di cose sarde

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ambiente

Signori senatori, questo

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Mentre Ugo Cappellacci si faceva venire un malore strategico che gli impediva di presentarsi in cons

Giovedì, 10 Maggio 2012 Commenti

cultura

Sardegna24, my two cents

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Sardegna24 ha smesso di uscire lasciando a terra una redazione di bravi giornalisti, grafici e tecni

Martedì, 31 Gennaio 2012 Commenti

economia

Alcoa tra cecità e popul

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Sembrava impossibile, eppure la classe politica sarda - Pd e PdL senza distinguo - sta dando prova d

Venerdì, 27 Gennaio 2012 Commenti

indipendenza

Sardi per caso, sardi pe

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Questo articolo scritto dall'intelligente penna di Gabriella Saba è uscito su D di Repubblica vene

Domenica, 29 Aprile 2012 Commenti

di cose sarde

alberogiudicaleQuesto intervento dell'amico Stefano Biancu è comparso questa settimana nelle pagine dell'Arborense, il settimanale diocesano di Oristano, in risposta al mio editoriale sull'indipendenza comparso su IlSole24ore il 5 giugno scorso. La foto accanto appartiene a questa autrice.


Il 5 giugno IlSole24ore ha dedicato alla Sardegna un dossier al quale ha contribuito anche Michela Murgia, con un articolo sulle ragioni dell’indipendentismo. Michela non è solo una  «gloria locale»: è una collaboratrice storica de L’Arborense, oltre che un’amica di molti di noi. Pur leggendo dunque le sue riflessioni con gli occhi dell’amico, non riesco a vincere un dubbio: non riesco a convincermi che l’indipendenza sia davvero la risposta che la Sardegna attende. Secondo Michela, le recenti affermazioni elettorali dei partiti indipendentisti mostrerebbero che l’indipendenza è possibile: basta volerla. Cadrebbe così l’argomento per cui l’«autodeterminazione politica» della Sardegna è dimostrata impraticabile dalla storia: coniugare alterità geografica, economica e culturale da una parte e indipendenza politica dall’altra è possibile. Ed è anche auspicabile: soltanto una piena sovranità del popolo sardo rappresenterebbe infatti una risposta adeguata ai problemi dell’Isola. Una rivendicazione che – conclude Michela – niente ha da spartire con l’egoismo e la xenofobia delle leghe. Ora, è difficile non essere d’accordo sulla necessità di un cambio netto di politiche sociali ed economiche in una Sardegna ferita dalla disoccupazione giovanile e dalla crisi di natalità. La Sardegna è oggi una terra disperata: si tratta di una tragedia rispetto alla quale né la politica né la comunità ecclesiale sembrano sufficientemente consapevoli. D’accordo (purtroppo) sulla diagnosi, dubito della terapia. Per quale motivo un buon risultato elettorale dovrebbe provare la bontà di un’idea politica? Certo, Michela dice altro: dice che quel risultato ne prova la concreta praticabilità. D’accordo, ma rimane il problema di verificarne appunto la bontà. È vero che l’indipendentismo oggi è difeso da belle teste; è anche vero che esso non condivide (del tutto, perlomeno) le ragioni egoistiche di altri movimenti. Ma rimane il dubbio che dietro quella affermazione elettorale ci sia anche un voto di protesta contro un sistema percepito come non ulteriormente sostenibile. Non dunque un voto così chiaramente a favore dell’indipendentismo. In ogni caso: ammettiamo che all’indipendentismo ci si voglia e possa arrivare. È anche sostenibile? È davvero possibile una Sardegna non italiana? E se l’indipendenza non fosse la risposta? Michela parla di alterità geografica, economica e culturale. Se la geografia effettivamente testimonia a favore dell’indipendentismo, la storia è perlomeno incerta. Davvero possiamo pensare che gli ultimi 150 anni siano passati invano? È evidente che siamo sardi e che siamo italiani. Basti dire che la Sardegna ha una sua letteratura che è in buona parte in lingua italiana. Proprio la specificità economica della Sardegna, poi, mi pare richieda che si faccia sistema con altre specificità economiche ad essa complementari. L’alterità culturale, infine: non nego certo che la Sardegna sia altro dalla Val d’Aosta. Mi chiedo però di quale Sardegna stiamo parlando: a Sassari e a Cagliari non si parla la stessa lingua (eccezion fatta per l’italiano) né si mangiano le stesse cose (surgelati esclusi). Scegliere l’indipendentismo significa mettersi su una strada che non si sa dove porta: se il principio è separarsi perché diversi, temo che non mancherebbero mai motivi per ulteriori divisioni. Il tema è complesso e molto altro si potrebbe dire: magari sul peso dell’eventuale ambasciatore sardo in Cina. Ma preferisco chiudere con due parole alternative. La prima è «autonomia»: oggi forse ci sono le condizioni per costruire convergenze ampie volte a realizzare quell’autonomia che è finora rimasta lettera morta: non solo in Sardegna. La seconda parola è «formazione». L’autonomia, affidata a un popolo non preparato, diventa inevitabilmente una iattura. Non bastano poche teste illuminate: il popolo intero deve essere all’altezza di se stesso. I recenti sforzi fatti perché i giovani sardi si formino in giro per il mondo devono essere ulteriormente sostenuti. Solo studiando e solo mettendo il naso fuori di casa è possibile comprendere non solo che non tutto va male, ma pure che i nostri mali non sono un destino ineluttabile: una Sardegna non clientelare, non rassegnata, non diffidente e perfino non bigotta è possibile. Insomma, più che l’indipendenza, mi pare che la formazione e l’autonomia rappresentino la risposta che la Sardegna attende. Il dibattito è, grazie a Michela, aperto.

 


stefano_biancuStefano Biancu, oristanese, insegna etica all’Università di Ginevra. È anche professore a contratto all'Università Cattolica di Milano. Dottore di ricerca in Filosofia (2006) e in Teologia (2010), ha pubblicato La poesia e le cose. Su Leopardi (Mimesis 2006) e vari saggi su riviste internazionali. Con altri, ha recentemente curato i volumi Il Corpo (Cittadella 2009), Autorità.
Una questione aperta (Diabasis 2010), Culpabilité et rétribution: essais de philosophie pénale (Schwabe 2011).

gabbiano_2_Scritto per il dossier economico sulla Sardegna uscito oggi per IlSole24ore.

Fino alle ultime elezioni regionali, quando i voti dei sardi indipendentisti sono stati più di 30mila, la parola indipendenza non era che un bisbiglio timido tra amici fidati, un discorso senza dignità politica in coda al bicchiere della staffa. Quelli che provavano a trasformarla in scelta operativa dovevano stare pronti a confrontarsi con l’ironia che si riserva agli sciocchi. Era l’ovvietà il peggior nemico del ragionamento: l’alterità della Sardegna rispetto all’Italia è una cosa così evidente che il fatto che negli ultimi sei secoli non si sia volta spontaneamente in autodeterminazione politica appariva a molti sardi la prova provata che non fosse fattibile. Se si potesse fare davvero sarebbe già cosa fatta – dicevano - perché ci sono tutte le condizioni geografiche, economiche e culturali. Non c’erano però quelle politiche, le sole in grado di fare la differenza. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Grazie soprattutto all’elaborazione di alcuni intellettuali di dichiarata matrice indipendentista, i temi dell’autodeterminazione sarda ora generano discorso pubblico, dentro e fuori dall’isola. Il primo a farne tesoro è stato Renato Soru quando ha inserito nella bozza di statuto autonomo la dicitura detonante di “sovranità del popolo sardo”. Il governo prodiano gliela cassò subito, ma il primo tabù era infranto. Seguirono la tassa sul lusso come tentativo di fiscalità territoriale e la grande protesta popolare per chiedere la restituzione dei 4,5 miliardi delle quote Irpef e Iva che lo stato italiano si era indebitamente trattenuto per dodici anni. Ma a ogni negoziazione finita a tarallucci e vino cresceva l’evidenza che nemmeno il più amico dei governi avrebbe mai riconosciuto che gli interessi della Sardegna potessero avere valore in sé, se non coincidendo con quelli più generali dello stato italiano, sui quali però il voto dei sardi pesa appena il 2%. Allo stato attuale dei rapporti l’isola non decide per sé; se noi sardi non siamo “popolo sovrano” è irrilevante che facciamo referendum contro le centrali nucleari per le quali si era in predicato come base ideale prima che Fukushima dimostrasse al mondo che il nucleare non è ideale da nessuna parte. Per invertire la crisi economica e demografica sarda occorrono investimenti infrastrutturali veri, scelte economiche di lungo respiro e relazioni con l’Europa non mediate dai compromessi altrui, ma nessuno di questi passi verrà compiuto se la Sardegna continuerà a essere annotazione a margine nell'agenda di un altro soggetto nazionale. A muovere il percorso sardo verso l’indipendenza non c’è dunque l’egoismo sociale della regione ricca e popolosa, né il localismo xenofobo che fonda il leghismo del nord Italia. C’è invece la certezza sempre più diffusa della necessità di un cambio radicale di prospettiva, quel passaggio da oggetto a soggetto che la generazione attuale non ha più paura di chiamare per nome.

Questo testo (apparso oggi su La Nuova Sardegna) l'ho scritto per il festeggiare un avvenimento cultural-economico: sei produttori sardi di vino - piccoli e meno piccoli - hanno deciso di consorziarsi e dar vita a un progetto di promozione comune: Convisar. I sardi saranno forse pocos, locos di sicuro più di uno, ma almeno la sciocchezza dei malunidos sarebbe ora che cominciassimo a rivederla. Auguri al consorzio, che gli altri prendano esempio!


 

vinoQuando da bambini mettemmo per la prima volta i piedi nudi sugli acini rotondi fu vera frenesìa, simile al tornare a casa dopo un viaggio noioso e forzato. Ricordo ancora ciascun frutto che si spaccava come un’oliva confettata sotto il peso dei nostri calcagni lisci e delle dita strette, facendo udire il suo lamento croccante lungo le ginocchia, sopra l’ombelico, oltre la gola e su, fino all’orecchio dell’infanzia contadina che tutti siamo stati, genìa danzante sull’uva matura: se non era musica quella, di certo gli somigliava molto. L’odore del succo che sprizzava dagli acini saliva acre verso il cielo, vivo e pieno di promesse d’alcol, e nell’ansimare della danza infantile lo aspiravamo a narici piene. Non ce lo avrebbero mai fatto bere una volta pronto e lo sapevamo, ma in quel respiro a polmoni aperti c’era già il riscatto dell’ingiusta privazione. Sotto ai nostri salti scomposti la grande vasca di pietra rosseggiava come una foglia in autunno e i raspi che si accumulavano sul fondo non riuscivano a trattenere il flusso del mosto fresco che colava generoso dal becco sporgente di basalto nero, dritto dentro ai secchi, facendo rumore di fonte. Gli uomini ridevano, svuotandoli man mano che si riempivano, mentre le donne aggiungevano i grappoli sotto ai nostri piedi badando che non scivolassimo sulla pietra porosa, ma non accadeva mai. Con le vesti corte e prudentemente scure, le mutande di cotone spesso e le gambe bambine arrossate dai succhi, il gioco più bello del mondo era per noi quel baccanale di frutta, distruttivo e gustoso, con un odore di proibito che ci restava appiccicato addosso per giorni: nessun adulto conosce il nome di quella libertà. Smettemmo di pigiare così non so bene quando, in autunni fatti timidi dalle cosce coperte, con braccia irrobustite ormai impegnate in altro. O forse vennero prima le macchine a danzare al nostro posto, mutando nel ronzio di un meccanismo la musica lieve dell’infanzia perduta. Di certo ricordo che noi bambini odiammo per istinto il torchio nuovo di fabbrica che mio nonno si comprò, ultimo tra tutti i suoi vicini a mettere da parte la vasca per la pigiatura.

Ogni volta che mi siedo con gli amici a tavola e scelgo con loro una bottiglia da condividere, il ricordo di quel ballo antico mi rende gelosa e astuta. Lascio scegliere il vino a chi vuole, purché sia rosso vivo, quasi nero. Binu nieddu. Non c’entra nulla il cibo, carne o pesce sono convenzioni: i vini si abbinano agli amici, non ai piatti. Per questo il bianco mi spaventa, ha segreti che non conosco e il lucore della sua trama nel bicchiere mi sembra più ingannevole di ogni turbinare di rubino. Se qualcuno lo chiede glielo servo, ma so che i nostri occhi a tavola quella sera non si incontreranno, perché non si balla lo stesso passo su due musiche diverse. Una volta scelto il nettare, levargli il sigillo è però un piacere che non cedo a nessuno. Quando il tappo di sughero sguscia via dal collo della bottiglia lo accosto al naso e lo annuso in silenzio. Gli amici mi credono somma intenditrice e spiano i gesti e le espressioni come guerrieri l’aruspice prima della battaglia finale, ma non sanno che non è il difetto del vino che io cerco: è l’infanzia, il ritmo della danza, il croccare dell’acino, il sentore del basalto impregnato, l’inciampo sul raspo, il tannino del seme, la storia di un campo e di chi l’ha posseduto. La memoria olfattiva dicono sia la più lunga e affidabile e io posso testimoniarlo. Quando riapro gli occhi e decreto che il vino va bene, tutti tirano un sospiro di sollievo. Nessuno intuisce la segreta delusione per l’ennesimo incontro mancato e insieme si brinda al futuro e al presente, che il passato non appartiene più a chi gli è sopravvissuto. Chi beve per dimenticare ci riuscirà di certo, e del resto gli uomini e il vino hanno da tempo stretto un patto disonorevole con l’oblio. Ma una donna dal frutto dell’uva si aspetta qualcosa di più. Io cerco nel profumo l’aroma e la cultura, nel colore scruto il nerbo e la storia e in ogni sorso richiamo sottovoce il retrogusto lieve della mia memoria.

Questa riflessione è di Omar Onnis e si trova sul blog SardegnaMondo.

Finalmente si sono celebrate le elezioni amministrative e soprattutto il referendum consultivo sul nucleare. La campagna elettorale è stata abbastanza penosa e di poco spessore e se non fosse per il clamoroso risultato referendario questo fine settimana appena trascorso sarebbe meritevole di un oblio rapido e indolore.

Vediamo un po’ i risultati elettorali. È evidente che, specie nei grandi centri, la tendenza è stata simile al dato italiano. Il che non deve meravigliare. L’opinione pubblica cittadina, in Sardegna, e a Cagliari e Olbia in particolare, è tributaria di un immaginario e di una identificazione ubicati ben dentro l’orizzonte di senso prodotto dai mass media italici. Il che significa assumerne le dosi massicce di limitatezza di vedute, provincialismo e grettezza. Il fatto di essere su un’isola distante con una serie di problemi tutti suoi da affrontare aggrava la portata di questa sindrome di straniamento da sé. Ma che vogliamo farci? Così è.

È legittimo dubitare che queste elezioni cambino l’andamento generale della situazione sarda. Difficilmente produrranno anche significativi mutamenti nelle dinamiche locali, persino se a Cagliari vincesse Zedda.

Si nota un calo generale delle formazioni indipendentiste. Ma qui c’è da fare alcune considerazioni: 1) erano elezioni comunali, perciò denotate da logiche e meccanismi che hanno poco a che fare con progetti generali e prospettive ideali ampie, mentre hanno un peso ben maggiore clientele, conoscenza personale, peso economico, radicamento nel territorio, o anche credibilità e riconoscibilità dei candidati; 2) chiaramente, il variegato movimento indipendentista è in una fase di assestamento, e questo di per sé ha avuto un ruolo, ma è anche vero che non ha grandi doti clientelari cui attingere e solo in rari casi può presentarsi con una credibilità non tanto politica quanto amministrativa da spendere e da mettere sul piatto della bilancia.

Il referendum invece è andato oltre le più ottimistiche previsioni. Il risultato della votazione era scontato, nell’esito, magari meno nella dimensione (più del 97% di “sì”). Quello che non si poteva calcolare a priori era l’affluenza alle urne. In questo senso i sardi hanno voluto far sentire la propria voce in modo chiaro. Persino dopo che domenica il quorum era stato raggiunto, gli elettori sono andati a votare, anche laddove non c’era alcuna consultazione amministrativa a trainare il voto referendario (penso a Nuoro, ad esempio).

Questo referendum può darci molte indicazioni utili, da vari punti di vista e sarà necessario analizzarne premesse, promozione e esiti con laica acribia. Quel che salta agli occhi è il tentativo degli schieramenti politici italiani maggiori di mettere il cappello sulla vittoria. A cominciare dal presidente della Regione, decisosi (o spinto) a salire sul carro del vincitore quando i sondaggi – a lui certamente noti, anche se proibiti al pubblico – erano ormai chiari nell’indicare il probabile esito. Ma anche i vari PD e soci stanno menando gran vanto dell’esito referendario. Nessuno di loro sembra ricordare che il loro apporto alla raccolta di firme, alla campagna di sensibilizzazione e alla mobilitazione degli elettori è stata fatta per lo più da forze indipendentiste.

Ecco, qui c’è materiale su cui riflettere. Gli indipendentisti si sono esposti molto, anche superando le reciproche divisioni politiche, per assicurare a questo referendum un esito positivo. Chiaramente qui non era in ballo l’amministrazione di un comune e le pulsioni ideali sollevate avevano un sapore generale, universale, direi, tale che l’adesione ad esse poteva in qualche misura prescindere da una vera simpatia o vicinanza politica.

In qualche misura, però. Non in assoluto. Perché in realtà nella mobilitazione e nell’esito del referendum si intravvede in nuce una nuova rappresentazione di sé dei sardi. Non più un rapporto debole e solo emotivo con la propria appartenenza, sacrificabile davanti a una realtà che si presume ostile alla prospettiva dell’autodeterminazione, ma la precisa coscienza di far parte di una collettività storica che condivide un destino comune, del quale non ci possiamo disinteressare e nemmeno aspettarci la presa in carico a nostro vantaggio da parte di una salvifica forza esterna. Non è un segnale da poco.

La maggior parte delle volte in cui si dice che i politici rubano è solo qualunquismo, ma ogni tanto il sospetto ha il suo perché. C’è chi fa la cresta sugli appalti, chi compra immobili dal suo grande elettore, chi favorisce gli amici ai concorsi, chi usa i soldi pubblici per scopi privati e chi finanzia i propri sodali in modi non sempre trasparenti. Ci sono anche furtarelli veniali, più furbi che malintenzionati, che però possono dire molto sull’attitudine al saccheggio di chi li compie. E’ il caso dei curatori del sito di Massimo Fantola, candidato sindaco del PdL a Cagliari, che nei giorni scorsi hanno ritenuto di arruolare di peso, ma dimenticandosi di avvisarlo, il noto autore satirico cagliaritano che scrive con lo pseudonimo di Banana. Le vignette di Banana – pubblicate sul cliccatissimo sito Intanto in viale Trento – sono un piccolo cult a Cagliari, perché mettono alla berlina i politici di destra e di sinistra con grande irriverenza. Fantola, che nelle vignette viene chiamato Fàntolas, è uno dei bersagli più colpiti dalla satira di Banana, che però ieri mattina ha avuto la brutta sorpresa di trovare alcuni stralci del suo lavoro inseriti di peso nella grafica del sito del candidato sindaco del centrodestra, in una pagina intitolata “parodia di una campagna elettorale“. Il problema era che la fonte delle vignette non era citata e l'autore non aveva autorizzato l’uso del suo materiale, regolarmente coperto da copyright. Il vignettista cagliaritano, niente affatto contento di venire utilizzato come testimonial involontario della campagna del PdL, ha subito incaricato i suoi agenti di contattare gli amministratori del sito per rimuovere le vignette, ma solo stamattina i curatori dell’immagine web di Fantola le hanno tolte dal sito del loro candidato, sostituendole con un furbo filmatino tampone.

Non è solo colpa di Fantola. L’abitudine ad appropriarsi del materiale trovato in rete, anche quando è evidente che appartiene a qualcun altro, è un vizietto molto diffuso in Italia. C'è infatti l'infondata convinzione che trovarlo su internet e trovarlo per strada siano la stessa cosa: se è sulla rete non è di nessuno, quindi è mio. Così si copia, si sottrae e non si cita la fonte, anzi qualche volta ci si attribuisce pure la paternità del materiale plagiato. Clamoroso il caso di Luca Barbareschi, preso con le dita nella marmellata un annetto fa mentre usava in tv le battute del blog di Spinoza spacciandole arrogantemente per proprie. Appena meno clamoroso quello di Fantola, che però a dire il vero non è nuovo ad arruolamenti unilaterali. Lo sa bene la famiglia dello scomparso Sergio Atzeni, che all’inizio della campagna elettorale si è ritrovata il volto dello scrittore spiaccicato sui manifesti elettorali di Fantola; solo le polemiche scatenate dalla sinistra, di cui Atzeni è sempre stato sostenitore e icona indiscussa, hanno fatto intuire al candidato berlusconiano che a quel chiodo non era il caso di continuare ad appendere il cappello. Tra appropriazione indebita di santino altrui e cooptazione corsara di satira con padrone, ci sarebbe da chiedersi se quella di Fantola sia davvero solo una temporanea cleptomania elettorale. Ma tra le molte domande ficcanti con cui il giornalista sportivo Massimo Caputi lo ha incalzato e messo duramente alle corde ieri sera al teatro Massimo, questa deve essere proprio sfuggita.

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1 Jan 1970
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