libertaCon la pubblicazione di questa lettera di Stefano Biancu continuo a mantenere pubblico il dibattito sulla questione dell'autodeterminazione sarda sorto sull'Arborense in seguito alla pubblicazione del mio editoriale sul Sole24ore di ormai diverse settimane fa. Sono in viaggio e non posso rispondere in tempi strettissimi, ma sono disposta a ospitare eventuali repliche - altrettanto civili e argomentate - a questa lettera di Stefano.

Cara Michela,
ho letto, su L’Arborense, la tua replica alle mie considerazioni e te ne sono grato. Controreplico su alcuni punti, scegliendo di non introdurre nuovi argomenti (che pure esistono e ai miei occhi hanno un certo peso).  
Innanzitutto permettimi un’impressione di carattere generale: a forza di dire che le mie argomentazioni sono le medesime che si sente «ripetere da molti sardi», ovvero che sono tutte cose già dette, ho l’impressione che su alcuni punti tu abbia risposto a qualcun altro, non a me.
Il problema che ponevo non riguarda la possibilità di armonizzare Cagliari e Sassari – le quali evidentemente si armonizzano tra loro almeno quanto possono farlo Cagliari e Bolzano – ma riguarda piuttosto la scelta stessa dell’indipendentismo. Mi spiego: se – come tu dicevi su Il Sole 24 ore – l’indipendenza politica si fonda su ragioni di carattere geografico, economico e culturale, mi pare che sia difficile stabilire un limite alle buone ragioni per separarsi. Chi ci garantisce insomma che, all’interno di una Sardegna divenuta indipendente, non si sentirà il bisogno di distinguersi ulteriormente? In fondo uno Stato coincidente con i confini geografici dell’Isola non è mai esistito, a meno di considerare tale il Regno di Sardegna; sono invece esistiti i Giudicati: Stati autonomi all’interno dell’Isola. La storia attesta dunque che la possibilità di cui parlo non è una semplice ipotesi di scuola: Stati indipendenti all’interno dell’Isola sono già esistiti e appartengono anzi ad una delle pagine più gloriose della nostra storia. Raggiunta l’indipendenza della Sardegna, saremmo dunque soddisfatti? O forse, come penso, neanche questo ci basterebbe?
In questo senso, quella «idea di nazione ottocentesca, monolitica e statica, fatta di uguaglianze fittizie invece che della convivenza civile tra più diversità» che tu ritieni agisca come presupposto insidioso alla base della mia posizione, mi pare che sia invece il fondamento non detto e non riconosciuto della posizione da te difesa, ovvero dell’idea secondo la quale l’ordinamento statuale deve adeguarsi ai confini stabiliti da geografia, economia, cultura.
Altro problema: la possibilità e l’opportunità di un piccolo Stato sardo in un mondo di colossi. Non nego certamente che tutto ciò sia possibile: gli esempi non mancano e qualcuno lo menzioni tu stessa. Permettimi solo di dire che la mia immagine di un eventuale ambasciatore sardo in Cina – non del ministro dell’economia, di cui invece (non a caso) parli tu – non ha niente di caricaturale, né tantomeno di autorazzista o di autolesionista. Il problema non è certo quello di fare accordi commerciali con questa o quella potenza (cosa che un «Tremonti» sardo potrebbe certo fare): il problema è di scegliere se precludersi o meno la possibilità di dire una parola che sia ascoltata sulle sorti di un mondo in cui tutti viviamo e nel quale siamo tutti in stretta connessione (volenti o nolenti, indipendenti o meno). L’Italia oggi ha ancora un piccolo peso internazionale, che verosimilmente diminuirà sempre più se la politica non sarà capace di creare le condizioni perché il Paese faccia sistema. Quel piccolo peso internazionale può essere utilizzato non solo per difendere i propri interessi, ma pure per influire in maniera positiva sui destini del mondo che è di tutti. Rispetto a questo tipo di problemi, mi pare che l’indipendentismo rappresenti una scelta di libertà, ma non una scelta di responsabilità: mira soprattutto a stare bene con se stessi, in un modo che a me pare un poco adolescenziale. Mi pare insomma che rischi di avvicinarsi troppo a quel modello egoistico-leghista dal quale i suoi sostenitori giustamente si affrettano a prendere le distanze. D’altra parte, il riferimento che tu fai al «prezzo» che paghiamo per l’unità con l’Italia rischia – evidentemente contro le tue intenzioni – di avvicinare pericolosamente le ragioni dell’indipendenza a chi da tempo urla sguaiatamente contro Roma ladrona.
Un’ultimissima considerazione. La questione, tu dici, non è se ci possiamo permettere l’indipendenza, ma «se davvero la vogliamo». Le due cose non sono totalmente slegate: si vuole qualcosa quando essa suscita delle attese. Le attese però possono talvolta essere ingannevoli e occorre dunque vagliarle attentamente. Rifletterci, parlarne, discuterne – senza minimizzare le posizioni altrui come fossero frutto di fobie incontrollate e oggetto di studio di simpatiche branche della scienza come l’«etnopsicanalisi» – è un servizio che chiunque ha la fortuna di avere il dono della parola deve sentirsi obbligato a compiere.

Commenti  

 
#1 Francesco Cuppone 2011-07-07 12:12
Mi addolora sentir parlare di "indipendenza sarda", così come di quella siciliana, veneta, lombarda o calabrese. Le ragioni di questo dispiacere sono evidenti: abbiamo perso la spinta ideale del Risorgimento e questo capita, in maniera marcata, proprio nel momento in cui quegli ideali di unità nazionale andrebbero maggiormente ripresi e rinvigoriti. E' evidente che la crisi economica generale amplifica la voglia di tante comunità locali a scappare dalla "casa comune" ma c'è da chiedersi se è accettabile mettere in discussione tutto, prescindendo dalle responsabilità oggettive che ogni comunità locale ha. Perché, con gli strumenti a disposizione, non si è fatto nulla, ma proprio nulla per far crescere il tasso di sviluppo delle comunità locali, specialmente nel Sud del paese? Mi pare proprio che ci troviamo nel caso in cui, non riuscendo a raccogliere le mele dall'albero, non si trova migliore giustificazione se non quella di non essere abbastanza alti. Ma vogliamo proprio scherzare? Cosa si è fatto con gli ampi strumenti messi a disposizione dello Statuto Speciale? Dove erano i sardi indipendentisti quando c'era da eleggere i membri degli organi rappresentativi della Regione, dei Comuni e delle Province? Perché, malgrado gli strumenti di una delle più avanzate democrazie del mondo, il popolo sardo (ma vale anche per quello siciliano, calabrese, campano, pugliese, etc.) non è riuscito a cavarsi fuori dal disagio nel quale versa? Ecco, mi piacerebbe che Michela e tutti coloro che sperano di veder nascere una "Lega Sarda" rispondano a queste domande e mi dicano perché il movimento indipendentista corso si batte per riunirsi all'Italia. Grazie
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#2 Mario Pireddu 2011-07-07 21:11
Applicando la stessa logica di Biancu dovremmo chiedergli come mai rivolge le sue argomentazioni apparentemente così rigorose solo alla Sardegna e non per esempio all’Italia e alla sua storia? Anche l’Italia in un momento storico ben preciso è diventata indipendente e sovrana, pur non essendolo mai stata (al contrario della Sardegna, che nell’ultima fase del periodo giudicale si unì contro i catalano-aragonesi, che non a caso parlavano di “naciò sardisca”). Con le sue stesse parole dovremmo domandarci: “chi ci garantisce che, all’interno di una Italia divenuta indipendente, non si sentirà il bisogno di distinguersi ulteriormente? In fondo uno Stato coincidente con i confini geografici dell’Italia non è mai esistito; sono invece esistiti i Ducati, Le Repubbliche marinare, il Regno delle due Sicilie, lo Stato Pontificio, i Principati: Stati autonomi all’interno della penisola. Non è una semplice ipotesi di scuola: Stati indipendenti all’interno della penisola sono già esistiti e appartengono anzi ad una delle pagine più gloriose della storia italiana. Raggiunta l’indipendenza dell’Italia, ci sarebbe dunque soddisfazione? O forse neanche questo basterebbe?”. Quel che è stato per l’Italia – che evidentemente si accetta e non si mette in discussione pena l’essere egoistici-leghisti – non può essere pensato per la Sardegna? La conclusione che se ne dovrebbe trarre a rigor di logica è che gli altri possono tutto, e i Sardi no.

L’idea di nazione ottocentesca monolitica e statica fatta di uguaglianze fittizie non si può applicare indistintamente a tutte le idee di sovranità: si può fondare una sovranità partendo dal riconoscimento della ricchezza delle diversità interne pur nella volontà politica di essere insieme sovrani e capaci di governare se stessi. Si può partire dal riconoscimento che non esiste e non può esistere alcuna “purezza” identitaria (né sarda, né italiana, né francese, etc.), ma solo insiemi culturali e politici continuamente in cambiamento (traduzione di se stessi nel tempo grazie a movimenti interni e esterni). Ancora, seguendo la logica di Biancu: se Bolzano e Cagliari possono stare insieme in Italia senza che questo venga messo in discussione, non si capisce perché per Cagliari e Sassari si argomenti sulla loro diversità o inconciliabilità. Palermo, Locri, Torino, Siena e Aosta insieme senza problemi nello Stato italiano, e Olbia, Nuoro, Cagliari e Oristano convivenze problematiche all’interno di un’entità istituzionale sarda?

Il problema evocato di un “piccolo stato in un mondo di colossi” sembra non tenere conto del fatto che paesi diversi possono unirsi – e lo fanno – su temi specifici per avere voce in capitolo. Ed evita allo stesso tempo di prendere in considerazione la quasi assente influenza della Sardegna su decisioni che vengono prese a Roma in merito a temi che la riguardano. In questo caso l’argomentazione “piccolo” (il milione e mezzo di sardi) contro “macro” (cinquantanove milioni di italiani) non viene presa in considerazione? Non si capisce in che modo il collegio “insulare” per le elezioni – che mette insieme cinque milioni di siciliani e un milione e mezzo di sardi – sia uno di quei vantaggi che lo stato italiano dovrebbe garantire alla Sardegna. Allo stesso modo non si comprende quale vantaggio garantisca l’avere le servitù militari italiane dislocate per più del 60% in Sardegna (terreni espropriati quasi interamente in terra sarda dal Ministero della Difesa perché “è la demografia che lo impone”), e per le quali viene invocato sempre il principio della “sicurezza nazionale” che impedisce sostanzialmente qualsiasi sovranità delle istituzioni sarde in merito. Paragonare questi dati di fatto (così come la “vertenza entrate”, portata avanti anche da Soru e non da ‘leghisti sardi’) al modello egoistico-leghista, che – va detto – è un modello tra le altre cose xenofobo e ‘secessionista’, appare operazione non solo scorretta da un punto di vista metodologico ma anche fuorviante. Il paragone confronta infatti la Sardegna –la sua storia, il suo percorso socioculturale nel tempo, i suoi movimenti autonomisti e indipendentisti di lungo corso – con la “Padania”, invenzione ad uso e consumo di un unico movimento politico che fa da copertura ideologica a quella che nasce negli anni ottanta sostanzialmente come una rivendicazione economica. Avvicinare le ragioni dell’indipendenza sarda a quelle della Lega Nord appare da un punto di vista argomentativo – evidentemente contro le intenzioni di Biancu – un minimizzare le posizioni altrui come fossero frutto di volontà incontrollate simili a quelle di chi urla sguaiatamente contro Roma ladrona. Una strategia non detta e non riconosciuta della posizione che lui difende per delegittimare a priori qualsiasi proposta indipendentista, anche quella più recente e innovativa.
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#3 Daniele Addis 2011-07-07 22:05
"L’Italia oggi ha ancora un piccolo peso internazionale, che verosimilmente diminuirà sempre più se la politica non sarà capace di creare le condizioni perché il Paese faccia sistema."

Peso internazionale dell'Italia? uhauahuauh, dai, ok, bastava dirlo prima che la si voleva buttare sullo scherzo, così non mi sarei affannato nel post precedente a produrre un ragionamento articolato.

Mi sembra un ragionamento che ha lo stesso tenore di un tipo che una volta mi disse che se la Sardegna fosse stata indipendente avrebbe fatto la fine della Danimarca... gli ho detto "bucca tua santa, dove devo firmare perché ciò si avveri?". Pro caridade
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#4 Giuseppe Mulas 2011-07-08 08:57
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Chi ci garantisce insomma che, all’interno di una Sardegna divenuta indipendente, non si sentirà il bisogno di distinguersi ulteriormente?


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Il problema non è certo quello di fare accordi commerciali con questa o quella potenza (cosa che un «Tremonti» sardo potrebbe certo fare): il problema è di scegliere se precludersi o meno la possibilità di dire una parola che sia ascoltata sulle sorti di un mondo in cui tutti viviamo e nel quale siamo tutti in stretta connessione (volenti o nolenti, indipendenti o meno).


Citazione:
L’Italia oggi ha ancora un piccolo peso internazionale, che verosimilmente diminuirà sempre più se la politica non sarà capace di creare le condizioni perché il Paese faccia sistema. Quel piccolo peso internazionale può essere utilizzato non solo per difendere i propri interessi, ma pure per influire in maniera positiva sui destini del mondo che è di tutti.


Non so se sia solo una mia sensazione ma lo spessore delle argomentazioni contro la cosa piu' logica che dobbiamo far accadere, cioe' l'indipendenza,si affievoliscono sempre piu' sino alla scelta estrema: l'arrampicata libera sugli specchi.
Io credo sinceramente che manchino proprio argomentazioni convincenti per dimostrare che non ci convenga raggiungere l'indipendenza della Sardegna, e credo che come affermato piu' volte da Omar Onnis siamo arrivati al punto che l'onere della prova si stia davvero ribaltando, e chi si ritrova a dover dimostrare che la nostra appartenenza all'Italia sia la nostra unica salvezza non sappia piu' come portare avanti argomentazioni solide che non vengano letteralmente "incenerite" dalla realta' che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, e questo senza neanche scomodarsi a guardare le ragioni storiche e culturali a supporto dell'idea indipendentista.

Citazione:
Rifletterci, parlarne, discuterne – senza minimizzare le posizioni altrui come fossero frutto di fobie incontrollate e oggetto di studio di simpatiche branche della scienza come l’«etnopsicanalisi» – è un servizio che chiunque ha la fortuna di avere il dono della parola deve sentirsi obbligato a compiere.


Appunto,senza minimizzare le posizioni altrui e magari guardando in faccia la realta' in cui ci troviamo e che sta' degenerando sempre di piu', vedasi manifestazioni contro Equitalia di ieri ad esempio, vedasi scempio nucleare nell'ex base Nato a La Maddalena, vedasi sindrome di Quirra, vedasi livelli di disoccupazione, vedasi tasso di istruzione, vedasi crisi del mondo agro-pastorale,ricordiamoci che importiamo circa l'80% del cibo che consumiamo,vedasi indici di infrastrutturazione dell'isola, devo continuare?
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#5 Gianni Canu 2011-07-08 19:21
Giuseppe, aggiungo un'altro punto importantissimo, quello dell'istat(quindi italiano e governativo), secondo uno studio dell'istat appunto, la Sardegna vedrà spopolarsi di ben 300.000 giovani dal 2007 al 2050, quindi si avrà una contrazione della popolazione sarda da 1.600.000 a 1.300.000 con una media dei rimanenti di 50-60 anni.
Adesso chiedo a questi signori che sono contrari all'indipendenza, cosa consiglierebbero di fare affinchè questo fenomeno non si avveri del tutto e se avranno il coraggio di prendersi le responsabiltà a riguardo.
Non è forse la politica italiana con la complicità della classe politica e dirigenziale sarda, la causa di ciò?
Forse forse non sarebbe ideale per le politiche italiane che la sardegna continui a spopolarsi per non avere nessuno che gli possa mettere il bastone fra le ruote, per l'uso che ne vorrebbero fare e che guarda un pò è da 60 anni con i primi insediamenti militari hanno iniziato, cioè di rendere finalmente la terra di sardegna una terra di sperimentazioni e barriera contro l'Africa?
In definitiva che cosa fa del suolo della nostra isola se non di metterlo a disposizione di chiunque abbia danaro da spendere per le proprie sperimentazioni miltari?

Ps. Signor Cuppone se i corsi leggessero la sua affermazione le vieterebbero di passare per la loro isola.
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#6 marco 2011-07-09 14:10
Argomento interessante. Sopratutto i commenti.
Anche a me ha suscitato perplessità l'affermazione del Sig. Cuppone:
""....e mi dicano perché il movimento indipendentista corso si batte per riunirsi all'Italia...."".
A tale affermazione suporrei una risposta, da parte di un indipendentista corso, del tipo:
"Fatimi u piacè, cum'ellu disse minutu, insignatimi à surtita, ca l'intrata nù a sò più"
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#7 Daniele Addis 2011-07-09 15:13
Citazione Francesco Cuppone:
Mi addolora sentir parlare di "indipendenza sarda", così come di quella siciliana, veneta, lombarda o calabrese. Le ragioni di questo dispiacere sono evidenti: abbiamo perso la spinta ideale del Risorgimento e questo capita, in maniera marcata, proprio nel momento in cui quegli ideali di unità nazionale andrebbero maggiormente ripresi e rinvigoriti.

Sono addolorato per questo suo dolore, ma le assicuro che è curabile... se ne faccia una ragione e pensi a vivere al sua vita senza legare i diritti e le libertà altrui ai suoi umori.


Citazione:
E' evidente che la crisi economica generale amplifica la voglia di tante comunità locali a scappare dalla "casa comune" ma c'è da chiedersi se è accettabile mettere in discussione tutto, prescindendo dalle responsabilità oggettive che ogni comunità locale ha.

Il fatto che Lei non lo giudichi accettabile è evidentemente un problema suo e il fatto che leghi ciò alla crisi economica significa che di Sardegna Lei conosce poco e niente. Per quanto riguarda le responsabilità oggettive, quelle dei sardi sono evidentissime e consistono esattamente nel riconoscere legittimi e insindacabili gli strumenti messi a disposizione dallo Stato italiano e nell'accettare come un dato di fatto quanto sancito dal medesimo Stato.

Citazione:
Perché, con gli strumenti a disposizione, non si è fatto nulla, ma proprio nulla per far crescere il tasso di sviluppo delle comunità locali, specialmente nel Sud del paese?

Oh, ma si è fatto di tutto e di più... soprattutto una cavolata dietro l'altra. Ma parliamo degli strumenti a disposizione, soprattutto delle entrate fiscali che da 20 anni (m anche di più) lo Stato italiano non trasferisce alla Sardegna. Certo, poi ci sono le pratiche di corruzione e clientelari per cui quel medesimo stato dà finanziamenti a fondo perduto a imprenditori sardi e stranieri (italiani) che regolarmente incassano e non combinano nulla, quindi per la popolazione è come se non ci fossero. Poi parliamo delle strade... il livello di infrastrutturazione in Sardegna è penoso ed è vero che molte colpe sono degli amministratori sardi, ma quando si tratta di strade statali quelli non possono far altro che attendere l'intervento esterno. La conosce la vicenda della Sassari-Olbia? E della Carlo Felice (nome orribile per una strada orribile).
Citazione:
Mi pare proprio che ci troviamo nel caso in cui, non riuscendo a raccogliere le mele dall'albero, non si trova migliore giustificazione se non quella di non essere abbastanza alti. Ma vogliamo proprio scherzare?

Già, parliamo degli ampi strumenti e di tutte le volte che il governo italiano ha impugnato una legge Sarda. Parliamo delle servitù militari in cui i sardi non hanno voce in capitolo perché là entrano in gioco i superiori interessi nazionali... dai su, parliamone, perché mi sà tanto che lei parla tanto per sentito dire.

Citazione:
Cosa si è fatto con gli ampi strumenti messi a disposizione dello Statuto Speciale?

Ampi strumenti? Ma lei veramente lo sà di cosa sta parlando? Lo statuto sardo era un ampio strumento forse all'inizio, dino agli anni '60, poi è stato superato dagli statuti di molte regioni a statuto normale. È uno strumento obsoleto e quando si prova a toccarlo il governo italiano di turno lo boccia (vogliamo chiedere a Prodi?)

Citazione:
Dove erano i sardi indipendentisti quando c'era da eleggere i membri degli organi rappresentativi della Regione, dei Comuni e delle Province?

Di solito erano candidati

Citazione:
Perché, malgrado gli strumenti di una delle più avanzate democrazie del mondo, il popolo sardo (ma vale anche per quello siciliano, calabrese, campano, pugliese, etc.) non è riuscito a cavarsi fuori dal disagio nel quale versa?

Mi scusi, credevo che stessimo parlando di Italia e Sardegna, ma dopo aver letto che lei si riferisce ad "una delle più avanzate democrazie del mondo" mi rendo conto di non aver capito a cosa si riferisca. Oltretutto non capisco cosa c'èntrino le grandi democrazie, le nazioni civili, con l'Italia.

Citazione:
Ecco, mi piacerebbe che Michela e tutti coloro che sperano di veder nascere una "Lega Sarda" rispondano a queste domande e mi dicano perché il movimento indipendentista corso si batte per riunirsi all'Italia. Grazie

Ah, ecco, i corsi indipendentisti stanno lottando per riunirsi all'Italia... eeeeeh già, ci ho parlato anche io con la marmotta che incartava la cioccolata e mi ha detto la stessa cosa. No, dai, a parte gli scherzi, se a Lei piace dilettarsi con le storie di fantasia e mischiare la realtà con essa il problema è suo, ma non pretenda che gli altri la seguano in questo. Per quanto riguarda la "Lega Sarda", è l'ennesima dimostrazione della sua ignoranza in materia, che non è un male di per sè, ma lo diventa se poi pretende di saperne qualcosa... la risposta più logica ad un'affermazione del genere sarebbe un bel "mammarua", ma per il momento la rimando a quando leggerò le sue prossime fantasie.
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#8 Francesco 2011-07-17 17:37
C'è da trasecolare a leggere i toni di alcune risposte. A parte Mario Pireddu, alcuni sembrano prendersi gioco e canzonare chi non la pensa come loro, rasentando la cafoneria, nonostante l'invito a un confronto onesto da parte di Biancu. Non è in questo modo che l'idea dell'indipendentismo farà strada e breccia nei sardi. Occorre più umiltà, più assertività, maggiore volontà di confrontarsi in modo serio. Stefano Biancu è uno studioso referenziato, non può essere liquidato con un "Pro caridade" o un "uhauahuauh, dai". Su quanto afferma Biancu poi, la possibilità di ulteriori divisioni interne in una Sardegna Indipendente, è appena il caso di ricordare la scissione fra IRS e Repubricanos.
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