Inge con Ernest HemingwayInge Feltrinelli per me è un mito e lo dico nel senso non abusato del termine. Sono cresciuta in braccio a una madre sessantottina che aveva per Giangiacomo Feltrinelli il rispetto che le truppe tributano ai capitani coraggiosi. Feltrinelli allora in Sardegna era già più che un semplice editore. La sua libreria milanese era per mia madre, emigrata e giovanissima, una casa lontano da casa. Ci si infilava dentro con me già nella pancia ed è per questo che a 13 anni le mie compagne leggevano Cioè e io già sapevo chi era Pinelli.

Conoscere Inge è stato come afferrare l'ultimo filo della trama storica che ti ha generato. Forte, solare, determinata e lucida, questa donna quando ci siamo viste per la prima volta mi ha abbracciata come se mi avesse riconosciuta. Solo davanti a Klaus Wagenbach, che non a caso le è amico e coetaneo, ho provato la stessa sensazione: guardare in faccia l'origine del mio presente con tutti i suoi chiaroscuri, capire il tempo complesso di cui non sono stata cittadina, ma dove per tanti motivi mi trovo a ritornare da clandestina.

Inge non mi ha mai nascosto di stimarmi come autrice e io non le ho mai nascosto di avere di lei il più alto dei concetti, come donna e come editrice. Il mio rapporto editoriale con Einaudi è basato su relazioni personali forti e fuori discussione, in nome delle quali ho accettato di vivere anche la non facile contraddizione berlusconiana. Ma so da dove vengo ed è quella consapevolezza che mi fa sorridere quando leggo interviste come quella di ieri all'Unione Sarda dove Inge, quando Celestino Tabasso le chiede se come editore ha dei rimpianti, dichiara candidamente "..sì. Mi dispiace non avere Michela Murgia in catalogo. E' brava e brillante e anche impertinente, come ero io alla sua età."

Chissà se mia madre nel 1971 si sarebbe immaginata mai una chiusura del cerchio come questa.

(nella foto Inge è con Ernest Hemingway in un autoscatto)

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