Qualche giorno fa sulle pagine del quotidiano Sardegna24 è comparsa una riflessione dello storico contemporaneista Salvatore Sechi, molto critico con l'indipendentismo e con la stessa idea di indipendenza. Poiché en passant mi cita, ho valutato la possibilità di rispondergli dalle stesse pagine del giornale, anche perché mi è parso che il suo ragionamento fosse facilmente attaccabile, fragile. Non è stato necessario. Sono arrivati prima di me due interventi - di Filippo Sanna e di Salvatore Cubeddu - di una tale lucidità e autorevolezza da rendere superfluo aggiungere altro. Nell'ordine seguono l'articolo di Sechi e le due repliche di Sanna e Cubeddu. Enjoy!
L'indipendentismo come feticcio di un'autonomia fallita (di Salvatore Sechi)
Ho l’impressione che in Sardegna si stia consumando un ciclo storico che modifica, fino ad alterarla, la cultura politica che ha retto le istituzioni regionali.
Una domanda di alterità, di diversità l’idea (per intenderci della “nazione sarda”) è stata dalla metà dell’Ottocento ad oggi costituzionalizzata. Era la richiesta di autonomia che la carta del regime repubblicano ha previsto.
Oggi si sta facendo strada (mi riferisco alle proposte di una scrittrice come Michela Murgia e di un politico come Massimo Dadea) una versione radicale, di tipo secessionistico, cioè l’indipendenza.
Che cosa riflette questo stato d’animo? In primo luogo la difficoltà di declinare un lungo e tenace sentimento di estraneità, di distacco (se non di vera e propria ostilità) dallo Stato centrale percepito come come inconciliabile con le forme storicamente assunte da esso.
Sentirsi una nazione mancata,o peggio tradita, alimenta una psicosi di rancore, di separatezza che politicamente sfocia in quella forma di sovversivismo che è il culto dell’auto-determinazione, di un’autonoma sovranità. La diversità dall’Italia induce a sancire questa sensazione nella costruzione di una storia istituzionale, politica, culturale inedita, come quella dell’indipendenza.
Questa forma è stata sempre il nocciolo duro dell’autonomia.La si ritrova nel dibattuto interno al sardismo (che amò fare riferimento all’Irlanda dei Sinn Fein) dopo la prima guerra mondiale.
Gli storici (penso a Brigaglia, Marrrocu, Mattone, Melis, Manconi, Sanna ecc.) sanno che quella della “nazione sarda corrisponde all’invenzione di una tradizione compiuta dopo 1820 dalla storiografia, dalla letteratura, dall’archeologia, dall’antropologia ecc. Ed è speculare a quella che ebbe corso dopo l’unificazione nazionale quando la classe dirigente post-risorgimenatale cercò di trovare in un lontano passato la legittimazione di quanto si era compiuto nel 1861.
La “conquista regia” dei Savoia dovette ricorrere a Dante, Machiavelli, Foscolo ecc. per nascondere il carattere a volte forzoso, cioè violento, militare, dell’unificazione. In Sardegna si ricorse ad un plateale falso come le carte di Arborea per mostrare le radici aurorali della nazione sarda e demonizzare il regime preunitario, cioè il dominio piemontese dell’isola.
Si tratta di una cultura artificiosa, cioè di una vera e propria invenzione (per la verità rinvenibile in altri paesi, come hanno dimostrato due studiosi anglosassoni come Hobsbawm e Ranger) che non mi pare il caso di usare come una droga per coprire una realtà molto più precisa e sensibile: cioè il fatto che l’indipendentismo è l’esito di un grande default, cioè il fallimento dell’autonomia regionale.
Alle classi dirigenti (partiti, sindacati, intellettuali, imprenditori) che si sono alternate nei governi regionali dalla fine degli anni Quaranta del secolo scorso ad oggi bisogna fare carico di quanto è sotto gli occhi di tutti.
Le politiche regionali di pianificazione fondate prima sulla grande impresa, successivamente su di mensioni medie e infine sulla disseminazione di credito agevolato, incentivi (selezionati e poi sempre più a pioggia) concessioni, agevolazioni fiscali ecc. non hanno creato un meccanismo di crescita e di sviluppo anche perché si tratta di una struttura industriale legata a solo mercato interno.
Con l’eccezione della Saras, dopo gli anni 1960-1970 tutto si è un risolto in un cimitero di capannoni e migliaia di lavoratori senza prospettive. Attualmente la mortalità delle imprese è di circa il 7,9%,ma la disoccupazione giovanile è di circa il 44,7%, come in Spagna. Dunque molto più ele vata della media nazionale( 29%). E’ aumentato il numero dei ragazzi che lasciano prematuramente gli studi, (22,9%) e non si laureano.
L’emigrazione è in ripresa. Terribile è il futuro che calcola in 400 mila nel 2040 il decremento demografico e quindi uno spopolamento ( anzi vera e propria desertificazione), che si può cominciare a rilevare a occhio nudo nei paesi abitati ormai solo da vecchi.
Il turismo è la sola attività di carattere trainante nell’isola, ma è volatile (questanno la triplicazione dei costi di trasporto inciderà enormemente), stagionale, manca di professionalità e si combina con la devastazione dell’ambiente e del paesaggio.
La condanna delle classi dirigenti è in due dati macroscopici. Il primo: non è stato risolto il problema cruciale della continuità territoriale. Il secondo: la mancanza di trasporti interni. Cagliari e Sassari non sono collegate da un’autostrada e il turismo costiero non si riversa sui paesi dell’interno per l’assenza di comunicazioni di rapido scorrimento.
L’isola è vissuta di trasferimenti dal bilancio dello Stato, cioè di una forma di assistenza. Su di essi ha prosperato un ceto politico avido, privo di competenze, che vive sul coteo (come lo chiamano i cileni), cioè la filiera di incarichi, posti, negli enti di primo e secondo grado, distillati ai partiti in proporzione ai voti ottenuti allòe elezioni.
Nasce di qui la domanda che provo a formulare: il fallimento dell’autonomia regionale è solo una parentesi storica o il segno che i sardi hanno idolatrato una forma di auto-governo delegato dal qu ale cui non hanno saputo trarre molto o molto poco? Dunque, c’è una responsabilità dei sardi, dei loro dirigenti politici, della loro mediocre cultura e capacità di governo. Una coesione regionale fondata su obiettivi concreti, cioè su riforme, potrebbe determinare l’idea che Attilio Deffenu formulò prima della guerra del 1915-1918, cioè che “la Sardegna comincerà a vivere capitalisticamente”. Con più mercato, liberalizzazioni, innovazioni, cioè riforme. L’indipendentismo è una fuga nel vuoto delle illusioni, una droga triste.
L’arcitaliano è spesso nato in Sardegna, a volte ci vive e ci opera. E’ un italiano nel senso migliore dei caratteri positivi dei peninsulari, si riconosce in pieno nella critica dei difetti che ne fecero Prezzolini e Papini, si riconosce anche in quel che scrive Giorgio Bocca definendosi “antitaliano”.
L’arcitaliano è diametralmente all’opposto dell’”italiano vero” di Toto Cotugno, dell’italianità prende gli aspetti migliori: lingua, arte, cultura, città e paesaggi. Poi ci sono i fascisti, ma quelli qui non ci interessano. L’arcitaliano è tale perché sa che la Sardegna è stata il nucleo fondante dell’unità e la continuità istituzionale che va da quel regno nato a Sanluri nel 1409 al 1861. Ancor di più, per un periodo breve i territori conquistati dai Savoia, furono Regno di Sardegna prima di essere Regno d’Italia. La Sardegna ha fatto l’Italia e i Sardi sono i proto italiani.
L’arcitaliano pensa che l’autonomia e la specialità della Sardegna, siano il risarcimento per le mantelline verdi della Brigata Sassari morte sui fronti della I° G.M. e per tutti i caduti per l’Italia; è orgoglioso che due Presidenti della Repubblica Italiana fossero sardi e uno lo fosse di origine, anche se torinese di nascita. Se eletto al parlamento si sente di essere rappresentante di tutti gli italiani e non dei sardi. L’Italia viene sempre prima della Sardegna.
L’arcitaliano prima era monarchico, ma dopo che la specie si è estinta è repubblicano, se poi è anche di sinistra ha brindato per l’indipendenza dei popoli colonizzati dagli europei, è stato felice per la libertà di Timor Est, manifesta in favore dello Stato palestinese, voleva che Ocalan, il leader indipendentista e separatista del PKK Curdo, rimanesse in Italia e che i Curdi, ora, abbiano il loro stato. Riconosce a tutti i popoli e le nazioni, così come stabilito dalla Carta dell’ONU il diritto all’autodeterminazione.
A tutti fuorché ai Sardi. Perché i Sardi sono Italiani, anzi italiani di Sardegna; si può concedere che siano popolo ma non nazione, perché quest’ultima è, secondo loro, un prodotto artificiale. Come tutte le nazioni, aggiungiamo noi. L’artificialità delle nazioni italiane, tedesche, francesi, spagnole spesso viene percepita da loro come “naturale”, dimenticandosi che nella storia umana non esiste niente di “naturale” neanche la famiglia, immaginiamoci i gruppi, le comunità e le nazioni. Tutte artificiali, risultato dei desideri, emozioni e volontà degli individui.
L’arcitaliano di Sardegna, a volte parla il sardo, però se non lo considera lingua morta, dice che è inadatta alla modernità, basta e avanza come lingua degli affetti. E’ meglio studiare l’inglese. Se è colto non muta l’accento quando va in continente, memore di Francesco Cossiga l’arcitaliano per eccellenza. Se non lo è tende a nasconderlo, atterrito com’è dall’ essere riconosciuto come un italiano di seconda categoria, dopo lo sforzo fatto per assimilarsi, per essere più italiano di tutti. Ha sfiducia negli altri sardi, li vive come popolo bambino, inadatto all’autogoverno.
Menomale che l’Italia c’è, se no che danni. Le parole come autodeterminazione, sovranità, indipendenza una volta lo facevano sorridere, i soliti desideri impossibili dei bambini. Oggi no, le considera una grande distrazione di massa, perché i problemi sono sempre “ben altri”. Arrivano persino a dire che l’indipendentismo è una droga triste.
Se l’indipendentismo è una droga triste, il dipendentismo da tutto e da tutti cos’è?
Indipendenza: ecco perché pensarci non è peccato (Salvatore Cubeddu)
Ho pensato all’indipendenza e alle scelte di generazioni di sardi quando mi hanno detto che il comune di Narbolia aveva tutti i fondi bloccati e non poteva pagare neppure gli stipendi. Denunciati dai parenti di un turista annegato, perché accusati di non aver segnalato i pericoli del mare di Is Arenas, gli amministratori dovevano pagare circa due milioni di euro.
Come, un paese che aveva venduto il territorio rimboschito per quattro soldi in nome del progresso, che aveva puntato tutto sulle coste e sul mare facendo condizionare dai padroni italiani della costa la efficacia e la moralità della propria vita amministrativa, adesso era rovinato proprio dal mare? Certo, il territorio si può svendere anche se si è indipendenti, le vicende di alcuni stati africani lo dimostrano. L’indipendenza dovrebbe essere un processo di crescita di coscienza, di responsabilità, di capacità di autogoverno, il contrario di ciò che è successo nei rapporti tra i sardi e lo Stato italiano.
Ho pensato all’indipendenza anche quando la giovane amministrazione del mio paese ha deciso di proporre ai suoi cittadini di assumere in proprio la gestione del patrimonio comunale di terre boschive eleggendo un organismo di gestione dei mille ettari di montagna coperta di boschi. Il patrimonio collettivo verrebbe in questo modo gestito non da un ente tendenzialmente irresponsabile e sollecitato a scelte clientelari, ma dai cittadini stessi, attraverso la democrazia diretta e la delega a un consiglio di amministrazione. Seguendo il modello della gestione democratica dei beni comuni che si pratica in varie regioni italiane e del mondo. Una scelta di autogoverno, di gestione delle proprie risorse, di indipendenza. La conclusione di un percorso in cui la comunità locale ha dimostrato di saper difendere il proprio territorio dalla speculazione, di sapere conservare i caratteri naturali del proprio territorio. Salvaguardando, aggiornandoli, gli usi antichi e preservando la salute dell’eco-ambiente.
Applicazione concreta delle mete sociali più moderne,quelle del neo-comunitarismo. Mi è venuto da collegare questa sana pratica economica e politica con l’attacco di Salvatore Sechi a chi osa parlare di indipendenza della Sardegna e le riserve che Giorgio Todde fa al discorso di Massimo Dadea. I seneghesi, è di loro che si tratta, potrebbero scegliere di affidare il Monte e i suoi boschi alla gestione dell’Ente foreste. Competenza tecnica, serietà, mezzi abbondanti a disposizione per pagare lo stipendio a operai forestali. Peccato che, in cambio, ciò che prima era tuo diventi proprietà di un altro,e che, per accederea ciò che ti appartiene, tu debba chiedere un permesso. Quei territori diventano riserve dove finisci per essere tollerato, quando ti va bene. Questa delega di ogni aspetto della vita in Sardegna, dai beni culturali al sistema scolastico, agli organismi superiori, preferibilmente allo Stato italiano, in subordine e con molta diffidenza alla Regione sarda, costituisce la materia della storia sarda ormai da qualche secolo. Quale ne è stato il risultato? Possibile che non si veda lo sfacelo che abbiamo davanti? Che non si veda che una vera “autonomia” non c’è ancora stata?
L’orizzonte indipendentistico rappresenta, certo, anche la risposta all’incuria e all’oppressione statuale, ma soprattutto manifesta una nuova consapevolezza dei diritti e una conseguente assunzione di responsabilità. Altra frequente soluzione per la gestione delle cose di tutti in Sardegna è l’abbandono senza regole lasciando libero campo all’espropriazione dall’esterno. L’assenza di responsabilità, di presa di coscienza di ciò che si è e si ha, dei propri interessi e della propria identità umana e storica.L’ultimo furto in arrivo–dopo il sole, il vento, il mare e l’aria - è quello delle pianure da destinare ai cardi “chimici”. Addio a ogni nostra futura prospettiva di sovranità alimentare. Un abbrutirci sino all’infamia facendoci male l’un l’altro, facendo male alla propria terra e ai propri fratelli. Che destino può attendere chi si è ridotto così male? Sorprende che uno studioso che ha fondato la sua carriera accademica sullo studio dell’autonomismo sardo ne abbia un’idea così negativa.
Cosa hanno fatto di male i sardisti a Salvatore Sechi? Eppure (pur con qualche bandiera da farsi restituire) esistono ancora ed esiste l’indipendentismo più forte che mai, mentrel’ideologia comunista, che guidava la sua interpretazione quando cercava di dare un senso “alto” ai fatti che andava raccontando, è morta e sepolta. Allora il professor Sechi scriveva che il giusto obiettivo per la Sardegna non era quello di diventare“ sardista”, ma quello di diventare socialista. Oggi sembra che il peccato sia in fondo quello di esistere. Né autonomi, né indipendenti, i sardi devono semplicemente sparire. Al loro posto solo italiani. Italiani che hanno dato ai sardi governi esemplari, da Mussolini a Berlusconi.
La mia non è affatto una risposta lucida. E’ assolutamente e totalmente emotiva. Viene proprio dalla pancia.
L’arcitaliano mi fa veramente tristezza. Perché mi pare proprio la controfigura del Vero Sardo. Il Vero Sardo conosce il dialetto. Il Vero Sardo se studia archeologia studia archeologia nuragica. Il Vero Sardo usa benissimo Internet per navigare e se esce dalla sua terra lo fa rapidamente, con l’aereo, “vado e torno velocemente, per abbreviare il dolore della lontananza”. Il Vero Sardo non posa il suo sguardo su chiunque ma se lo fa ti guarda dritto negli occhi e ti rivolge la parola. Il Vero Sardo è orgoglioso della sua terra, non può sostenere alcuna conversazione con un non sardo senza tirare fuori la Sardegna. Per il Vero Sardo la scuola è utile per capire attraverso quale programma culturale lo Stato abbia cercato di annullare la sardità. Per il Vero Sardo studiare Dante e Manzoni è abbastanza scontato e ci sarebbero molti altri Autori più interessanti, soprattutto per la Sardegna. Per il Vero Sardo la Sardegna non si può abbandonare. MAI.
E tu? Tu che il dialetto non lo conosci, non lo parli? Non importa se hai studiato e ti sei applicato, il dialetto non lo conosci. Tu? Tu che hai snobbato i nuraghi e ti sei occupato di archeologia classica? Non importa se la lezione più affascinante sulla metallurgia dei nuragici l’hai seguita all’Università di Firenze da un’archeologa che ha studiato per trent’anni e più sul campo i materiali e i contesti (non era sarda nemmeno lei, del resto). Tu? Tu che non puoi tenere più il conto di quante volte hai “preso la nave”e non puoi abbracciare l’enormità dello struggimento del guardare la città scomparire in quel tuo quinto passo d’addio? Tu che hai preferito abituarti piano piano all’odore del Continente, affidandoti a quello del mare per distaccarti dal profumo inconfondibilmente pungente della macchia mediterranea? Tu che pensavi che dopo master, internship e tanto altro ci potesse essere anche per te un qualche Back? Tu che da pendolare sui treni della penisola divoravi libri e giornali struggendoti di lodi Schifani, alfani, appendendoti alle parole dei Ciampi dei Napolitani? Tu che provavi a sondare cosa succedesse nell’isola quando da Italiano tutto ti sembrava grave, una tragedia, un’emergenza in cui intervenire agire mostrarti ……e trovavi il silenzio o altri temi, altri discorsi?Tu che non sei nemmeno figlio di sardi e non hai figli sardi?
Be’ sicuramente non sei un Vero Sardo.
Ebbene io, che evidentemente non sono una Vera Sarda vi dico che di pancia questa storia dell’indipendenza mi sembra dolorosa, mi sembra un distacco ancora maggiore, un rifiuto, un allontanamento. Ma se siete convinti, fiduciosi, pronti ad una chiamata di responsabilità, di partecipazione, di democrazia dal basso, di difesa della Terra, va bene, sono con voi. E se mandate via gli arcitaliani va meno bene, però forse sono ugualmente con voi.
Ma se intendete fare della Sardegna una terra di soli Veri Sardi questo non va bene e io non sarò con voi.
18.05.2012 18:30 -
20:30
Napoli - Un'altra galassia
20.05.2012
Data ferma
22.05.2012 - 24.05.2012
Lisbona
26.05.2012 18:30 -
20:30
Serata a sostegno di Emergency
27.05.2012
Data ferma - privata