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politica

Il consigliere regionale  Paolo Maninchedda torna anche oggi a scrivere di me, piccato della critica che ho rivolto all’abituale uso diversivo (diffuso, mica solo suo) del tema “vessazioni alla lingua sarda” ogni volta che si presenta una rogna di ben altra detonanza. Per la seconda volta ripete che io non posso rimproverargli il silenzio perché avrei scritto in diebus illis una cosa di troppo, e questa cosa sarebbe l’epigrafe di un capitolo di Viaggio in Sardegna dove compare una citazione di Antonangelo Liori sulla balentìa. La citazione è la seguente: “Se questo mondo fosse fatto tutto di balentes, sarebbe un gran bel mondo.” (Manuale di sopravvivenza in Barbagia, ed. La Torre, con mirabile prefazione di Bachisio Bandinu).
Liori al momento è nel carcere di Buon Cammino con un curriculum da boss della truffa, ed è finito in quella citazione perché questa sua inclinazione al delinquere, al tempo di Viaggio in Sardegna già ben nota dai precedenti penali, lo rendeva incarnazione esemplare della contraddizione della balentìa, nata in altri tempi per indicare una chiave etica di sopravvivenza e finita a far da alibi mediatico a quel tipo di delinquenza che solo nei casi più fortunati porta al carcere, negli altri al cimitero.
Liori provatamente ha vissuto secondo quest’ultima lettura, ma tanto gli piaceva leggersi nell’altra che nessuno più di lui meritava di finire, oltre che a Buon Cammino, anche in epigrafe a un capitolo dove questa contraddizione viene spiegata chiaramente, e non certo per assolverla. Nella stessa logica se oggi dovessi riscrivere Viaggio in Sardegna e inserirci un improbabile capitolo sullo stereotipo del sardo orgoglioso, non mancherei di ficcargli in epigrafe l'imbattibile frase odierna di Ugo Cappellacci: “Ciò che resterà di me è che sono un no-man”, e credo che proprio nessuno penserebbe che è lì perché la condivido. Del resto perché lo si dovrebbe pensare? Io alleanze con Cappellacci non ne ho mai fatte, esattamente come non ho fatto associazione a delinquere con Antonangelo Liori.
Una di queste due cose invece Paolo Maninchedda l’ha fatta, e capisco che le conseguenze al momento presente siano talmente spinose che persino la collaudata strategia dell’alleato di opposizione, un po’ leale e un po’ no, non basti più a giustificarsi davanti al crescente sconcerto della base sardista. Sarebbe bello se questo problemino politico fosse risolvibile attribuendo a me, agli scrittori sardi e financo a Irs inesistenti simpatie per l'esotismo del mondo arcaico e conseguente deliquio al passaggio del bandito d’onore, ma temo che bisognerà inventarsi qualche cosa d’altro.

Non è una singolare coincidenza che il 12 luglio, in piena bufera giudiziaria per la presunta P3 in cui è coinvolto il PdL sardo, i due siti più frequentati dell'allenza di centro-dentra mettano a fuoco questioni di lingua?

Vito Biolchini mi ha regalato ieri uno scatto che fotografa la crisi in Sardegna meglio di qualunque riflessione. La condivido.

ugo

CROCIFISSO: CAPPELLACCI, FA PARTE DELLA NOSTRA CULTURA
(AGI) - Cagliari, 12 nov. - "Il Crocifisso ci appartiene perche' siamo cresciti con lui e fa parte della nostra cultura di cittadini italiani ed europei. Purtroppo ancora una volta l'Italia si trova divisa nel tentativo di far prevalere una ragione sull'altra".
Con una lunga lettera aperta pubblicata stamane il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, interviene nel dibattito seguito alla sentenza della Corte europea che ha bocciato la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. "A che serve rinnegarlo o, peggio, giudicarlo inoffensivo?", scrive Cappellacci. "Il Crocifisso appeso su un muro mi provoca emozione. Mi fa sentire vivo. Una parete spoglia no".


Nel Vangelo secondo Ugo, qualsiasi cosa cresca con noi - dal nostro cane all'Arbre Magic, con sottofondo di Happy Days - diventa parte intangibile della nostra monolitica cultura. Sorvolando sulla toccante confessione di ciò che lo fa sentire vivo, è interessante notare come il Cappellacci-pensiero individui il triste segno della nostra immaturità sociale nel fatto che ancora resista un pernicioso dibattito tra diverse ragioni, altrove detto anche "dialettica democratica"; evidentemente per lui sarebbe molto più sensato avere - one nation one station - tutti la stessa idea, e non escludo che parli per esperienza personale nel PdL. E pensare che per studiare queste pregnanti dichiarazioni è stato necessario assumere un ufficio stampa di ben ventuno giornalisti. Chissà che perle, senza.

Non sono complottista, ma se lo fossi probabilmente mi piacerebbe immaginare che dietro alla storia sassarese della laurea honoris causa a Gheddafi ci fosse un disegno politico e diplomatico preciso; l’inconsistenza delle motivazioni portate dal rettore della facoltà e l’imbarazzata reticenza a rivelare a chi sia venuta l’idea di dare al dittatore libico questo riconoscimento fanno supporre che la richiesta venga in realtà dall’esterno dell’ambito accademico, che infatti manifesta un più che comprensibile imbarazzo. Se fossi complottista - e non lo sono - ipotizzerei che la pressione in merito fosse politica e facesse parte non già di un tentativo di migliorare le relazioni Italia-Libia - che allo stato attuale sono molto più strette di quanto il pudore democratico suggerirebbe di avere - ma di quello di servirsi proprio di queste buone relazioni per legittimare la Libia davanti all’Europa, che invece le fa ancora tante motivate resistenze. Non è importante sapere se dietro ci sia una richiesta precisa del vanitoso dittatore, o se invece la lusinga sia sorta motu proprio da Roma; fatto sta che se fossi complottista - e preciso che non lo sono - supporrei che per realizzare questo desiderio fosse conveniente rivolgersi a un ateneo di provincia, certo non l’ultimo della fila, ma neanche uno che abbia da proteggere particolari prestigi. Per vincere la prevedibile resistenza a questa marchetta, immaginerei che l’ateneo magari ottenesse la controparte di un sacco di soldi in donazione, esca forte per qualunque rettore in tempi di tagli e ridimensionamenti. Mi spingerei quasi a pensare che per portare avanti questa proposta si fosse speso in prima persona un politico sassarese molto potente e con qualcosa da dimostrare, magari uno che sconta qualche quarantena politica a causa di una fedeltà passata non totalmente cieca. Ma per arrivare a supporre questo dovrei essere molto, molto complottista, e assolutamente non lo sono.