(Cose sarde, prospettive elettorali, considerazioni su anime vecchie e uomini nuovi. Solo per appassionati)
Ci ho pensato bene prima di sedermi ieri a Milis al tavolo con Renato Soru, Pietrino Soddu e Antonello Soro. I motivi dell'esitazione non sono difficili da capire. Soddu, democristiano di quelli che democristiani ci moriranno, è diventato presidente della regione sarda per la prima delle sue sette volte proprio nell'anno in cui io nascevo ed è uno dei responsabili delle scelte che maggiormente hanno determinato le condizioni della situazione drammatica della Sardegna attuale, primo tra tutti il miraggio mai abbastanza verificato del cosiddetto “piano di rinascita” industriale. Antonello Soro, classe dirigente di vecchia scuola democristiana, è un istituzionalista di lustro, tra i fondatori del PPI martinazzoliano e primo segretario regionale della sua versione 2.0, la Margherita. Renato Soru, con alle spalle appena 4 anni di poltrona presidenziale, confronto a queste carriere è un ragazzo ancora da farsi.
Poi c'ero io, e anche se ho avuto il sospetto che non tutti loro all'inizio l'avessero chiaro, se ho fatto una deviazione aerea su Milis tra una data a Cuneo e una a Pavia non era certo per tenere il microfono a un comizio. L'ho fatta perché la questione dell'autodeterminazione della Sardegna è sempre più presente anche in consessi che mai l'avrebbero ospitata anni fa e credo che non bisogni perdere nessuna occasione per porla in termini chiari, chiedendo riflessione a chi può e, quando è il caso, anche spiegazioni a chi deve.
Va reso merito all'associazione Sardegna Democratica per aver organizzato egregiamente le due giornate di riflessione che hanno preceduto l'incontro di ieri. Nonostante questa cura, va riconosciuto che forse non tutti erano al posto giusto nel momento giusto. Credo che un uomo come Pietrino Soddu, 50 anni di politica alle spalle con scelte che parlano per lui, non solo non ha più titoli per sognare il futuro, ma ha dimostrato molte volte di non avere nemmeno l'onestà intellettuale per discutere del passato. Non è questione di età: conosco suoi coetanei che sono ancora in grado di arricchire il presente dei loro nipoti con visioni lucide e costruttive; ma che non sia il suo caso si è visto anche ieri. Aggrapparsi alla retorica della passione politica per non dover rendere mai ragione delle scelte concrete è una tattica che avrà funzionato forse in passato, ma oggi - con gli operai in cassintegrazione, il tessuto socio-culturale sardo completamente sfibrato e un tasso di disoccupazione oltre il 40% - suona come patetico tentativo di pararsi il culo. Sentirgli dire che il principio ispiratore della scelta industrialista era che “volevamo diventare uguali agli italiani” rivela uno spaventoso orizzonte di insufficienza personale e collettiva che solo nell'omologazione poteva sperare di trovare pace.
Il paradosso è che quelli come Pietrino Soddu hanno davvero regalato ai sardi una condizione di uguaglianza rispetto agli italiani: nessuno oggi può negare che siamo cassintegrati esattamente come a Gela, inquinati come a Marghera e con le fabbriche chiuse proprio come a Termini Imerese. Quando gli ho chiesto se nemmeno davanti a questo scempio gli veniva il dubbio che importare di peso modelli economici e culturali estranei all'isola sia stato un errore della sua classe politica, è con perfetta naturalezza che mi ha risposto che è ingenuo aspettarsi che le soluzioni debbano durare in eterno. Non ho visto in lui nessun dubbio sul fatto che potesse esserci una sproporzione tra scelte che hanno comportato il sacrificio culturale e naturale di interi territori e l'evidenza che non abbiano garantito il pane neanche alla generazione che le ha compiute.
Scarsa davvero la memoria di Pietrino Soddu se si dimentica che la commissione Medici localizzò la necessità dei poli industriali in Sardegna non per ragioni economiche, ma per agire con violenza su un tessuto sociale – quello pastorale - percepito lombrosianamente come criminogeno, dentro a un'idea di modernizzazione che il senno di oggi impone a tutti di riconoscere come colonialista e ideologizzata.
Cosa ci fa un uomo con la responsabilità di queste scelte a parlare del futuro della Sardegna allo stesso tavolo con Renato Soru?
È una delle domande che avrei fatto, se avessi avuto più tempo. Ho preferito usarlo per chiedere conto a Soro e Soru di come abbiano vissuto nel 2006 la contraddizione di essere rappresentanti istituzionali della sovranità del popolo sardo e sentirsi dire invece da un ministro per gli affari regionali di un cosiddetto governo amico che “il popolo sardo sovrano non esiste”. A Renato Soru ho chiesto infine se è convinto ancora che sia stata la cosa giusta opporre le sue dimissioni in risposta al conflitto democratico sul piano paesaggistico, scelta che ha di fatto comportato le elezioni che hanno consegnato la Sardegna alla destra eterodiretta e cementifera del PdL sardo.
Se mi ha fatto piacere sentirgli dire che la sovranità è un diritto che va auto-affermato, è altrettanto vero che ho trovato simbolicamente contigua al desiderio soddiano di “essere come gli italiani” la sua aspirazione a essere addirittura “migliore” e porsi davanti alle altre “regioni” dicendo: ecco vedi, la mia sanità è in pari e la tua no, la mia istruzione è più democratica, il mio sviluppo è un modello anche per te. Mi sembra che tra il criterio dell'essere come e quello dell'essere meglio (italiani speciali?) rimanga comunque l'evidenza dell'Italia come parametro di costruzione di un orizzonte politico mai realmente sardo, quindi mai realmente nuovo. A quello specifico tavolo – ma per fortuna c'erano in molte delle altre tavole rotonde di questi due giorni - mancavano i trentenni e i quarantenni che stanno già producendo senso e progettando prospettive per l'isola che c'è e che ci sarà.
A Renato Soru resta il dilemma di decidere a quale tavolo vuole continuare a sedersi.
mentre così facendo stai deturpando le tue opere con le tue stesse mani, tra i tuoi fans appassionati ce ne saranno tanti (come me) che sono vecchi democristiani padri del piano di rinascita della Sardegna per cui perderai molti fans, che senso ha ?
18.05.2012 18:30 -
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