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Questo intervento dell'amico Stefano Biancu è comparso questa settimana nelle pagine dell'Arborense, il settimanale diocesano di Oristano, in risposta al mio editoriale sull'indipendenza comparso su IlSole24ore il 5 giugno scorso. La foto accanto appartiene a questa autrice.
Il 5 giugno IlSole24ore ha dedicato alla Sardegna un dossier al quale ha contribuito anche Michela Murgia, con un articolo sulle ragioni dell’indipendentismo. Michela non è solo una «gloria locale»: è una collaboratrice storica de L’Arborense, oltre che un’amica di molti di noi. Pur leggendo dunque le sue riflessioni con gli occhi dell’amico, non riesco a vincere un dubbio: non riesco a convincermi che l’indipendenza sia davvero la risposta che la Sardegna attende. Secondo Michela, le recenti affermazioni elettorali dei partiti indipendentisti mostrerebbero che l’indipendenza è possibile: basta volerla. Cadrebbe così l’argomento per cui l’«autodeterminazione politica» della Sardegna è dimostrata impraticabile dalla storia: coniugare alterità geografica, economica e culturale da una parte e indipendenza politica dall’altra è possibile. Ed è anche auspicabile: soltanto una piena sovranità del popolo sardo rappresenterebbe infatti una risposta adeguata ai problemi dell’Isola. Una rivendicazione che – conclude Michela – niente ha da spartire con l’egoismo e la xenofobia delle leghe. Ora, è difficile non essere d’accordo sulla necessità di un cambio netto di politiche sociali ed economiche in una Sardegna ferita dalla disoccupazione giovanile e dalla crisi di natalità. La Sardegna è oggi una terra disperata: si tratta di una tragedia rispetto alla quale né la politica né la comunità ecclesiale sembrano sufficientemente consapevoli. D’accordo (purtroppo) sulla diagnosi, dubito della terapia. Per quale motivo un buon risultato elettorale dovrebbe provare la bontà di un’idea politica? Certo, Michela dice altro: dice che quel risultato ne prova la concreta praticabilità. D’accordo, ma rimane il problema di verificarne appunto la bontà. È vero che l’indipendentismo oggi è difeso da belle teste; è anche vero che esso non condivide (del tutto, perlomeno) le ragioni egoistiche di altri movimenti. Ma rimane il dubbio che dietro quella affermazione elettorale ci sia anche un voto di protesta contro un sistema percepito come non ulteriormente sostenibile. Non dunque un voto così chiaramente a favore dell’indipendentismo. In ogni caso: ammettiamo che all’indipendentismo ci si voglia e possa arrivare. È anche sostenibile? È davvero possibile una Sardegna non italiana? E se l’indipendenza non fosse la risposta? Michela parla di alterità geografica, economica e culturale. Se la geografia effettivamente testimonia a favore dell’indipendentismo, la storia è perlomeno incerta. Davvero possiamo pensare che gli ultimi 150 anni siano passati invano? È evidente che siamo sardi e che siamo italiani. Basti dire che la Sardegna ha una sua letteratura che è in buona parte in lingua italiana. Proprio la specificità economica della Sardegna, poi, mi pare richieda che si faccia sistema con altre specificità economiche ad essa complementari. L’alterità culturale, infine: non nego certo che la Sardegna sia altro dalla Val d’Aosta. Mi chiedo però di quale Sardegna stiamo parlando: a Sassari e a Cagliari non si parla la stessa lingua (eccezion fatta per l’italiano) né si mangiano le stesse cose (surgelati esclusi). Scegliere l’indipendentismo significa mettersi su una strada che non si sa dove porta: se il principio è separarsi perché diversi, temo che non mancherebbero mai motivi per ulteriori divisioni. Il tema è complesso e molto altro si potrebbe dire: magari sul peso dell’eventuale ambasciatore sardo in Cina. Ma preferisco chiudere con due parole alternative. La prima è «autonomia»: oggi forse ci sono le condizioni per costruire convergenze ampie volte a realizzare quell’autonomia che è finora rimasta lettera morta: non solo in Sardegna. La seconda parola è «formazione». L’autonomia, affidata a un popolo non preparato, diventa inevitabilmente una iattura. Non bastano poche teste illuminate: il popolo intero deve essere all’altezza di se stesso. I recenti sforzi fatti perché i giovani sardi si formino in giro per il mondo devono essere ulteriormente sostenuti. Solo studiando e solo mettendo il naso fuori di casa è possibile comprendere non solo che non tutto va male, ma pure che i nostri mali non sono un destino ineluttabile: una Sardegna non clientelare, non rassegnata, non diffidente e perfino non bigotta è possibile. Insomma, più che l’indipendenza, mi pare che la formazione e l’autonomia rappresentino la risposta che la Sardegna attende. Il dibattito è, grazie a Michela, aperto.
Stefano Biancu, oristanese, insegna etica all’Università di Ginevra. È anche professore a contratto all'Università Cattolica di Milano. Dottore di ricerca in Filosofia (2006) e in Teologia (2010), ha pubblicato La poesia e le cose. Su Leopardi (Mimesis 2006) e vari saggi su riviste internazionali. Con altri, ha recentemente curato i volumi Il Corpo (Cittadella 2009), Autorità.
Una questione aperta (Diabasis 2010), Culpabilité et rétribution: essais de philosophie pénale (Schwabe 2011).
18.05.2012 18:30 -
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