Questo l'ho scritto per l'Unità del 18 gennaio 2010
Nel circuito bibliotecario del Veneto il Mein Kampf di Adolf Hitler è disponibile al prestito in ventisei copie, di cui una nella biblioteca dell’Istituto Storico della Resistenza di Belluno. Nessuno si è mai sognato di chiederne la rimozione, o di obiettare che i soldi pubblici non devono servire a comprare le opere di un dittatore colpevole di genocidio. Se qualcuno si permettesse di proporre l’epurazione di quel noiosissimo libro, io mi opporrei con tutti i mezzi a mia disposizione, perché l’autonomia di pensiero delle persone si costruisce legittimando la libertà di espressione anche delle idee che consideriamo più aberranti e che preferiremmo non sentire esprimere, dato che conosciamo le conseguenze.
Non è dello stesso avviso l’assessore Speranzon. Per questo signore le persone che hanno idee che lui non condivide non devono avere lo spazio per dirle, e le loro opere, anche se parlano di tutt’altro, devono essere censurate dalle pubbliche biblioteche, perché i soldi pubblici nel mondo che lui immagina di rappresentare non possono servire a dare visibilità a chi ha idee diverse da quelle di chi governa.
La proposta di epurare i libri degli autori che nel 2004 hanno firmato l’appello contro l'estradizione dalla Francia di Cesare Battisti evoca scenari vicini al romanzo Fahrenheit 451, ma Ray Bradbury in confronto alla realtà auspicata da Speranzon era un ottimista. Quando descriveva i roghi dei libri, lo scrittore ipotizzava almeno l’esistenza delle persone-libro, straordinari lettori disposti a mandare a memoria in segreto i testi bruciati per salvarli dal completo oblio. Non so se nella provincia di Venezia ci siano persone disposte a diventare libri viventi per dovere civile, ma so che ne servirebbero davvero molte per mandare a memoria le opere di quasi cinquanta autori, gente come Tiziano Scarpa, Loredana Lipperini, Daniel Pennac, Wu Ming, Sandrone Dazieri, Valerio Vangelisti, Giuseppe Genna, Carla Benedetti e decine di altri elencati nella lista di proscrizione stabilita dall’assessore.
Quel che appare più grave è il fatto che la censura ideologica annunciata da Speranzon venga esercitata non sui contenuti delle opere di questi autori - cosa che sarebbe comunque inaccettabile in un paese libero dove nelle biblioteche civiche è disponibile, e deve restarlo, anche l’autobiografia di Erik Priebke - ma sull’esercizio pubblico della loro opinione di cittadini, condivisibile o meno non ha qui nessuna importanza. Accettare oggi che i libri di questi autori vengano censurati dal circuito bibliotecario con la scusa che i soldi di tutti non vanno usati per dar spazio ai “difensori di un assassino” sarebbe come permettere domani che il dipendente di un comune venga licenziato con la scusa che i fondi di tutti non devono garantire lo stipendio a persone che hanno idee sgradite alla maggioranza dei contribuenti.
Non minimizzerei quella di Speranzon come una posizione solitaria; l’idea che i soldi pubblici vadano usati come un biscottino che il potere può lanciare al cane più obbediente rispecchia la visione di molte persone incapaci di distinguere la cultura dalla propaganda; è grave che questa prospettiva si traduca in forme di pressione ai bibliotecari sotto forma di velata minaccia alla loro autonomia. L’idea che chi governa abbia il diritto di indicare per sua simpatia cosa non dobbiamo leggere e quali autori non possiamo incontrare nelle nostre biblioteche, oltre ad essere paternalistico e punitivo, è l’anticamera mortuaria di ogni libertà di espressione.
Da scrittrice non accetterò inviti da parte di chi discriminerà per ragioni ideologiche anche un solo nome di quella lista, e da lettrice voglio vivere in un paese in cui le biblioteche abbiano il Mein Kampf, i diari di Mussolini veri o falsi che siano, le memorie di Priebke, quelle del mostro di Marcinelle, quelle di Pietro Maso e quelle di Josef Fritzl, se esistono. Voglio leggere il libro di ogni assassino che abbia scritto un libro, e anche di chi lo ha difeso. E questi libri voglio scegliere di leggerli proprio perché i loro autori hanno compiuto azioni che mi ripugnano e proprio perché le loro idee offendono l’idea di mondo in cui mi riconosco. Figuriamoci se vorrei essere privata della libertà di scegliere libri scritti da persone oneste come Scarpa, Balestrini, Lipperini o Pennac, rei solo di non compiacere le idee dell’assessore. L’esperienza del Campiello mi ha regalato uno scorcio sul Veneto e sulla sua concezione di cultura che non somiglia in nessun modo a quella espressa da Speranzon nelle sue esternazioni pubbliche. Sono certa che i primi a osteggiarla in loco saranno i lettori, gli utenti delle biblioteche e i bibliotecari minacciati nella loro autonomia.
18.05.2012 18:30 -
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