aliberoL'intervento che segue è un contributo di Mario Pireddu - originariamente postato da lui stesso in forma di commento - alla discussione sull'indipendenza sarda sorta dall'articolo a mia firma pubblicato diverse settimane fa da IlSole24ore. L'intervento è una risposta alle ultime argomentazioni di Stefano Biancu.

Applicando la stessa logica di Stefano Biancu dovremmo chiedergli come mai rivolge le sue argomentazioni apparentemente così rigorose solo alla Sardegna e non per esempio all’Italia e alla sua storia? Anche l’Italia in un momento storico ben preciso è diventata indipendente e sovrana, pur non essendolo mai stata (al contrario della Sardegna, che nell’ultima fase del periodo giudicale si unì contro i catalano-aragonesi, che non a caso parlavano di “naciò sardisca”). Con le sue stesse parole dovremmo domandarci: “chi ci garantisce che, all’interno di una Italia divenuta indipendente, non si sentirà il bisogno di distinguersi ulteriormente? In fondo uno Stato coincidente con i confini geografici dell’Italia non è mai esistito; sono invece esistiti i Ducati, Le Repubbliche marinare, il Regno delle due Sicilie, lo Stato Pontificio, i Principati: Stati autonomi all’interno della penisola. Non è una semplice ipotesi di scuola: Stati indipendenti all’interno della penisola sono già esistiti e appartengono anzi ad una delle pagine più gloriose della storia italiana. Raggiunta l’indipendenza dell’Italia, ci sarebbe dunque soddisfazione? O forse neanche questo basterebbe?”. Quel che è stato per l’Italia – che evidentemente si accetta e non si mette in discussione pena l’essere egoistici-leghisti – non può essere pensato per la Sardegna? La conclusione che se ne dovrebbe trarre a rigor di logica è che gli altri possono tutto, e i Sardi no.

L’idea di nazione ottocentesca monolitica e statica fatta di uguaglianze fittizie non si può applicare indistintamente a tutte le idee di sovranità: si può fondare una sovranità partendo dal riconoscimento della ricchezza delle diversità interne pur nella volontà politica di essere insieme sovrani e capaci di governare se stessi. Si può partire dal riconoscimento che non esiste e non può esistere alcuna “purezza” identitaria (né sarda, né italiana, né francese, etc.), ma solo insiemi culturali e politici continuamente in cambiamento (traduzione di se stessi nel tempo grazie a movimenti interni e esterni). Ancora, seguendo la logica di Biancu: se Bolzano e Cagliari possono stare insieme in Italia senza che questo venga messo in discussione, non si capisce perché per Cagliari e Sassari si argomenti sulla loro diversità o inconciliabilità. Palermo, Locri, Torino, Siena e Aosta insieme senza problemi nello Stato italiano, e Olbia, Nuoro, Cagliari e Oristano convivenze problematiche all’interno di un’entità istituzionale sarda?

Il problema evocato di un “piccolo stato in un mondo di colossi” sembra non tenere conto del fatto che paesi diversi possono unirsi – e lo fanno – su temi specifici per avere voce in capitolo. Ed evita allo stesso tempo di prendere in considerazione la quasi assente influenza della Sardegna su decisioni che vengono prese a Roma in merito a temi che la riguardano. In questo caso l’argomentazione “piccolo” (il milione e mezzo di sardi) contro “macro” (cinquantanove milioni di italiani) non viene presa in considerazione? Non si capisce in che modo il collegio “insulare” per le elezioni – che mette insieme cinque milioni di siciliani e un milione e mezzo di sardi – sia uno di quei vantaggi che lo stato italiano dovrebbe garantire alla Sardegna. Allo stesso modo non si comprende quale vantaggio garantisca l’avere le servitù militari italiane dislocate per più del 60% in Sardegna (terreni espropriati quasi interamente in terra sarda dal Ministero della Difesa perché “è la demografia che lo impone”), e per le quali viene invocato sempre il principio della “sicurezza nazionale” che impedisce sostanzialmente qualsiasi sovranità delle istituzioni sarde in merito. Paragonare questi dati di fatto (così come la “vertenza entrate”, portata avanti anche da Soru e non da ‘leghisti sardi’) al modello egoistico-leghista, che – va detto – è un modello tra le altre cose xenofobo e ‘secessionista’, appare operazione non solo scorretta da un punto di vista metodologico ma anche fuorviante. Il paragone confronta infatti la Sardegna –la sua storia, il suo percorso socioculturale nel tempo, i suoi movimenti autonomisti e indipendentisti di lungo corso – con la “Padania”, invenzione ad uso e consumo di un unico movimento politico che fa da copertura ideologica a quella che nasce negli anni ottanta sostanzialmente come una rivendicazione economica. Avvicinare le ragioni dell’indipendenza sarda a quelle della Lega Nord appare da un punto di vista argomentativo – evidentemente contro le intenzioni di Biancu – un minimizzare le posizioni altrui come fossero frutto di volontà incontrollate simili a quelle di chi urla sguaiatamente contro Roma ladrona. Una strategia non detta e non riconosciuta della posizione che lui difende per delegittimare a priori qualsiasi proposta indipendentista, anche quella più recente e innovativa.


Mario Pireddu è dottore di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione, insegna Mass media, Nuovi media e Società delle reti presso l’Università IULM. Collabora con il Laboratorio di Tecnologie Audiovisive dell’Università Roma Tre, dove si occupa di comunicazione e formazione, di nuovi media e forme dell’apprendimento. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Progettazione Educativa dell’Università di Roma Tre su progetto PRIN06 del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, con assegno di ricerca biennale incentrato sullo sviluppo delle funzionalità comunicative e didattiche in piattaforme open source per l’e-learning. È cultore della materia per l’insegnamento di Sociologia della Comunicazione presso l’Università della Tuscia. Ha svolto attività di ricerca per il Progetto Europeo PRAXIS (2005-2007), programma d'azione comunitario in materia di formazione professionale. Ha partecipato e ha organizzato conferenze, workshop e convegni in diverse università. È autore di numerosi saggi e articoli sul rapporto tra pratiche comunicative, consumi e  mutamento sociale, e sulle relazioni tra uomo e tecnologia con particolare riferimento alla comunicazione digitale. È redattore della rivista Quaderno di Comunicazione (Meltemi), e della Newsletter Italiana di Mediologia. In Second Life ha creato l’isola Sardigna, per la valorizzazione e la promozione del patrimonio culturale sardo attraverso i media immersivi.

Commenti  

 
#1 Adriano Bomboi 2011-07-09 21:36
Ho colpevolmente letto in ritardo le affermazioni di Stefano Biancu, a cui del resto ha quì brillantemente risposto Pireddu: sebbene mi lasci perplesso il naciò Sardisca (che non è detto corrisponda al nostro attuale concetto di nazione).

Di Biancu mi ha colpito il solito passaggio che affiora in vari osservatori posti di fronte al tema dell'indipendenza:

Citazione:
L’Italia oggi ha ancora un piccolo peso internazionale, che verosimilmente diminuirà sempre più se la politica non sarà capace di creare le condizioni perché il Paese faccia sistema.


E' vero che l'Italia si è conquistata un ruolo di (media) potenza in seno alla comunità internazionale. Ma trovo adolescenziale il persistere nel ritenere che le ragioni della penisola (in termini economici e culturali) siano le medesime e sempre integrabili con quelle territoriali. Sono tesi che si trascinano dai tempi della Rinascita, le sosteneva anche la rivista "Il Bogino", senza argomentare in quali termini la nostra isola possa fare sistema con istituzioni italiane così altamente centralizzate. I fatti hanno sempre dimostrato il contrario, a meno che non si voglia parlare di federalismo POLITICO e nuova Autonomia (come propedeutica all'indipendenza). La responsabilità dunque oggi non sta nell'inseguire un qualcosa che la storia ha già bocciato, ma nel rivalutare i criteri e gli spazi della nostra sovranità. Ecco perché parlare di indipendenza oggi è necessario e non riguarda solo un'espressione di libertà.
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