indipendenza

Una sintesi di questo articolo è uscita su La Nuova Sardegna del 7 dicembre 2010

Quando stamattina ho letto l'intervista che Gavino Sale, presidente di Indipendentzia Repubrica de Sardigna, ha rilasciato a La Nuova Sardegna, non ho provato sorpresa. Mi domandavo quando sarebbe arrivato il momento di una riflessione su quello che sta succedendo dentro il movimento, ed ecco che è proprio Gavino ad approntare l'occasione, offrendo lo spunto fresco di inchiostro dalle pagine dei giornali con i quali da sempre lui ha un felice rapporto di seduzione. Non è un segreto che gli piacciano i microfoni, le telecamere, le macchine fotografiche, e loro in lui riconoscono l'istrione magnetico, il dono della frase colorita e la gestualità ispirata. E' simpatico ai giornalisti come è simpatico anche a me Gavino, e lo sa.

Ma non c'è la simpatia di Gavino dietro il progetto politico che ha convinto molti - me compresa - a dare fiducia all'indipendentismo. C'è invece l'intuizione di tre giovani uomini che elaborarono quasi dieci anni fa i fondamenti del sogno civile che alle ultime elezioni ha preso 30 mila voti sotto il simbolo di iRS: i nomi di queste persone sono Frantziscu Sanna, Franciscu Sedda e Franciscu Pala. Le loro facce sono meno note di quella di Gavino Sale, perché è gente che non fa il politico di professione e oltre ad iRS ha studio e lavoro a cui stare appresso. Però sono loro ad aver elaborato e reso progettuali i principi di non violenza e di non nazionalismo che hanno vinto le resistenze mie e di quelli come me, naturalmente diffidenti verso tutto quello che sa di demagogia e facile populismo, merce purtroppo non rara in questi brutti tempi leghisti.

Sono loro, e con loro il gruppo che gradualmente in questi anni si è formato attorno a quella riflessione, ad aver aperto i discorsi di fattibilità economica dell'indipendenza sarda, la critica all'immaginario simbolico colonizzato, la riflessione fattiva sull'energia, sulla fiscalità, sui diritti e sull'ambiente, oltre all'elaborazione di una comunicativa moderna, che sapesse convertire l'approccio un po' rigido degli inizi in un linguaggio più vicino ai sardi che studiano, viaggiano, leggono, lavorano e navigano. Non è un caso se il bacino forte dei voti di iRS è composto in gran parte da giovani che al cambiamento che sta scuotendo l'isola vogliono partecipare in misura molto maggiore di quanto non abbiano mai fatto i loro genitori. iRS è un movimento che è nato intellettuale, cioè è nato da una riflessione complessa e non semplicemente da una indignazione, da un progetto e non dagli umori del momento, dalla visione del possibile piuttosto che dalla flessione sterile sul presente, perché dalla testa vengono le idee, dalla pancia solo le flatulenze. Gavino Sale, che veniva da tutt'altro percorso, a questo cammino ha aggiunto la sua lunga esperienza politica, intuendo con intelligenza che poteva solo venirgli del bene dalla coniugazione tra il suo carisma mediatico e il vigore e l'entusiasmo di quei tre laureandi pieni di buone idee.

Nel frattempo sono passati dieci anni, il movimento è cresciuto territorialmente con la velocità di una tela di ragno, e il suo progetto ha cominciato ad interessare sempre più persone. Finché è bastato, iRS ha vissuto di decisioni a filiera corta, dove il gruppo fondatore insieme a poche persone cooptate valutava le scelte e ne gestiva le conseguenze; ma l'orientamento democratico è sempre stato chiarissimo: per non soffocare in culla, il movimento in crescita aveva bisogno urgente di una nuova organizzazione, con responsabili più rappresentativi indicati dalle singole regioni e un gruppo dirigenziale di natura elettiva, quindi temporanea. Se infatti ai gruppi piccoli bastano dinamiche minime, i soggetti politici complessi non possono essere gestiti carismaticamente alla viva il parroco, dove dietro l'acclamazione di un consesso in apparenza "circolare" si può celare un inamovibile vertice dirigenziale. Per evitare questo rischio un anno fa è stata messa a punto la nuova struttura che ha iniziato gradualmente a funzionare, distribuendo su tutto il territorio competenze e responsabilità che fino a quel momento erano state gestite dal gruppo dirigente originario. La partecipazione diretta ha permesso per la prima volta all'assemblea nazionale di eleggere un coordinatore politico e tutto il nuovo gruppo direttivo.

Il tempo della gestione familiare di iRS è finito in quel momento, e ne siamo stati tutti felici. Ma oggi a leggere l'intervista di Gavino mi rendo conto che lui forse non lo era altrettanto. In parte è comprensibile: a chi è abituato al decisionismo carismatico, il meccanismo elettivo non può piacere da subito, ci vuole tempo. E' sicuramente difficoltoso, dopo che si è sempre deciso senza troppo confronto, trovarsi a discutere la linea politica con l'ultimo attivista arrivato "solo" perché eletto da una base territoriale. Ma questo suo disagio, ammesso che debba essere una priorità politica per qualcuno risolverlo, non si attenua tornando indietro e nominando ancora una volta un "esecutivo nazionale di transizione, formato da 10 figure individuate nei territori, che traghetti il Movimento verso il congresso nazionale". La transizione c'è già stata: si è passati dall'individuazione dall'alto al voto dal basso, e questo processo si chiama democrazia. I risultati lasceranno sempre una minoranza di scontenti, ma è per questo che abbiamo combattuto, disse Winston Churchill quando gli inglesi dopo la guerra non lo rielessero.

Invece in questo anno anche un sostenitore esterno come me ha potuto vedere un Gavino Sale in concerto per voce sola, che diverse volte ha espresso pubblicamente posizioni in grave contrasto con quelle ufficiali del movimento: ricordo lui a Santa Cristina che annunciava entusiastico davanti agli attivisti attoniti il suo supporto a improbabili mozioni del psd'az in consiglio regionale; ho ben presente lui ai microfoni di un tg che soppesava pensoso inesistenti sostegni ai ballottaggi provinciali, e sempre lui che si faceva vedere sbandierante sul fronte di questa o quella protesta anche quando la natura della singola rivendicazione non era in nessun modo condivisa dal movimento. Soprattutto è stato avvilente vedere che era incapace (o non interessato) a governare il tentativo di boicottaggio che alle elezioni provinciali misero in atto alcuni suoi sedicenti sostenitori, fanaticamente delusi da una assemblea che a loro avviso lo aveva privato del posto dirigenziale che gli spettava per diritto carismatico. E' apparso chiaro a chiunque avesse occhi per vedere che il primo frutto della rivoluzione democratica era stato quello di aver fatto emergere la differenza tra chi aveva sempre deciso da solo e chi voleva procedere facendo la fatica di decidere insieme. Un mese fa c'è stato l'apice di questa crisi, quando sei membri del gruppo dirigente eletto hanno rimesso il loro mandato nelle mani dell'assemblea, stanchi di dover combattere contro continui tentativi di deleggittimazione. Altro che critiche politiche mal accette: il presidente in carica discuteva da mesi un metodo che è ormai parte costitutiva della vita del movimento, e cercava in ogni modo di sovvertirlo. Devo dire che io non mi sarei dimessa per quello che considero un fastidio fisiologico dell'evoluzione di iRS, ma capisco chi lo ha fatto: dieci mesi di logorio personale, di fughe di notizie e anche qualche anonimo scherzo vandalico non sono pochi.

In questi mesi mi sono chiesta molte volte perché Gavino non facesse un uso dignitoso della carica di presidente - forse coniata appositamente per consentirgli una collocazione onorevole a dispetto dello sfavore elettorale interno - per farsi garante di questa delicata transizione, assurgendo intelligentemente al ruolo morale di babbu mannu e cedendo quello politico alla nuova generazione eletta dalla base. La risposta davanti a l'intervista di stamattina può essere per me solo una: Gavino vuole dettare la linea del movimento, vuole un ruolo politico diretto e sempre attivo e non ha nessuna intenzione di lasciare che i meccanismi elettivi possano in qualche modo impedirglielo, anche se questo significa deleggittimare la decisione di un'assemblea di attivisti consapevoli. L'intervista di oggi, in cui afferma che "non sono gli incarichi a fare di qualcuno un leader", significa solo che nella sua concezione del movimento il leader - e intende sé stesso - resta al suo posto sempre, qualunque sia il risultato delle votazioni interne. Non è quindi questa una divergenza tra intellettuali e populisti, un conflitto inesistente tra testa e pancia, ma tra chi ha scelto di arrivare ai risultati con un metodo democratico e chi non vuole assolutamente vedersi esautorato dal voto interno. Per questo Gavino Sale non ha nessuna intenzione di andare davanti all'assemblea nazionale dei duecento attivisti che hanno visto perfettamente di cosa è capace quando teme di perdere potere. La sua proposta di allargare smisuratamente il numero dei votanti mira infatti a ribaltare gli equilibri interni dando diritto di voto a persone ignare e impreparate che non hanno la minima idea di cosa abbia voluto dire nell'ultimo anno cercare di arginare le sue derive personalistiche, giocate spesso in spregio di ogni decisione comune.

Sono ormai diversi anni che ho messo il mio nome e la mia visibilità a servizio del progetto indipendentista di iRS, e fino ad ora non me ne sono mai dovuta pentire. Solo nelle dittature non nasce mai dissenso, e quindi quello che sta accadendo lo considero fisiologico alla crescita del movimento; quello che non mi sembra normale è che le notizie arrivino alla gente che ci ha votato e persino agli attivisti distorte per bocca del solo Gavino Sale dalle pagine di un giornale. Questo è segno allarmante del fatto che ci sono state scelte necessarie che a suo tempo non sono state fatte. Come tutti i sostenitori attenderò le decisioni dell'assemblea nazionale, ma con l'augurio palese che la mancanza di posizioni coraggiose da parte di chi verrà eletto non ci porti tutti a scoprire che fino a questo momento abbiamo solo scherzato.
Io non stavo scherzando affatto.

questo post non è commentabile.

4mori

Avrei voluto avere il tempo materiale per scrivere qualcosa sull'articolo del Corriere della Sera con cui Rizzo e Stella stigmatizzano la cosiddetta "deriva indipedentista sarda", liquidata da un lato come come frutto del disagio sociale dell'isola e dall'altro come ennesima moda intellettuale. Ma sulla questione ho ricevuto privatamente questa esemplare analisi a firma di Marcello Fois, e con la sua autorizzazione la pubblico. Appena tiro il fiato vi aggiungo la mia.

 

Ho letto l'articolo che Rizzo ha scritto sul Corriere della Sera a proposito dell'attuale e "sorprendente deriva indipendentista" della Sardegna:  è abbastanza riassuntivo, ma dimentica che la discussione sull'Indipendentismo in questo momento la vuole il centro destra per prendere tempo (Maninchedda è stato autorizzato a esporsi e non ha detto nulla di più di quanto già detto da Soru in campagna elettorale quando lui discuteva di sedie). Mi sembra incredibile che Rizzo esponga entrambe le cose collegandole solo in senso di causa-effetto. Messi come li mette lui i problemi della Sardegna sembrano la Causa della mozione indipendentista, la verità è che la mozione indipendentista, rilanciata in questo momento, è il dito puntato sulla luna mentre in terra succede di tutto...
Qui non vale la teoria che il Governo Cappellacci ha governato malissimo quindi sta consegnando la Sardegna alla deriva indipendentista, vale semmai l’assunto che la deriva indipendentista, rilanciata con forza dai sardisti che sono nel governo Cappellacci, è una boutade di chi ha dimostrato di non saper governare... Fatemi capire, dopo questa performance dei sardisti con Cappellacci dovrei pensarli come "uomini del destino"? Io so che storicamente, e in tempi non sospetti, altre forze, come l'IRS, che Rizzo nel suo articolo - altrimenti informatissimo - nemmeno cita, hanno lavorato, e stanno lavorando con grande successo, su questo versante. So che Soru in persona andò a pretendere a Roma la riscossione del credito fiscale che spetta alla Sardegna, nonostante quella pretesa sembri oggi una prerogativa dei sardisti. In un passato recente Paolo Maninchedda come membro di Progetto Sardegna ha glissato sul problema dell'autodeterminazione della Sardegna perché, insofferente a stare sotto Soru, era troppo preso a lavorare per scalzarlo e pretendere una leadership che credeva gli spettasse.

Ciò fino a quando, occupato il nido dei sardisti, talmente alla frutta da mandare Trincas a donare il vessillo quattro mori al Cavaliere, ci ha spiegato che fare politica significa colonizzare uno spazio e, realisticamente, fare i propri comodi, ma sempre stando attenti a balzare nella compagine di governo: su un tavolo si discutono le cariche, sull'altro ci si prepara la via di fuga per la nuova, iperbolica trasformazione. Da qui la mozione indipendentista, cioè la bonazza in guepière che affianca il prestigiatore: tu guardi le tette di lei e lui ti scodella il trucco del coniglio. Stupore. Maninchedda sa bene che se rilancia questa mozione, che non ha inventato lui, in questo momento, ottiene di servire due padroni: il centrodestra perché appunto distrae dal malgoverno di cui fa parte integrante; il centrosinistra, perché, se tutto va a rotoli, si accredita come colui che avendo dato la spallata a Cappellacci (ha una certa esperienza di spallate) è pronto a riciclarsi dentro alla nuova maggioranza. Ma, come si impara dalla Commedia dell'Arte, servire due padroni significa servire solamente se stessi.

Rilancio questo articolo, scritto dal semiologo indipendentista Franciscu Sedda, che contiene diverse interessanti riflessioni politiche e antropologiche.

31052009047mDeve aver fatto impressione a molti vedere sulla bara di Francesco Cossiga la bandiera tricolore e quella dei quattro mori legate l’un l’altra. Quello che la maggior parte delle persone non sanno – italiani che guardano distrattamente o da distante, sardi affezionati a sentire il proprio accento sulla bocca di un Presidente della Repubblica Italiana, pseudo-indipendentisti commossi, portati a scambiare l’orgoglio sardo per coscienza nazionale – è che nella bara, come chiaramente indicato dalle bandiere, c’erano le spoglie dell’Autonomia e delle sue mortali contraddizioni.

Non che di marce funebri travestite da feste dell’autonomismo non ce ne fossero già state: Silvio Berlusconi che lega tricolore e quattro mori con Ugo Cappellacci, la tricolorata bandiera del PD che in Sardegna sventola democraticamente appaiata ai quattro mori. Ma non ce ne vogliano i pur importanti redivivi protagonisti della scena politica autonomista: in questo caso, la grandezza – innegabile, piaccia o non piaccia – del personaggio Francesco Cossiga ha reso tutto più evidente, eclatante, esemplare.

E del resto Cossiga non era solo “il cugino di Berlinguer”, come ricordato dai giornali italiani, ma ancor più, come lui stesso orgogliosamente rivendicava, “il nipote di Bellieni”. Ovvero, per chi fosse digiuno di storia sarda, il padre del sardismo e dell’autonomismo.

E così infatti lui si definiva: sardista e autonomista. La prima parola, sardista, compare copiosamente nel discorso tenuto da Cossiga in occasione della cittadinanza onoraria datagli dal comune di Chiaramonti nel 2001, vero e proprio momento autobiografico e di resa dei conti con le sue origini sarde. Il secondo, “autonomista”, compare in una delle quattro lettere-testamento pubblicate in questi giorni su tutti i giornali.

E proprio queste lettere, come ogni testamento che si rispetti (anche perché si tratta di un ben lucido testamento, visto che le lettere furono vergate nel 2007), fanno il punto sul rapporto l’identità sarda e quella italiana, e dunque fra le due bandiere, nella visione di Cossiga e con lui di buona parte della classe dirigente sarda nella sua veste pubblica.

Ecco dunque, efficace sintesi, la lettera al Capo dello Stato:

«Signor Presidente, Le confermo i miei sentimenti di fedeltà alla Repubblica, di devozione alla Nazione, di amore alla Patria, di predilezione della Sardegna, mia nobile Terra di origine. Fu per me un grande onore servire immeritatamente e con tanta modestia, ma con animo religioso, con sincera passione civile e con dedizione assoluta, lo Stato italiano e la nostra Patria, nell’ufficio di Presidente della Repubblica. A Lei, quale Capo dello Stato e Rappresentante dell’Unità Nazionale, rivolgo il mio saluto deferente e formulo gli auguri più fervidi di una lunga missione al servizio dell’amato Popolo italiano. Con viva, cordiale e deferente»

Poco da aggiungere: la Sardegna, terra d’origine, da un lato, l’Italia Popolo-Patria-Nazione-Stato-Repubblica, dall’altro.

Sembrerebbe quasi la lettera di un emigrato all’estero, divenuto in un lontano paese d’oltremare Presidente di una Repubblica acquisita, a cui tutta la fedeltà e l’amore ha sacrificato, che ricorda con nostalgia la lontana terra di provenienza da cui un tempo ormai lontano era partito.

In realtà si tratta del percorso obbligato dell’autonomismo: partire dalla Sardegna – sempre prediletta, per carità – usando i voti del generoso “popolo sardo”, per andare a salvare l’Italia, le sue istituzioni, la sua Unità Nazionale. Per servire fedelmente il Sovrano Popolo Italiano.

Dalla Sardegna all’Italia, dalla piccola patria alla grande nazione. Con un dolente, rivendicato, senso del sacrificio: come cantava il mulattiere della Brigata Sassari alla fine della prima guerra mondiale: “Per defender sa Patria italiana / distrutta s’este sa Sardigna intrea”. “Sa vida pro sa Patria”, appunto.

Eppure c’è un lato oscuro in queste lettere, c’è un altra sfumatura del dolore e del sacrificio. Dietro questa rivendicata, impareggiabile, unica fedeltà allo Stato italiano – si trovi, in specie di questi tempi berlusconiani, qualcuno di più fedele allo Stato di personaggi “sardi” quali Cossiga o Berlinguer – c’è il senso della nostalgia di un luogo perduto, di una rinuncia mostruosa, di una vita abortita.

C’è forse il senso di colpa per una morte non evitata, per un delitto di cui si è stati in qualche modo complici. Qualcosa di certamente diverso ma di altrettanto sicuramente doloroso quanto la morte di Aldo Moro: la morte della nazione sarda, quella morte volontaria, liberamente e autonomamente scelta, di cui Cossiga parlò nel suo discorso a Chiaramonti. La nazione sarda si era suicidata nel 1848 o giù di lì per fondare lo Stato italiano. E per un conservatore, ciò che è stato è stato, indietro non si torna, ora tocca difendere l’esistente.

Ma siccome Cossiga era un conservatore volontariamente “matto” ecco che in quello stesso discorso di Chiaramonti del 2001 Cossiga spingeva a fondare partiti nazionali sardi, a scrivere un nuovo Statuto della nazione sarda, ad andare finalmente a uno scontro duro con lo Stato italiano. Certo poi dichiarando nuovamente in chiusura che il tutto era fatto con amore per il popolo italiano.

E di lì a poco a rincarare la dose fra schizofrenia autonomistica e burlesca verità da realpolitik conservatrice, quando lo Stato italiano minacciava di portare le scorie in Sardegna, Cossiga dirà che se i sardi si ritenevano italiani se le dovevano prendere, altrimenti dovevano – e secondo lui non sarebbe stato impensabile farlo – ammainare il tricolore e dichiarare l’indipendenza.

Ma Cossiga, furbescamente, non sceglieva. Indicava solo le possibilità. O meglio, indicava un’alternativa mentre rimaneva nella sua volontaria fedeltà all’Italia.

Cossiga non sceglieva insomma fra le due bandiere messe sulla sua tomba ma le portava via entrambe con sé. Per un semplice motivo, perchè da sardista autonomista, lucido matto, sardo volontariamente italiano e politico di razza, sapeva una cosa molto semplice: ammainando il tricolore sarebbe andata giù, legata con esso, proprio come sulla sua tomba, anche la bandiera dell’autonomia, i quattro mori.

Forse, da uomo di Stato e conservatore, temeva il vuoto del potere. O forse, a causa della sua storia non riusciva a immaginare che a issarsi fosse un’altra bandiera: non ci riusciva, nonostante nel suo discorso di Chiaramonti evocasse come un lutto “la sconfitta dell’esercito sardo giudicale per opera dell’armata aragonese-catalana e siciliana, sulla piana di Sanluri, nella tragica giornata del 30 giugno 1409”, quando i sardi sventolavano la bandiera con l’Albero verde in campo bianco.

Comunque sia. A ognuno le sue scelte, le sue bandiere e l’augurio di riposare in pace.

E come ha lasciato scritto Francesco Cossiga: “Iddio protegga l’Italia!”.

Alla Sardegna indipendente ci penseremo noi.

ornella

Questa intervista al segretario di iRS è uscita su D di Repubblica del 30 luglio 2010 (pagg 52-54)

È l’unica donna segretario nazionale di un partito: Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna. Un movimento giovane, moderno, indipendentista, non violento. Sicuro di farcela (senza fretta) senza l’Italia.

Che sia sarda, lo capisci prima ancora che parli. Perché ha quella combinazione di caratteristiche (estetico-cromatiche, di atteggiamento), tipicamente sarde. Occhi e capelli scuri, modi decisi, il sorriso luminoso. E lo sguardo gentile, diretto. Ma niente spocchia: Ornella Demuru a 38 anni (adesso ne ha 39) è diventata l’unica donna segretario nazionale di un partito. Di Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, partito fondato da un gruppo di ventenni sette anni fa, per reclamare l’indipendenza dell’isola. Ornella s’è avvicinata a quel movimento due anni fa, quando ancora lavorava a Tiscali nella comunicazione web. Di formazione, però, è medievalista. E nella recente campagna per le elezioni provinciali e comunali, ha scelto come simbolo i tulipani. Centinaia di tulipani addobbavano i banchetti di Irs e decoravano i manifesti.

Perché i tulipani, che poi non sono nemmeno un fiore sardo?
“Non sono sardi, è vero, ma hanno un valore simbolico universale: nelle culture asiatiche, per esempio, rappresentano la non violenza, uno dei punti cardine del nostro programma. Inoltre, dovrebbero evocare l’idea di una primavera indipendentista. Ma nessuno qui ha capito che quei fiori avevano un significato: pensavano che li usassi per dare un tocco romantico, femminile alla campagna di iRS”.

A proposito, è vero che quando i suoi compagni la presentano come “il nostro segretario donna?”, lei si rivolge alle signore del pubblico dicendo: “Come tutte sapete, noi donne siamo esseri umani come tutti gli altri”?.
“Certo. Trovo sottilmente discriminatorio che si puntualizzi il fatto che sono una donna. Di un segretario maschio nessuno si sognerebbe mai di specificare il sesso”.

Probabilmente perché lo sono tutti. Tranne lei. Si sente un esempio del matriarcato sardo? Ma è poi vera questa storia del matriarcato?
“Ma no, affatto. Dove sarebbero le donne di spicco, in Sardegna? Direi piuttosto che la società sarda è matrocentrica, ruota intorno alle donne. Qui c’è sempre stato rispetto, le donne sarde non sono sottomesse, né dipendenti. Basti pensare che in Sardegna non è mai esistito il delitto d’onore e che la Carta Delogu, la costituzione sarda dei tempi dei Giudicati, ammetteva il divorzio e puniva duramente qualunque forma di violenza contro le donne. Da qui a parlare di matriarcato, però, ce ne corre”.

Torniamo a iRS: vi definite indipendentisti, pragmatici e moderni. In pratica?
“Tanto per cominciare, crediamo che la Sardegna abbia i requisiti per diventare una repubblica indipendente. La nostra storia non si identifi- ca con quella italiana e la nostra cul- tura ha un’altra origine. I sardi hanno un’identità definita, che risale all’età nuragica. Hanno sempre preso le distanze dalle dominazioni e hanno avuto ben quattro secoli di autonomia con la civiltà dei Giudicati. E alla fine del Settecento erano anche sul punto di ottenere l’indipendenza. Perché l’esigenza di affrancarsi si propone periodicamente. Una specie di ruota di corsi e ricorsi”.

Ma la prima condizione per essere indipendenti è l’autosufficienza economica. Cioè mantenersi senza i finanziamenti statali: la Sardegna sarebbe davvero in grado di cavarsela?
“Naturalmente, ma deve prima affrancarsi dalle sue paure. Il resto viene di conseguenza, anche se non è certo facile”.

Vuole dire che i sardi hanno un problema di autostima?
“Esatto. Abbiamo sempre vissuto in attesa del salvatore, si trattasse di Soru, Cappellacci o Berlusconi. Qualcuno a cui delegare, comunque. Ma quell’impostazione va cambiata. Bisogna convincere i sardi che la politica la dobbiamo fare tutti, smettendola finalmente di aspettare una guida che risolva i problemi al posto nostro”.

In ogni caso, non siete rivendicativi, non ce l’avete con l’Italia.
“No, a differenza dai sardisti. Loro dicono: “All’Italia abbiamo dato l’anima, abbiamo sacrificato i nostri soldati per combattere accanto a loro, e adesso l’Italia ci deve dare i soldi, ci deve aiutare, salvare”. È il concetto della nazione abortiva, che porta sul piano economico all’assistenzialismo, e su quello psicologico alla totale mancanza di fiducia in noi stessi”.

Ma lei non si sente nemmeno un po’ italiana?
“No. Mi sento sarda. E vorrei relazionarmi da sarda con gli altri paesi, a cominciare dall’Italia”.

Anche Renato Soru si sente sardo, però ha dichiarato che la sua storia è anche quella della Resistenza, della Costituzione e delle lotte sindacali.
“Per quel che ci riguarda, riteniamo che il nostro debito (mi riferisco alla Resistenza) sia chiuso. Abbiamo fatto un po’ di strada insieme, noi e l’Italia, però è finita. Non vogliamo cancellare parti importanti della nostra storia, che consideriamo un arricchimento, non una rinuncia”.

E della Lega cosa pensa?
“Fa una politica poco pluralista e poco inclusiva che non condividiamo. Detto questo, la loro presenza nell’isola ci lascia indifferenti”.

Torniamo alla Repùbrica de Sardigna. Ammesso che ci si arrivi, come la immagina?
“Una nazione moderna e centrata sull’uomo, solidale, inclusiva”.

Siete anche non violenti. Quindi, niente esercito?
“Niente esercito”.

E la “limba sarda” come lingua nazionale?
“Anche, ma insieme a molte altre, come l’italiano e l’inglese. Siamo a favore del plurilinguismo. Ripeto, vorremmo diventare una nazione moderna”.

E come si manterrebbe questa Repùbrica?
“Dovremmo rimpostare l’economia. Puntare sulle piccole e medie aziende, soprattutto agroalimentari e artigianali. E si dovrebbero creare le condizioni perché siano più sostenibili.
In altre parole, siamo a favore di una defiscalizzazione mirata. Un’altra risorsa importante sarebbe la rivitalizzazione dei centri storici, con una politica che favorisca gli artigiani che ci lavorano e la gente che va ad abitarci”.

E il turismo non potrebbe servire?
“Il vero problema è che attualmente ai sardi, degli introiti del turismo non resta granché: il 70% va ai trasporti, che non sono nostri, e circa l’80% dei prodotti che vengono acquistati dai turisti sono importati. Per esempio il pesce arriva in gran parte da fuori. Ecco, tutto questo bisognerebbe reimpostarlo a favore dei sardi”.

Facile a dirsi, ma…
“Chiaro, ci vogliono pazienza e tempo”.

E poi ci sono alcune caratteristiche sarde che non aiutano: cosa pensa di quell’antica definizione datavi dagli spagnoli: “pocos, locos y mal unidos”?
“è solo un luogo comune”.

Però i sardi sembrano avere grandi difficoltà ad associarsi, non creano cooperative…
“Guardi, la Sardegna è tra le regioni italiane con il maggior numero di associazioni di volontariato. Quindi il problema non è che i sardi non vogliono associarsi. È vero che abbiamo poche cooperative, ma queste nascono quando c’è una politica che le incentiva e dà indicazioni chiare, e una struttura che permette di comunicare e promuovere il proprio lavoro”.

Qual è la dote più evidente della Sardegna di oggi?
“La creatività. Non c’è paesino, anche il più sperduto, che non abbia il suo pittore, il suo cantante, il suo scultore. Peccato però che poi la cultura da noi sia considerata un hobby, e non venga contemplato il suo sviluppo”.

Alle elezioni provinciali del 2010 l’Irs ha ottenuto quasi il 4% dei voti, in totale circa 30mila. Siete un movimento giovane, non fate una politica facile. La domanda è: come ci siete riusciti?
“Con un paziente e capillare lavoro di comunicazione. Abbiamo cercato di convincere i nostri compatrioti che hanno tutti gli strumenti per farcela da soli”.

E adesso?
“Abbiamo “guadagnato” tre consiglieri in altrettante province, quindi cominceremo a lavorare in maniera più capillare, per poter incidere sulle istituzioni. La prima iniziativa sarà quella del “Palazzo Trasparente”".

Ovvero?
“Chiediamo ai nostri consiglieri di raccontare le attività dei rispettivi consigli. Le informazioni saranno poi pubblicate sul nostro portale. Più a breve termine, stiamo preparando la Festa Manna, una tre giorni di workshop e convegni aperta a tutta la società civile”.

Ma alla fine cosa manca davvero ai sardi? La consapevolezza?
“Ci manca una narrazione di noi stessi, la consapevolezza che il nostro sapere è importante. È da lì che si parte. Se manca quella, manca tutto, non si può nemmeno cominciare”.

È per questo che ha fondato una casa editrice dedicata alla produzione sarda?
“Sì, è una cooperativa che ha l’obiettivo di recuperare quella narrazione”.

Legge molti autori sardi?
“Leggo di tutto, dai saggi di Obama alle poesie di Pietro Mura”.

Nella campagna per le amministrative del 2005, il vostro slogan era “Si podi fai”. Traduzione in inglese, “Yes, we can”.
“Esatto. Obama ci ha copiato :)”.

 

(post di solo interesse elettorale sardo. Per gli scettici, la foto è mia, è autentica ed è stata scattata ieri pomeriggio all'aeroporto di Roma)

Mettiamo che io sia ancora confusa e nella totale assenza di informazioni sui reali programmi dei candidati alle provinciali sarde stia pensando di non andare a votare o di affidarmi alla solita appartenenza. Mettiamo.

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1 Jan 1970
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