Questo pezzo di Marcello Fois è uscito il 28 agosto 2010 su La Nuova Sardegna.
Ci voleva poco per pacificare l’inquietudine del dottor Mancuso. Poco per modo di dire, perché una risposta di Eugenio Scalfari non è certo robetta da nulla.
Riassumendo: il teologo Vito Mancuso, autore di Mondadori, qualche mattina fa, leggendo un articolo di Giannini su La Repubblica, scopre che, grazie a un decereto convertito in legge appena varata dal governo in carica, il debito fiscale della suddetta Casa Editrice milanese, proprietà dell’attuale capo del governo, viene, se paga subito, decurtato da 35 milioni a 8,5 milioni di euro. Una forma di accordo che è valsa a suo tempo per persone fisiche del calibro di Valentino Rossi o Luciano Pavarotti e che ora viene applicata ad aziende che devono, però, aver superato incolumi almeno due gradi di giudizio. La Mondadori, casualmente, è un’azienda che ha superato incolume due gradi di giudizio e funge, volente o nolente, da paradigma per questo “rivoluzionario” condono che troppi giudicano “in malafede”, ad aziendam. Comunque ritornando al dottor Mancuso, è lì che fa la sua colazione legge il giornale su cui collabora da anni e trasecola. Quella Casa editrice così spudoratamente favorita dal Governo in carica è la stessa sulla quale scrive lui, e con lui anche un’upper class di intellettuali importantissimi! Ma c’è di più: del gruppo Mondadori fa parte anche l’Einaudi! C’è da cadere dalla sedia. Immaginate il subbuglio di capire all’improvviso che dopo 17 anni di proprietà, dopo un numero imprecisato di udienze per stabilire se realmente siano stati corrotti dei giudici e unti funzionari vari per acquisire Mondadori, dopo un tentativo, neanche tanto celato di varare una legge che impedisca non solo la libera circolazione della cultura, ma anche quella dell’informazione, si arriva persino al condono fiscale! La coscienza a questo punto di ribella. Quando è troppo è troppo: passino anni di proteste ignorate, anni di appelli disattesi, anni di sentenze rimandate, ma lo sconto fiscale davvero no! Per tutti questi anni i corridoi di Segrate sembravano al dottor Mancuso un’appendice della sua casa, familiarissimi, e ora d’improvviso gli appaiono estranei e ostili.
Non resta che mettersi al computer.
L’appello che ne consegue è certamente retorico, non è che il dottor Mancuso ignora le verità contenute nell’articolo di Gannini sullo scivolo tributario concesso a Mondadori, ma tuttavia si sente di chiamare alle armi “quelli che contano” all’interno della sua Casa editrice e anche della sua sorella torinese, perché finalmente si rompa quello che lui percepisce come “un fragoroso silenzio” da parte di autori autorevoli che vivano il suo stesso rovello interiore. Roberto Saviano compreso, del quale si può dire tutto, ma non che sia stato zitto nemmeno in questo frangente. Tuttavia, da gentiluomo qual è, Eugenio Scalfari gli risponde e gli ribadisce quello che, gran parte dei colleghi mondadoriani ed einaudiani, anche quelli meno autorevoli, del dottor Mancuso vanno ribadendo da anni:
1) che l’inserimento della leggina che consente il condono tributario alle aziende è surrettizio;
2) che il problema dei problemi resta quello del “gigantesco conflitto di interessi del capo del Governo in carica";
3) che quel conflitto di interessi ammorba la nostra vita pubblica fin dal 1993;
4) che finché Einaudi (Scalfari scrive per Einaudi) mantiene l’attuale autonomia rispetto alla proprietà, lui, Scalfari, e con lui tanti altri resteranno a Torino;
5) che se ne andrà quando queste condizioni non siano più in essere.
Ora, questa risposta, logica, netta, elementare, data da Eugenio Scalfari ha un peso specifico ben superiore alla stessa data da una caterva di autori qualunque, ma questo non significa che, a differenza, di quanto finge di pensare il dottor Mancuso, questi autori qualunque abbiano scelto, in questi anni, la strada del silenzio. Anzi.
18.05.2012 18:30 -
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