Sposo e rigiro questa inedita riflessione del biblista Piero Stefani sul paese di Berlusconi.

In una sera di maggio del 1915 un poeta vate, rivolgendosi alla folla accalcata in una piazza di Roma, così si esprimeva: «Su la nostra dignità umana, sulla dignità di ognuno, su la fronte di ognuno, su la mia, su la vostra, su quella dei vostri figli, su quella dei non nati, sta la minaccia di un marchio servile. Chiamarsi Italiano sarà nome da rossore …». Con queste, e altre ancor più veementi, parole un «grande» della letteratura italiana, Gabriele d’Annunzio, portava a compimento un esercizio di retorica che fingeva di premere sul governo al fine di prendere una decisione in effetti già assunta: l’ingresso in campo dell’Italia affianco dell’Intesa. Non fu una scelta di cui gloriarsi.

In tutt’altro contesto, oggi si impongono con implacabile attualità, a patto di trascriverle al presente, alcune di quelle parole: «chiamarsi italiano è un nome da rossore». La vera ragione non è quella, pur reale, dell’immagine che si diffonde nel mondo legata agli inqualificabili comportamenti personali del presidente del consiglio. Lì, certo, ci sono ad abundantiam motivi di coprire le proprie guance di rubyno e tuttavia lo snodo fondamentale si trova altrove. Il vero motivo di vergogna che tutti ci accomuna è che, all’incirca da vent’anni, in Italia non si può fare a meno di riferirsi, in un modo o in un altro, a Berlusconi. Vi è un dato oggettivo: da quasi quattro lustri il Cavaliere è divenuto il perno su cui ruota l’intera vita nazionale.

Non siamo in una classica dittatura, le gigantografie di Berlusconi non appaiono agli angoli delle strade o sui palazzi istituzionali, nelle scuole o nei tribunali. Si tratterrebbe di un procedimento arcaico. Il fatto cruciale è che tutto il linguaggio della comunicazione, in modo diretto o indiretto, non riesce a ignorarlo o come persona o come stile di comportamento avversato e/o introiettato. Berlusconi si è impossessato dell’anima del paese. Questo è il vero motivo di incancellabile rossore. Essere all’opposizione politica è un rantolo di dignità, ma non sposta il baricentro della questione. Non ci si può dimenticare di lui. È lui che comanda il gioco. Prima o poi perderà; ma il torneo sarà sempre intitolato a lui anche dopo di lui. Lo sarà fino a quando non ci sarà una vera svolta. Giunti a questo punto, la rigenerazione dovrà, per forza, passare attraverso una fase traumatica, proprio come avvenne per l’altro ventennio: prospettiva realistica, ma non augurabile, i prezzi da pagare saranno infatti enormi.

Tutto è così. Quando ci si imbatte in forze positive impegnate nel sociale, nella concreta applicazione dei diritti, nell’elaborazione culturale seria, allora sorge, inevitabile, un interrogativo: come è possibile che un paese che ha queste potenzialità abbia una vita e un’immagine pubbliche così degradate? A parti rovesciate, la stessa conclusione va tratta quando ci si imbatte in comportamenti e stili di vita volgari, egoistici, narcisistici e dissipatori pervarsivamente presenti tra noi. In tal caso si è obbligati a constatare quanta terribile omogeneità ci sia tra il «paese reale» e quello legale. Se si contemplano le opere d’arte del passato o si è avvinti dalla grande musica e letteratura dell’Italia di un tempo, ci si chiede come è possibile che una civiltà capace di aver prodotto quelle realtà si sia ridotta così. Se si è di fronte alla liturgia pubblica dei picchetti di onore, delle toghe, delle deposizioni di corone di alloro, delle solenni sedute inaugurali, delle celebrazioni e degli anniversari sorge, inevitabile, un senso di smarrimento constatando la vuotezza di quella ritualità di fronte al vero volto dell’Italia. Su questo declivio si potrebbe continuare, fino a giungere alla minuscola esemplificazione costituita da queste righe, anch’esse prigioniere di quello spettro che si aggira tra noi e dentro di noi.

Il modello «tirannico» (in senso classico) di chi governa la cosa pubblica in base al proprio interesse privato si è capovolto fino a far sì che anche il privato di ciascuno sia impregnato da un diuturno confronto con quello stile pubblico. Quando ci si alza la mattina, si è coperti da un rossore contraddistinto da tratti depressivi: non ce ne liberiamo, siamo ancora qui, non riusciamo a coagulare forze per uscirne.

Nell’orizzonte italico vi è un altro rosso, quello cardinalizio. Anch’esso è ormai segno di vergogna. Quando il primo ventennio aveva imboccato la strada dello sfacelo, ci fu qualche sussulto; è il caso degli ultimi mesi di pontificato di Pio XI. Tuttavia neppure allora ci fu una seria messa in discussione dello scoperto appoggio che si era dato in precedenza. Né avvenne alcuna franca ammissione di aver sbagliato. La statura culturale di papa Ratti è imparagonabile a quella di un Bertone, di un Ruini o dell’evanescente Bagnasco. Da lui ci si poteva, forse, aspettare qualcosa, dagli odierni cardinali non è dato attendere nulla e i loro tardivi distinguo non fanno che rendere più intensa la porpora presente sui loro abiti e sulle nostre guance. Semplicemente essi non sono all’altezza di comprendere il dramma del nostro paese in quanto ne sono parzialmente corresponsabili.

Commenti  

 
#1 Efisio 2011-01-24 10:27
Questo mostro di ogni nequizia continua a rimanere, nei sondaggi, per quel che possono valere, molto richiesto dal popolo italiano di cui non è facile stabilire la gradazione del rosso sul viso.
Delle due l'una: la maggioranza non capisce niente della sua convenienza o tende notevolmente al masochismo. La seconda ipotesi non è facile da verificare; già mostra qualche difficoltà dimostrare questo tipo di "disfunzione" nell'ambito individuale, riferendosi alle masse, le cose si compliucano notevolmente
La prima ipotesi porta a considerare quella maggioranza del popolo italiano che, pro tempore, fa la guardia ad Arcore, composta da "minus habens" e di converso, quell'altra parte che vuol vedere le rovine fumanti del villone brianzolo, formata tutta da persone che col cavolo le freghi. Considerazione, nel complesso, piuttosto manichea.
Ci sarebbe in verità una terza ipotesi: che di "minus-come abbiamo- detto-prima" ce ne siano dall'una e dall'altra parte e con qualche sentore di masochismo per di più. Ci sarebbe, poi, un piccolo nucleo di magici pifferai che si industriano a menare, or di qua, or di là, il popolo italiano. Pzg46yer il suo bene, sia inteso.
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#2 Efisio 2011-01-24 10:32
Fra i commentatori di questo blog non ci sono di quei "minus-qualcosa" e l'errore finale, del mio commento precedente, sarà subito individuato e perdonato.
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#3 Gianpiero 2011-01-24 12:02
"Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato "la società dei consumi". Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant'anni addietro, come prima del fascismo.
Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa "civiltà dei consumi" è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la "società dei consumi" ha bene realizzato il fascismo."

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari - Intervista a cura di Massimo Fini dal titolo "Fascista"

Personalmente, credo che Berlusconi conosca questa pagina a memoria; lui è riuscito nell'applicazione capillare di questo stile di vita, di questa rivoluzione del modo di pensare, ed è per questo che sarà ancora più doloroso oggi di allora sbarazzarsi della dittatura: perché lui oggi è entrato nell'anima di tante persone, portando con sé la responsabilità della giustificazione morale di fenomeni molto più complessi della sua sola personalità, che hanno trovato terreno fertile per crescere e innestarsi, peggio del peggiore cancro.
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#4 marco 2011-01-24 21:46
hai ragione Gianpiero
PPP aveva visto tutto, e lo aveva visto mentre stava accadendo.
quanto ci manca, quanto ci mancano le sue parole.
ma la forza d'indignarsi non l'abbiamo più,semmai l'abbiamo avuta.
è l'ora di gesti forti, di coraggio, pacifici ma netti senza se e senza ma.
quell'uomo è un'indecenza che non ci vogliamo e possiamo permettere. Gridiamolo alle finestre, appendiamo lenzuola bianche con scritto "Berluscono dimettiti". e così sia.
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#5 Daniela 2011-02-12 09:55
Che gioia trovare un biblista che comprende la tortura dell'anima a cui sono sottoposte le poche ancora anime libere. Che forza queste parole sulla corresponsabilità degli alti porporati. Sono maestra e immagino (sogno) che leggendo Pennac, Andersen, Lodi i miei piccoli si costruiscano un loro proprio immaginario, spazio autogestito e inviolabile, resistente alle facili profanazioni inconsce dei media. Direi "uno spazio dell'anima", visto che a catechismo imparano le preghiere a memoria.
Educare a pensare una poesia, a scrivere le proprie emozioni, nel silenzio denso della classe, guardando dai vetri la nebbia fitta che affligge gli alberi e ci ruba il giardino: questo solo oggi riesco a fare, in questo solo mi sento viva.
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