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ambiente

Signori senatori, questo

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Mentre Ugo Cappellacci si faceva venire un malore strategico che gli impediva di presentarsi in cons

Giovedì, 10 Maggio 2012 Commenti

cultura

Sardegna24, my two cents

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Sardegna24 ha smesso di uscire lasciando a terra una redazione di bravi giornalisti, grafici e tecni

Martedì, 31 Gennaio 2012 Commenti

economia

Alcoa tra cecità e popul

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Sembrava impossibile, eppure la classe politica sarda - Pd e PdL senza distinguo - sta dando prova d

Venerdì, 27 Gennaio 2012 Commenti

indipendenza

Sardi per caso, sardi pe

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Questo articolo scritto dall'intelligente penna di Gabriella Saba è uscito su D di Repubblica vene

Domenica, 29 Aprile 2012 Commenti

di cose sarde

Qualche giorno fa sulle pagine del quotidiano Sardegna24 è comparsa una riflessione dello storico contemporaneista Salvatore Sechi, molto critico con l'indipendentismo e con la stessa idea di indipendenza. Poiché en passant mi cita, ho valutato la possibilità di rispondergli dalle stesse pagine del giornale, anche perché mi è parso che il suo ragionamento fosse facilmente attaccabile, fragile. Non è stato necessario. Sono arrivati prima di me due interventi - di Filippo Sanna e di Salvatore Cubeddu - di una tale lucidità e autorevolezza da rendere superfluo aggiungere altro. Nell'ordine seguono l'articolo di Sechi e le due repliche di Sanna e Cubeddu. Enjoy!


 

20090610-autonomiaL'indipendentismo come feticcio di un'autonomia fallita (di Salvatore Sechi)

Ho l’impressione che in Sardegna si stia consumando un ciclo storico che modifica, fino ad alterarla, la cultura politica che ha retto le istituzioni regionali.

Una domanda di alterità, di diversità l’idea (per intenderci della “nazione sarda”) è stata dalla metà dell’Ottocento ad oggi costituzionalizzata. Era la richiesta di autonomia che la carta del regime repubblicano ha previsto.

Oggi si sta facendo strada (mi riferisco alle proposte di una scrittrice come Michela Murgia e di un politico come Massimo Dadea) una versione radicale, di tipo secessionistico, cioè l’indipendenza.

Che cosa riflette questo stato d’animo? In primo luogo la difficoltà di declinare un lungo e tenace sentimento di estraneità, di distacco (se non di vera e propria ostilità) dallo Stato centrale percepito come come inconciliabile con le forme storicamente assunte da esso.

Sentirsi una nazione mancata,o peggio tradita, alimenta una psicosi di rancore, di separatezza che politicamente sfocia in quella forma di sovversivismo che è il culto dell’auto-determinazione, di un’autonoma sovranità. La diversità dall’Italia induce a sancire questa sensazione nella costruzione di una storia istituzionale, politica, culturale inedita, come quella dell’indipendenza.

Questa forma è stata sempre il nocciolo duro dell’autonomia.La si ritrova nel dibattuto interno al sardismo (che amò fare riferimento all’Irlanda dei Sinn Fein) dopo la prima guerra mondiale.

Gli storici (penso a Brigaglia, Marrrocu, Mattone, Melis, Manconi, Sanna ecc.) sanno che quella della “nazione sarda corrisponde all’invenzione di una tradizione compiuta dopo 1820 dalla storiografia, dalla letteratura, dall’archeologia, dall’antropologia ecc. Ed è speculare a quella che ebbe corso dopo l’unificazione nazionale quando la classe dirigente post-risorgimenatale cercò di trovare in un lontano passato la legittimazione di quanto si era compiuto nel 1861.

La “conquista regia” dei Savoia dovette ricorrere a Dante, Machiavelli, Foscolo ecc. per nascondere il carattere a volte forzoso, cioè violento, militare, dell’unificazione. In Sardegna si ricorse ad un plateale falso come le carte di Arborea per mostrare le radici aurorali della nazione sarda e demonizzare il regime preunitario, cioè il dominio piemontese dell’isola.

Si tratta di una cultura artificiosa, cioè di una vera e propria invenzione (per la verità rinvenibile in altri paesi, come hanno dimostrato due studiosi anglosassoni come Hobsbawm e Ranger) che non mi pare il caso di usare come una droga per coprire una realtà molto più precisa e sensibile: cioè il fatto che l’indipendentismo è l’esito di un grande default, cioè il fallimento dell’autonomia regionale.

Alle classi dirigenti (partiti, sindacati, intellettuali, imprenditori) che si sono alternate nei governi regionali dalla fine degli anni Quaranta del secolo scorso ad oggi bisogna fare carico di quanto è sotto gli occhi di tutti.

Le politiche regionali di pianificazione fondate prima sulla grande impresa, successivamente su di mensioni medie e infine sulla disseminazione di credito agevolato, incentivi (selezionati e poi sempre più a pioggia) concessioni, agevolazioni fiscali ecc. non hanno creato un meccanismo di crescita e di sviluppo anche perché si tratta di una struttura industriale legata a solo mercato interno.

Con l’eccezione della Saras, dopo gli anni 1960-1970 tutto si è un risolto in un cimitero di capannoni e migliaia di lavoratori senza prospettive. Attualmente la mortalità delle imprese è di circa il 7,9%,ma la disoccupazione giovanile è di circa il 44,7%, come in Spagna. Dunque molto più ele vata della media nazionale( 29%). E’ aumentato il numero dei ragazzi che lasciano prematuramente gli studi, (22,9%) e non si laureano.

L’emigrazione è in ripresa. Terribile è il futuro che calcola in 400 mila nel 2040 il decremento demografico e quindi uno spopolamento ( anzi vera e propria desertificazione), che si può cominciare a rilevare a occhio nudo nei paesi abitati ormai solo da vecchi.

Il turismo è la sola attività di carattere trainante nell’isola, ma è volatile (questanno la triplicazione dei costi di trasporto inciderà enormemente), stagionale, manca di professionalità e si combina con la devastazione dell’ambiente e del paesaggio.

La condanna delle classi dirigenti è in due dati macroscopici. Il primo: non è stato risolto il problema cruciale della continuità territoriale. Il secondo: la mancanza di trasporti interni. Cagliari e Sassari non sono collegate da un’autostrada e il turismo costiero non si riversa sui paesi dell’interno per l’assenza di comunicazioni di rapido scorrimento.

L’isola è vissuta di trasferimenti dal bilancio dello Stato, cioè di una forma di assistenza. Su di essi ha prosperato un ceto politico avido, privo di competenze, che vive sul coteo (come lo chiamano i cileni), cioè la filiera di incarichi, posti, negli enti di primo e secondo grado, distillati ai partiti in proporzione ai voti ottenuti allòe elezioni.

Nasce di qui la domanda che provo a formulare: il fallimento dell’autonomia regionale è solo una parentesi storica o il segno che i sardi hanno idolatrato una forma di auto-governo delegato dal qu ale cui non hanno saputo trarre molto o molto poco? Dunque, c’è una responsabilità dei sardi, dei loro dirigenti politici, della loro mediocre cultura e capacità di governo. Una coesione regionale fondata su obiettivi concreti, cioè su riforme, potrebbe determinare l’idea che Attilio Deffenu formulò prima della guerra del 1915-1918, cioè che “la Sardegna comincerà a vivere capitalisticamente”. Con più mercato, liberalizzazioni, innovazioni, cioè riforme. L’indipendentismo è una fuga nel vuoto delle illusioni, una droga triste.


 

aL'arcitaliano (Filippo Sanna)

L’arcitaliano è spesso nato in Sardegna, a volte ci vive e ci opera. E’ un italiano nel senso migliore dei caratteri positivi dei peninsulari, si riconosce in pieno nella critica dei difetti che ne fecero Prezzolini e Papini, si riconosce anche in quel che scrive Giorgio Bocca definendosi “antitaliano”.

L’arcitaliano è diametralmente all’opposto dell’”italiano vero” di Toto Cotugno, dell’italianità prende gli aspetti migliori: lingua, arte, cultura, città e paesaggi. Poi ci sono i fascisti, ma quelli qui non ci interessano. L’arcitaliano è tale perché sa che la Sardegna è stata il nucleo fondante dell’unità e la continuità istituzionale che va da quel regno nato a Sanluri nel 1409 al 1861. Ancor di più, per un periodo breve i territori conquistati dai Savoia, furono Regno di Sardegna prima di essere Regno d’Italia. La Sardegna ha fatto l’Italia e i Sardi sono i proto italiani.

L’arcitaliano pensa che l’autonomia e la specialità della Sardegna, siano il risarcimento per le mantelline verdi della Brigata Sassari morte sui fronti della I° G.M. e per tutti i caduti per l’Italia; è orgoglioso che due Presidenti della Repubblica Italiana fossero sardi e uno lo fosse di origine, anche se torinese di nascita. Se eletto al parlamento si sente di essere rappresentante di tutti gli italiani e non dei sardi. L’Italia viene sempre prima della Sardegna.

L’arcitaliano prima era monarchico, ma dopo che la specie si è estinta è repubblicano, se poi è anche di sinistra ha brindato per l’indipendenza dei popoli colonizzati dagli europei, è stato felice per la libertà di Timor Est, manifesta in favore dello Stato palestinese, voleva che Ocalan, il leader indipendentista e separatista del PKK Curdo, rimanesse in Italia e che i Curdi, ora, abbiano il loro stato. Riconosce a tutti i popoli e le nazioni, così come stabilito dalla Carta dell’ONU il diritto all’autodeterminazione.

A tutti fuorché ai Sardi. Perché i Sardi sono Italiani, anzi italiani di Sardegna; si può concedere che siano popolo ma non nazione, perché quest’ultima è, secondo loro, un prodotto artificiale. Come tutte le nazioni, aggiungiamo noi. L’artificialità delle nazioni italiane, tedesche, francesi, spagnole spesso viene percepita da loro come “naturale”, dimenticandosi che nella storia umana non esiste niente di “naturale” neanche la famiglia, immaginiamoci i gruppi, le comunità e le nazioni. Tutte artificiali, risultato dei desideri, emozioni e volontà degli individui.

L’arcitaliano di Sardegna, a volte parla il sardo, però se non lo considera lingua morta, dice che è inadatta alla modernità, basta e avanza come lingua degli affetti. E’ meglio studiare l’inglese. Se è colto non muta l’accento quando va in continente, memore di Francesco Cossiga l’arcitaliano per eccellenza. Se non lo è tende a nasconderlo, atterrito com’è dall’ essere riconosciuto come un italiano di seconda categoria, dopo lo sforzo fatto per assimilarsi, per essere più italiano di tutti. Ha sfiducia negli altri sardi, li vive come popolo bambino, inadatto all’autogoverno.

Menomale che l’Italia c’è, se no che danni. Le parole come autodeterminazione, sovranità, indipendenza una volta lo facevano sorridere, i soliti desideri impossibili dei bambini. Oggi no, le considera una grande distrazione di massa, perché i problemi sono sempre “ben altri”. Arrivano persino a dire che l’indipendentismo è una droga triste.

Se l’indipendentismo è una droga triste, il dipendentismo da tutto e da tutti cos’è?


 

b_4moriIndipendenza: ecco perché pensarci non è peccato (Salvatore Cubeddu)


Ho pensato all’indipendenza e alle scelte di generazioni di sardi quando mi hanno detto che il comune di Narbolia aveva tutti i fondi bloccati e non poteva pagare neppure gli stipendi. Denunciati dai parenti di un turista annegato, perché accusati di non aver segnalato i pericoli del mare di Is Arenas, gli amministratori dovevano pagare circa due milioni di euro.

Come, un paese che aveva venduto il territorio rimboschito per quattro soldi in nome del progresso, che aveva puntato tutto sulle coste e sul mare facendo condizionare dai padroni italiani della costa la efficacia e la moralità della propria vita amministrativa, adesso era rovinato proprio dal mare? Certo, il territorio si può svendere anche se si è indipendenti, le vicende di alcuni stati africani lo dimostrano. L’indipendenza dovrebbe essere un processo di crescita di coscienza, di responsabilità, di capacità di autogoverno, il contrario di ciò che è successo nei rapporti tra i sardi e lo Stato italiano.

Ho pensato all’indipendenza anche quando la giovane amministrazione del mio paese ha deciso di proporre ai suoi cittadini di assumere in proprio la gestione del patrimonio comunale di terre boschive eleggendo un organismo di gestione dei mille ettari di montagna coperta di boschi. Il patrimonio collettivo verrebbe in questo modo gestito non da un ente tendenzialmente irresponsabile e sollecitato a scelte clientelari, ma dai cittadini stessi, attraverso la democrazia diretta e la delega a un consiglio di amministrazione. Seguendo il modello della gestione democratica dei beni comuni che si pratica in varie regioni italiane e del mondo. Una scelta di autogoverno, di gestione delle proprie risorse, di indipendenza. La conclusione di un percorso in cui la comunità locale ha dimostrato di saper difendere il proprio territorio dalla speculazione, di sapere conservare i caratteri naturali del proprio territorio. Salvaguardando, aggiornandoli, gli usi antichi e preservando la salute dell’eco-ambiente.

Applicazione concreta delle mete sociali più moderne,quelle del neo-comunitarismo. Mi è venuto da collegare questa sana pratica economica e politica con l’attacco di Salvatore Sechi a chi osa parlare di indipendenza della Sardegna e le riserve che Giorgio Todde fa al discorso di Massimo Dadea. I seneghesi, è di loro che si tratta, potrebbero scegliere di affidare il Monte e i suoi boschi alla gestione dell’Ente foreste. Competenza tecnica, serietà, mezzi abbondanti a disposizione per pagare lo stipendio a operai forestali. Peccato che, in cambio, ciò che prima era tuo diventi proprietà di un altro,e che, per accederea ciò che ti appartiene, tu debba chiedere un permesso. Quei territori diventano riserve dove finisci per essere tollerato, quando ti va bene. Questa delega di ogni aspetto della vita in Sardegna, dai beni culturali al sistema scolastico, agli organismi superiori, preferibilmente allo Stato italiano, in subordine e con molta diffidenza alla Regione sarda, costituisce la materia della storia sarda ormai da qualche secolo. Quale ne è stato il risultato? Possibile che non si veda lo sfacelo che abbiamo davanti? Che non si veda che una vera “autonomia” non c’è ancora stata?

L’orizzonte indipendentistico rappresenta, certo, anche la risposta all’incuria e all’oppressione statuale, ma soprattutto manifesta una nuova consapevolezza dei diritti e una conseguente assunzione di responsabilità. Altra frequente soluzione per la gestione delle cose di tutti in Sardegna è l’abbandono senza regole lasciando libero campo all’espropriazione dall’esterno. L’assenza di responsabilità, di presa di coscienza di ciò che si è e si ha, dei propri interessi e della propria identità umana e storica.L’ultimo furto in arrivo–dopo il sole, il vento, il mare e l’aria - è quello delle pianure da destinare ai cardi “chimici”. Addio a ogni nostra futura prospettiva di sovranità alimentare. Un abbrutirci sino all’infamia facendoci male l’un l’altro, facendo male alla propria terra e ai propri fratelli. Che destino può attendere chi si è ridotto così male? Sorprende che uno studioso che ha fondato la sua carriera accademica sullo studio dell’autonomismo sardo ne abbia un’idea così negativa.

Cosa hanno fatto di male i sardisti a Salvatore Sechi? Eppure (pur con qualche bandiera da farsi restituire) esistono ancora ed esiste l’indipendentismo più forte che mai, mentrel’ideologia comunista, che guidava la sua interpretazione quando cercava di dare un senso “alto” ai fatti che andava raccontando, è morta e sepolta. Allora il professor Sechi scriveva che il giusto obiettivo per la Sardegna non era quello di diventare“ sardista”, ma quello di diventare socialista. Oggi sembra che il peccato sia in fondo quello di esistere. Né autonomi, né indipendenti, i sardi devono semplicemente sparire. Al loro posto solo italiani. Italiani che hanno dato ai sardi governi esemplari, da Mussolini a Berlusconi.

 


titanic1

Questo l'ho scritto per Sardegna24.

Non bisogna aver paura se il presidente Cappellacci all’incontro voluto dal governo italiano accetterà tutti i ricatti e darà il suo benestare per vendere la parte imprenditorialmente utile della Tirrenia – cioè il personale e le navi - ai tre porcellini del mar Mediterraneo: Manuel Grimaldi, Gianluigi Aponte e Vincenzo Onorato, ovvero la Compagnia Italiana di Navigazione (detta anche CIN). Non importa se questi armatori sono sotto inchiesta dell’Antitrust per il recente aumento indiscriminato delle tariffe marittime da e per la Sardegna, quindi non proprio i soggetti più affidabili a cui dare in mano il trasporto dei sardi. Non importa neanche che i debiti della Tirrenia restino a carico del liquidatore statale, il quale con ogni probabilità farà loro fare la fine che hanno fatto le perdite dell’Alitalia nel passaggio alla famosa “cordata”:  addosso ai contribuenti. Non conta neanche che nella bozza di accordo la Sardegna abbia una partecipazione di appena il 15%, un peso del tutto ininfluente sulla politica delle rotte e delle tariffe. Anzi. Di tutto questo io sono felice, perché così le condizioni di viaggio per i passeggeri sardi senza alternative torneranno finalmente quelle di una volta. E' la Tirrenia di una volta che ha fatto di me la donna che sono. I suoi bagni luridi hanno aumentato esponenzialmente le risorse del mio sistema immunitario: oggi sono così immunizzata che potrei andare in Indocina senza fare alcuna vaccinazione. Le sue cabine a quattro posti da condividere con perfetti sconosciuti mi hanno fatta diventare tollerante verso le diversità, aperta al nuovo e curiosa degli altri. I ponti insicuri sui quali ho trascorso tante notti perché la poltrona costava troppo mi hanno fatta riflettere sulla fragilità della nostra condizione umana, così esposta ai marosi del destino. Quando riuscivo a pagarmi una poltrona era in condizioni tali da farmi valutare come alternativa anche il linoleum scrostato del pavimento, insegnandomi che quando credi che il peggio sia arrivato non è detto che poi sia davvero così. L’offerta di cibo nelle sue mense mi ha forgiata all’esercizio di un digiuno liberante. La difficoltà di viaggiare con quelle vecchie carrette, sempre piene o con tratte lente a massimo risparmio di carburante, mi ha educata al valore della rinuncia insegnandomi a non prendere le occasioni al volo, che non si sa mai dove ti portano. Vedere che per i turisti d'estate venivano messe navi migliori e più veloci mi ha insegnato che dall'altra parte del mare qualcuno era convinto che i sardi meritassero gli scarti, tanto non potevano scegliere. Per me la vecchia Tirrenia monopolistica è stata una maestra di vita e una scuola di filosofia impareggiabile. Senza la Tirrenia io non sarei indipendentista, perché niente è mai stato efficace come la sua inefficienza - e la volontà politica di lasciarla tale - per farmi capire quanto la nostra libertà di far parte del resto del mondo fosse condizionata dalle decisioni altrui. Chissà che un ritorno al salubre passato non aiuti altri sardi a realizzare le stesse conclusioni. 

 

matitaMi sono comprata da qualche giorno il nuovo libro di Giacomo Mameli, una bella raccolta di storie di sardi controcorrente che si intitola La Sardegna delle eccezioni, edizioni Cuec. Quando Giacomo me ne aveva parlato, l'idea mi era piaciuta così tanto che con entusiasmo ho accettato di rilasciare una intervista che sarebbe andata a chiusura del libro. Oggi sono riuscita a prendere finalmente il libro in mano e ho visto che le storie che ci sono scritte sono proprio quelle che avevo letto e che anche la mia intervista è quella che avevo rilasciato.
Quasi.

C'è infatti una risposta che è parecchio diversa da come l'ho data. Posso spiegarmela solo pensando che forse in Cuec abbiamo correttori di bozze o editor particolarmente creativi che modificano anche quel che non va modificato; ma fortunatamente, poiché l'intervista a Giacomo Mameli l'avevo approvata per iscritto, non è stato difficile recuperare l'originale. Per rispetto a Giacomo che mi aveva posto la domanda e ai lettori di quel libro che vorrebbero sapere che cosa ho detto veramente, la metto qui.
Eccola. 

Creiamo una repubblica indipendente sarda con Ugo Cappellacci che ha gli stessi poteri di Silvio Berlusconi o di Nicolas Sarkozy o di Gheddafi?

Il giorno in cui creeremo una mentalità tale per cui i sardi saranno capaci di pensarsi indipendenti, io sono convinta che questa nazione non esprimerà più i Cappellacci, o se lo farà, sarà capace di assumersene finalmente la responsabilità, senza difendersi dicendo che su quella sedia il fantoccio lo ha messo un altro. L’indipendenza è un modo diverso di pensare sé stessi, per arrivarci ci vogliono anni di esercizio collettivo di libertà. Chi vende il proprio voto per un posto di lavoro, chi cede il suo terreno per una speculazione che gli mette in mano due soldi, chi occulta una ingiustizia collettiva per difendere il suo personale interesse dimostra tutti i giorni che il problema dei sardi non sono mai stati i padroni, ma sempre i servi. Insieme a chi vuole fare il padrone occorre combattere la mentalità di chi non vede l’ora di fare il servo, perché è viralmente contagiosa.

La risposta che c'è nel libro è invece questa:

Il giorno in cui creeremo una mentalità tale per cui i sardi saranno capaci di pensarsi indipendenti, io sono convinta che questa regione non esprimerà più i Cappellacci esattamente come in campo nazionale non esprimerà più i Berlusconi. Il problema non sono i padroni. Come sempre il problema sono i servi. Combattiamo la mentalità dei servi perché è quella che genera altri servi.

In effetti è un po' diversa. 


 

Post scriptum

Doverosamente pubblico la nota di chiarimento di Mario Argiolas, responsabile editoriale di Cuec edizioni.

La CUEC Editrice, di cui sono responsabile,non si permetterebbe mai di alterare le risposte di un autore, per questa ragione gli editor creativi li teniamo a debita distanza. L'intervista è stata da noi pubblicata così come ci è stata consegnata da Giacomo Mameli. Peraltro lo stesso Mameli ci ha confermato prima della stampa di avere concordato con Michela Murgia ogni riga dell'intervista da noi impaginata. Spero si tratti di un disguido perchè eravamo convinti di avere pubblicato un bel libro, utile e interessante, arricchito dalla bella intervista a Michela Murgia.
Caro Mario, grazie di questa tua precisazione e ti prego di scusarmi se ho dubitato anche solo per poco dei professionisti che lavorano in Cuec, con i quali anche mi scuso. Chiarirò dunque con l'autore dell'intervista Giacomo Mameli, per il quale ho stima professionale e affetto personale, la ragione della differenza tra il contenuto che ho approvato per la stampa e quello che ho effettivamente ritrovato sul libro, che resta bello e interessante come tutto il vostro catalogo. Conto sulla tua disponibilità e cortesia per aiutarmi a trovare modo di rettificare quella risposta anche nel libro. Grazie!
Michela

incredibile010Questo articolo lo ha scritto Massimo Dadea - già assessore regionale agli Affari Generali durante la giunta Soru - ed è uscito oggi su Sardegna24. Sbalordisce per chiarezza dei termini, specie considerato che non viene dal membro di un partito indipendentista. Mi interessa molto questa apertura, anche se credo che sbagli interlocutore rivolgendosi al PD, al quale l'indipendenza dei sardi interessa quanto le vecchiette ai pedofili. Ma questo non toglie niente alla provocatorietà di quest'analisi. In ora bona.


 

Perché una parte importante della sinistra considera l’idea indipendentista un tabù intoccabile? Che cosa impedisce di confrontarsi con una opzione istituzionale che non è più appannaggio di una ristretta élite culturale ma è penetrata in profondità nella società sarda?

Spesso dietro quel tabù si nasconde un pessimismo disperante nei confronti dei sardi, sulle loro capacità. Altre volte è il frutto di una paura ancestrale: quella di recidere il cordone ombelicale con la madre patria. Eppure indipendenza non vuol dire cingere la Sardegna con il filo spinato, né erigere una palizzata intorno alle nostre coste e neanche buttare a mare ciò che di buono ha fatto lo Stato italiano in tutti questi anni. L’indipendenza non è di per sè una cosa buona o cattiva e nemmeno la panacea di tutti i mali, ma semplicemente uno strumento per poter decidere in piena libertà, nel solo interesse dei sardi.

Sono solo alcuni dei quesiti cui dovrebbe cercare di rispondere il Pd sardo, impegnato nella costruzione di un moderno partito riformista, autonomo e federato con il Pd nazionale. Non solo il Pd, ma la sinistra nel suo complesso dovrebbe recuperare su questi temi un’inerzia che dura da decenni. La sensazione è che l’elaborazione si sia come cristallizzata e che si continui a vivacchiare su unariflessione che risale alla prima metà del secolo scorso. Un’elaborazione oramai vecchia, perché figlia del suo tempo. Concetti quali Autonomia, Specialità e Identità non possono essere riproposti con le stesse modalità e significati con cui furono elaborati dai Padri dell’Autonomia. E allora, parafrasando Theodor Adorno, si potrebbe dire che «non si tratta di conservare il passato ma di realizzare le sue speranze».

Incominciamo a prendere atto che l’Autonomia speciale è finita. L’Autonomia così come è venuta configurandosi è oramai uno strumento inadeguato rispetto ai bisogni di autogoverno e di autodeterminazione del popolo sardo. Sì, popolo sardo. Un popolo è tale se si riconosce a esso un’identità peculiare, distinta. L’identità di un popolo è la sua storia, le sue tradizioni, la sua arte, la sua cultura, la sua lingua, il suo ambiente, il suo paesaggio, il suo essere parte di un’isola “distante”. Tutto questo fa di quel popolo una comunità distinta, portatrice di diritti particolari: una Nazione che aspira a diventare Stato.

Bisogna però velocemente uscire dalle nebbie di un frasario che nasconde spesso l’assenza di contenuti. È’ venuto il momento di iniziare a mettere i piedi nel piatto, definendo obiettivi, contenuti e percorsi, prima che altri decidano per noi, contrabbandando per riforma istituzionale, il “federalismo”, quella che è una mera riforma fiscale che accentuerà le differenze tra le regioni, a tutto vantaggio di quelle ricche. Proviamo allora a tratteggiare un percorso ea ipotizzare i contenuti del nuovo patto costituzionale tra la Sardegna e lo Stato italiano. Prima di tutto deve essere un patto tra eguali, che riconosca “formalmente” il principio dell’inviolabilità del rapporto singolo della Sardegna con lo Stato. Non un generico accordo che coinvolga la Sardegna nel calderone delle altre regioni. Sul piano “sostanziale” deve contenere più poteri, più sovranità, soprattutto su quei temi dove più incidente è la presenza dello Stato: servitù militari, energia, paesaggio, ambiente, patrimonio archeologico, ruolo internazionale.

Elemento caratterizzante ed innovativo del patto costituzionale deve essere la definizione di apposite procedure istituzionali, concordate e condivise tra le parti, a conclusione delle quali, e solo dopo l’indizione di un referendum consultivo, si concretizzerebbe la scelta indipendentista. In buona sostanza, il vero principio costituzionale regolatore del processo, risiede nel consenso, nella condivisione, nel reciproco rispetto, nella pari dignità.L’indipendenza della Sardegna sarebbe affidata a un accordo tra le parti, ad una scelta condivisa e consensuale, legittimata da un pronunciamento del popolo sardo, nel pieno rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Poligono-QuirraQuesto editoriale l'ho scritto per Sardegna24, il nuovo quotidiano di tutta la Sardegna.

Se le parole contano ancora qualcosa, nessuno dovrebbe meravigliarsi che lo Stato italiano non paghi i danni della presenza delle basi militari sul territorio della nazione sarda. E’ infatti la parola stessa che le designa a suggerirci che per averle addosso non ci spetta alcuna compensazione: quelle sono servitù, cioè territori in condizione di schiavitù, obbligati da un rapporto di sottomissione politica alla funzione violenta dell’attività militare. Non esistono contropartite in relazioni come queste, solo sudditanze e la mimica tipica dello scaricabarile, le braccia allargate nella ciclica messa in scena dell’impotenza istituzionale. I soldi non ci sono, dicono i funzionari ai sindaci di quei territori, ma chi può crederci sapendo che affittare il solo poligono di Quirra agli eserciti stranieri fa guadagnare allo Stato italiano cinquantamila euro all’ora, cioè un milione e duecentomila euro ogni singolo giorno di utilizzo? Un affare annuale di proporzioni colossali per il Ministero della Difesa italiano, che però neppure in quell’enorme flusso di denaro ha trovato le cifre per compensare almeno in parte i sardi del danno ambientale e sociale che deriva dall’essere a tutti gli effetti un territorio in guerra permanente. Qualcuno ha creduto che potessero bastare gli stipendi a fare da contropartita, salvo poi accorgersi che non sono sufficienti neanche a pagarsi le cure per le leucemie misteriosamente moltiplicate intorno alle basi. Qualche sindaco ci prova ancora a invocare la tutela del cosiddetto indotto, facendo finta che non sia un “indotto” delle basi anche il sospetto dell’inquinamento da nano particelle che ha costretto i giudici a sgomberare in via preventiva i pastori dai loro pascoli millenari. Per fortuna nessuno menziona più il discutibile prestigio di servire la sicurezza della nazione italiana; è un privilegio da sempre tutto sardo che tra le altre cose ci costa anche il sottosviluppo delle infrastrutture dell’intero lato occidentale dell’isola, dove non si possono costruire né potenziare aeroporti civili perché il cielo è quasi interamente chiuso dalle attività militari: l’azzurro dell'ovest sardo serve infatti alle esercitazioni e al passaggio dei caccia supersonici diretti verso i fronti di guerra in cui, sotto la maschera ipocrita delle missioni di pace, l’Italia è coinvolta a pieno titolo. Lo sanno i cittadini di Cabras, i cui vetri tremano come foglie ogni giorno per le bombe esplose in mare al largo dello scoglio del Catalano dai militari della base aeronautica di Capo Frasca. Lo sanno anche i passeggeri di Elmas, i cui voli da settimane vengono ritardati per consentire il macabro passaggio dei caccia che da Decimomannu partono a bombardare Tripoli. Chiediamoli dunque a gran voce quei 15 milioni di euro a quinquennio che lo Stato italiano non sta versando, ma non commettiamo neppure per un momento l’errore di credere che il prezzo della nostra servitù sia tutto lì.

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1 Jan 1970
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