Una sintesi di questo articolo è uscita su La Nuova Sardegna del 7 dicembre 2010
Quando stamattina ho letto l'intervista che Gavino Sale, presidente di Indipendentzia Repubrica de Sardigna, ha rilasciato a La Nuova Sardegna, non ho provato sorpresa. Mi domandavo quando sarebbe arrivato il momento di una riflessione su quello che sta succedendo dentro il movimento, ed ecco che è proprio Gavino ad approntare l'occasione, offrendo lo spunto fresco di inchiostro dalle pagine dei giornali con i quali da sempre lui ha un felice rapporto di seduzione. Non è un segreto che gli piacciano i microfoni, le telecamere, le macchine fotografiche, e loro in lui riconoscono l'istrione magnetico, il dono della frase colorita e la gestualità ispirata. E' simpatico ai giornalisti come è simpatico anche a me Gavino, e lo sa.
Ma non c'è la simpatia di Gavino dietro il progetto politico che ha convinto molti - me compresa - a dare fiducia all'indipendentismo. C'è invece l'intuizione di tre giovani uomini che elaborarono quasi dieci anni fa i fondamenti del sogno civile che alle ultime elezioni ha preso 30 mila voti sotto il simbolo di iRS: i nomi di queste persone sono Frantziscu Sanna, Franciscu Sedda e Franciscu Pala. Le loro facce sono meno note di quella di Gavino Sale, perché è gente che non fa il politico di professione e oltre ad iRS ha studio e lavoro a cui stare appresso. Però sono loro ad aver elaborato e reso progettuali i principi di non violenza e di non nazionalismo che hanno vinto le resistenze mie e di quelli come me, naturalmente diffidenti verso tutto quello che sa di demagogia e facile populismo, merce purtroppo non rara in questi brutti tempi leghisti.
Sono loro, e con loro il gruppo che gradualmente in questi anni si è formato attorno a quella riflessione, ad aver aperto i discorsi di fattibilità economica dell'indipendenza sarda, la critica all'immaginario simbolico colonizzato, la riflessione fattiva sull'energia, sulla fiscalità, sui diritti e sull'ambiente, oltre all'elaborazione di una comunicativa moderna, che sapesse convertire l'approccio un po' rigido degli inizi in un linguaggio più vicino ai sardi che studiano, viaggiano, leggono, lavorano e navigano. Non è un caso se il bacino forte dei voti di iRS è composto in gran parte da giovani che al cambiamento che sta scuotendo l'isola vogliono partecipare in misura molto maggiore di quanto non abbiano mai fatto i loro genitori. iRS è un movimento che è nato intellettuale, cioè è nato da una riflessione complessa e non semplicemente da una indignazione, da un progetto e non dagli umori del momento, dalla visione del possibile piuttosto che dalla flessione sterile sul presente, perché dalla testa vengono le idee, dalla pancia solo le flatulenze. Gavino Sale, che veniva da tutt'altro percorso, a questo cammino ha aggiunto la sua lunga esperienza politica, intuendo con intelligenza che poteva solo venirgli del bene dalla coniugazione tra il suo carisma mediatico e il vigore e l'entusiasmo di quei tre laureandi pieni di buone idee.
Nel frattempo sono passati dieci anni, il movimento è cresciuto territorialmente con la velocità di una tela di ragno, e il suo progetto ha cominciato ad interessare sempre più persone. Finché è bastato, iRS ha vissuto di decisioni a filiera corta, dove il gruppo fondatore insieme a poche persone cooptate valutava le scelte e ne gestiva le conseguenze; ma l'orientamento democratico è sempre stato chiarissimo: per non soffocare in culla, il movimento in crescita aveva bisogno urgente di una nuova organizzazione, con responsabili più rappresentativi indicati dalle singole regioni e un gruppo dirigenziale di natura elettiva, quindi temporanea. Se infatti ai gruppi piccoli bastano dinamiche minime, i soggetti politici complessi non possono essere gestiti carismaticamente alla viva il parroco, dove dietro l'acclamazione di un consesso in apparenza "circolare" si può celare un inamovibile vertice dirigenziale. Per evitare questo rischio un anno fa è stata messa a punto la nuova struttura che ha iniziato gradualmente a funzionare, distribuendo su tutto il territorio competenze e responsabilità che fino a quel momento erano state gestite dal gruppo dirigente originario. La partecipazione diretta ha permesso per la prima volta all'assemblea nazionale di eleggere un coordinatore politico e tutto il nuovo gruppo direttivo.
Il tempo della gestione familiare di iRS è finito in quel momento, e ne siamo stati tutti felici. Ma oggi a leggere l'intervista di Gavino mi rendo conto che lui forse non lo era altrettanto. In parte è comprensibile: a chi è abituato al decisionismo carismatico, il meccanismo elettivo non può piacere da subito, ci vuole tempo. E' sicuramente difficoltoso, dopo che si è sempre deciso senza troppo confronto, trovarsi a discutere la linea politica con l'ultimo attivista arrivato "solo" perché eletto da una base territoriale. Ma questo suo disagio, ammesso che debba essere una priorità politica per qualcuno risolverlo, non si attenua tornando indietro e nominando ancora una volta un "esecutivo nazionale di transizione, formato da 10 figure individuate nei territori, che traghetti il Movimento verso il congresso nazionale". La transizione c'è già stata: si è passati dall'individuazione dall'alto al voto dal basso, e questo processo si chiama democrazia. I risultati lasceranno sempre una minoranza di scontenti, ma è per questo che abbiamo combattuto, disse Winston Churchill quando gli inglesi dopo la guerra non lo rielessero.
Invece in questo anno anche un sostenitore esterno come me ha potuto vedere un Gavino Sale in concerto per voce sola, che diverse volte ha espresso pubblicamente posizioni in grave contrasto con quelle ufficiali del movimento: ricordo lui a Santa Cristina che annunciava entusiastico davanti agli attivisti attoniti il suo supporto a improbabili mozioni del psd'az in consiglio regionale; ho ben presente lui ai microfoni di un tg che soppesava pensoso inesistenti sostegni ai ballottaggi provinciali, e sempre lui che si faceva vedere sbandierante sul fronte di questa o quella protesta anche quando la natura della singola rivendicazione non era in nessun modo condivisa dal movimento. Soprattutto è stato avvilente vedere che era incapace (o non interessato) a governare il tentativo di boicottaggio che alle elezioni provinciali misero in atto alcuni suoi sedicenti sostenitori, fanaticamente delusi da una assemblea che a loro avviso lo aveva privato del posto dirigenziale che gli spettava per diritto carismatico. E' apparso chiaro a chiunque avesse occhi per vedere che il primo frutto della rivoluzione democratica era stato quello di aver fatto emergere la differenza tra chi aveva sempre deciso da solo e chi voleva procedere facendo la fatica di decidere insieme. Un mese fa c'è stato l'apice di questa crisi, quando sei membri del gruppo dirigente eletto hanno rimesso il loro mandato nelle mani dell'assemblea, stanchi di dover combattere contro continui tentativi di deleggittimazione. Altro che critiche politiche mal accette: il presidente in carica discuteva da mesi un metodo che è ormai parte costitutiva della vita del movimento, e cercava in ogni modo di sovvertirlo. Devo dire che io non mi sarei dimessa per quello che considero un fastidio fisiologico dell'evoluzione di iRS, ma capisco chi lo ha fatto: dieci mesi di logorio personale, di fughe di notizie e anche qualche anonimo scherzo vandalico non sono pochi.
In questi mesi mi sono chiesta molte volte perché Gavino non facesse un uso dignitoso della carica di presidente - forse coniata appositamente per consentirgli una collocazione onorevole a dispetto dello sfavore elettorale interno - per farsi garante di questa delicata transizione, assurgendo intelligentemente al ruolo morale di babbu mannu e cedendo quello politico alla nuova generazione eletta dalla base. La risposta davanti a l'intervista di stamattina può essere per me solo una: Gavino vuole dettare la linea del movimento, vuole un ruolo politico diretto e sempre attivo e non ha nessuna intenzione di lasciare che i meccanismi elettivi possano in qualche modo impedirglielo, anche se questo significa deleggittimare la decisione di un'assemblea di attivisti consapevoli. L'intervista di oggi, in cui afferma che "non sono gli incarichi a fare di qualcuno un leader", significa solo che nella sua concezione del movimento il leader - e intende sé stesso - resta al suo posto sempre, qualunque sia il risultato delle votazioni interne. Non è quindi questa una divergenza tra intellettuali e populisti, un conflitto inesistente tra testa e pancia, ma tra chi ha scelto di arrivare ai risultati con un metodo democratico e chi non vuole assolutamente vedersi esautorato dal voto interno. Per questo Gavino Sale non ha nessuna intenzione di andare davanti all'assemblea nazionale dei duecento attivisti che hanno visto perfettamente di cosa è capace quando teme di perdere potere. La sua proposta di allargare smisuratamente il numero dei votanti mira infatti a ribaltare gli equilibri interni dando diritto di voto a persone ignare e impreparate che non hanno la minima idea di cosa abbia voluto dire nell'ultimo anno cercare di arginare le sue derive personalistiche, giocate spesso in spregio di ogni decisione comune.
Sono ormai diversi anni che ho messo il mio nome e la mia visibilità a servizio del progetto indipendentista di iRS, e fino ad ora non me ne sono mai dovuta pentire. Solo nelle dittature non nasce mai dissenso, e quindi quello che sta accadendo lo considero fisiologico alla crescita del movimento; quello che non mi sembra normale è che le notizie arrivino alla gente che ci ha votato e persino agli attivisti distorte per bocca del solo Gavino Sale dalle pagine di un giornale. Questo è segno allarmante del fatto che ci sono state scelte necessarie che a suo tempo non sono state fatte. Come tutti i sostenitori attenderò le decisioni dell'assemblea nazionale, ma con l'augurio palese che la mancanza di posizioni coraggiose da parte di chi verrà eletto non ci porti tutti a scoprire che fino a questo momento abbiamo solo scherzato.
Io non stavo scherzando affatto.
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