
Questo pezzo è uscito anche su Sardegna24.
L'incredibile testo contro il piano paesaggistico che la giunta Cappellacci ha pubblicato a spese di tutti i sardi sui principali quotidiani dell'isola ricorda moltissimo la furba campagna pubblicitaria con la partita a scacchi che il Forum per il Nucleare lanciò massicciamente un anno fa prima che Fukushima e un opportuno referendum smontassero per sempre i sogni radioattivi del governo italiano. Quelle due pagine usano lo stesso registro ingannevole, retorico quanto basta per restare impresso a chi non ha dimestichezza con le furbizie tecniche del linguaggio. Vale la pena smontare i trucchetti del pubblicitario che le ha scritte, e non solo per amore delle coste sarde ancora scampate al cemento, ma anche per semplice rispetto dell'onestà: chi strumentalizza le parole merita di essere sbugiardato, tanto più se c'è in gioco la sopravvivenza ambientale dei sardi e della loro terra.
Il testo comincia ponendo proprio la domanda che vuole depotenziare: “è vero che volete cancellare il PPR per riempire la Sardegna di cemento?” Il pubblicitario afferma subito che questa non è una domanda, ma rappresenta una paura, come chiedere se dentro all'armadio c'è l'uomo nero. Il sottotesto implicito è che chi si pone domande simili è un pauroso. Di più, suggerisce la pagina: è un ignorante poco informato e pieno di pregiudizi. Che altro se non pregiudizi potrebbero essere lo scempio della Caletta a Siniscola, l'orrore di Funtana Meiga a Cabras, la lottizzazione di Tuerredda a Teulada, i cantieri adesso bloccati sulla costa ogliastrina, i progetti in attesa a capo Malfatano, la costa olbiese che ha il record del cemento sull'isola e tutte le altre lottizzazioni in attesa di approvazione in nome dello sviluppo? Per la giunta Cappellacci questi non sono fatti, ma solo “false informazioni”.
Il pubblicitario a questo punto fa un gioco mimetico: usa come se fossero suoi gli argomenti che storici difensori del paesaggio hanno sempre ripetuto, cioè che “il paesaggio è di tutti noi, ancora di più è in tutti noi”. Vengono evocate le vacanze al mare dei bambini, le gite nei boschi, le vigne dei nonni, campi nebbiosi e chiesette di paese, vicoli bucolici e il soffio del maestrale. L'azione di appropriamento del linguaggio degli ambientalisti serve a rassicurare il lettore diffidente dandogli a intendere che non deve aver paura: "la pensiamo come te”. In realtà questo fraseggio è solo un attivatore di emotività dove le parole vengono usate come pulsanti emozionali; ciascuna accende una lampadina: la sequenza vacanze, bambini, bosco, vigna, nonno, campi, chiese, nebbia, paese, maestrale evoca sereni ricordi d'infanzia e relazioni familiari. Sono parole fisiche, cioè hanno la capacità di creare nella testa del lettore un'immagine precisa, rassicurante e confortevole, che ha lo scopo di tranquillizzare e preparare al passaggio successivo. “In questi anni si è fatto molto perché ce ne rendessimo conto. Indietro non si torna. Ma si deve andare avanti.” E' il segnale dello scarto del discorso: il soggetto nebuloso dà ad intendere che sia l'attuale governo regionale ad aver fatto molto per consolidare l'idea di paesaggio come luogo identitario, il che non solo è falso, ma è vero l'opposto. Il testo continua affermando che “oggi le regole fatte per il paesaggio lo hanno intrappolato in una fotografia destinata a sbiadire. Perché non possiamo bloccare l'evoluzione della vita, e con essa l'evoluzione del paesaggio. Ma vivere, ed evolvere, con le regole attuali non è possibile.” Qui appare un'altra serie di parole-pulsante, ma di segno angosciante, opposto alla prima: intrappolato, sbiadire, bloccare e la locuzione definitiva non-è-possibile, che suona come la posa di una lapide. Queste parole servono a destabilizzare il lettore e strapparlo dalla condizione emotiva di tranquillità campagnola in cui lo aveva condotto il primo blocco narrativo.
L'effetto di straniamento viene legato a una precisa parola-ponte: "regole", che viene ripetuta due volte, all'inizio e alla fine della frase, come fosse una parentesi tonda. Il sottinteso - del tutto indimostrabile sul piano razionale, ma molto efficace su quello inconscio - è che sia l'esistenza stessa delle regole a trasformare l'iniziale scenario vivibile in un deserto sterile, dove addirittura non è possibile l'evoluzione della vita. Il pubblicitario in questo caso non ha usato alcuna parola fisica, ma solo verbi: il risultato è una sensazione indefinita di allarme collegata al concetto stesso di regola. Da qui in poi è facile per lui affermare che le regole sono un danno nazionale che impone ai sardi un giogo intollerabile. Quello che ci viene descritto è un popolo senza futuro: morto di sete sulle sue spiagge, privato del diritto ai pannelli solari, costretto a buttare i figli senza un tetto fuori di casa, ridotto in schiavitù dall'impossibilità di cambiarsi gli infissi e abbandonato a sé stesso dai turisti che corrono in Croazia o in Marocco (anzi, “piuttosto che” in Marocco) come se la fuga verso quei lidi dipendesse dalle spiagge sarde troppo selvagge e non dalla concorrenza di una forza lavoro che costa un terzo della nostra. Naturalmente nella narrazione di questa terra sarda ridotta in schiavitù ci sono quelli che le regole non le rispettano e si costruiscono lo stesso la villetta fronte mare, ma non è un problema. La giunta Cappellacci ha già pronto per loro l'alibi tanto caro agli stupratori: non hanno colpa, sono stati provocati. Qual è dunque la soluzione a questo caos primordiale riconducibile all'esistenza delle regole? Facile: riscriverle in modo che consentano tutto quello che si consente in Croazia e Marocco, dove i resort sorgono direttamente in spiaggia. Questo però il pubblicitario non è così scemo da scriverlo chiaro; anzi, in tutto il testo non troverete nemmeno una volta la parola “costruire”. Al suo posto la giunta Cappellacci fa utilizzare una quindicina di locuzioni tanto vaghe quanto ossimoriche, come “rivitalizzare” la Sardegna, “tutelare, ma crescere”, “essere al passo col tempo”, “proiettati nel futuro”, “aprirsi al mondo”, “evitare la burocrazia” e “lasciare ai figli” una terra “più bella e forte”.
Hanno ragione: piena di cemento armato sarà di sicuro fortissima.
Ora aspettiamo trepidanti la seconda puntata delle furberie linguistiche a nostre spese.
Ecco il testo originale pagato dalla Regione Sardegna sui quotidiani
Domanda: ma è vero che vogliono cancellare il PPR per fare in modo che si torni all'assalto delle coste e alla distruzione del nostro patrimonio paesaggistico? Risposta: qualche volta le domande più semplici nascondono le paure più grandi. Queste paure sono alimentate da notizie imprecisi, da pregiudizi o da poca informazione. Ma non c'è niente di più semplice che raccontare le cose come stanno. Per poterle verificare e capire che chi vive di paure non è libero. Il paesaggio è di tutti noi, ancora di più è in tutti noi. E' nel nostro cuore, nel nostro modo di essere. Nelle vacanze al mare da bambini, nel bosco delle nostre gite, nella vigna di nonno all'imbrunire, nei campi gialli dell'afa estiva, nelle chiese della domenica mattina vestite di nebbia, nei vicoli stretti dietro casa di paese, nella vista che ti sembra di essere in una cartolina se non fosse per il maestrale che ti lascia senza fiato. La Sardegna è il suo paesaggio, come ciascuno di noi è il suo volto, con gli occhi grandi e il naso storto, i capelli scuri e la pelle olivastra. Il paesaggio è identità. In questi anni si è fatto molto perché ce ne rendessimo conto. Indietro non si torna. Ma si deve andare avanti. Oggi le regole fatte per il paesaggio lo hanno intrappolato in una fotografia destinata a sbiadire. Perché non possiamo bloccare l'evoluzione della vita, e con essa l'evoluzione del paesaggio. Ma vivere, ed evolvere, con le regole attuali non è possibile. Oggi oltre un milione e trecentomila sardi vive sotto un vincolo paesaggistico. La stragrande maggioranza di questi (e siamo noi) neanche lo sa. Ce ne accorgiamo quando magari dobbiamo cambiare gli infissi della nostra casa, o rifare il tetto con tegole fotovoltaiche per risparmiare qualche euro salvaguardando l'ambiente, o quando pensiamo di chiudere una veranda perché in cameretta i ragazzi non ci stanno più. Ce ne accorgiamo quando per trovare una bottiglia di acqua fresca sotto l'ombrellone dobbiamo tornare a prendere la macchina e cercare un bar da qualche parte, ma non so dove. Ce ne accorgiamo quando leggiamo che i turisti non vengono più in Sardegna perché preferiscono gli alberghi con i servizi adeguati in Croazia piuttosto che in Marocco. Ce ne accorgiamo quando i nostri figli stanno ancora a casa perché non ne possono avere una per loro, perché un bivano costa trent'anni di un lavoro che non c'è e il valore di una nuova casa sale anche se nessuno la compra, perché tanto sarà sempre più difficile costruirne altre. Ce ne accorgiamo quando vediamo in tv le immagini delle villette sequestrate perché totalmente abusive, perché quando tutto è vietato e non c'è nessuna direzione verso cui andare, prima o poi qualcuno sfonda il recinto. Le regole di oggi vietano e bloccano. Ma allora non sono regole: sono divieti e blocchi. Vogliamo avere invece un insieme di regole efficaci e chiare, conosciute e condivise, che siamo una via per lo sviluppo e una speranza per il futuro. Ciò che vogliamo tutelare è il paesaggio, non le leggi sul paesaggio. Tutelare non è vincolare, come educare non è inibire. Vogliamo che i nostri figli e i loro figli e ancora dopo i figli dei loro figli nascano, crescano, conoscano e portino dentro di sé quella Sardegna che noi abbiamo conosciuto, libera e forte nel suo aspetto come nel suo cuore, che sa difendere la sua bellezza ma che rimane vitale e capace di aprirsi al mondo senza perdere la sua identità e la sua storia. Vogliamo essere al passo con il nostro tempo, ma proiettati nel futuro, non girati a rimpiangere il passato mentre cerchiamo di fermare il tempo. Vogliamo sapere prima di fare le nostre scelte quali sono i modi e i tempi per realizzarle, senza dover sottostare all'incertezza di una burocrazia fatta di sabbie mobili e della politica delle intese fatte per simpatia o tornaconto. Per qusto abbiamo riscritto alcune regole, più semplici da leggere e da applicare, per questo abbiamo messo a disposizione strumenti moderni per far conoscere a tutti cosa sia da tutelare e cosa da vincolare, cosa da salvaguardare e cosa da trasformare. Il PPR è nato pensando che la Sardegna fosse una terra che doveva essere difesa dal popolo che la abita; lo abbiamo voluto riscrivere perché invece crediamo che sia quel popolo, tutto il popolo sardo, di qualunque colore sociale e politico, che voglia difendere la terra in cui vive per affidarla ai figli più bella e più forte.
Nel video che segue il presidente della regione sarda Ugo Cappellacci illustra a un elettore preoccupato la sua personale visione di Sardegna più bella e forte.
@sara
non riesco a trovare la pagina che dici...
inoltre non riesco a capire che costi ci possano essere.
i commenti sono di invidia perché avete la natura intatta. distruggetela e diventerete come un qualsiasi altro luogo turistico con nulla più da offrire e senza potere fare prezzi aggressivi come altri paesi dove il lavoro costa meno (marocco per esempio)
non rispondo al resto anche se sono in totale disaccordo
Se ti piace la natura intatta e senza turisti tra i piedi prova ad andare nelle zone più selvagge dell'Africa poi torna e dimmi se quello è l'Eden che sogni. Oppure prova soltanto un attimo a sforzarti di immaginarti nella Sardegna di solo pochi decenni fa, prima dell'arrivo del principe, se non ci riesci te lo dico io: c'era la fame più nera. Quelle pietraie non valevano niente per contadini e pastori, l'Agha Khan gli ha riempiti di soldi tanto che molti hanno vissuto di semplice rendita. Ti sembra il caso di sputarci sopra?
Costruire non è un crimine, l'architettura è un arte, il turismo ha dato un valore alla nostra terra che prima non c'era.
Se avete un alternativa non dovete fare altro che proporla. Gli ambientalisti con la pancia piena sono figli di quest'epoca di benessere, chi ha conosciuto la fame del dopoguerra come me non si commuove al ricordo di una Sardegna selvaggia e misera. Preferisco Briatore a Gavino Ledda.
18.05.2012 18:30 -
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