. Non esiste un modo naturale di essere sardi, siamo tutti materiale di risulta di un processo collettivo che può essere affrontato e governato solo politicamente. La politica non è una cosa che fa schifo, anche se spesso a fare schifo è chi la fa.(e dopo la scissione pare anche per iRS) è lo stile comunicativo dei dirigenti sin dalla prima ora.
Aggiungici che non credo che un movimento non democratico possa costruire società democratiche e ti ho detto tutto.
Visto che siamo circa un milione e mezzo credo esistano un milione e mezzo di modi di sentirsi sardi e questo è legittimo, ciò che ritengo illegittimo è che qualche gruppo di persone o che so io decida di stabilire il modo in cui debbano sentirsi sardi questo milione e mezzo di persone...
Ho paura che il sentimento di indipendentismo sia un qualcosa che è stato mosso solo da un senso di rivalsa e quasi da "volontà vendicative" al cospetto della nostra storia; credo che se il Sardo avesse avuto l'esigenza di avere un proprio Stato l'avrebbe avuto da quel dì e infine mi chiedo: ma ne abbiamo bisogno? Ne abbiamo veramente l'esigenza? (la domanda è proprio una domanda; non è una domanda per la quale penso di avere già una risposta)
La domanda a questo punto sorge spontanea: è l'autonomismo che genera costantemente divisioni o sono i quattro mori che portano male all'unità dei sardi?
La risposta è, ovviamente...entrambe le cose.
Del resto autonomismo, quattro mori e disunità sono la stessa cosa, una stessa ed unica storia.
Certo, si dirà che c'è autonomismo e autonomismo. Infatti, c'è nell'autonomismo un'infinita gradazione di subalternità che va dall'ingenuo al patetico passando per il ridicolo.
Ognuno si scelga il suo.
Ma dove ha sede la tua associazione? Qual è il suo statuto? Chi sono i suoi aderenti, quando e come si riuniscono, qual è lo scopo sociale?
La domanda a questo punto sorge spontanea: è l'autonomismo che genera costantemente divisioni o sono i quattro mori che portano male all'unità dei sardi?
La risposta è, ovviamente...entrambe le cose.
Del resto autonomismo, quattro mori e disunità sono la stessa cosa, una stessa ed unica storia.
Certo, si dirà che c'è autonomismo e autonomismo. Infatti, c'è nell'autonomismo un'infinita gradazione di subalternità che va dall'ingenuo al patetico passando per il ridicolo.
Ognuno si scelga il suo.
Se poi vogliamo parlare di trovate culturali nell'indipendentismo si chieda come la quasi totalità dei movimenti indipendentisti è fortemente statalista, generalmente avversa all'iniziativa privata
18.05.2012 18:30 -
20:30
Napoli - Un'altra galassia
20.05.2012
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22.05.2012 - 24.05.2012
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26.05.2012 18:30 -
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27.05.2012
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