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Con questo pezzo su Pinuccio Sciola si inaugura la mia collaborazione con il Messaggero di Sant'Antonio, fortemente voluta dal suo direttore Ugo Sartorio e da me considerata un grandissimo onore. Ogni mese racconterò dal mio punto di vista la storia di una persona che ha saputo fare la differenza per molti con la sua passione e la sua volontà.


 

Pinuccio Sciola ha gli occhi chiari, una testa leonina di capelli bianchi e le stesse mani forti e segnate dei contadini e dei pugili. Quando l’ho visto per la prima volta stava al centro di un parco ed era accomodato con disinvoltura su un dondolo a molla a forma di cavallino dal quale si godeva l’ascolto di uno spettacolo letterario in apparente noncuranza degli sguardi dei curiosi. L’ho rivisto poi molte altre volte, ma sempre mi torna in mente quella prima immagine di libertà infantile in cui lo colsi senza che mi vedesse: resta per me una chiave indispensabile per capire chi è quest’uomo di settant’anni capace di trarre suoni d’acqua dal calcare e di intuire dentro enormi blocchi di basalto un’anima ferrosa fatta di geometrie nascoste. Pinuccio è uno scultore, dicono. Io penso di no. Gli scultori maneggiano materiali inerti, mentre lui agisce come se tutto quello che tocca fosse vivo e gli proponesse dialoghi e relazioni. Nel suo sguardo chiaro è presente la stessa capacità di intuire il celato che è propria degli esorcisti e delle levatrici. Credo dipenda dal fatto che prima di scolpire la pietra Pinuccio era un contadino. Per lavorare la terra ci vuole visionarietà, perché devi credere nei semi e coltivare insieme al solco la speranza che ogni cosa apparentemente piccola possa stupirti, superando la sua apparenza.

Uno sguardo del genere è molto utile anche con le persone e Pinuccio lo sa bene, perché quando aveva diciotto anni qualcuno in quel modo ha guardato anche lui. Non erano anni facili. Chi nasceva nel primo dopoguerra da famiglia numerosa e non abbiente si poteva considerare già fortunato se arrivava a prendere la terza elementare. Pinuccio arrivò sino a lì e poi fece quello che avevano già fatto tutti i suoi fratelli: andò in campagna a lavorare. A differenza loro Pinuccio, però, aveva una passione: ogni volta che il campo gli lasciava un minuto libero si cercava una pietra, la sceglieva con cura, poi la scolpiva. Basalto. Arenaria. Calcare. Tra una vigna e un oliveto quel ragazzo dalle mani grandi scolpiva tutto quello che trovava. A diciotto anni ebbe l’opportunità di recuperare un po’ di studio e si iscrisse alle serali per arrivare alla quinta elementare, senza smettere mai di lavorare la pietra, ogni volta che ne aveva il tempo. Sarebbe vissuto così tutta la vita, Pinuccio, contadino di mestiere e scultore a tempo perso, se la scuola d’arte di Cagliari non avesse indetto un concorso artistico per gli allievi delle scuole elementari. I giudici erano gente seria, presidi e artisti, gente che se ne intendeva. Con i disegni, i gessi e i piccoli pasticci dei bambini delle elementari, si videro arrivare anche un’opera di pietra scolpita con una tale maestria che mai l’avrebbe potuta fare un bimbo. Sbalorditi, andarono al paese di San Sperate a vedere chi fosse lo scultore di diciotto anni che faceva le elementari alle serali e trovarono solo sua madre, perché Pinuccio era in campagna a zappare. Si fecero mostrare tutte le sue sculture e capirono che quel ragazzo aveva un talento. «Ma quando scolpisce suo figlio, signora?» – dicono che abbia chiesto il rettore della facoltà di Architettura –. E lei pare abbia risposto: «Eh, quando scolpisce... scolpisce quando ha tempo dalla campagna!». Il rettore commentò: «Signora, un giorno suo figlio scolpirà tutto il giorno e quando avrà tempo e voglia forse si curerà di un orto».

Quarant’anni dopo è stata una scultura di Pinuccio a essere scelta come prima pietra di costruzione del Parlamento europeo e decine di sue opere sono esposte nei più importanti musei del mondo o nelle piazze delle grandi città. Le collaborazioni con i grandi architetti non si contano più e le pietre sonanti di Pinuccio – pietre vive simili a menhir che, se sfiorate, diffondono suoni di vetro e di ferro, di legno, e persino simili alla voce umana – sono un’attrazione che ha portato la scultura molto oltre il recinto degli appassionati della pietra e delle sue forme. Renzo Piano ne ha messa una enorme nel Parco della musica di Roma e quando ci sono stata per lavoro e l’ho riconosciuta ho sentito come un suono dentro. Un uomo così, nato in un paese dove per definizione non c’è niente, avrebbe avuto l’occasione di vivere altrove con facilità. Invece è rimasto lì. Il mondo lo ha girato in lungo e in largo, le sue opere sono nei luoghi d’arte più prestigiosi, ma già negli anni ’70 Pinuccio ha deciso che San Sperate era il suo catalizzatore e che la sua principale azione artistica sarebbe stata quella di non lasciarlo uguale a come lo aveva trovato. Ha chiamato artisti che dipingessero i muri del paese con i bambini e le bambine. Ha scolpito sassi con i loro padri e fatto fotografare le loro madri dai più grandi maestri dell’obiettivo che conosceva. Ha costruito installazioni di materiali di ogni tipo con i vecchi e le vecchie. Ha aperto una scuola di scultura dove vanno a imparare i giovani talenti di tutto il mondo. Ha battezzato la nascita di un festival multiarte che coinvol­ge tutto il paese, strada per strada, e riempie di bellezza ogni angolo di San Sperate, chiamando a raccolta artisti di ogni disciplina. Qualcuno di loro si è talmente innamorato di questo modo di stare al mondo insieme che ha scelto di trasferirsi a San Sperate e di viverci e morirci, come ha fatto il grande fotografo di origine argentina Pablo Volta. In quarant’anni di quest’opera Pinuccio ha cambiato il volto della sua comunità fino a farne un laboratorio di artisti che vive in un paese-museo sempre in mutamento, un paese di cui si è accorta anche l’Unesco. L’altra sera, mentre guardavo Pinuccio suonare le pietre nel suo agrumeto, ho pensato che a volte, davvero, basta un solo uomo con una sola vita a disposizione per fare tutta la differenza che serve.


© 2011 - Il Messaggero di S.Antonio Editrice

Sto partendo per la Catalunya e ci starò diversi giorni. Mentre metto le cose in valigie ho deciso di lasciarne fuori tre per chi mi legge, come ricordi di un passaggio. Sono inviti all'incontro con due maestri speciali - esperti nel dare vita all'arte con grazia e fantasia - e con un giovane uomo pieno di coraggio attorno al quale il silenzio mi pesa.

Il primo incontro lo consiglio a Formia in provincia di Latina, dove una libreria indipendente - la Libreria di Margherita - ospita in mezzo agli scaffali dei libri la mostra ("Relitti") di un'artista sensibilissima che si chiama Maria Cristina Ballestracci. I suoi non sono quadri, non sono poesie e non sono installazioni, ma piccoli relitti del mare che la sua fantasia riesce miracolosamente a far diventare tutte e tre le cose. Maria Cristina recupera pezzi di legno, di ferro, di materiali poveri e naufragati e trasforma le loro ferite in segni parlanti, costruendoci intorno dei versi in forma di haiku e montando il tutto in piccole perfette composizioni di senso. Ho incontrato il suo talento a Santarcangelo di Romagna e non l'ho più dimenticato.
Ora possono vederlo tutti.

Il secondo incontro si può fare in qualunque libreria, avendo cura di cercare una di quelle che ospitano una sezione ragazzi ben fornita. Infatti, per un oscuro mistero italiano, quasi tutto quello che è grafico finisce in quella sezione anche se non c'entra nulla, precludendo agli adulti la scoperta di autentici capolavori. Quello che suggerisco è uscito proprio in questi giorni per i tipi di Carthusia e sarebbe un ottimo acquisto per un insolito regalo di Natale.
Lo ha illustrato il genio di Gek Tessaro, si chiama Il Cuore di Chisciotte ed è un lavoro in equilibrio perfetto tra filastrocca e pennello, tra poesia e ferita. Cavalieri senza paura, scudieri senza coraggio e dame di passaggio: lasciatevi commuovere dal cuore di Chisciotte! (...e me ne vado non perché son rimasto abbastanza, ma perché rimanere, per me, non ha più importanza.)

Il terzo incontro è più duro. E' un libro di cui pochi vogliono parlare, perché racconta troppo bene di 'ndrangheta al Nord in un paese in cui le organizzazioni criminali sono considerate letterariamente pittoresche solo finché restano negli esili dell'immaginario, cioè al Sud depresso e culturalmente predisposto. Giuseppe Catozzella ha commesso l'errore di scrivere di 'ndrangheta a Milano e di farlo dopo Saviano, cioè quando nessuno è più disposto a correre il rischio di far uscire il tema dalla sua eccezione. Un romanzo come Alveare (Rizzoli) promette di mostrare con chiarezza cosa significa nella vita di tutti giorni il fatto che la Lombardia sia la quarta regione italiana per affari della criminalità organizzata. Qualcuno potrebbe cominciare a crederci sul serio, specialmente se a dirlo è un giovane milanese della periferia urbana, uno che quando scrive di territori del Nord controllati dalla 'ndrangheta sa di cosa parla: c'è cresciuto.

Buon viaggio.

anagrafIn risposta a Daniela Brogi, ma anche per una mia esigenza di chiarezza estensiva sulla questione TQ, vorrei approfondire qui la ragione principale per cui non ho aderito al gruppo, né in fase iniziale né ora che va definendosi con maggior precisione nei suoi intenti. La ragione dominante è quella del criterio generazionale e prescinde anche dal manifesto politico, che pure non condivido, ma che in fase preliminare avrei almeno discusso se non ci fosse stata la questione dell'appartenenza anagrafica. E' forse necessario chiarire che né questo né altri miei interventi sono atti di belligeranza verso TQ. Stimo le persone e osservo con curiosità il progetto, pur mantenendo vive molte perplessità.

La questione generazionale identifica e presume una categoria di appartenenza che con evidenza non è solo anagrafica, ma anche sociale. Nel momento in cui la nascita casuale in un dato ventennio diventa un parametro di adesione al gruppo TQ, occorre che chi lo ha stabilito spieghi con chiarezza le ragioni politiche per cui lo è, dato che è ovvio a chiunque che - parafrasando la felice espressione di Nicola Lagioia - non basta essere stati traumatizzati dagli stessi non-eventi per porre basi di prassi politica comune, né voglio pensare che qualcuno dei firmatari sia convinto che i concetti di coevo e di coeso stiano in qualche rapporto di automatica consequenzialità. Perché quindi suggerire nell'invito al primo incontro che invece quella relazione di consequenzialità esista almeno in potenza e addirittura possa essere base fondante del discorso? Fino a che punto è corretto affrontare la questione del malessere economico, sociale e culturale di questo paese dando come premessa di partenza l'esistenza di una ferita generazionale e assumendo come scontato che la generazione ferita sia la nostra? Tra quei firmatari ci sono persone con cui mi sono trovata alcune volte a sostenere azioni politiche pubbliche con altri e altre intellettuali cinquantenni, sessantenni e ventenni contro quella che tutti - nessuno escluso - avevamo individuato come barbarie sociale. L'età non è mai stata una discriminante per progettare azioni civili comuni. Perché dovrebbe divenirlo adesso? Perché si utilizza ancora la categoria della generazione se è stata isolata una piattaforma politica intorno alla quale c’è un accordo? Non sono dunque sufficienti le idee partecipate nel manifesto per motivare che si proceda insieme? In questo senso il manifesto mi appare non tanto il documento politico di una generazione di intellettuali, quanto uno scritto concordato tra chi può vantare sia il criterio aleatorio dell’età che quello della consonanza di idee, oltre che lo status di intellettuale nel senso più esteso del termine. Tutti gli altri sono dentro a un paradosso dissociativo: o sono troppo vecchi per firmare anche se la pensano così, o hanno l’età giusta per firmare ma la pensano diversamente.

Parlare di generazione comune pone un argine.
Non ho niente contro gli argini, purché parliamo di fiumi; ma chi è che temeva l’esondazione dei debordanti intellettuali cinquantenni dentro a questo gruppo? Il discrimine anagrafico incistato in un nome come TQ sottintende che chi non è compreso è escluso. Ovvio che si può sempre simpatizzare con i TQ anche da cinquantenni e che si può prestare loro “concorso esterno” in vari modi, ma la posa dell’argine anagrafico determina da subito un confine delegittimante per tutti quelli che non sono trenta/quarantenni, anche laddove il blocco concettuale che poi si è generato dalle discussioni li avrebbe invece visti concordi. Sono convinta che se esiste una soluzione politica e culturale al nostro stare male insieme in questo paese, questa debba essere necessariamente trans-generazionale. Avrei aderito senza esitare a un progetto che avesse avuto come denominatore comune la con-temporaneità, intesa come il riconoscimento del tempo in cui stiamo vivendo come “luogo-in-comune” cioè uno spazio storico (e quindi politico) in cui poter provare a fare insieme la differenza tra quello che si vive e quello che invece si vorrebbe vivere e veder vivere intorno. Molti/e trentenni e quarantenni probabilmente sarebbero rimasti/e fuori da questo criterio per pura mancanza di interesse politico per il proprio tempo, ma allo stesso modo molti/e cinquantenni e ventenni sarebbero stati/e cittadini/e naturali di un simile spazio ideale.

C'è poi una questione prospettica che per me è importantissima e che forse in parte potrebbe spiegare la scarsa partecipazione femminile all'adesione. L'invito al primo incontro tra le altre cose recitava così: "Manchiamo di un’identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti". Anche ammettendo che l'assenza di una cosa scivolosa come l'identità collettiva sia un problema per tutti - per me non lo è, ad esempio - è davvero pacifico che questa identità per esserci si debba esprimere in un conflitto con i "padri"? Il percorso politico di consapevolezza collettiva delle donne (che è cosa diversa dall'identità collettiva) nell'Italia del 2011 non sta passando dalla narrazione dello scontro generazionale, ma al contrario da quella del consolidamento del legame intergenerazionale contro ogni tentativo di frantumare anagraficamente gli obiettivi. Il 13 febbraio è stato una pietra miliare in questo senso, perché tre generazioni sono scese in piazza per compiere azione politica comune. Che TQ assuma invece come necessario e fisiologico il codice simbolico della contrapposizione padri-figli significa che chi vi aderisce accetta di muoversi sin dai fondamenti dentro una prospettiva metodologica socialmente bellica e una visione esperienziale culturalmente maschile. Poiché nel manifesto politico la questione di genere è citata come elemento componente del disagio sociale sul quale si vorrebbe agire insieme, credo che rilevare questo dato possa essere utile. Resta infatti il dubbio di quanto il criterio generazionale TQ sia legato all'idea della necessità della collisione sociale tra figli e padri, ed è lecito chiedersi quanto questa visione possa essere condivisa da chi - uomo o donna che sia - sta attuando metodi di azione politica basati su un principio di progettualità comune e solidale tra generazioni.  

faccio già fatica a tenermi in equilibrio con le mie contraddizioniDue giorni fa ho fatto una lunga conversazione telefonica con un giornalista che si chiama Dario Pappalardo a proposito del manifesto TQ. Le cose dette, massicciamente sintetizzate con più di una semplificazione, sono comparse a grandi linee ieri sulle pagine culturali di Repubblica.

Il titolo dell'articolo era: MICHELA MURGIA CONTRO I TQ. Non ricordo di aver mai detto di essere "contro", ma per il codice tranchant del giornalismo immagino che tutto quello di cui non si fa parte rientri automaticamente nella categoria dell'antagonista. Ecco l'articolo, al quale segue la replica che mi ha rivolto con molto garbo Daniela Brogi dal sito dei TQ.


«Cari TQ, io non ci sto». Michela Murgia non firma il manifesto degli intellettuali trenta-quarantenni presentato nei giorni scorsi perché «è impossibile ridurre l'impegno a una questione anagrafica e poi le rigidità ideologiche sono troppe». Ieri, il quotidiano Sardegna 24 ha riportato il no della scrittrice, accompagnato da quello di altri autori sardi, tra cui Francesco Abate e Flavio Soriga. Per quest'ultimo si tratta di un'uscita dal gruppo. Dopo la partecipazione alle prime assemblee, ci ha ripensato, motivando secco: «Troppa teoria, convention logorroiche e poco chiare».

Ma è l'autrice di Accabadora a ribadire oggi forte e chiaro il suo dissenso. «Premetto che guardo gli sviluppi delle loro iniziative con molto interesse. Mi è stato chiesto di aderire dall'inizio, ma la prima perplessità riguardava la limitazione anagrafica. In un manifesto politico, il criterio generazionale è un elemento contraddittorio. La nostra generazione ha gli spazi per dire le cose.

Il problema semmai è che, spesso, non abbiamo avuto molto da dire. Gli stessi TQ non sono degli esclusi, ma persone che fanno parte di un sistema. Insomma, Nicola Lagioia, tra i primi promotori dei TQ, ha potuto stroncare, e coraggiosamente pure, il romanzo di Franzen sul Sole 24 Ore. Non si può dire che non abbia un luogo dove dire la sua».

Murgia non condivide nemmeno il richiamo del manifesto dei trenta-quarantenni alla promozione di un'editoria di qualità. Il problema del "bollino Chiquita", lo chiama lei. «La pretesa di diventare un ente certificatore della qualità altrui la rifiuto categoricamente. Come ci si può arrogare il diritto di attribuire un timbro di bontà ai libri?».

Un'altra questione dibattuta è quella dell'osservatorio delle "buone pratiche" in campo editoriale. I TQ invitano a denunciare pubblicamente le case editrici responsabili di campagne pubblicitarie "scorrette" con recensioni straniere a pagamento o strategie di marketing che puntano su bestseller troppo facili. «Ma molti TQ sono editor o autori di quelle stesse case editrici! Cosa faranno? Rilasceranno interviste autodenunciandosi? Prendere alla lettera il manifesto significa uscire dal "sistema". Allora bisogna che ci licenziamo tutti e fondiamo una casa editrice ex novo». Dove magari ci sia più spazio per la questione femminile. «Mi pare un argomento fondamentale, ma un po' emarginato dai TQ. Non auspico quote rosa, ma di donne tra i firmatari ne ho contate solo quindici. Forse c'è un po' di emarginazione. Perché le autrici della cosiddetta chick lit, la letteratura leggera al femminile, non dovrebbero essere considerate degne? Ma in definitiva non trovo necessaria l'idea stessa di manifesto. Si aderisce e ci si schiera spontaneamente e trasversalmente su questioni concrete.

Come è stato per denunciare la legge bavaglio o gli assessori veneti che volevano censurare alcuni libri. Il criterio deve essere sempre la libertà. Soffro un po' delle gabbie ideologiche e delle visioni troppo rigide di mondo».

Dario Pappalardo, Repubblica del 5 agosto 2011


A pagina 44 della Repubblica del 5 agosto 2011, in un articolo intitolato Murgia contro i TQ “Troppa ideologia” e firmato da Dario Pappalardo, due mezze colonne riportano i motivi per cui la scrittrice Michela Murgia ha scelto di non aderire a TQ. Piuttosto che trovare delle ragioni articolate, ci si imbatte in un’esecuzione sommaria, che in rapida sintesi pronuncia una distanza ferma dal movimento TQ.

L’articolo non è firmato dalla scrittrice, né si tratta di un’intervista: è giusto dunque ipotizzare che il dissenso di Murgia possa essere stato accentato o riformulato con intenzioni liquidatorie che non coincidono con quelle che potrebbero essere dichiarate in prima persona da Murgia.

Detto questo però, mi interessa, ho a cuore tanto in senso sentimentale quanto intellettuale, tentare una replica.

Lo faccio prima di tutto perché Michela Murgia è un’autrice seria, di qualità per l’appunto: può piacere o non piacere, può convincere o non convincere, ma ciò che conta è che si legge sempre volentieri, perché la sua scrittura proviene da un io che si prende sul serio e prende sul serio chi legge.

E poi tento una replica perché sia come sia l’articolo Murgia contro i TQ “Troppa ideologia” delinea, più o meno consapevolmente, intercetta questioni che sembrano sempre più diventare argomenti assodati delle posizioni contrarie a TQ, come se si stesse formando un senso comune, una nube di idee ormai nell’aria: sempre meno intaccate dal dubbio, sempre più riprodotte e solidificate da un pericoloso automatismo per cui il sentito dire attraverso il passaparola diventa poco a poco verità accettata («In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea si ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto; ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro»: abbiate pazienza: sono anche una studiosa dei Promessi sposi).

Può darsi, certo, che di celebre delirio, se di tale si trattasse, si possa parlare tra un po’ di tempo a proposito di TQ; ma può pure darsi che il timore di febbri pestilenziali possa rischiare di contagiare chi guardasse a TQ soltanto attraverso punti di vista recepiti piuttosto che davvero considerati. È qui allora che io, io che spesso ho taciuto al contrario di tante e tanti che si sono spesi con una generosità, con una passione e con un lavoro che non avete idea per TQ, non ci sto più; e provo a buttare degli anticorpi.

Prima però occorre un’ulteriore precisazione: i tre manifesti elaborati ad oggi sono effettivamente il frutto di molte discussioni, ma non sono testi sacri da assumere come verità rivelata: sono un punto di partenza.

I capi d’accusa fissati dall’articolo Murgia contro i TQ e che fissano molto bene una maniera sempre più diffusa di stroncare TQ sono essenzialmente cinque e cioè: la questione dell’ideologia; la questione generazionale; la questione degli spazi; la questione della qualità; la questione dei generi. Provo a replicare con semplicità su questi cinque punti (accennando solo, per questione di spazi, che ognuno di essi è materia aperta di discussione e confronto in una mailing list quotidianamente aggiornata da nuove voci). Cerco di farlo con semplicità: di parole, di risorse e di intenti. Speriamo di riuscirci almeno un po’.

Punto primo: la questione dell’ideologia: la scelta di TQ di dichiarare una posizione teorica e politica di partenza ha creato molti sospetti, anzi, in tanti casi, molto spavento (magari più elegantemente proposto sotto le vesti del sarcasmo). Sì può entrare nel merito dei contenuti: è giusto farlo, è stato fatto e si continuerà a fare, ma quel che conta dire, qui, è altro: l’esplicitazione di una prima – provvisoria – piattaforma di idee è un gesto di onestà intellettuale. Precisamente lo stesso compiuto da Michela Murgia nel suo ultimo libro, Ave Mary, quando in più occasioni ricorda di aver fatto parte dell’Azione Cattolica e di elaborare idee sul rapporto tra la Chiesa e le donne anche a partire da quell’esperienza. Ho letto con molto interesse Ave Mary proprio perché l’autrice non gioca a nascondino, non bleffa: ha il coraggio e la gioia di dire la (sua) verità e proprio per questo anche una lettrice laica o di altra religione può essere particolarmente interessata, non tanto e non solo dalla tesi di fondo, ma dal modo in cui quelle ragioni son state discusse. L’ideologia, insomma, almeno quando la si intenda e la si dialogizzi in maniera interessante e intelligente, non è un capo d’abbigliamento da indossare a seconda della stagione o dei gusti, ma qualcosa che c’è comunque, anche se vai in giro nudo. È qualcosa che c’è comunque. È un po’ (come) il corpo. Ciò che fa la differenza semmai è stabilire se tutto questo va taciuto o no. TQ sta cercando di discutere attorno ai modi in cui la cultura può ridare orgoglio civile a questo gesto.

Punto secondo: la questione generazionale: anche la scelta di ritagliare un target generazionale non è anagrafica, ma civile. Non è, malgrado tutto, esclusiva, ma inclusiva. Uso un’altra espressione: è una questione di umanità. Non si tratta cioè di buttare giù chi è troppo piccolo o troppo grande, ma di tentare di riappriopriarsi dell’importanza, della serietà e pure della gioia di una condizione umana pressoché estinta, sterminata dagli ultimi decenni, ovvero la condizione della vita adulta. Si tratta di farlo in un’epoca e soprattutto in un paese (perché in questo caso l’Italia è davvero un caso abbastanza isolato dall’Europa) dove non esistono più se non eterni o finti giovani: possono avere 18 come 50 anni, sempre giovani sono. Ecco: sembra paradossale ma non lo è: la sigla TQ prova allora a rimettere in discussione, usando una definizione icastica, anche l’idea che avere trent’anni– sia per chi li avrà tra dieci, cinque anni, sia per chi li ha già – può significare quello che ha sempre significato per le generazioni precedenti e che a un certo punto invece si è inceppato: essere adulti, avere diritto a essere presi sul serio (materialmente, culturalmente, economicamente). E averne quaranta (tra poco, da poco, da un po’) significa a maggior ragione avere il diritto di non fare più la parte dei ragazzini (lo dico più seccamente: basta, al massimo dopo i trent’anni, coi giovani studiosi, i giovani stagisti, i giovani poeti, i giovani editori). Significa avere diritto di non volere essere più precari (come la maggior parte dei TQ), desiderare di appartenere a una comunità che non pensi più soltanto ai nostri nonni, che pure sono importanti, ma alle nostre sorelle e fratelli più piccoli: non solo perché saranno anche più fragili di noi ma anche perché – visto che TQ è prima di tutto un movimento di lavoratori della cultura – le buone idee senza disciplina, studio, lavoro, anche umiltà vanno da poche parti, ma un cervello di venticinque, trent’anni, spesso ha idee molto molto buone: che non è detto che siano acerbe giusto perché non si ha ancora mezzo secolo. Significa cessare di sfiduciare tutti e sfiduciarsi. Come? Appunto: come? Anche per tutto questo dare credito a TQ può significare dare sostanza di vita a parole desuete come intellettuale, fiducia, impegno, responsabilità, insieme, qualità, competenza, etica, indignazione.

Punto terzo: gli spazi, o meglio: la polemica contro autori di TQ che rivendicano visibilità pur avendone già molta (sui giornali, nelle radio, nelle case editrici, nelle università, on line, eccetera). Anche qui non la quantità ma la qualità può fare la differenza: il senso dello stare insieme. Se ridotto a demagogia sarà fallimentare, è vero. Se ripensato in senso civile, nel senso dell’umanità, sarebbe davvero un peccato non averci provato.

Punto quarto: la qualità. L’ente certificatore di un bollino di qualità – per usare la battuta ironica attribuita a Murgia – naturalmente fa ridere. Come farebbe ridere qualcuno che volesse consumare un piatto di alta cucina in un fast food. Come chi volesse vendere fast food spacciandolo per alta cucina. E via dicendo: se ne potrebbero inventare di battute. Ma ridendo e scherzando l’Italia che davvero potrebbe vivere – non parlo di valori spirituali ma anzitutto economici – soltanto di cultura (perché c’è poco da girarci intorno: l’Italia è il posto del mondo più ricco di risorse culturali), l’Italia è diventato anche il paese dove più regna l’inciviltà, l’arroganza ignorante, il precariato intellettuale, il razzismo, la violenza. L’Italia è il paese dove una città come l’Aquila sparisce senza che questo faccia problema. Dove i nostri studenti non sanno più parlare e scrivere, né sanno usare, al primo anno di università, il linguaggio con la ricchezza che possedevano i nostri nonni col diploma di prima elementare e questo non fa problema. Ridiscutere della qualità non significa discutere di argomenti ameni, ma della qualità del pensiero, di civiltà, di umanita. Di libertà. Può significare anche, per esempio, tornare a ripensare la cultura come patrimonio comune, non più soltanto come evento a cui assistere.

Punto quinto: i generi, ovvero la mancata attenzione alla questione femminile. Le donne che hanno aderito a TQ sono, in percentuale, un numero nettamente inferiore a quello maschile. È vero. Ma questo non è un problema di TQ: è un problema dell’Italia, dove ancora le donne – ma non sono le sole – fanno molta più fatica degli uomini a stare dentro ruoli e funzioni pubbliche. E certamente le quote rosa – ha ragione Murgia – non possono bastare a risolvere il problema. Piuttosto può servire, potrebbe servire, una nuova cultura davvero laica. Ci proveremo: già da un paio di mesi si discute attorno a un gruppo TQ GENERE. Sarebbe bello provarci insieme.

Daniela Brogi

Inge con Ernest HemingwayInge Feltrinelli per me è un mito e lo dico nel senso non abusato del termine. Sono cresciuta in braccio a una madre sessantottina che aveva per Giangiacomo Feltrinelli il rispetto che le truppe tributano ai capitani coraggiosi. Feltrinelli allora in Sardegna era già più che un semplice editore. La sua libreria milanese era per mia madre, emigrata e giovanissima, una casa lontano da casa. Ci si infilava dentro con me già nella pancia ed è per questo che a 13 anni le mie compagne leggevano Cioè e io già sapevo chi era Pinelli.

Conoscere Inge è stato come afferrare l'ultimo filo della trama storica che ti ha generato. Forte, solare, determinata e lucida, questa donna quando ci siamo viste per la prima volta mi ha abbracciata come se mi avesse riconosciuta. Solo davanti a Klaus Wagenbach, che non a caso le è amico e coetaneo, ho provato la stessa sensazione: guardare in faccia l'origine del mio presente con tutti i suoi chiaroscuri, capire il tempo complesso di cui non sono stata cittadina, ma dove per tanti motivi mi trovo a ritornare da clandestina.

Inge non mi ha mai nascosto di stimarmi come autrice e io non le ho mai nascosto di avere di lei il più alto dei concetti, come donna e come editrice. Il mio rapporto editoriale con Einaudi è basato su relazioni personali forti e fuori discussione, in nome delle quali ho accettato di vivere anche la non facile contraddizione berlusconiana. Ma so da dove vengo ed è quella consapevolezza che mi fa sorridere quando leggo interviste come quella di ieri all'Unione Sarda dove Inge, quando Celestino Tabasso le chiede se come editore ha dei rimpianti, dichiara candidamente "..sì. Mi dispiace non avere Michela Murgia in catalogo. E' brava e brillante e anche impertinente, come ero io alla sua età."

Chissà se mia madre nel 1971 si sarebbe immaginata mai una chiusura del cerchio come questa.

(nella foto Inge è con Ernest Hemingway in un autoscatto)

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1 Jan 1970
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