Qualche giorno fa sulle pagine del quotidiano Sardegna24 è comparsa una riflessione dello storico contemporaneista Salvatore Sechi, molto critico con l'indipendentismo e con la stessa idea di indipendenza. Poiché en passant mi cita, ho valutato la possibilità di rispondergli dalle stesse pagine del giornale, anche perché mi è parso che il suo ragionamento fosse facilmente attaccabile, fragile. Non è stato necessario. Sono arrivati prima di me due interventi - di Filippo Sanna e di Salvatore Cubeddu - di una tale lucidità e autorevolezza da rendere superfluo aggiungere altro. Nell'ordine seguono l'articolo di Sechi e le due repliche di Sanna e Cubeddu. Enjoy!


 

20090610-autonomiaL'indipendentismo come feticcio di un'autonomia fallita (di Salvatore Sechi)

Ho l’impressione che in Sardegna si stia consumando un ciclo storico che modifica, fino ad alterarla, la cultura politica che ha retto le istituzioni regionali.

Una domanda di alterità, di diversità l’idea (per intenderci della “nazione sarda”) è stata dalla metà dell’Ottocento ad oggi costituzionalizzata. Era la richiesta di autonomia che la carta del regime repubblicano ha previsto.

Oggi si sta facendo strada (mi riferisco alle proposte di una scrittrice come Michela Murgia e di un politico come Massimo Dadea) una versione radicale, di tipo secessionistico, cioè l’indipendenza.

Che cosa riflette questo stato d’animo? In primo luogo la difficoltà di declinare un lungo e tenace sentimento di estraneità, di distacco (se non di vera e propria ostilità) dallo Stato centrale percepito come come inconciliabile con le forme storicamente assunte da esso.

Sentirsi una nazione mancata,o peggio tradita, alimenta una psicosi di rancore, di separatezza che politicamente sfocia in quella forma di sovversivismo che è il culto dell’auto-determinazione, di un’autonoma sovranità. La diversità dall’Italia induce a sancire questa sensazione nella costruzione di una storia istituzionale, politica, culturale inedita, come quella dell’indipendenza.

Questa forma è stata sempre il nocciolo duro dell’autonomia.La si ritrova nel dibattuto interno al sardismo (che amò fare riferimento all’Irlanda dei Sinn Fein) dopo la prima guerra mondiale.

Gli storici (penso a Brigaglia, Marrrocu, Mattone, Melis, Manconi, Sanna ecc.) sanno che quella della “nazione sarda corrisponde all’invenzione di una tradizione compiuta dopo 1820 dalla storiografia, dalla letteratura, dall’archeologia, dall’antropologia ecc. Ed è speculare a quella che ebbe corso dopo l’unificazione nazionale quando la classe dirigente post-risorgimenatale cercò di trovare in un lontano passato la legittimazione di quanto si era compiuto nel 1861.

La “conquista regia” dei Savoia dovette ricorrere a Dante, Machiavelli, Foscolo ecc. per nascondere il carattere a volte forzoso, cioè violento, militare, dell’unificazione. In Sardegna si ricorse ad un plateale falso come le carte di Arborea per mostrare le radici aurorali della nazione sarda e demonizzare il regime preunitario, cioè il dominio piemontese dell’isola.

Si tratta di una cultura artificiosa, cioè di una vera e propria invenzione (per la verità rinvenibile in altri paesi, come hanno dimostrato due studiosi anglosassoni come Hobsbawm e Ranger) che non mi pare il caso di usare come una droga per coprire una realtà molto più precisa e sensibile: cioè il fatto che l’indipendentismo è l’esito di un grande default, cioè il fallimento dell’autonomia regionale.

Alle classi dirigenti (partiti, sindacati, intellettuali, imprenditori) che si sono alternate nei governi regionali dalla fine degli anni Quaranta del secolo scorso ad oggi bisogna fare carico di quanto è sotto gli occhi di tutti.

Le politiche regionali di pianificazione fondate prima sulla grande impresa, successivamente su di mensioni medie e infine sulla disseminazione di credito agevolato, incentivi (selezionati e poi sempre più a pioggia) concessioni, agevolazioni fiscali ecc. non hanno creato un meccanismo di crescita e di sviluppo anche perché si tratta di una struttura industriale legata a solo mercato interno.

Con l’eccezione della Saras, dopo gli anni 1960-1970 tutto si è un risolto in un cimitero di capannoni e migliaia di lavoratori senza prospettive. Attualmente la mortalità delle imprese è di circa il 7,9%,ma la disoccupazione giovanile è di circa il 44,7%, come in Spagna. Dunque molto più ele vata della media nazionale( 29%). E’ aumentato il numero dei ragazzi che lasciano prematuramente gli studi, (22,9%) e non si laureano.

L’emigrazione è in ripresa. Terribile è il futuro che calcola in 400 mila nel 2040 il decremento demografico e quindi uno spopolamento ( anzi vera e propria desertificazione), che si può cominciare a rilevare a occhio nudo nei paesi abitati ormai solo da vecchi.

Il turismo è la sola attività di carattere trainante nell’isola, ma è volatile (questanno la triplicazione dei costi di trasporto inciderà enormemente), stagionale, manca di professionalità e si combina con la devastazione dell’ambiente e del paesaggio.

La condanna delle classi dirigenti è in due dati macroscopici. Il primo: non è stato risolto il problema cruciale della continuità territoriale. Il secondo: la mancanza di trasporti interni. Cagliari e Sassari non sono collegate da un’autostrada e il turismo costiero non si riversa sui paesi dell’interno per l’assenza di comunicazioni di rapido scorrimento.

L’isola è vissuta di trasferimenti dal bilancio dello Stato, cioè di una forma di assistenza. Su di essi ha prosperato un ceto politico avido, privo di competenze, che vive sul coteo (come lo chiamano i cileni), cioè la filiera di incarichi, posti, negli enti di primo e secondo grado, distillati ai partiti in proporzione ai voti ottenuti allòe elezioni.

Nasce di qui la domanda che provo a formulare: il fallimento dell’autonomia regionale è solo una parentesi storica o il segno che i sardi hanno idolatrato una forma di auto-governo delegato dal qu ale cui non hanno saputo trarre molto o molto poco? Dunque, c’è una responsabilità dei sardi, dei loro dirigenti politici, della loro mediocre cultura e capacità di governo. Una coesione regionale fondata su obiettivi concreti, cioè su riforme, potrebbe determinare l’idea che Attilio Deffenu formulò prima della guerra del 1915-1918, cioè che “la Sardegna comincerà a vivere capitalisticamente”. Con più mercato, liberalizzazioni, innovazioni, cioè riforme. L’indipendentismo è una fuga nel vuoto delle illusioni, una droga triste.


 

aL'arcitaliano (Filippo Sanna)

L’arcitaliano è spesso nato in Sardegna, a volte ci vive e ci opera. E’ un italiano nel senso migliore dei caratteri positivi dei peninsulari, si riconosce in pieno nella critica dei difetti che ne fecero Prezzolini e Papini, si riconosce anche in quel che scrive Giorgio Bocca definendosi “antitaliano”.

L’arcitaliano è diametralmente all’opposto dell’”italiano vero” di Toto Cotugno, dell’italianità prende gli aspetti migliori: lingua, arte, cultura, città e paesaggi. Poi ci sono i fascisti, ma quelli qui non ci interessano. L’arcitaliano è tale perché sa che la Sardegna è stata il nucleo fondante dell’unità e la continuità istituzionale che va da quel regno nato a Sanluri nel 1409 al 1861. Ancor di più, per un periodo breve i territori conquistati dai Savoia, furono Regno di Sardegna prima di essere Regno d’Italia. La Sardegna ha fatto l’Italia e i Sardi sono i proto italiani.

L’arcitaliano pensa che l’autonomia e la specialità della Sardegna, siano il risarcimento per le mantelline verdi della Brigata Sassari morte sui fronti della I° G.M. e per tutti i caduti per l’Italia; è orgoglioso che due Presidenti della Repubblica Italiana fossero sardi e uno lo fosse di origine, anche se torinese di nascita. Se eletto al parlamento si sente di essere rappresentante di tutti gli italiani e non dei sardi. L’Italia viene sempre prima della Sardegna.

L’arcitaliano prima era monarchico, ma dopo che la specie si è estinta è repubblicano, se poi è anche di sinistra ha brindato per l’indipendenza dei popoli colonizzati dagli europei, è stato felice per la libertà di Timor Est, manifesta in favore dello Stato palestinese, voleva che Ocalan, il leader indipendentista e separatista del PKK Curdo, rimanesse in Italia e che i Curdi, ora, abbiano il loro stato. Riconosce a tutti i popoli e le nazioni, così come stabilito dalla Carta dell’ONU il diritto all’autodeterminazione.

A tutti fuorché ai Sardi. Perché i Sardi sono Italiani, anzi italiani di Sardegna; si può concedere che siano popolo ma non nazione, perché quest’ultima è, secondo loro, un prodotto artificiale. Come tutte le nazioni, aggiungiamo noi. L’artificialità delle nazioni italiane, tedesche, francesi, spagnole spesso viene percepita da loro come “naturale”, dimenticandosi che nella storia umana non esiste niente di “naturale” neanche la famiglia, immaginiamoci i gruppi, le comunità e le nazioni. Tutte artificiali, risultato dei desideri, emozioni e volontà degli individui.

L’arcitaliano di Sardegna, a volte parla il sardo, però se non lo considera lingua morta, dice che è inadatta alla modernità, basta e avanza come lingua degli affetti. E’ meglio studiare l’inglese. Se è colto non muta l’accento quando va in continente, memore di Francesco Cossiga l’arcitaliano per eccellenza. Se non lo è tende a nasconderlo, atterrito com’è dall’ essere riconosciuto come un italiano di seconda categoria, dopo lo sforzo fatto per assimilarsi, per essere più italiano di tutti. Ha sfiducia negli altri sardi, li vive come popolo bambino, inadatto all’autogoverno.

Menomale che l’Italia c’è, se no che danni. Le parole come autodeterminazione, sovranità, indipendenza una volta lo facevano sorridere, i soliti desideri impossibili dei bambini. Oggi no, le considera una grande distrazione di massa, perché i problemi sono sempre “ben altri”. Arrivano persino a dire che l’indipendentismo è una droga triste.

Se l’indipendentismo è una droga triste, il dipendentismo da tutto e da tutti cos’è?


 

b_4moriIndipendenza: ecco perché pensarci non è peccato (Salvatore Cubeddu)


Ho pensato all’indipendenza e alle scelte di generazioni di sardi quando mi hanno detto che il comune di Narbolia aveva tutti i fondi bloccati e non poteva pagare neppure gli stipendi. Denunciati dai parenti di un turista annegato, perché accusati di non aver segnalato i pericoli del mare di Is Arenas, gli amministratori dovevano pagare circa due milioni di euro.

Come, un paese che aveva venduto il territorio rimboschito per quattro soldi in nome del progresso, che aveva puntato tutto sulle coste e sul mare facendo condizionare dai padroni italiani della costa la efficacia e la moralità della propria vita amministrativa, adesso era rovinato proprio dal mare? Certo, il territorio si può svendere anche se si è indipendenti, le vicende di alcuni stati africani lo dimostrano. L’indipendenza dovrebbe essere un processo di crescita di coscienza, di responsabilità, di capacità di autogoverno, il contrario di ciò che è successo nei rapporti tra i sardi e lo Stato italiano.

Ho pensato all’indipendenza anche quando la giovane amministrazione del mio paese ha deciso di proporre ai suoi cittadini di assumere in proprio la gestione del patrimonio comunale di terre boschive eleggendo un organismo di gestione dei mille ettari di montagna coperta di boschi. Il patrimonio collettivo verrebbe in questo modo gestito non da un ente tendenzialmente irresponsabile e sollecitato a scelte clientelari, ma dai cittadini stessi, attraverso la democrazia diretta e la delega a un consiglio di amministrazione. Seguendo il modello della gestione democratica dei beni comuni che si pratica in varie regioni italiane e del mondo. Una scelta di autogoverno, di gestione delle proprie risorse, di indipendenza. La conclusione di un percorso in cui la comunità locale ha dimostrato di saper difendere il proprio territorio dalla speculazione, di sapere conservare i caratteri naturali del proprio territorio. Salvaguardando, aggiornandoli, gli usi antichi e preservando la salute dell’eco-ambiente.

Applicazione concreta delle mete sociali più moderne,quelle del neo-comunitarismo. Mi è venuto da collegare questa sana pratica economica e politica con l’attacco di Salvatore Sechi a chi osa parlare di indipendenza della Sardegna e le riserve che Giorgio Todde fa al discorso di Massimo Dadea. I seneghesi, è di loro che si tratta, potrebbero scegliere di affidare il Monte e i suoi boschi alla gestione dell’Ente foreste. Competenza tecnica, serietà, mezzi abbondanti a disposizione per pagare lo stipendio a operai forestali. Peccato che, in cambio, ciò che prima era tuo diventi proprietà di un altro,e che, per accederea ciò che ti appartiene, tu debba chiedere un permesso. Quei territori diventano riserve dove finisci per essere tollerato, quando ti va bene. Questa delega di ogni aspetto della vita in Sardegna, dai beni culturali al sistema scolastico, agli organismi superiori, preferibilmente allo Stato italiano, in subordine e con molta diffidenza alla Regione sarda, costituisce la materia della storia sarda ormai da qualche secolo. Quale ne è stato il risultato? Possibile che non si veda lo sfacelo che abbiamo davanti? Che non si veda che una vera “autonomia” non c’è ancora stata?

L’orizzonte indipendentistico rappresenta, certo, anche la risposta all’incuria e all’oppressione statuale, ma soprattutto manifesta una nuova consapevolezza dei diritti e una conseguente assunzione di responsabilità. Altra frequente soluzione per la gestione delle cose di tutti in Sardegna è l’abbandono senza regole lasciando libero campo all’espropriazione dall’esterno. L’assenza di responsabilità, di presa di coscienza di ciò che si è e si ha, dei propri interessi e della propria identità umana e storica.L’ultimo furto in arrivo–dopo il sole, il vento, il mare e l’aria - è quello delle pianure da destinare ai cardi “chimici”. Addio a ogni nostra futura prospettiva di sovranità alimentare. Un abbrutirci sino all’infamia facendoci male l’un l’altro, facendo male alla propria terra e ai propri fratelli. Che destino può attendere chi si è ridotto così male? Sorprende che uno studioso che ha fondato la sua carriera accademica sullo studio dell’autonomismo sardo ne abbia un’idea così negativa.

Cosa hanno fatto di male i sardisti a Salvatore Sechi? Eppure (pur con qualche bandiera da farsi restituire) esistono ancora ed esiste l’indipendentismo più forte che mai, mentrel’ideologia comunista, che guidava la sua interpretazione quando cercava di dare un senso “alto” ai fatti che andava raccontando, è morta e sepolta. Allora il professor Sechi scriveva che il giusto obiettivo per la Sardegna non era quello di diventare“ sardista”, ma quello di diventare socialista. Oggi sembra che il peccato sia in fondo quello di esistere. Né autonomi, né indipendenti, i sardi devono semplicemente sparire. Al loro posto solo italiani. Italiani che hanno dato ai sardi governi esemplari, da Mussolini a Berlusconi.

 


Commenti  

 
#1 Giorgio Zintu 2011-07-30 13:27
Ho già commentato su FB, non sono d'accordo con Michela. Sia quella di Sanna che quella di Cubeddu non sono risposte esaurienti e neanche mozzafiato. La prima è fuori argomento e la seconda si appella alla clemenza della corte, non fornendo argomentazioni lucide ma emozionali. E se i ragionamenti scivolano su questa linea, credo si finisca per intavolare una discussione anche passionalmente inutile. E non perché non ami l'utopia.
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#2 Michela Murgia 2011-07-30 13:43
Giorgio, se l'argomento di Sechi è che l'indipendentismo è il feticcio di un'autonomia fallita, Cubeddu gli risponde dicendo che "l’orizzonte indipendentistico rappresenta, certo, anche la risposta all’incuria e all’oppressione statuale, ma soprattutto manifesta una nuova consapevolezza dei diritti e una conseguente assunzione di responsabilità". In che modo un'assunzione di responsabilità verso sè stessi possa essere inquadrata come droga triste lo sa solo Sechi. Se c'è una droga triste in Sardegna è quella del fatalismo statal-dipendentista che impedisce tuttora a tante persone di immaginarsi capaci di sè senza tutore. Il pezzo di Pinna invece risponde a più interlocutori e per questo a te pare fuori tema: i bersagli della sua ironia sono parecchi; oltre a Sechi è facile riconoscere lo storico Francesco Cesare Casula (sua la teoria del regno di Sardegna come prodromo di quello d'Italia), lo scrittore Giorgio Todde (per il suo pezzo sull'incapacità dei sardi a tutelare il proprio patrimonio ambientale e archeologico senza la lungimirante egida italiana) e il rettore dell'università di Sassari Attilio Mastino (per le sue recenti posizioni contro il sardo come lingua veicolare accademica). Ce n'è per tutti.
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#3 Andrea Nonne 2011-07-31 09:39
Sublime la risposta di cubeddu, di un indipendentismo dal basso fondato su un approccio comunitarista e sulla democrazia diretta. @zintu rispondere nel merito a sechi non ha senso in quanto le argomentazioni di quest'ultimo sono un delirio privo di filo logico e pieno di falsità
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#4 Stefano Soi 2011-07-31 14:47
Care sorelle e fratelli, l'Indipendenza diventa sempre più urgente. Cercate di capire che è una necessità non più procrastinabile. Siamo alle soglie se non all'interno di quel mondo che un tempo chiamavamo terzo.

Tutti i parametri lo confermano, volete continuare ad andare a Roma a prendere calci in culo e ad essere sbeffeggiati?? Volete continuare a convincervi che le flessioni sul prezzo del latte o che qualche misera elargizione di denaro pubblico risolvano i problemi dell'assenza della domanda e della disoccupazione?? Allora davvero il peggio deve ancora venire.

Gli unionisti e gli arcitaliani terzomindisti, infarciti di ideologie obsolete, vuote e illogiche, vi stanno trascinando lentamente in un baratro che vi lascerà servi dei servi. SERVI DEI SERVI. Impegnatevi pure, che troverete un bel lavoro.. E ricordatevi però che potevamo essere padroni o che potremo essere davvero più che benestanti, tutti..

Si stanno e vi state rendendo complici di una sorta di olocausto in giacca e cravatta, rincoglioniti da una televisione per stupidi che è un letamaio. Pensate davvero che la capitale della nostra nazione sia Roma e non Oristano o Cagliari?? L'Italia rappresenta nel vostro immaginario la vostra nazione, allora fra breve ne godremo i frutti migliori. Sarà una stagione che le statistiche con cui si autoalimentano ricorderanno la migliore degli ultimi 150 anni.

Continuano a raccontarvi di essere una regione della settima potenza economica mondiale e si inorgogliscono pure.. Sciocchi e pietosi.. Ignari di ogni politica economica autentica, privi di ogni pragmaticità politica. Possibile che non capiate che la settima potenza economica erano e forse sono il Piemonte, il Veneto e la Lombardia e che vi hanno ridotto a dei miserabili consumatori?? Il resto i vostri tg esteri lo descrivono tutti i giorni..

Noi siamo inghiottiti da un mostro di 60 milioni di abitanti, sovrappopolato, senza materie prime che ha svenduto tutta la sua produzione (e capacità di generare domanda), e con un debito pubblico stellare che ha ormai terminato la sua corsa. Uno stato retto fondamentalmente dal gioco in borsa e dalle pensioni dei genitori. Gli investimenti pubblici con cui continuarono ad alimentasi, causa di un debito tale, politica in cui hanno gozzovigliato e gozzovigliano ancora gran parte dei nostri sindacalisti e politici, sono terminati. E quei pochi non verranno destinati sicuramente alla nazione sarda che pure tutti gli anni rimpingua un credito sostanziale.

Continuano a non vedere, non hanno idea di quello che gli accade intorno, non hanno nessuna intuizione e comprensione dei cambiamenti geopolitici in atto, nel mondo, in Europa ed in Sardegna. E utilizzano categorie ottocentesche come quella di unità, in un matrimonio combinato.. Non vedete??

Amministrano la paghetta, più o meno come un buon adolescente che tutti i venerdì va a riscuotere il “dovuto”. Eppure la televisione italiana tra i ragionieri ne ha reso uno molto famoso, avrebbero dovuto prenderne le distanze ed invece ci hanno creduto e continuano a cercare di imitarlo. Sorridono, raccontano di voler salvare l’universo italiano, mentre falliti in casa sperano in qualche minaccia tipo, che ne so: Adesso andiamo e restituiamo la tessera, non potranno non capire che siamo molto adirati (E se ci mettiamo ad urlare non sanno che noi sardi siamo balenti e con leppa in buscacca..).

Pensate che si possa fare una politica agricola pensando all'igp, all'itp, al doc e al dop al dipa o depa e altri para/interventi autoreferenziali?? Pensate che quelli di ieri siano problemi ormai superati e che la Sardegna si sia allontanata dalla condizione di miseria grazie all'Italia?? Sedetevi comodi, concedetevi un pò di tempo, dopo i pagliacci avrà inizio lo spettacolo vero.. E mi raccomando, tutti in via Roma..
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#5 MariaLuisa 2011-08-05 15:36
Credo non ci rendiamo conto,ancora,della fortuna che abbiamo a vivere in Sardegna.
E'questione di cultura, è molto grave l'aumento dell'abbandono scolastico. Mi sembra che le analisi di scrittori ,giornalisti e intellettuali non possano ancora atechire per mancanza di sub-srato gli amministratori locali fanno quello che possono quando si trovano a dover gestire territori con una popolazione a volte schizofrenica.
...Ma tanto abbiamo il mare, i monti, lo splendido susseguirsi delle stagioni....
Chi ci tiene veramente a cambiare le cose deve cercare la collaborazione dei giovani(intendo dai 20 ai 30 anni),spigare e rispiegare che un eventuale miglioramento è in mano loro e che seriamente devono pretendere di avere voce in capitolo! ...Il problema sono i genitori viziati, cresciuti posticipando la maturità e il senso di responsabilità verso le cose veramente importanti.Insomma un pò meno cazzeggio,e più idee chiare.
Questo è il mio pensiero, ma di sicuro...il problema è più complesso!
Michela ti voterei presidente della provincia di Or(altro che De Seneen ma chi è costui?), giusto per fare un pò di palestra, e poi sempre più in alto!!!
Adiosu.
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#6 Pissenti Concu 2011-08-12 22:59
Io sono indipendentista e non di quelli dell'ultima ora. Credo che tutti i sardi siano sardisti e indipendentisti nell'animo; credo anche, però, che se la Sardegna non è indipendente, le ragioni vadano cercate nei sardi stessi. Alcuni spunti del professor Sechi sono interessanti, ma non trovano risposta esaustiva nel successivo, interessante, intervento di Tore Cubeddu e tantomeno in quello di Filippo Sanna. Parafrasando il Salvadori si potrebbe dire che i tempi e gli animi stanno maturando, ma c'è ancora un'ignoranza diffusa. I sardi non sanno ancora chi sono. E' anche per questo che, invece di far qualcosa di concreto, ci perdiamo nel costruire mitologie in cui i sardi sono i più fighi di tutti e continuiamo a litigare fra noi mentre abbiamo la raffineria di petrolio più grande d'Europa sulla spiaggia. Saluti.
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#7 Raffaella 2011-08-30 23:04
La mia non è affatto una risposta lucida. E’ assolutamente e totalmente emotiva. Viene proprio dalla pancia.
L’arcitaliano mi fa veramente tristezza. Perché mi pare proprio la controfigura del Vero Sardo. Il Vero Sardo conosce il dialetto. Il Vero Sardo se studia archeologia studia archeologia nuragica. Il Vero Sardo usa benissimo Internet per navigare e se esce dalla sua terra lo fa rapidamente, con l’aereo, “vado e torno velocemente, per abbreviare il dolore della lontananza”. Il Vero Sardo non posa il suo sguardo su chiunque ma se lo fa ti guarda dritto negli occhi e ti rivolge la parola. Il Vero Sardo è orgoglioso della sua terra, non può sostenere alcuna conversazione con un non sardo senza tirare fuori la Sardegna. Per il Vero Sardo la scuola è utile per capire attraverso quale programma culturale lo Stato abbia cercato di annullare la sardità. Per il Vero Sardo studiare Dante e Manzoni è abbastanza scontato e ci sarebbero molti altri Autori più interessanti, soprattutto per la Sardegna. Per il Vero Sardo la Sardegna non si può abbandonare. MAI.

E tu? Tu che il dialetto non lo conosci, non lo parli? Non importa se hai studiato e ti sei applicato, il dialetto non lo conosci. Tu? Tu che hai snobbato i nuraghi e ti sei occupato di archeologia classica? Non importa se la lezione più affascinante sulla metallurgia dei nuragici l’hai seguita all’Università di Firenze da un’archeologa che ha studiato per trent’anni e più sul campo i materiali e i contesti (non era sarda nemmeno lei, del resto). Tu? Tu che non puoi tenere più il conto di quante volte hai “preso la nave”e non puoi abbracciare l’enormità dello struggimento del guardare la città scomparire in quel tuo quinto passo d’addio? Tu che hai preferito abituarti piano piano all’odore del Continente, affidandoti a quello del mare per distaccarti dal profumo inconfondibilmente pungente della macchia mediterranea? Tu che pensavi che dopo master, internship e tanto altro ci potesse essere anche per te un qualche Back? Tu che da pendolare sui treni della penisola divoravi libri e giornali struggendoti di lodi Schifani, alfani, appendendoti alle parole dei Ciampi dei Napolitani? Tu che provavi a sondare cosa succedesse nell’isola quando da Italiano tutto ti sembrava grave, una tragedia, un’emergenza in cui intervenire agire mostrarti ……e trovavi il silenzio o altri temi, altri discorsi?Tu che non sei nemmeno figlio di sardi e non hai figli sardi?
Be’ sicuramente non sei un Vero Sardo.

Ebbene io, che evidentemente non sono una Vera Sarda vi dico che di pancia questa storia dell’indipendenza mi sembra dolorosa, mi sembra un distacco ancora maggiore, un rifiuto, un allontanamento. Ma se siete convinti, fiduciosi, pronti ad una chiamata di responsabilità, di partecipazione, di democrazia dal basso, di difesa della Terra, va bene, sono con voi. E se mandate via gli arcitaliani va meno bene, però forse sono ugualmente con voi.
Ma se intendete fare della Sardegna una terra di soli Veri Sardi questo non va bene e io non sarò con voi.
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#8 Daniele Addis 2011-08-31 15:07
Citazione Raffaella:
La mia non è affatto una risposta lucida. E’ assolutamente e totalmente emotiva. Viene proprio dalla pancia.
L’arcitaliano mi fa veramente tristezza. Perché mi pare proprio la controfigura del Vero Sardo. Il Vero Sardo conosce il dialetto. Il Vero Sardo se studia archeologia studia archeologia nuragica. Il Vero Sardo usa benissimo Internet per navigare e se esce dalla sua terra lo fa rapidamente, con l’aereo, “vado e torno velocemente, per abbreviare il dolore della lontananza”. Il Vero Sardo non posa il suo sguardo su chiunque ma se lo fa ti guarda dritto negli occhi e ti rivolge la parola. Il Vero Sardo è orgoglioso della sua terra, non può sostenere alcuna conversazione con un non sardo senza tirare fuori la Sardegna. Per il Vero Sardo la scuola è utile per capire attraverso quale programma culturale lo Stato abbia cercato di annullare la sardità. Per il Vero Sardo studiare Dante e Manzoni è abbastanza scontato e ci sarebbero molti altri Autori più interessanti, soprattutto per la Sardegna. Per il Vero Sardo la Sardegna non si può abbandonare. MAI.

E tu? Tu che il dialetto non lo conosci, non lo parli? Non importa se hai studiato e ti sei applicato, il dialetto non lo conosci. Tu? Tu che hai snobbato i nuraghi e ti sei occupato di archeologia classica? Non importa se la lezione più affascinante sulla metallurgia dei nuragici l’hai seguita all’Università di Firenze da un’archeologa che ha studiato per trent’anni e più sul campo i materiali e i contesti (non era sarda nemmeno lei, del resto). Tu? Tu che non puoi tenere più il conto di quante volte hai “preso la nave”e non puoi abbracciare l’enormità dello struggimento del guardare la città scomparire in quel tuo quinto passo d’addio? Tu che hai preferito abituarti piano piano all’odore del Continente, affidandoti a quello del mare per distaccarti dal profumo inconfondibilmente pungente della macchia mediterranea? Tu che pensavi che dopo master, internship e tanto altro ci potesse essere anche per te un qualche Back? Tu che da pendolare sui treni della penisola divoravi libri e giornali struggendoti di lodi Schifani, alfani, appendendoti alle parole dei Ciampi dei Napolitani? Tu che provavi a sondare cosa succedesse nell’isola quando da Italiano tutto ti sembrava grave, una tragedia, un’emergenza in cui intervenire agire mostrarti ……e trovavi il silenzio o altri temi, altri discorsi?Tu che non sei nemmeno figlio di sardi e non hai figli sardi?
Be’ sicuramente non sei un Vero Sardo.

Ebbene io, che evidentemente non sono una Vera Sarda vi dico che di pancia questa storia dell’indipendenza mi sembra dolorosa, mi sembra un distacco ancora maggiore, un rifiuto, un allontanamento. Ma se siete convinti, fiduciosi, pronti ad una chiamata di responsabilità, di partecipazione, di democrazia dal basso, di difesa della Terra, va bene, sono con voi. E se mandate via gli arcitaliani va meno bene, però forse sono ugualmente con voi.
Ma se intendete fare della Sardegna una terra di soli Veri Sardi questo non va bene e io non sarò con voi.

Raffaella, io sono indipendentista e non conosco la lingua sarda (se non superficialmente, ma è una lacuna che riempirò perché ogni lingua è una ricchezza); conosco poco l'archeologia nuragica (e non prendo per oro colato le storie sui Shardana dominatori di mezzo mondo, anzi); vivo fuori dalla Saedegna da quasi 5 anni e, anche se mi fa sempre piacere tornare, senza particolare dolore... e lo faccio con l'aereo perché vado in Francia o Germania; sullo sguardo nons aprei che dirti, non ci ho mai fatto particolarmente caso; non sono orgoglioso della mia terra, sono orgoglioso di quello che mi sono conquistato nella vita... il nascere in Sardegna non è un merito di cui essere orgogliosi o un demerito di cui vergognarsi; la scuola è utile per imparare e fornire degli strumenti utili alla vita... quando ignora il contesto in cui vivi e ti insegna solo cose che puoi difficilmente toccare con mano perché sono al di là del mare perde gran parte della sua utilità, altrimenti gli italiani potrebbero studiare la storia tedesca come i tedeschi e questo non cambierebbe nulla nella loro formazione, cosa che non è; proprio Dante e Manzoni continuerei a farli studiare in quanto sono un patrimonio della cultura universale; come ho già detto la Sardegna l'ho già abbandonata.

Non sono un Vero Sardo evidentemente, ma sono indipendentista e conosco ben pochi indipendentisti che vorrebbero fare della Sardegna una terra di soli Veri Sardi. A me sembra che questa del "vero sardo" sia spesso una catagoria di comodo in cui si rifugia chi è contrario all'indipendenza (e non mi riferisco a Lei Raffaella, ma ai molti che attribuiscono agli indipendentisti cose che non hanno detto o pensieri che non hanno mai formulato per il semplice fatto che nella loro testa gli indipendentisti sono così), così come Don Chisciotte si può gettare comodamente nella sua battaglia contro i mulini a vento e vincere.
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#9 Raffaella 2011-08-31 21:27
Caro Daniele
io non so dire se l'indipendenza sia la strada migliore. Certo la Sardegna una strada la deve trovare, spero proprio che la trovi. E se Lei mi rassicura che il Vero Sardo è solo un incubo della mia personale e fallimentare esperienza in Sardegna questo fa stare senz'altro meglio la mia pancia. Un sorriso sino in Francia
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#10 Sanchez 2011-09-01 14:19
X Raffaella.
Senz'altro la Sardegna una strada la deve trovare, ma non è certamente quella dell'indipendenza statuale. Intanto l'indipendnza è un falso problema, primo, perché i sardi non la vogliono e poi perché oltrechè essere quasi impossibile da realizzare non porterebbe altro che a un peggioramento dei problemi che ha l'isola.
Sarebbe piuttosto interessante sapere da Lei, Raffaella, perché giudica fallimentare la sua esperienza in Sardegna. Ecco vede, ho l'impressione che i problemi reali da noi siano quelli del non riuscire a far funzionare niente nemmeno le cose più semplici in modo decente. E' una nostra tara culturale. Ci sarebbe da scriverne all'infinito, mi limito solo a ricordare un fatto di recente e stagionale attualità: la vergognosa piaga degli incendi. Mi dica Lei se un popolo civile non debba essere nemmeno capace di proteggere la propria terra. Certo, i piromani sono dei delinquenti, ma la mancata cura dei terreni, l'abbandono, il menefreghismo tipico delle nostre parti cos'è?
Non creda agli indipendentisti, neppure loro ci credono fino in fondo. Infatti la maggior parte hanno trovato fortuna lontano dall'isola. Probabilmente trovano più comodo realizzarsi in luoghi che danno reali opportunità anziche perdere tempo in una terra ingrata ai confini della civiltà.
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#11 Michela Murgia 2011-09-01 22:28
C'è un Sanchez per ognuno di noi in Sardegna. C'è sempre uno che verrà a dirti che non possiamo migliorare le cose perché in fondo non lo meritiamo, perché la nostra è una "tara culturale". Anche se fosse vero, e non lo è, le culture si cambiano con le volontà. Per questo preferisco dialogare con chi si impegna a cambiare quello in cui non si riconosce piuttosto che chi spreca 4 minuti del suo tempo su un sito internet per dire a un altro che non ce la può fare.

Per inciso, io vivo in Sardegna e non ho nessuna intenzione di andarmene.
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#12 Davide 2011-09-09 19:24
No, poi l'argomento più interessante di S. è sicuramente il fatto che i sardi non vogliano l'indipendenza e _quindi_ l'indipendenza non è una strada. Come si fa a dire che i sardi non vogliono l'indipendenza? Facile, non votano indipendentista. Come a dire che siccome i tedeschi hanno voluto Hitler, l'assenza di Hitler non è una strada. Io a questo punto manderei via i sardi dalla Sardegna, visto che son seghe e non sanno gestire nulla, e ci metterei i lombardi, che invece le loro risorse le gestiscono talmente bene che... (omissis)
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#13 Raffaella 2011-09-12 19:46
Mi piace riflettere anche sulla valenza emotiva della indipendentia.
Parola latina, negazione di un'altra. Non dipendenza. Non penzolare, non rimanere sospesi, attaccati a qualcosa...stare in piedi da soli. Se sono appeso a qualcosa e il filo si rompe io cado. Se si piega vado giù. Non decidono le mie gambe.
Nell'isola in cui ora vivo (che non è la Sardegna) c'è una dipendenza familiare considerata obbligata e sana. Mi ci è voluto tempo per abituarmi, ancora faccio fatica. Per me, sarda, era consueto sentire da mia madre e da tutte le sue sorelle la frase: "Ho fatto tutto da sola, nessuno mi ha mai aiutato". E io, se non la dico, la penso. Allora mi chiedo, sempre dentro la pancia, dove la distanza brucia, dove si cercano e si trovano risposte, ci si placa, ci si arrabbia nuovamente e poi si scrive su un bel blog come questo, quanto peso in questa voglia di dipendenza abbiano certe tradizioni emotive di noi sardi, se siano veramente tali, o se appartengano solo alla mia famiglia.
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#14 manuel 2011-09-13 20:39
Le relazioni fanno bene alla salute, le dipendenze no, si curano.
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