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Questo articolo è della scrittrice Evelina Santangelo.

Dopo dieci anni di collaborazione con la casa editrice Einaudi, dichiaro che io oggi più che mai non me ne vado.

Dichiarazione di una «collaborazionista»... come qualche scriteriato in internet si è permesso di apostrofare chi pubblica o collabora o lavora in Einaudi.

Oggi, nel mezzo di questo vespaio forsennato di voci, che nella rete e nelle campagne  di boicottaggio  di autori Mondadori ed Einaudi (quelli che, guarda caso, più si sono  distinti per impegno civile, cosa che dovrebbe spingere a riflettere un minuto di più) trova le sue più virulente e irrazionali manifestazione, io dico che non me ne vado.

Io oggi non me ne vado perché una casa editrice è tutto quel che ha costruito in tutta la sua vita editoriale, e nei cataloghi Einaudi ci sono autori i cui nomi e le cui opere sono di gran lunga più significativi, per la storia passata e presente di questo paese, di chi oggi la possiede.

Io oggi non me ne vado perché oggi (domani non so) nessuno, guardando i cataloghi Einaudi, penserebbe mai che, se l’Einuadi (come la Feltrinelli, come Adelphi, come Rizzoli...) non è più quella di un tempo non è certo per una resa al berlusconismo, ma forse ahimè per una resa ai tempi, cui si sono arresi, a ben guardare, anche e soprattutto i lettori, così come tutte le case editrici che stanno sul mercato. La vera domanda sarebbe dunque piuttosto: quanto ci si è arresi. E non mi sembra che l’Einaudi si sia arresa più di quanto non abbiano fatto altre case editrici che vantano un passato di impegno.

«Dov’è l’Einaudi di un tempo?» dicono quelli che hanno memoria (e pure quelli che non ce l’hanno, perché avere memoria anche di quel che al limite si è orecchiato oggi fa molto «impegnati», vista la penuria...). Mentre io chiederei loro, a quelli che hanno memoria soprattutto: E dove sono i lettori einaudi di un tempo? Dove è il partito comunista italiano di un tempo? Dove è la controcultura, il controsistema? ...E dove è l’Unione Sovietica? Dove sono i paesi del Patto di Varsavia? Dove sono i regimi comunisti della Cecoslovacchia, della Polonia, dell’Ungheria, della Romania...? Perché c’era anche quello allora, che piaccia riconoscerlo o meno.  E dove sono gli operai? No, quello non glielo chiederei, perché oggi stanno tutti lì – operai, insegnanti, collaboratori occasionali, collaboratori a progetto, interinali... – tutti sui tetti o acquattati, zitti e muti, per non finire dove gli altri sono già finiti, sui tetti, se gli va bene....

Io oggi non me ne vado perché se guardo oggi al catalogo Einaudi vedo che, nel panorama italiano (con tutto quel che significa oggi «il panorama italiano» in cui tutti siamo calati) riesce ancora a distinguersi per pluralità e qualità delle voci, per indipendenza, per rigore professionale. Non ci saranno i Pavese, i Calvino, i Vittorini... che, a loro volta, se ne presero, eccome, di bordate, perché non erano come chi li stigmatizzava voleva che fossero: quasi sempre troppo poco impegnati, troppo «sistema»...

Io oggi non me ne vado perché non ascolto i bravi «consigliori», appunto, che sanno alla perfezione dove sta il giusto e l’ingiusto, e il giusto, guarda caso, sta sempre dove stanno loro, anche se, a ben guardare, non è che abbiano poi fatto così tanto per stare nel giusto, e a volte non hanno fatto un bel niente, e a volte hanno fatto più o meno quel che io stessa ho fatto: il mio «mestiere» con indipendenza, passione, scienza e coscienza, e uno studio matto e disperatissimo che dura da decenni.

Io oggi non me ne vado perché in Einaudi ho curato un libro monumentale come Terra matta, che qualcuno aveva definito «il capolavoro che nessuno leggerà mai». E non ho molti dubbi che nessuno l’avrebbe potuto leggere se una casa editrice come Einaudi (l’Einaudi di oggi, non di ieri) non avesse fatto l’azzardo di compralo e la sottoscritta non avesse lavorato tre anni a più o meno millecinquecento euro l’anno per dar voce a un bracciante siciliano macinato dalla Storia che – la Storia (più di mezzo secolo di Storia italiana) – l’ha capita e patita più di qualsiasi storico di professione.

Io oggi non me ne vado perché in Einaudi ci sono studiosi che da sei anni lavorano all’Atlante Storico della Letteratura Italiana nel sottobosco del mercato, nel sottobosco dell’editoria rampante, per salvare un patrimonio di intelligenza, critica, cultura che oggi non è certo moneta corrente. Per questo, a ottobre, quando uscirà il primo volume, io personalmente ci sarò.

Io oggi non me ne vado perché è un sacrilegio abbandonare la cultura al suo destino all’interno di una casa editrice che, nonostante tutto, produce ancora cultura, traduce cultura, conserva cultura in un mal paese dove predomina e la fa da padrone la più greve, arrogante, spocchiosa, irrazionale o, di contro, calcolatissima sottocultura.

Io oggi non me ne vado perché non vedo il motivo per cui debba andarmene io da una casa editrice che è stata comprata con un atto di corruzione da una proprietà truffaldina.

Io oggi non me ne vado perché l’Einaudi forse è ancora uno dei posti meno corrotti di questo paese, nonostante sia proprietà di un corruttore (materiale e spirituale), che forse, sino ad ora, almeno, aveva altre cose per la testa, altre priorità che distruggere l’Einaudi.

Io oggi non me ne vado perché non me ne sto zitta anche se collaboro e pubblico prevalentemente con Einaudi, mentre qualcuno («Libero», «il Giornale») vorrebbe che i collaboratori e gli autori Einaudi se ne stessero zitti e buoni, come se fossimo servi di un padrone (cfr. l'articolo del caporedattore delle pagine culturali di «Libero», Francesco Borgonovo, del 1° dicembre 2009: «Berlusconiani ma compagni. A Einaudi la lotta continua»). E siccome io non ho padroni e non ho attitudine da serva: che mi si paghi per il mio lavoro intellettuale (quel poco che oggi è pagato spesso il lavoro intellettuale) come è giusto che sia! perché, beh, una cosa è pagare il lavoro e tutt’altra cosa è comprare il silenzio.

Io oggi non me ne vado perché  l’ultima fatica che ho consegnato all’Einaudi è la traduzione (faticosissima) di Rock ’n Roll di Tom Stoppard. E in quel dramma, giustappunto, si parla di regimi, «normalizzazioni» e intellettuali. E in quel dramma, giustappunto, c’è un passaggio in cui tra le altre cose si dice che, quando si comincia ad accettare quel che fa comodo al regime, si finisce per cadere completamente nelle grinfie del regime. E, per me oggi, andarmene o auspicare che quelli che stimo se ne vadano via dall’Einaudi per lasciare tutto quel patrimonio di intelligenza e cultura in balia di Berlusconi o dei suoi accoliti è fare proprio quel che fa comodo al regime: togliermi dai coglioni e lasciar campo libero a chi sa benissimo come far dimenticare davvero l’Einaudi, una volta per tutte.

Io oggi non me ne vado perché allora me ne dovrei andare dall’Italia, che nel suo insieme è di gran lunga peggiore dell’Einaudi. Almeno nei corridoi dell’Einaudi può capitare ancora di incontrare una figura garbata e appassionata come Roberto Cerati.

Io oggi non me ne vado perché, quando finalmente si comincerà a ricostruire materialmente, moralmente, culturalmente, spiritualmente questo paese, credo che il fatto che una casa editrice come Einaudi non sia andata distrutta sarà una garanzia e un valore per tutti.

Io oggi non me ne vado perché, anche se fossi costretta ad andarmene o decidessi di andarmene per le ordinarie ragioni che spingono gli autori a cambiare case editrici, vorrei che tutti gli altri rimanessero.

Questo articolo a firma di Francesco Piccolo è apparso sull'Unità del 26 agosto 2010

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“CONFESSO: SCRIVO LIBRI PER EINAUDI”
Ho pubblicato il mio primo libro con Einaudi nell’ottobre del 2008, cioè quando il governo tuttora in carica era nel pieno della sua arroganza. Non potrei mai affermare di aver fatto quindi un gesto inconsapevole, e so da sedici anni che il padrone di Einaudi e Mondadori è quasi ininterrottamente il presidente del consiglio del mio paese.
Non solo. Ho lasciato la Feltrinelli, attraversando felicemente Laterza per approdare alla casa editrice Einaudi, un percorso che potrebbe essere interpretato, con i metodi di questi giorni, come quello di un pazzo.
Non solo. Sono tra gli sceneggiatori del Caimano (molto in voga nel dibattito di questi giorni), e quest’anno de La prima cosa bella di Virzì, che ha Medusa tra i produttori. Sono esempi, e sono anche confessioni pubbliche in linea con un certo clima da Germania Est che si respira però allegramente, come può succedere in Italia. Avessi dovuto rinunciare a scrivere uno dei due film per qualche motivo etico o di coerenza, non me lo sarei perdonato.
E infine, sono pienamente consapevole di tutto quello che succede, compresa la legge fatta apposta per chiudere la questione fiscale della Mondadori. Mi arrabbio, ne soffro, ne discuto. Del resto, vivo in un’epoca in cui è successo che la maggior parte delle cose che mi interessano (libri, giornali, cinema, televisione, perfino la politica) sono di proprietà di un uomo. Addirittura, molte delle persone con cui amo lavorare, sono suoi dipendenti o lavorano con lui, molti dei luoghi culturali e dello spettacolo nei quali mi ritrovo, in cui mi sento a mio agio, sono di sua proprietà.
Ciò non toglie che quando ho scelto di lavorare per società di proprietà di Berlusconi non lo abbia fatto consapevolmente. Ciò non toglie che preferirei che non fossero di sua proprietà, o che almeno lui non facesse leggi per agevolarle. I motivi per cui pubblico con Einaudi sono di vario tipo, e alcuni possono prenderli per giustificazioni. Potrei esibire il lungo catalogo e il sogno che avevo da ragazzino di pubblicare per questa casa editrice; potrei fare una gigantesca chiamata in correità e snocciolare una quantità di nomi di insospettabili, potrei brandire a mia difesa Rossana Rossanda, solo per citare un esempio, chiedendo se qualcuno ha voglia di dubitare di lei; potrei fare altre chiamate in correità, di qualsiasi tipo. Potrei cominciare a elencare i talloni di achille di alcune case editrici presunte indipendenti o di scrittori che dormono sonni tranquilli ignari del fatto che i loro soldi sono passati per Berlusconi, ma con un paio di gradi di separazione in più; potrei cioè scrivere uno di quegli articoli velenosissimi, che vanno molto di moda in questi anni. Potrei dire anche io quello che tutti gli altri dicono, e che è profondamente vero: che coloro che fanno la casa editrice Einaudi sono dei grandi professionisti, come lo sono in Mondadori e in Medusa. Potrei dire che molti degli scrittori italiani contemporanei che amo pubblicano lì e potrei dire perfino che tengo famiglia e non me lo posso permettere di andare via. In verità ho una risposta più elementare: pubblico con Einaudi (o scrivo film per Medusa) perché non credo di dovermi lavare la coscienza andandomene da lì, perché penso di avere la coscienza sufficientemente pulita e non ritengo di sporcarmela lavorando con società con le quali lavoro benissimo e che mi permettono di fare il mio lavoro al massimo delle possibilità e senza limiti. Rispetto chi sceglie di occuparsene, lo rispetto per davvero. Come rispetto pienamente chi è riuscito a crearsi un mondo in cui davvero i tentacoli di Berlusconi non arrivano in nessun angolo. Ma io non voglio occuparmene. Non provo e non ho mai provato una vera crisi di coscienza, e non posso fare gesti per compiacere altri. Tutte le mie energie voglio spenderle per fare bene quello che devo fare (un romanzo, una sceneggiatura, un articolo), e non è detto che bastino; non voglio spendere nemmeno un secondo della mia esistenza a pensare se in qualche modo sto entrando in contatto diretto o indiretto con lui. Riterrei in quel caso la mia vita davvero condizionata da quest’uomo. È questa la mia natura, e non posso fare altro che assecondarla. Altrimenti, sarei asservito a un’onda, che sia irrazionale o civile, che ignorerebbe gran parte del concetto di libertà individuale.

Alla fine, però, la questione è la seguente, piuttosto semplice: come scrittore voglio essere giudicato per quello che scrivo e non per l’editore con cui pubblico. Questa è l’unica cosa fondamentale in cui credere per continuare ad avere una reale percezione di libertà. Non credo sia in alcun modo giusto giudicare uno scrittore e il lavoro che fa a seconda delle scelte etiche che ha fatto, delle scelte di campo che è pronto o non è pronto a fare. Ma soltanto dalle opere che scrive. Io spero di riuscire a scrivere uno, due libri di qualche dignità, forse di qualche rilievo; mentre non vorrei essere additato o addirittura ricordato come colui che ha avuto il coraggio di andarsene
da una casa editrice. Voglio essere uno scrittore libero, che è l’unico modo di essere scrittore; e cioè scegliere (e prima ancora essere scelto, ovviamente) il marchio migliore per le mie caratteristiche in assoluta libertà e con la possibilità di risolvere o convivere con le mie contraddizioni, discutendone con chiunque, ma senza dover dare conto delle mie conclusioni a nessuno. Voglio risolvere le questioni morali in solitudine e senza essere messo alla gogna da nessuno. Voglio essere giudicato per quello che scrivo che è il risultato di una passione, abnegazione, voglia di esprimermi che hanno catturato la mia esistenza integralmente. Non voglio far parte di liste nere di sconfessati o, peggio, di liste bianche di eroi. Voglio che qualcuno si accorga di un mio libro, lo compri, lo paghi e lo giudichi con la stessa libertà
con la quale l’ho scritto. Voglio vivere con partecipazione e interesse, dolore e rabbia, in un paese problematico soprattutto per la gigantesca presenza di un uomo ricco e al potere che detiene quasi tutto; però senza essere giudicato, in quanto scrittore, se vengo pagato da questo o da quell’altro, se sto con i buoni o con i cattivi. Coltivo i miei dubbi, partecipo come intellettuale alla vita culturale e politica di questo paese esprimendo le mie idee che più che spesso sono in netta contraddizione con le idee di Berlusconi. Ho sempre espresso i pensieri che volevo esprimere e raccontato ciò che volevo raccontare. Potrei dire: quando è successo qualcosa di diverso, me ne sono andato; ma non posso dirlo, perché non mi è mai successo (finora). Se succedesse, me ne andrei da Einaudi come da l’Unità, come da qualsiasi altro posto. Quindi per me le case editrici, le produzioni cinematografiche, i giornali, in questo senso, sono tutti uguali.
Ovviamente, ho scelto di pubblicare con Einaudi per tutt’altre ragioni da quelle di cui si discute, e cioè meramente professionali. Ma devo dire che in questo momento, in questi giorni, sono contento di essere un autore Einaudi. Cioè, per dirla tutta e nel pieno rispetto di coloro che hanno scelto di stare dalla parte giusta o anche di coloro che ci sono finiti per caso, io sono contento di non stare dalla parte giusta ma da quella sbagliata. È più interessante, problematico, mette in gioco un sacco di questioni che coloro che non stanno qui non possono nemmeno capire. E poi fa sentire corresponsabili di ciò che succede, fa sentire contraddizioni continue, fa sentire come mi sento per davvero vivendo in questo paese. Mi raccomando, nessuno giochi sporco con queste mie affermazioni: non sto dicendo che è meglio, che bisogna stare da questa parte. Sto soltanto dicendo che mi ci sono trovato avendo fatto scelte professionali, avendo valutato i pro e i
contro e tantissime sfumature (e già questo renderebbe difficile svegliarsi una mattina con un problema etico irrisolvibile). Come risulta chiaro a chiunque sia in buonafede, ho i miei dubbi, la voglia di capire meglio, i tormenti. Ma me li coltivo con cura e anche - come ho detto - con l’idea che stare dalla parte sbagliata (se è sbagliata) è molto stimolante.
E poi, in ogni caso, l’ultimo momento in cui abbandonerei la mia casa editrice è questo, quando tutti sono lì fuori e aspettano di vedere chi è Don Abbondio e chi no. Se avessi sentito di andarmene, me ne sarei andato in silenzio e in solitudine, in tempi sereni. Mentre adesso, sono tutti lì fuori ad aspettare per applaudire chi esce, e per fischiare chi resta. Ed è un clima che non mi piace. Quindi, resto; perché uscire soltanto per essere applaudito e indicato, non me la sento; uscire per mia volontà non me la sento; uscire sotto i riflettori non mi piace. Me ne sto qua, nella casa editrice Einaudi di proprietà di Silvio Berlusconi. Sperando con tutto il cuore che smetta di essere presto la casa editrice di proprietà del premier.
Come cittadino cerco di combattere la mia battaglia ogni giorno, con tutti i mezzi che ho. Come
intellettuale, se si può definire così chi esprime in modo costante le proprie idee su un quotidiano,
cerco di essere libero, razionale e sincero, e cerco di non farmi arruolare in nessuna crociata, perché non credo sia quello il ruolo giusto di chi prova a comprendere i fatti. Come scrittore, puntare ad avere la coscienza a posto - fatto dignitosissimo - mi sembra, francamente, un risultato un po’ scarso.

Questo intervento è comparso oggi sul sito dei Wu Ming.
[L'ultima volta che abbiamo riflettuto in pubblico sulla "questione Mondadori" è stata nell'aprile scorso. L'occasione era lo scambio epistolare Saviano - Marina Berlusconi.
Quel post e la discussione in calce sono tuttora il miglior compendio della nostra posizione.
Pensavamo di non aggiungere altro, anche quando la lettera del teologo Mancuso a Repubblica ha riattizzato la querelle. Sono anni che discutiamo, rispondiamo, spieghiamo, e forse la nostra disponibilità a farlo è servita ai colleghi scrittori per evitare di esprimersi. Vadano pure avanti i Wu Ming.
Poi abbiamo ricevuto una telefonata da un "fantasma del passato": Luca Casarini. Non lo sentivamo dall'ormai lontano 2002. Scazzi pesanti nella fase post-Genova, fine di ogni rapporto politico e personale. All'improvviso si rifà vivo: "Solo per dirvi che ho scritto una cosetta sulla questione Mondadori. Leggetela, se vi va". L'abbiamo letta, e tocca dire che non è male. E' pure divertente. Succede anche questo.
Nel frattempo, alcuni lanciavano in rete campagne di boicottaggio, "Mondadori no grazie", "Convinci un autore ad abbandonare Einaudi" e altre populistiche amenità. La rete, al solito, si riempiva di ciarpame, obiezioni prive di senso, induzioni e deduzioni strampalate. Un sacco di gente ci tirava in ballo a sproposito, contestando affermazioni spacciate per nostre ma inventate ad hoc.
Una pulce è entrata nell'orecchio: ci siamo resi conto che molte nostre osservazioni e risposte erano sepolte in discussioni chilometriche su questo o altri blog, oramai irrintracciabili o quasi. Le abbiamo raccolte, risistemate, ne abbiamo tratto un nuovo testo che integra e aggiorna quello di aprile.
Non ci illudiamo, non sarà la mitologica "volta per tutte": la volta per tutte non esiste.
Esiste però la "volta per molte".
Buona lettura.]
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1. Serve a qualcosa porre ossessivamente la stessa questione, come se il problema fosse “farci aprire gli occhi”, “farci ragionare”? E’ tanto difficile rendersi conto che sulla «Questione Mondadori», nodo strategico che riguarda direttamente il nostro lavoro e il nostro stesso esistere, noi abbiamo ragionato, ragioniamo e continueremo a ragionare molto più di qualunque nostro interlocutore? Ed è tanto difficile accettare il fatto che abbiamo tratto conclusioni 1) chiare e 2) diverse da quelle di chi vorrebbe il boicottaggio?

2. Sì, a quanto pare è difficile. E’ più facile (e comodo) pensare che siamo… disinformati, che non abbiamo riflettuto abbastanza, che non ci rendiamo conto. Ecco quindi che si tenta di convincerci, di “aprirci gli occhi”, come se i Boycott Boys avessero la Verità in saccoccia e noi fossimo anime erranti nel Grande Errore.
La differenza tra noi e loro è che noi abbiamo dubbi, perché stare nella contraddizione riconoscendola come tale implica il dubbio (altrimenti non la vivremmo come contraddizione); loro invece dichiarano solo certezze: dobbiamo – fare – come – dicono – loro.

3. Le nostre valutazioni sono, appunto, le nostre valutazioni. Lo abbiamo sempre detto: le nostre scelte e strategie potrebbero essere sbagliate. Se concludessimo di avere sbagliato, lo riconosceremmo come sempre abbiamo riconosciuto i nostri errori (anche gravi e drammatici, come quelli compiuti nei mesi precedenti il G8 di Genova).
Ci stranisce la sicumera, l’approccio fideistico di chi è sicuro che deprivare l’Einaudi di tutti gli autori che non la pensano come Berlusconi sarebbe un colpo inferto a quest’ultimo etc. Sinceramente, di simili certezze non abbiamo affatto invidia e ci fanno anche un po’ spavento.

4. Da anni gli apostoli del boicottaggio ci inoltrano le stesse richieste, ci pongono le stesse questioni, ci mandano mail tutte uguali nel tentativo di “convertirci”. Quando non ci riescono, alcuni saltano all’ovvia conclusione: “Se non si convertono benché la Verità sia evidente, allora sono cattivi. Sono intenzionalmente organici al regime. Sono nemici anche loro.” E oplà! Il salto logico è fatto. Ragion per cui: dal tentativo di conversione si passa all’anatema.

5. Immancabilmente, l’anatema rivela una totale ignoranza dei meccanismi basilari dell’editoria. Ad esempio, in rete veniamo descritti come “stipendiati da Berlusconi”, si fa riferimento ai “soldi di Berlusconi” etc. Si ignora del tutto che uno scrittore è un lavoratore autonomo e il suo reddito proviene direttamente dai lettori che comprano i suoi libri. Le royalties sono una percentuale del prezzo di copertina del libro. Tolta la percentuale dell’autore, il resto viene diviso tra libraio, distributore e casa editrice. Sono dunque i lettori a “stipendiarci”. Noi accordiamo all’editore l’uso commerciale esclusivo e limitato nel tempo delle nostre opere, di cui siamo proprietari.

6. La «Annosa questione Mondadori» (espressione coniata nel 2002 dal collega Alessandro Bertante) va avanti da almeno un decennio, da quando Giorgio Bocca troncò i suoi rapporti con Segrate.
Nel corso degli anni, tutte le posizioni sono state sviscerate.
La nostra non piace, non convince? Sbagliamo?
Beh, chi lo pensa ha il dovere della coerenza. Chi pensa che sbagliamo a non boicottare, ci boicotti a sua volta. Ma lo faccia subito, senza ulteriori tentennamenti, basta coi parolai! In fondo è semplice: basta non comprare i nostri libri. Non comprateli più, è un vostro diritto e lo esercita già molta gente. Siate coerenti e boicottateci. L’importante è che non ci rompiate più le balle.
Chi poi volesse boicottare l’Einaudi senza boicottare noi, può scaricare i nostri libri gratis e non dare un ghello all’Einaudi. E’ una possibilità che diamo da oltre dieci anni. Lo rammentiamo nel caso qualcuno se lo fosse scordato.

7. Quello che più irrita: la deresponsabilizzazione legata alla trasformazione dell’autore in simbolo. In altre parole: la “delega morale”. Chi da anni ci chiede a gran voce (e spesso ci intima) di “abbandonare l’Einaudi” per motivi di “coerenza”, e ci chiede di farlo anche se lì riusciamo a lavorare bene e ottenere risultati, intende pulirsi la coscienza con un’azione compiuta da altri, rischiando pochissimo in proprio. Chiede a noi un lavacro purificatore. Vuole che lo togliamo dall’incomodo e dall’onta (signora mia!) di acquistare libri con il logo dello Struzzo.
Noi invece intendiamo fare i conti ogni giorno con la nostra coscienza “sporca”, con le nostre mani “sporche”. Non vogliamo sollievo, niente facili rilasci di endorfine. Anzi, noi crediamo che la contraddizione debba acuirsi, per questo seguiteremo a lavorare con l’Einaudi, finché questo sarà possibile. Noi apparteniamo alla medesima tradizione a cui faceva riferimento Alberto Asor Rosa qualche giorno fa: «Una tradizione che preferisce essere cacciata, piuttosto che rinunciare spontaneamente alla battaglia culturale [...] Ci sono case editrici che per tradizione e libertà delle persone hanno resistito alla proprietà. Bisogna resistere con loro, aiutarli anziché complicare le cose.»
“Uscire” sarebbe una scappatoia, equivarrebbe a rimuovere la contraddizione, o quantomeno a sdilinquirla, a farla passare in secondo piano. Da anni noi adottiamo la strategia opposta: non perdiamo un’occasione per sottolineare la contraddizione, per dire che esiste ed è stridente, che questa posizione non è per nulla confortevole e a un certo livello ci lacera, ma crediamo ne valga la pena.

8. Sì, in questi anni pubblicare con Einaudi è stata la condotta più facile da additare e biasimare, la strategia più impopolare. Qualunque mentecatto ha avuto buon gioco ad attaccarci “da sinistra”. Chiunque di noi “reprobi” ha vissuto esperienze simili a quella riportata da Sandrone Dazieri sul suo blog:

«…se fosse solo una questione di soldi… bé, dalla Mondadori sarei andato via da un pezzo. Sai quante rotture di palle in meno? Tutte le volte che presento, ci sono quelli che mi guardano e si aspettano che chieda scusa perché pubblico a Segrate. e poi mi dicono “Tu sei simpatico, ma la tua casa editrice…” “Guarda, mi tocca rispondergli, a me di essere simpatico non mi frega un cazzo. Mi frega che tu legga quello che scrivo e che ti piaccia”. Ecco, quello che succede. Mi ricordo che a Ischia c’era ‘sto tizio, chiaramente un villeggiante granosissimo firmato anche nelle ciabatte, che mi ha dato del venduto. Tu che eri dei Centri Sociali, mi ha detto, come se lui ci avesse mai messo piede in vita sua. O avesse mai letto un mio libro. E chissà che fa lui nella vita? Il pastore valdese?»

9. Ad ogni modo, tutto serve. Da questa postazione (ripetiamo: scomoda ed esposta a fuoco amico) abbiamo visto molte cose che altrimenti non avremmo visto, pensato molte cose che altrimenti non avremmo pensato, imparato molte cose che altrimenti non avremmo imparato. Una delle quali è che noi non vogliamo né dobbiamo confortare nessuno. Per quello, per sgravare le coscienze altrui, ci sono i preti. Quanto alle battaglie vicarie, al giorno d’oggi esistono raffinatissimi videogiochi.

10. Lasciare armi e bagagli l’Einaudi per accasarsi con Feltrinelli – anche ipotizzando che sia possibile far adottare le nostre pratiche a Feltrinelli (e non lo è) – o col gruppo RCS – con il quale pure lavoriamo – non ci farebbe sentire meglio nemmeno per un minuto. Mandare all’aria oltre dieci anni di lavoro e di posizioni guadagnate (non concesse) dentro l’Einaudi per divenire facili paladini del boicottaggio contro Berlusconi, gioverebbe forse alla considerazione di Wu Ming presso il «Popolo Viola» o i «comitati BoBi» o qualunque altro network del controberlusconismo, ma molto più di questo non accadrebbe. In soldoni, significherebbe soltanto mettersi sotto l’ala protettrice di un’altra famiglia della grande borghesia italiana, o magari di un altro partito-azienda, esistente o in fieri.

11. Smettere di collaborare con l’Einaudi non è un tabù. Chi sente di avere ragioni per farlo lo faccia. Ma è una scelta da valutare in modo laico, come dovrebbe essere per tutte le scelte. Invece le polemiche dei Boycott Boys la stanno trasformando nella Scelta (altrui) per eccellenza, quella che divide il mondo tra Bene e Male.
Negli ultimi anni alcuni autori italiani hanno troncato i rapporti con l’Einaudi, e lo hanno fatto per i loro buoni motivi, laddove “buoni” non esiste senza “loro” (e viceversa). C’è stata una crisi del loro rapporto con l’editore. Questo è diverso dal boicottare. Anche noi abbiamo sempre detto che, se cambierà la situazione, faremo la nostra scelta senza titubanze. Ce ne andremo quando ci sarà reso impossibile lavorare. Resistere un minuto più del padrone.

12. Resistere un minuto più del padrone significa essere in Einaudi (ribadiamo: se sarà possibile) il giorno in cui cambierà proprietà.
E sia chiaro che non è il nostro padrone: noi non siamo dipendenti della casa editrice. Resistere un minuto più del proprietario della casa editrice, questa è la scommessa. O essere cacciati prima.

13. L’Einaudi non è un luogo dove tutto va bene, bensì un campo di battaglia. E’ così che l’abbiamo sempre descritta, e non è un’espressione scelta a caso: è in corso una guerra. Lì dentro c’è chi combatte ogni giorno per difendere degli spazi, per difendere il proprio lavoro. E noi vogliamo continuare a dare un contributo. Conosciamo la casa editrice, da anni la viviamo nella sua complessità (benché a relativa distanza), conosciamo le pressioni che vengono fatte e subite, conosciamo i conflitti interni, i contrasti, le difficoltà, sappiamo quali errori vengono commessi e perché, sappiamo quali tendenze intervengono a compensare alcuni di questi errori, abbiamo un’idea di massima ma abbastanza buona dei “paletti” e degli sconfinamenti. Sappiamo anche che alcuni “scandali” degli ultimi anni e mesi erano poco più che montature mediatiche, ma su questo non intendiamo dilungarci. Ci sono interessi di bottega. C’è gente che ha il dentino avvelenato contro la casa editrice. Insomma, le cose non sono semplici come vengono descritte.

14. Una cosa che ci si rifiuta ostinatamente di capire è che per noi, in qualunque momento, andarcene dall’Einaudi sulla base di un imperativo morale (peraltro facile da spiegare, e che avrebbe pungolato applausi) sarebbe stato vantaggioso, tanto in termini economici quanto in termini di risonanza della scelta. Il Gran Rifiuto. Le beau geste. Anticipi alti. Congratulazioni. Pacche sulle spalle. Plauso per la nostra scelta “difficile” e in realtà facilissima (= populistica).
E si continua a sorvolare sul fatto che noi pubblichiamo già
con altri grossi editori, es. Rizzoli e Bompiani, entrambi del gruppo RCS. Se abbiamo continuato a lavorare con l’Einaudi, non è per la “stazza” dell’editore che garantisce successo e gratifiche. Lavoriamo già con altri editori e “stazze” paragonabili a quella dell’Einaudi. Se abbiamo continuato a lavorare con l’Einaudi è perché pensiamo sia differente, sotto molti punti di vista, lavorare con via Biancamano o non lavorarci più, perché l’Einaudi non è un editore qualsiasi, e i motivi li abbiamo spiegati fin troppe volte.

15. In rete pullulano caricature della nostra posizione, frasi virgolettate che non abbiamo mai detto né scritto (“Fottere il potere dall’interno” etc.) Ci si rinfaccia di voler fare i rivoluzionari “coi soldi di Berlusconi” (e su questo abbiamo già detto).
Noi facciamo quel che sentiamo giusto. Sì,  una decina d’anni fa eravamo più arroganti, pensavamo effettivamente di avere un ruolo di un certo tipo, ma ci siamo resi conto di avere torto e abbiamo fatto un’autocritica pubblica che non è stata meno lacerante dello stare nella contraddizione.
A ben vedere, noi Wu Ming veniamo da una pesante sequela di fallimenti. C’è forse un altro modo di descriverli? Undici anni dopo il nostro esordio, siamo ancora una “bizzarria”. Nessuna nostra prassi è diventata esempio contagioso. La scrittura collettiva resta una bestia rara. Il copyleft è fermo ai blocchi di partenza. La carta riciclata l’adottano in pochissimi. La letteratura italiana è ancora in gran parte fatta da scorreggioni. La grande maggioranza degli «addetti ai lavori» ci detesta e passa sotto silenzio il nostro lavoro. A conti fatti, abbiamo “inciso” molto, molto meno di quanto avremmo voluto.
Il nostro rimanere in Einaudi non ha nulla di “universale”, né stiamo indicando la Via (o dando la linea) ad alcuno. Non siamo apostoli né “cavalli di Troia” per niente e per nessuno. Facciamo, nella nostra singolarità, ciò che riteniamo giusto, punto. Se c’è chi, al contrario, lo ritiene ingiusto, vale il punto 6 di questo stesso testo.
Boicotta Wu Ming.
That’s the message for today and tomorrow
.

Questo pezzo di Marcello Fois è uscito il 28 agosto 2010 su La Nuova Sardegna.


Ci voleva poco per pacificare l’inquietudine del dottor Mancuso. Poco per modo di dire, perché una risposta di Eugenio Scalfari non è certo robetta da nulla. 
Riassumendo: il teologo Vito Mancuso, autore di Mondadori, qualche mattina fa, leggendo un articolo di Giannini su La Repubblica, scopre che, grazie a un decereto convertito in legge appena varata dal governo in carica, il debito fiscale della suddetta Casa Editrice milanese, proprietà dell’attuale capo del governo, viene, se paga subito, decurtato da 35 milioni a 8,5 milioni di euro. Una forma di accordo che è valsa a suo tempo per persone fisiche del calibro di Valentino Rossi o Luciano Pavarotti e che ora viene applicata ad aziende che devono, però, aver superato incolumi almeno due gradi di giudizio. La Mondadori, casualmente, è un’azienda che ha superato incolume due gradi di giudizio e funge, volente o nolente, da paradigma per questo “rivoluzionario” condono che troppi giudicano “in malafede”, ad aziendam. Comunque ritornando al dottor Mancuso, è lì che fa la sua colazione legge il giornale su cui collabora da anni e trasecola. Quella Casa editrice così spudoratamente favorita dal Governo in carica è la stessa sulla quale scrive lui, e con lui anche un’upper class di intellettuali importantissimi! Ma c’è di più: del gruppo Mondadori fa parte anche l’Einaudi! C’è da cadere dalla sedia. Immaginate il subbuglio di capire all’improvviso che dopo 17 anni di proprietà, dopo un numero imprecisato di udienze per stabilire se realmente siano stati corrotti dei giudici e unti funzionari vari per acquisire Mondadori, dopo un tentativo, neanche tanto celato di varare una legge che impedisca non solo la libera circolazione della cultura, ma anche quella dell’informazione, si arriva persino al condono fiscale! La coscienza a questo punto di ribella. Quando è troppo è troppo: passino anni di proteste ignorate, anni di appelli disattesi, anni di sentenze rimandate, ma lo sconto fiscale davvero no! Per tutti questi anni i corridoi di Segrate sembravano al dottor Mancuso un’appendice della sua casa, familiarissimi, e ora d’improvviso gli appaiono estranei e ostili.

Non resta che mettersi al computer.
L’appello che ne consegue è certamente retorico, non è che il dottor Mancuso ignora le verità contenute nell’articolo di Gannini sullo scivolo tributario concesso a Mondadori, ma tuttavia si sente di chiamare alle armi “quelli che contano” all’interno della sua Casa editrice e anche della sua sorella torinese, perché finalmente si rompa quello che lui percepisce come “un fragoroso silenzio” da parte di autori autorevoli che vivano il suo stesso rovello interiore. Roberto Saviano compreso, del quale si può dire tutto, ma non che sia stato zitto nemmeno in questo frangente. Tuttavia, da gentiluomo qual è, Eugenio Scalfari gli risponde e gli ribadisce quello che, gran parte dei colleghi mondadoriani ed einaudiani, anche quelli meno autorevoli, del dottor  Mancuso vanno ribadendo da anni:
1) che l’inserimento della leggina che consente il condono tributario alle aziende è surrettizio;
2) che il problema dei problemi resta quello del “gigantesco conflitto di interessi del capo del Governo in carica"; 
3) che quel conflitto di interessi ammorba la nostra vita pubblica fin dal 1993;
4) che finché Einaudi (Scalfari scrive per Einaudi) mantiene l’attuale autonomia rispetto alla proprietà, lui, Scalfari, e con lui tanti altri resteranno a Torino;
5) che se ne andrà quando queste condizioni non siano più in essere.
Ora, questa risposta, logica, netta, elementare, data da Eugenio Scalfari ha un peso specifico ben superiore alla stessa data da una caterva di autori qualunque, ma questo non significa che, a differenza, di quanto finge di pensare il dottor Mancuso, questi autori qualunque abbiano scelto, in questi anni, la strada del silenzio. Anzi.

Questo articolo a firma di Ferdinando Camon è comparso su Avvenire del 25 agosto 2010.

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

Ringrazio tutti per i complimenti ricevuti per il premio Campiello. Tornerò a scrivere sul sito appena mi sarà possibile. Michela

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