L'articolo di Marcello Fois a cui ho risposto qui ha suscitato altre reazioni oltre alla mia. Dalle pagine di Sardegna24 hanno replicato infatti due figure molto note dell'indipendentismo sardo: Bustianu Cumpostu, leader storico di Sardigna Natzione Indipendentzia, e Franciscu Sedda, semiologo di fama e politico di ProgReS. Voglio postarle di seguito qui perché la loro differenza è interessante. Chissà che la sequenza non spieghi qualcosa a quanti continuano a dirmi che non capiscono perché le sigle che aspirano all'indipendenza sarda non si uniscono in un solo soggetto.
C’è chi spara dai muretti a secco del web e chi dai salotti letterari dei giornali.
Chi riceve il colpo deve comunque chiedersi il perché.
Lei sig. Marcello Fois ha un’idea del perché è diventato obiettivo del tiro dei cecchini indipendentisti?, e perché gli indipendentisti “colti e attrezzati” non correggano il “delirio” delle truppe cammellate?
Faccia memoria sig. Fois, rilegga cosa ha scritto sull’indipendentismo, rilegga cosa ha scritto su lingua, patria, balentes, sugli intellettuali indipendentisti da salotto, nel suo libro “In Sardegna non c’è il mare”, ricordi le emozioni che ha espletato cantando l’inno di Mameli insieme a Luciano Ligabue e ad un gruppo di rockettari sardi?
Lei sig. Fois è un intellettuale organico, alla sua nazione, all’Italia, ed è giusto che scriva e usi categorie organiche alla sua nazione, come è giusto che gli indipendentisti sardi, organici alla nazione sarda, contingentemente sotto sudditanza italiana, contrastino con atti e parole i dominatori di turno e i loro alleati locali.
Il colonialismo in Sardegna non è frutto di “forze oscure” ma di una sudditanza chiara, imposta dallo stato di un’altra nazione e intermediata da una “Borghesia Notarile” di cui lei, per funzione e per scelta, fa parte. La nostra visione della storia, che lei chiama monomaniacale, è la visione dei figli liberi di un popolo che non vuole più essere oggetto della storia altrui ma soggetto della propria storia. Come lei sa, a volte gli “oggetti si rivoltano” e vogliono “essere soggetti del proprio futuro”, come del resto ha fatto la sua Italia quando gli andava stretto il dominatore austriaco o tedesco. Siamo un popolo filiforme, ci siamo staccati dai muri delle domos de janas di Onieri, vogliamo essere liberi e sovrani, riusciremo a passare attraverso le maglie, anche se strette, della gabbia tricolore.
Non interessa a nessuno misurare i suoi “quarti di sardità” o dare una quota valoritiva alla sua nascita sarda, molti sardi non sono nati in Sardegna, sono orgogliosi di fare parte della nazione sarda e di impegnarsi perché sia sovrana sul proprio territorio e possa entrare in Europa e nel Mondo con una propria soggettività politica.
Nessuno mette in discussione la sua “dignità etnica”, è la sua “funzione” che è in discussione e non per la dignità ma per la organicità.
Quei valori che per lei sono passatismo statico, sono per noi memoria dinamica, nella quale affondiamo le radici per allattare i nostri codici e costruire nostre categorie e nostri modelli, per progettare il futuro dei sardi e restituire il colore sardo alla tavolozza del mondo.
Lasci perdere il vellutino, lei si vesta come vuole, ha usato un luogo comune ed è un peccato veniale, ma non è un peccato veniale chiamarci pasdaran perché se sale di un altro gradino ci chiamerà terroristi, e non ci piacerà. Ma, non si preoccupi, siamo indipendentisti sardi e lei sa che “I sardi sanno amare”, amano specialmente il loro popolo ed i loro territorio, amano anche i figli prodighi, ma specialmente le generazioni sarde future alle quali, promuovendo e vincendo un referendum, hanno assicurato un habitat senza nucleare.
Nugoro 01/09/11 BUSTIANU CUMPOSTU
Coordinadore Nazionale di Sardigna Natzione Indipendentzia
La memoria dei sardi è cortissima. Soprattutto quando si tratta di riconoscere il positivo del cambiamento che anche noi siamo capaci di produrre.
Vale dunque la pena di ricordare che se oggi in Sardegna c'è dell'indipendentismo non è a causa della crisi dello Stato italiano ma di una rivoluzione non violenta. Tredici anni fa un manipolo di giovani, critici tanto dell'autonomismo dominante quanto dell'indipendentismo esistente hanno avuto la capacità di affermare che c'era bisogno di un nuovo indipendentismo e che questo doveva partire da un principio secondo alcuni inutile, per altri addirittura imbarazzante: la non violenza, appunto.
La cosa che faceva tremare i polsi a chi era sulla scena indipendentista di allora non era semplicemente lo scarto che si creava con alcune esperienze indipendentiste che nutrivano l'immaginario collettivo con gente incappucciata, bombe, fronti di liberazione. La vera rivoluzione era che la non violenza veniva presa sul serio e metteva radicalmente in questione l'intero stile dell'indipendentista, il suo linguaggio, il suo modo di relazionarsi agli altri e alla propria cultura.
Il sardo non indipendentista non era più visto come un servo o un venduto ma come qualcuno con cui confrontarsi con franchezza e argomenti, con la forza dell'esempio e del progetto. Indipendentismo non violento significava insomma avere sempre il coraggio e la coerenza delle proprie idee e contemporaneamente essere consapevoli che ciò che si stava facendo lo si doveva fare con tutti i sardi perché era per tutti loro che lo si stava facendo, compresi (o forse prima di tutto) proprio quei sardi che trattavano l'indipendentismo con sufficienza, ironia, a volte disprezzo.
Questo abbiamo voluto fare, prima con iRS e oggi con Progetu Repùblica. Far uscire l'indipendentismo dal folklore residuo, dall'atteggiamento urlato e autoreferenziale, per fare politica positiva e propositiva, capace di elaborare progetti ed azioni credibili di trasformazione delle coscienze e dei rapporti materiali che tengono la Sardegna in uno stato di crisi e minorità. “Invece di maledire il buio, accendi una candela”: sovranità pensata e agita, questo il nuovo indipendentismo dice a se stesso e a qualunque sardo.
Del resto l'indipendentista che non ha paura di se stesso e delle sue idee non ha paura del confronto con chi è diverso, anzi, lo cerca, quasi fosse una sfida, consapevole che per arrivare all'indipendenza nazionale della Sardegna bisogna conquistare il cuore di ogni singolo sardo. È da questa intima convinzione che sono nati momenti di confronto e collaborazione pubblica, ad esempio con la prima giunta Soru, su quei percorsi di sovranità che oggi nutrono il dibattito e l'aspirazione di gran parte dei sardi.
Certo, nulla di nuovo si afferma senza fraintendimenti e la dialettica del riconoscimento ha sempre i suoi momenti di impasse. Per fare due soli esempi ricordo la mia amarezza per le parole sull'indipendentismo di Marcello Fois nel libro In Sardegna non c'è il mare; e mi è dispiaciuto vedere persone che stimo non rendersi conto che siamo stati proprio noi, coloro che hanno provato a trasformare in senso non violento l'indipendentismo, i primi a subire una gambizzazione da dietro i muretti a secco quando abbiamo provato a governare democraticamente – ovvero organizzando una maggioranza interna a un partito – l'indipendentismo. Ma non è questo che conta, perché anche se è rischiosissimo (caro Marcello, credi che non mi arriverà una pioggia di insulti gratuiti e dicerie anonime per questo pezzo?) chi vuole la libertà della nazione sarda deve coltivare la memoria del bene. Per questo io ricordo che c'è stato un cambiamento, che oggi la tua voce autorevole parla di autodeterminazione e che tante persone, politici o gente comune che stanno su fronti diversi, ci hanno espresso solidarietà e incoraggiato a proseguire. E soprattutto voglio ricordare che c'è un dibattito sulla sovranità e l'indipendenza che si è avviato pubblicamente, in modo chiaro e profondo. Questo è quello che conta. Un passo avanti è già stato fatto. Al di là dei muretti, al di là delle paure che una storia dolorosa e rimossa ha sedimentato in noi sardi.
Lasciare che il passato passi veramente lasciandoci in eredità non un presente fatto di risentimenti ma la possibilità di un futuro migliore. Questo è per me essere indipendentisti. Poi i cecchini tirino pure le loro palle. La voglia di indipendenza, la coscienza di nazione, i cammini di sovranità che sapremo costruire le scioglieranno come neve al sole.
Franciscu Sedda
Giacomo, fai bene a preoccuparti. Ma il vero pericolo per la Sardegna indipendente non e' solo uno come Cumpostu. E' molto piu' pericoloso chi sorride troppo.
Se Franciscu Sedda ti incuriosisce e vuoi saperne di piu' sul suo partito dell'amore ti consiglio di andare su questo indirizzo: ****[VEDI SOPRA] dove troverai una chiara ed esauriente sintesi del suo programma politico.
18.05.2012 18:30 -
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