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Questa è una mia libera traduzione di un bellissimo articolo uscito sul Guardian col titolo: "Top five regrets o f the dying". Riguarda una piccola raccolta dei maggiori rimpianti che i morenti manifestano sulle proprie esistenze trascorse. Li ha raccolti in un libro Bronnie Ware, infermiera di un reparto di cure palliative. A seguire ho aggiunto anche un commento di Lucia Capparucci, che a sua volta opera come volontaria in Italia in un hospice con i malati terminali, perché era così bello e intenso che meritava di non essere lasciato alle mille pieghe dei commenti e dei mi piace su Fb.


 

Nessuna menzione sul fare più sesso o sui mancati bungee jumping. Un'infermiera di un ospedale specializzato in cure palliative per i malati incurabili ha rivelato i più comuni motivi di rammarico che emergono alla fine della vita. Tra i più frequenti, specialmente per gli uomini, c'è il rimpianto di aver dedicato troppo tempo al lavoro.

Bronnie Ware è un'infermiera australiana che ha trascorso diversi anni in un reparto di cure palliative, occupandosi di pazienti con appena tre mesi di vita davanti. Ha registrato le confessioni in punto di morte in un blog chiamato Inspiration and Chai, che ha ricevuto così tanti contatti da spingerla a riportare le sue osservazioni in un libro intitolato: “I cinque principali rimpianti del morente”, dove racconta dell'impressionante chiarezza di visione che le persone manifestano alla fine della loro vita e di come sia possibile che anche noi impariamo dalle loro consapevolezze. “Quando vengono interpellati a proposito dei propri rimpianti o di quello che avrebbero voluto fare in modo diverso” - dice Ware - “ci sono temi comuni che ritornano”.
Eccoli.
1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere la vita che volevo, non quella che gli altri si aspettavano che vivessi.
Questo è il più comune rimpianto per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e guardano al passato con maggiore chiarezza, è facile che vedano quanti dei loro sogni non si sono realizzati. Molte persone non hanno onorato neanche la metà dei desideri che avevano e devono morire sapendo che questo è dipeso dalle scelte che hanno fatto o non fatto. La salute offre una libertà di cui pochissimi si rendono conto, finché non la perdono.
2. Avrei voluto lavorare meno duramente.
Questo rimpianto appartiene soprattutto ai pazienti maschi di cui mi sono presa cura. A causa dell'eccesso di lavoro hanno perso l'infanzia dei figli e goduto poco della compagnia dei partner. Qualche donna a volte parla di questo rammarico, ma come spesso capitava nelle generazioni precedenti, molte di loro non erano capifamiglia su cui si reggeva l'economia familiare. Tutti gli uomini di cui mi sono presa cura rimpiangevano profondamente di aver speso così tanto tempo delle loro vite lavorando come criceti nella ruota.
3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.
Molte persone soffocano quello che sentono per amor di pace, per evitare conflitti. Il risultato è che vivono un'esistenza fatta di mediocrità e non diventano mai quello che avrebbero potuto essere davvero. Tanti di loro sviluppano relazioni malate a causa dell'amarezza e del risentimento che si portano appresso.
4. Vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici.
Spesso queste persone non realizzavano veramente il vantaggio di avere un vecchio amico fino a quando non giungevano alle loro ultime settimane di vite e non era più possibile rintracciarne qualcuno. Molti si sono fatti prendere così tanto dalle loro vite da lasciar perdere amicizie preziose lungo gli anni. È un profondo rimpianto quello di non aver dedicato agli amici il tempo che si meritavano. Tutti hanno nostalgia di un amico vero quando stanno morendo.
5. Avrei voluto permettere a me stesso di essere felice.
Questo è un rimpianto sorprendentemente comune. Molte persone non si rendono conto fino alla fine che la felicità è una scelta. Si adagiano dentro a vecchi schemi e abitudini finché il cosiddetto comfort del quotidiano sommerge le loro emozioni e anche le loro vite fisiche. La paura del cambiamento fa sì che spesso finiscano per fingere con sé stessi e con gli altri che tutto questo basti, che sia sufficiente; ma nel profondo continuano a desiderare una risata vera e un'ultima sciocchezza da fare ancora nella vita.
Qual è il tuo più grande rimpianto sino a ora e cosa conti di fare per sistemare le cose prima di morire?


In hospice, come le ho accennato di persona, condivido con le persone che "accompagno" tempo e parole, ma non mi ritrovo completamente in questi cinque punti. Probabilmente dipende dal paese e dalla cultura di riferimento. In generale posso dire che gli uomini muoiono in modo profondamente differente dalle donne. Si prendono il loro tempo, si concedono di chiudersi in loro stessi nei giorni immediatamente precedenti il decesso e ti trasmettono una sensazione di compiutezza, le donne invece si passano e ripassano davanti agli occhi i problemi di una vita come fossero i grani di un rosario.
Gli uomini anziani hanno rimpianti (quello dell'aver troppo lavorato è il più comune effettivamente), ma sono comunque soddisfatti anzi né vanno fieri, ti raccontano la loro vita in modo quasi epico, iniziano ad andarsene convinti di aver cambiato il mondo con il loro passaggio.
Le donne anziane invece sono generalmente tormentate o irrisolte, raramente si prendono il loro tempo per congedarsi, parlano delle cose che non hanno potuto fare, dei problemi che lasceranno, delle situazioni irrisolte che non hanno potuto concludere. Insomma sono troppo preoccupate per gli altri e per non aver fatto nulla di significativo per decidere di "riraccontarsi" la loro vita e assaporarla un'ultima volta.
L'unico cruccio di entrambi i sessi quando muoiono in età avanzata è di non aver fatto in tempo ad invecchiare o ad accorgersi che erano diventati anziani. (E sto parlando di over80).
Per i giovani invece le differenze si stanno attenuando. Il diciottenne è arrabbiato e indipendentemente dal sesso odia non aver avuto la possibilità di passare dall'altra parte, quella degli adulti, ti lascia con quel enorme "se solo avessi potuto vedere poi! ah sarebbe stato tutto un altro mondo".
Il venticinque-trentenne (ma anche oltre) se ne va consapevole che di lui non rimarrà nulla. Ascoltare una ragazza che ti parla della sua vita sempre con i genitori o un ragazzo che ti elenca e ripete finché gli rimane voce quella lista infinita di lavori precari e indefiniti è davvero difficile e non perché sono il tuo specchio anagrafico, ma perché si portano dentro un'angoscia che non riesci mai ad alleviare. Ti guardano e poi ti dicono: "Sarò ricordato solo dai miei genitori, non ho fatto in tempo a fare o cambiare nulla. Non lascio una famiglia, non lascio figli, non lascio nemmeno idee". (Quest'ultima frase era di Alessandro, 29 anni una laurea in agraria 3 anni da precario e 1 di scienze infermieristiche, ha passato gli ultimi giorni rileggendo un libro di storia del liceo).

Lucia Capparucci

Questo ritratto di Pino Tilocca è uscito questo mese sul Messaggero di Sant'Antonio. Nel postarlo approfitto anche per dire grazie alle decine di lettori della rivista che mi hanno scritto in relazione al ritratto di Sciola del mese scorso, che ha suscitato in alcuni persino la voglia di andare a San Sperate a vedere cosa ha fatto. 


 

Pino Tilocca non ha ancora cinquant'anni, gli piace il buon vino rosso e ha un senso dell'ironia vivace e irriverente che spesso rivolge senza complessi anche verso di sé. Se quello che sto per raccontare di lui fosse successo in una delle terre dell'immaginario mafioso, sarebbe stato una perfetta traccia per un romanzo sulla malavita organizzata. Invece la storia di Pino è ambientata in Sardegna, un posto dove la certezza che la mafia non ci sia e nemmeno ci possa essere è un dato talmente scontato che giornalisti e studiosi negli ultimi anni hanno dedicato fior di analisi e libri plurecensiti per spiegare sociologicamente il perché. Se avessero letto le cronache del piccolo paese di Burgos negli anni tra il 2000 e il 2005 forse sarebbero stati più cauti nel tirare le loro bucoliche conclusioni.

In quegli anni Pino Tilocca, già insegnante delle scuole elementari e da sempre impegnato in politica, ha deciso di mettere fine al vuoto amministrativo di Burgos dovuto alle intimidazioni rivolte ai sindaci precedenti e si è candidato con una lista civica. Diventò il primo cittadino e lo rimase fino alla conclusione naturale del mandato, a dispetto di tutto. Il territorio di Burgos è ricco di storia e risorse naturali, ma in certi ambienti si muove sottotraccia un'idea tribale dello stare insieme che per quel giovane sindaco rappresentò una sfida civica sin dal primo momento. È lì che Pino ha imparato che la mafia esiste anche in Sardegna, perché è mafia qualunque sistema di interessi privati che voglia dettare legge più del diritto che tutela l'interesse comune. Quella mafia, comunque si chiami e ovunque si manifesti, non tollera interferenze dalle istituzioni. Quando si verificano non fa prigionieri, anche se ha le sue cortesie: prima di arrivare al dunque avvisa il destinatario con segnali facilmente interpretabili. Per Pino Tilocca il messaggio era chiaro: che facesse il sindaco, ma lasciando le cose come le aveva trovate. L'idea di sindaco che aveva Pino era però ben diversa.

Nel 2002, quando provò ad attuare la riorganizzazione delle terre di uso civico di proprietà della comunità che erano state illegalmente recintate da alcuni privati, gli misero una bomba davanti alla casa del padre. Ripeterono la violenza quaranta giorni dopo, stesso posto e stesso bersaglio, con il chiaro intento di portarlo ad abbassare la testa o rinunciare all'incarico. Pino non solo non rinunciò, ma fece tutte le mosse che può fare chi serve legittimamente il suo territorio: rilasciò interviste per far sapere a tutti cosa stava accadendo a Burgos, mobilitò la parte civile della società sarda che considerava barbarie la pressione violenta che stava ricevendo e diede ovunque segnali chiari di resistenza. Lo fece anche quando gli presero a martellate la tomba della madre e quando gli diedero fuoco alla macchina. Nel 2004 l'escalation della violenza gli portò la morte dritta in casa: nella notte della Pentolaccia, opportunamente rumorosa per gli ultimi botti del carnevale per le strade, i sicari gli uccisero il padre con l'ennesima bomba. Fu un colpo durissimo, reso ancora più doloroso dalla tiepida reazione delle istituzioni annichilite e dalla solidarietà formale di chi di certo sapeva, ma scelse vigliaccamente di non parlare; eppure neanche quello bastò a far dimettere Pino Tilocca, che arrivò fino alla conclusione del mandato giusto in tempo per vedere le tombe dei genitori nuovamente profanate e le bare estratte dal terreno in segno di sfregio.

Tanto sarebbe bastato a farne un eroe civile e a dargli la prestigiosa patente di testimone e vittima, facendo di lui una di quelle rispettatissime vestali del passato proprio e dei propri cari venuti a mancare per mano violenta nel compimento del dovere civico. Solo che Pino Tilocca non è un testimone di fatti: era ed è rimasto uno che i fatti li fa accadere. Nel momento peggiore della sua esperienza da sindaco ha studiato per il concorso da preside e al termine del mandato lo ha passato, andando a dirigere il comprensorio scolastico di uno dei paesi più popolosi della provincia di Oristano, ma comunque piccolissimo: il mio. Appena ci ha messo piede Pino ha deciso che per tutto il tempo della sua avventura da dirigente scolastico i ragazzi dovessero avere il meglio che l'esperienza didattica può offrire, a dispetto dei tagli, degli insegnanti scoraggiati e sottopagati e delle riforme penalizzanti. Nel corso degli anni nel mio piccolo paese sono venute persone di cui la maggior parte di noi aveva solo sentito parlare dai giornali e dalle televisioni: è arrivato don Ciotti a discorrere con i ragazzi di legalità e cura del territorio e delle sue relazioni, ma è venuto anche Gad Lerner a parlare di accoglienza e ricchezza della diversità. È arrivata la scrittrice nigeriana Isoke Aikpitanyi, ex schiava della tratta umana, a raccontare loro cos'è l'inferno della strada e la prigionia in mano al racket, ma anche Nando Dalla Chiesa, che ha discusso di mafia e di Stato, di giustizia e di resistenza. Alidad Shiri, giovanissimo scrittore e profugo afghano, ha raccontato loro dell'orrore della guerra e di cosa significa abbandonare a forza il paese che si ama. Nessun testimone di qualche valore umano e civile è troppo lontano o troppo in alto perché Pino non provi a scomodarlo affinché incontri i suoi ragazzi. Le giornate di questi incontri saranno per loro memorie straordinarie. Negli altri giorni, quelli consueti della normalità scolastica, resterà il ricordo di un preside ironico e con la barba incolta che cammina piano per i corridoi della scuola.

Questo articolo l'ho scritto per Io Donna del Corriere della Sera


Non ti inteneriscono le scarpe di una persona? Io se vedo dormire qualcuno con le scarpe ancora indosso non riesco più ad essere arrabbiata con lui, se lo ero. Osserva le suole consunte, guarda come si sono deformate per la pressione dei piedi: come fai a volergliene ancora?” Dice cose come questa Milena Agus mentre beve una spremuta d'arancia seduta davanti a me nella caffetteria più antica di Cagliari, e lo dice come se fosse perfettamente normale guardare qualcun altro dalla prospettiva della pianta dei suoi piedi, costringendosi a misurare la rabbia che forse si meritava con i segni della strada che ha fatto, degli ostacoli in cui ha inciampato e con una stanchezza che gli fa dimenticare di levarsi le scarpe prima di abbandonarsi al sonno. Lei mi sorride candida, guardandosi attorno con quella spontaneità infantile che è da sempre parte integrante della sua personale leggenda naïve. È anche per cose come questa che Sottosopra, oltre ad essere il titolo del suo romanzo appena pubblicato per Nottetempo, potrebbe tranquillamente essere il soprannome di questa donna mite avvolta in una pelliccia sintetica che non si riesce quasi a farle sbottonare per poter rubare alla sua timidezza uno scatto fotografico più disinvolto. Usciamo dal caffè e passeggiamo verso il porto. La guardo muoversi lungo le scale del centro storico e mi rendo conto quanto i personaggi di questo libro le somiglino, tutti fuori scala rispetto a come il loro contesto pretenderebbe che fossero, ciascuno avulso dal concetto di normalità che Milena Agus non riconosce valido neanche per sé.

Si capisce quando arriviamo nel posto che ha scelto per la sua storia: è la Marina di Cagliari, un rione multietnico e colorato dove gli abitanti, vicini di casa troppo diretti del mar Mediterraneo, vengono chiamati dal resto della città col nomignolo impietoso di culus sfustus, culi fradici. Se per lei esiste una normalità, è quella di questo posto, fatta più che altro di suoni e di odori e costruita dentro a un modo di stare insieme che non sarebbe cosa normale in nessun altro luogo che questo. Tra le righe di Sottosopra c'è lo stesso odore di sugo al pomodoro, lo stesso rumore di voci lungo le scale strette e tutto il ritmo di un quartiere antico dove la gente ignora cosa sia la necessità di tener le porte chiuse;  Milena non abita qui, ma da come si guarda intorno incantata si capisce che non le sarebbe dispiaciuto. Passiamo radenti alle facciate delle case  dove i panni stesi e colorati si asciugano a un sole insolitamente caldo persino per il dicembre sardo. “È pieno di voci, di facce colorate, c'è tutto dentro.” A Milena piacciono le miniature di mondo, gli universi definiti e gli spazi dove l'occhio non si perde ma, al contrario, ritrova tutto. È la dimensione esistenziale tipica delle isole e credo che lei sappia che è proprio questa prospettiva minima a renderla capace di scrivere un romanzo senza quasi far uscire nessuno dal palazzo dove l'ha ambientato. Passeggiando per le viuzze calanti della Marina ho la sensazione che potrebbe sbucare da un momento all'altro da un sottoscala il signor Jhonson, l'anziano americano che nella vicenda vive al terzo piano, oppure Annina, la signora che gli rassetta casa prima di infilare il corpo soffice e non più giovane nei completini sexy che ha comprato per sedurlo.

“C'è tanta voglia di innamorarsi tra persone anziane nel libro. Ti piace l'idea dell'amore a tarda età?” “È l'unico che dura – mi dice serafica – perché se ti innamori abbastanza vecchia hai la speranza di morire senza averne visto il declino. Non è consolante sapere che, dopo aver visto la fine di tante cose, si possa morire lasciando qualcosa di ancora vivo dietro di sé?” Penserei che mi nasconde un animo cinico se non fossi certa che quello che ha detto lo crede davvero. “Metti sempre quello che pensi in bocca ai tuoi personaggi?” “In ogni carattere lascio l'impronta delle persone che conosco, ma in questo romanzo Mr Jhonson è felice di quello che è e non vorrebbe essere di più né di meno: sono io.” “Niente nella storia va per il suo verso: sarde ricche e americani poveri, madri svampite e avventate e figlie rigide e severe, adulti fragili e bambini saggi, uomini gay che fanno un figlio, anziani che trasgrediscono il mito senile della pace dei sensi: sei sovversiva, lo sai?” Ride e nella sua risposta si intravede l'ombra lunga del deleddiano Canne al vento, libro che ama sin da ragazzina; è tra quelle pagine fatte di servi che uccidono i padroni e di figlie ribelli ai padri che forse ha capito che non c'è romanzo possibile senza regole infrante. Sottosopra però manca del tutto del sontuoso senso tragico deleddiano: persino la morte qui è maneggiata con delicatezza attraverso lo specchio delle metafore. “Sì, per me la morte è un paio di scarpe vuote”, mormora con uno sguardo che scoraggia ulteriori indagini. Torno prudentemente all'idea di maternità elettiva che ricorre spesso nei suoi libri, ma che forse mai come in questo romanzo fa apparire i rapporti di sangue come agenti patogeni: sembra che ciascuno si salvi solo attraverso le relazioni che ha scelto per sé. “Non credo tanto nella famiglia tradizionale. Guarda le donne della Marina: sono elefantesse di un branco dove i cuccioli sono di tutti. Dovremmo imparare da loro.” Mentre risaliamo le scale verso casa realizzo che parlare con lei è come leggerla: ti viene voglia di essere una che non ha più niente da dimostrare. Ricordo che nel gioco dei finti antagonismi tra critici letterari, una volta capitò che una penna più feroce di altri, forse credendo di inquadrarla al ribasso, coniasse per lei l'espressione di “scrittrice in pantofole”; ma dalla prospettiva sottosopra da cui Milena guarda il mondo, quello era il miglior complimento che si potesse fare al suo registro letterario confortevole e familiare, capace di ammorbidire tra le sue pagine anche il cuore indurito dalla peggiore delle giornatacce.
L'odore di sugo fa il resto.

Riporto qui questo post della scrittrice Rita Charbonnier (l'originale si trova sul suo blog) perché parla con competenza dell'unica cosa davvero utile agli aspiranti scrittori disorientati: l'agente letterario. Sono d'accordo su tutto tranne sull'ultimo paragrafo, dove c'è scritto che bisogna scartare gli agenti che chiedono denaro per valutare gli inediti. Valutare testi in maniera professionale è una competenza e richiede molto tempo, anche quando conduce a un rifiuto di prendere in carico l'aspirante scrittore. Da che mondo è mondo i consulti degli esperti si pagano, perché fare consulenza è un lavoro.


Premessa. Aspiranti scrittori, fatevi una cortesia: ignorate le affermazioni che trovate in rete secondo le quali gli agenti letterari, e/o gli “editor” presso le case editrici, interverrebbero pesantemente sui libri prima della loro pubblicazione, in pratica riscrivendoli (quindi l’autore non avrebbe alcun merito: pubblicano solo gli amici degli amici) oppure piallandoli sul piano artistico per renderli appetibili sul piano commerciale (quindi l’autore si sarebbe svenduto: per pubblicare devi rinunciare alla tua integrità).

Sono anni che vagheggio di pubblicare uno o più post a proposito degli agenti letterari come figure indispensabili al fianco degli scrittori, o di coloro che desiderano diventarlo (e sono stata lieta di trovare in rete, tempo fa, questo articolo di Michela Murgia). Ricevo diversi messaggi da scrittori in erba che mi chiedono “come si fa” a pubblicare un libro e a tutti inevitabilmente rispondo: non inviare il tuo testo agli editori, ma proponilo a un agente letterario. Individuare l’editore al quale inviare i tuoi scritti, o aspirante romanziere, è compito dell’agente; spedire personalmente il tuo lavoro a tutte le case editrici d’Italia è una perdita di tempo, e una ripetuta frustrazione che ti consiglio caldamente di risparmiarti. L’agente conosce il mondo editoriale meglio di te e sa quindi chi possa essere eventualmente interessato al tuo lavoro; e quando l’interesse si sarà manifestato, stipulerà per te un contratto migliore di quello che stipuleresti tu. Inoltre, l’agente è il tuo primo editor e può darti consigli preziosi sulla tua scrittura.

Avere un post sul mio blog che esplori questi argomenti, già pronto da inviare a coloro che mi chiedono informazioni, sarebbe un vantaggio – pensavo. Se finalmente mi sono decisa a pubblicare questa pagina, invece, è sull’onda del dolore per una perdita, quella della mia agente, Daniela Bernabò. Perdita sulla quale non mi dilungo per rispettare il riserbo di coloro che ne sono stati colpiti in maniera ben più grave.

Daniela era, tra le altre cose, una editor eccezionale. Che cos’è un editor eccezionale? Una persona colta, competente e, a differenza vostra, emotivamente distaccata dal vostro scritto. Una persona che sia quindi in grado di analizzarlo, magari in fieri, e individuarne i punti di forza e debolezza; che vi spinga a valorizzare i primi e correggere i secondi, senza suggerirvi soluzioni, ma lasciando che siate voi a trovarle, così da indurvi a creare un’opera artisticamente più valida. Il tutto senza urtare la vostra suscettibilità, giudicando o criticando; non per buona educazione o rispetto personale ma semplicemente perché, se vi sentite attaccati quindi vi irrigidite sulla vostra posizione, non se ne esce più.

Esempio. Nel mio ultimo romanzo Le due vite di Elsa avevo originariamente inserito nel sottofinale un capitolo nel quale il giovane psichiatra Giuseppe d’Ambrosio, personaggio-specchio di Giuseppe Garibaldi (spero che qualcuno abbia letto il libro, così da capire di cosa sto parlando) incontrava un uomo mentalmente disturbato che sosteneva di essere Alexandre Dumas padre. L’episodio nasceva dal fatto che il mio trittico di romanzi storici, così come l’avevo concepito alcuni anni fa, prevedeva un personaggio che dal primo libro torna nel secondo, e un personaggio che dal secondo torna nel terzo (Dumas, appunto). La cosa mi è riuscita discretamente nel secondo caso, poiché il personaggio che riappare (Victoria d’Ippold) è portatore di un contenuto centrale nella storia: non sapere di chi si è figli. Quindi non si tratta di una mera trovata: alla radice c’è un significato profondo.
In questo caso il legame tematico non c’era. C’era solo un pretesto storico (il rapporto di amicizia che vi fu tra Dumas e Garibaldi) e una mia convinzione, probabilmente erronea, della necessità funzionale di quella scena, che doveva motivare Giuseppe a compiere la sua scelta finale. Il tutto, però, rimaneva su un piano di discussione accademica, poco emotiva, proprio nel momento che precede il climax e quindi rischiava di comprometterlo. Col senno di poi, credo di poter affermare che quella scena ammazzasse il romanzo.
Nella tarda estate del 2010, appena finita di leggere la prima stesura, Daniela Bernabò mi chiamò per dirmi che ne era molto soddisfatta. Mi fece alcune piccole annotazioni, lasciando intelligentemente il vero problema al finale della telefonata. “Riguardo al capitolo di Dumas” disse con molta gentilezza “ho un piccolo dubbio, e te lo manifesto per quel che è, poi vedrai tu. Non sarà… un po’ troppo? Come quando si mette troppo sale nella pietanza…”
Da questa sua domanda nacque una riflessione che mi portò alle conclusioni di cui sopra quindi a eliminare del tutto la scena (modificando di conseguenza molte altre cose).
Se lei mi avesse detto la verità, ovvero che quella scena era, se non dannosa, inutile (e tutto, nella scrittura, deve essere necessario) io mi sarei sentita come se mi avesse richiesto l’amputazione di un arto e avrei impiegato molto più tempo per comprendere. E se lei non avesse individuato quella falla, l’avrei magari individuata io stessa (sentivo che qualcosa non andava, eppure ci tenevo così tanto a metterci Dumas…) ma chissà quando. Il processo è stato quindi più rapido, meno accidentato e doloroso e la casa editrice ha ricevuto un lavoro già strutturalmente pronto per la pubblicazione, a vantaggio di tutti.
Ecco cos’è un editor eccezionale. E io non posso che esprimere a Daniela la mia profonda gratitudine per avermi aiutata a crescere, e non solo come scrittrice. Che la terra le sia finalmente lieve.

Non tutte le agenzie letterarie, che io sappia, instaurano con i loro clienti un rapporto di questo genere; ma che lo facciano costituisce, a mio parere, un notevole valore aggiunto.

Nel prossimo post (che pubblicherò la prossima settimana, o la seguente) mi concentrerò sui criteri in base ai quali orientarsi tra i tanti nominativi di agenti letterari reperibili in rete (in primo luogo, quello di scartare coloro che chiedono denaro per valutare gli inediti). Nell’attesa, per un profilo della professione di grande autorevolezza, e per capire definitivamente, e senza più dubbi, perché avere un agente rappresenta un vantaggio da tutti i punti di vista, vi invito a leggere questo articolo di Luigi Bernabò.

In questi giorni di crisi preme su tutti noi la necessità di identificare i nuovi trend professionali che offriranno prospettive ai lavoratori di domani. Io suggerisco di intraprendere la carriera di spiazzista.
Per fare lo spiazzista è necessario avere una rubrica d'opinone su un quotidiano, oppure uno spazio di commento in radio e tv, oppure ancora - nei casi più improvvisati - un blog proprio, possibilmente nominativo. Non significa ovviamente che tutti quelli che hanno un blog, una rubrica o uno spazio mediatico a loro disposizione siano degli spiazzisti, anzi; lo spiazzismo è una professionalità specifica che non va in nessun modo confusa con quella di un commentatore, un corsivista o un qualunque blogger avvelenato, per quanto brillante possa essere. Lo spiazzista è per definizione un professionista dello spiazzo, quel luogo metaforico in cui le correnti del pensiero cambiano flusso e si invertono, tornando al mittente torbide e roboanti come un torrente di montagna al disgelo di primavera.
Non esiste l'evidenza per lo spiazzista: dietro ogni chiarezza c'è un ben altro che nessuno ha ancora avuto il coraggio di chiamare per nome. Lo spiazzista ha capito di più, ha visto oltre e ha il nerbo morale per proclamarlo al mondo.
Schettino incaglia la nave e poi se la dà a gambe? La gente penserà, griderà e twitterà che è un codardo criminale e gli opinionisti comuni scriveranno in punta di penna che l'uomo sublima invero l'ignavia nazionale. Invece lo spiazzista si schiarirà la voce e dirà che Schettino è in realtà un tenero anti-eroe neorealista, che non si può giudicare un uomo senza trovarsi nei suoi panni e che scaricare su di lui ogni colpa distoglie lo sguardo da ben altre responsabilità. Che sia un vile che ha cercato di svignarsela no, questo uno spiazzista ha il divieto etico di dirlo. Se esistesse un albo degli spiazzisti, quella sarebbe la prima legge per starci dentro.
De Falco grida al microfono "Vado a bordo, cazzo"? La gente normale penserà che è il comandante che tutti vorremmo durante un naufragio e gli elzeviristi comuni diranno metaforicamente che, benché non abbia fatto che il suo dovere, incarna comunque la voglia di autorevolezza del paese. Lo spiazzista invece intingerà il pennino nel curaro e poi scriverà che De Falco non è che un arrogante a cui piace alzar la voce ben sapendo di star performando la parte dell'uomo forte in una registrazione che diverrà pubblica. Lo spiazzista più consapevole del suo ruolo può arrivare a dire persino che De Falco è l'eco ripulita del gerarca fascista che ancora rimbalza nei meandri della nostra cattiva coscienza. Che sia un brav'uomo che si è incazzato davanti all'insipienza altrui no, lo spiazzista questo non lo può dire mai, sennò che spiazzista sarebbe. 
La Stampa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano: ognuno ha il suo spiazzista specializzato. Affrettatevi a seguirne uno: se non hai uno spiazzista di riferimento oggi non sei nessuno.

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1 Jan 1970
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