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Questo articolo a firma di Ferdinando Camon è comparso su Avvenire del 25 agosto 2010.

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

Questo articolo del romanziere americano Eli Gottlieb è apparso su IlSole24ore domenica 22 agosto, e parla della sua esperienza al festival di Gavoi. Spero che basti citare la fonte per poterlo riprodurre, ma in caso non fosse così, lo rimuoverò (peccato, fa felice un paese). Le prime righe potrebbero avere qualche differenza rispetto all'articolo originale, perché la scannerizzazione di cui disponevo era leggermente tagliata sul margine.

Caro lettore, prova a immaginare un miracolo nella vita di un romanziere americano. Dico americano, ma la nazionalità è irrilevante. Il miracolo avviene così: lo scrittore prende un aereo con un sentimento comune alla maggior parte degli autori di fiction, quello di non essere apprezzato nè capito, di sentirsi negletto, e magari ha pure un brutto raffreddore. Dopo settimane dall'uscita, i suoi libri sono usati per lo più come sostegni o fermaporta. I premi letterari, dove per un breve e memorabile momento lo scrittore si trova al centro di qualcosa di diverso dalla propria autocommiserazione sono un ricordo lontano. Ha superato il termine di consegna del suo prossimo romanzo, riceve mail velatamente minacciose dal suo editore e l'anticipo, che prima sembrava così cospicuo e promettente, è stato spalmato su diversi anni riducendo il suo guadagno orario a quello di un mezzadro. Oltretutto, nessuno - nemmeno sua moglie, i suoi figli o la sua famiglia allargata - capisce quanto sia dura scrivere romanzi. E come se non bastasse, a volte è lui per primo a chiedersi perché mai dovrebbe farlo. A parte i pochi lettori di fiction seria rimasti, che imbiancano e si assottigliano come calotte polari, c'è ancora qualcuno a cui importa un accidente? Per tutta la durata del volo viene assalito da tutti questi dubbi e pensieri deprimenti. Ma quando scende, si rende conto di essere entrato in un buco spazio-temporale per ritrovarsi in una terra fertile e profumata dove tutti amano i libri.
E non solo i libri tour court. No. Anche i suoi libri.
Pare che tutti gli abitanti di quel luogo prodigioso stiano leggendo il suo romanzo. Il portiere dell'albergo, il padrone della casa dove va a posare per le fotografie di rito, la gente sulle panchine al parco.

Ora, se questo scrittore fosse Stephen King o Tom Clancy, ci sarebbe più abituato e prenderebbe tutto con una sorta di signorile indifferenza, snobbandolo come facesse parte del suo destino privilegiato. Ma lo scrittore in questione non è Stephen King. Con mia felice sorpresa, sono io. Il Festival della letteratura a cui sono invitato si svolge da otto anni in Sardegna, nella splendida enclave di sinistra di Gavoi. E in questo lasso di tempo il suo fondatore (un mago della scrittura di nome Marcello Fois) e il suo staff, insieme alla cittadinanza locale, hanno fatto di questo festival una delle più alte celebrazioni civiche di alfabetizzazione che io abbia mai visto. Viene curato ogni minimo dettaglio, e la città gode non solo dell'afflusso di euro, ma - incredibilmente - anche di quell'arte di leggere i libri che sembra passata di moda.

«Americano?» mi chiede un commerciante di Gavoi, un affabile marcantonio che ha una bancarella di miele e torrone tipici. In America un uomo nella sua posizione probabilmente farebbe il pieno di football e birra e si addormenterebbe presto davanti alla tivù a tutto volume. «Che ne pensa di David Foster Wallace?» mi interroga.
Forse non mi sono spiegato bene.
Un venditore di miele, in una piccola cittadina della provincia sarda, che mi chiede cosa ne penso di David Foster Wallace. Sono entrato in un universo parallelo o è realmente accaduto? Ebbene sì. Evidentemente, come si dice, le vie del Signore sono misteriose. Mi hanno invitato al Festival di Gavoi dopo che era uscito un mio articolo (intitolato «Scrittori, quanta invidia!» sul Domenicale del Sole 24 Ore) nel quale redarguivo i lettori italiani per le loro abitudini retrograde, noti come sono per leggere meno di tutti gli altri europei. Chiamavo in causa l'editoria italiana, rea di non sostenere abbastanza i suoi autori, e la cultura italiana per la sua mancanza di un dibattito animato - a livello di recensioni e blogosfera - sulle qualità di ogni singolo libro. E a Gavoi sono stato bellamente e sistematicamente smentito, in tutto e per tutto. Io e mia moglie abbiamo gustato la meravigliosa cucina del posto, la squisita ospitalità dello staff organizzatore che, cito, «ti tratta come se fossi il loro migliore amico» e la sensazione che ogni cosa - dalla prima all'ultima - sia stata in un certo senso predisposta per valorizzare, dare importanza e credito a quell'arte perduta di scrivere e leggere i libri. Gli autori sono delle celebrità. Svolti l'angolo e affisso su un muro in
mattoni c'è un bel ritratto a colori di uno scrittore che non avevi mai sentito nominare prima (o magari anche si). E guardando la gente per strada hai la netta sensazione che approvi il fatto che tu passi migliaia di ore della tua vita davanti a un foglio bianco, ostaggio della tua immaginazione e afflitto da ragioni comprese a malapena. Loro sì che hanno capito! Hanno sentito il tuo dolore! Hanno capito che è solo grazie ai tuoi eroici sforzi solitali se questo pianeta votato alla distruzione può salvarsi! E via discorrendo.
Proprio così, e durante l'intero festival mi è sembrato davvero tutto troppo bello per essere vero. Eppure lo è stato, e quando è venuto il mio turno di parlare in pubblico, l'incantesimo non si è spezzato. Ora, in genere a una lettura in America uno scrittore del mio livello può aspettarsi da un massimo di duecento persone a un minimo di due, come quella volta a Oakland, in California, dove c'erano solo la sorella di una mia ex e un tipo che lei aveva conosciuto in un bar. A Gavoi? All'incontro ce ne saranno state un migliaio che applaudivano educate per il mio italiano arrugginito. E vogliamo parlare della qualità dell'intervista? Di solito, in America, chi ti intervista non ha nemmeno letto il tuo libro e ti fa domande insulse. A Gavoi, Invece, l'arguta e appassionata Alessandra Casella non solo si era letta il mio romanzo (con tanto di sottolineature e annotazioni), ma mi ha rivolto alcune delle domande più pregnanti e mordaci che mi siano mai state fatte. In genere l'autore legge e parla per una ventina di minuti, io sono rimasto sul palco per un'ora buona, seguita da qualcosa come 150 autografi.
Ma niente dura per sempre.
L'incantesimo si è rotto non appena è finito il festival e il mio volo Meridiana ha avuto due ore di ritardo, i bagagli ci hanno messo una vita ad arrivare, l'autobus che dovevo prendere per Perugia era partito da un pezzo e mi sono ritrovato all'istante in balia degli imprevedibili e seccanti disservizi del Belpaese. Ma soffermiamoci per unmomento sul lato positivo della cosa. Non dimentichiamo che sono uno scrittore ebreo-americano, figlio di un collezionista di libri rari nonché cartaio e legatore e che sono cresciuto respirando l'odore dei libri, oltre alle emozioni che sprigionano. E così c'è poco da stupirsi se per il breve e meraviglioso spazio di qualche giorno nella Barbagia sarda, ho pensato di essere morto e rinato in Paradiso.
(Traduzione di Francesco Novajra)

La scrittrice Simona Baldanzi mi ha chiesto di poter rendere pubblico sul sito Scrittori in Causa uno scambio di mail avvenuto tra noi pochi giorni fa. Ho acconsentito e lo replico anche qui perché si capiscono le ragioni della loro iniziativa e quelle della mia non adesione.


 

Simona a Michela

Ciao Michela,
non so se hai letto le nostre modifiche qua e là al blog e agli intenti. Se hai visto l'articolo su Nazione Indiana, la Lipperini che ci ha segnalato oggi sul blog, la discussione che si sta muovendo...gli aderenti che piano, piano aumentano...
soprattutto il post: condividere una causa.
Che ne pensi?
Ti va di aderire?
Grazie
Ciao
Simona


Michela a Simona

Ciao Simona.
Sì, vi sto seguendo e ho letto il post che mi segnali, e spero mi perdonerai se ti parlo con schiettezza, non fosse altro che per la stima che ti porto: penso che ci sia un tarlo profondo nel vostro ragionamento, per via del quale non posso condividere il percorso che state facendo.
Ti avevo scritto già che i paragoni con gli operai mi sembrano impropri. Continuo a pensarlo.

Accostare il senso della lotta per il bollino SIAE a quello della lotta degli operai, della gente senza casa, degli immigrati o dei precari nel senso proprio del termine è per me una forzatura difficile da capire. Le ingiustizie che lamentate non sono privazioni dei diritti essenziali della persona, ma mere violazioni di leggi che già esistono, oppure condizioni vessatorie che è in vostro potere rifiutare di firmare. Sostenervi non è una questione di principio. Scendere in piazza con gli immigrati per chiedere pari dignità tra le persone non è la stessa cosa che andare in piazza con tutti i liberi professionisti a cui un cliente non ha saldato la fattura; spero converrai che le cose di cui state discutendo attengono molto più al secondo caso che non al primo.
Noi non siamo operai in cassa integrazione, non siamo senza tetto e non siamo immigrati.
Non siamo neanche precari, perché l'incertezza è la nostra condizione esistenziale per scelta: sono consapevole che domani mattina potrei alzarmi e realizzare che non sono più in grado di scrivere una sola riga, ma il rischio lo corro con piena vertenza. Anche per questo l'approccio sindacale al mestiere dello scrittore mi sembra un mischiare le carte in tavola, scambiare i nomi alle cose, mistificare il senso.
Hai scritto: "Alcuni scrittori/scrittrici ci hanno scritto che non aderiscono poiché non si sentono coinvolti e/o rappresentati. Non sentono l’esigenza di sostenere la causa perché i loro contratti sono buoni, non presentano lati oscuri: l’editoria etica, secondo loro, esiste. [...] Altri ritengono che sia necessario parlare di certi argomenti, ma non di aderire poiché non vogliono che l'appoggio a questa causa venga scambiato come un attacco o una critica alla propria casa editrice".
Non so chi ti abbia risposto con queste argomentazioni, ma di certo non sono le mie. Ho rifiutato di aderire non perché non ho problemi con l'editore e mi disinteresso egoisticamente di chi li ha, ma perché voi per mezzo di una lettera non firmata mi avete invitato a firmare un contenuto con affermazioni false e generiche, tipo che l'opzione, o non pagare i rendiconti, o barare sui tagliandi SIAE rappresentino "le logiche editoriali dominanti". Chiamare in causa l'intera editoria solo perché avete incontrato due editori disonesti generalizza un'accusa che invece ha valore solo se rivolta in modo specifico. Mettere firme sotto a denunce contro ignoti con la presunzione che sarebbero "tutti uguali" per me non è solidarietà: è qualunquismo. Se alcuni liberamente vi sostengono per questioni di principio, è per medesime questioni di principio che io non mi sento di farlo, anche se non ho nessun problema a favorire lo scambio di informazioni con contributi analoghi a quello che ho già dato.
Ti abbraccio
Michela



Simona a Michela

Cara Michela,
Sulla lettera non firmata abbiamo già spiegato e non si può continuare a "pagare" questo prezzo poichè i nostri nomi sul blog sono sempre stati evidenti. Non ci siamo mai nascosti. Ti ho scritto perchè ci sono modifiche sostanziali al blog e se abbiamo sbagliato a dare l'impressione che "tutti gli editori sono uguali", ora questo appiglio per non aderire mi dispiace, ma non c'è più. Sono invitati anche quelli che "stanno bene con il loro editore" ad allargare il loro benessere, semplicemente dando consigli, togliendo il velo a situazioni che non vanno bene, condividendo informazioni. Dunque non puoi sollevare questioni vecchie che abbiamo già chiarito, sciolto e modificato.
Credo che il nodo fondamentale di Scrittori in Causa sia il diritto: rispetto delle regole laddove ci sono, cambiamento delle regole laddove non vanno bene. In tutti i campi ci si solleva ed è giusto farlo, perchè non in quello editoriale? La difesa di quello che si ha e la conquista di quello che non si ha. E questo vale per tutti. Scalino più, scalino meno. Il contratto editoriale varia da caso a caso, ce ne sono di ingiusti, disonesti, come no. Con le differenze che so, che sai, che sappiamo, perchè io sono quella che nell'ultimo romanzo ha scritto "non posso fare a meno di pensare che mentre scrivo c'è qualcuno che sta sudando". Ma proprio cadendo nella logica che io sono privilegiata non dovrei difendermi? (Su questo ho scritto per Nazione Indiana un post e mi pare chiaro lì come la vedo).
E non mi sta bene la logica della scelta. Quella è una costante che ritrovo in tutti gli aspetti quando si vuole giustificare una differenza. "Se non ti piace quel contratto firmane un altro", "se non ti piace quell'editore trovatene un altro". Le cose non sono così semplici. Tu perchè hai lavorato un mese nel call center del kirby? Lo hai scelto, arrangiati. (Come quelli che dalle mie parti si facevano pure frustare). La senti la violenza di una tale affermazione? Ci sono questioni più complesse dietro. Dietro alla firma di un contratto editoriale magari c'è pure la vanità, ma allora diciamolo che dietro la vanità, in alcuni casi si cela una fregatura. Tutto qua.
Le ingiustizie sociali io le combatto non da scrittrice (posso firmare appelli, ma in quelli credo quanto agli incarti dei baci perugina, fanno sorpresa, ma poi li butti). Sono impegnata in politica e nel sociale da oltre quindici anni sul mio territorio. Bisognerebbe tornare a fare i cittadini e a prendere in considerazione ogni aspetto della vita che ci riguarda. Fra questi avevo di mezzo anche i contratti editoriali.
Chiarito tutto questo dal mio punto di vista, quando e se hai voglia di mandarci contributi, scrivici pure. Io ne sono contenta perchè mi fa crescere, personalmente e come scrittrice in causa. Anzi, se ti va, come Cavina, scrivici "perchè non aderisci"...
Ciao
Simona


Michela a Simona

Cara Simona,
"ci siamo già spiegate" vale per il momento contingente in cui effettivamente ci eravamo spiegate.
Ma se ben quindici giorni dopo quella spiegazione tu senti ancora il bisogno di ribadire con un post i motivi di principio per cui si dovrebbe aderire alla vostra causa, e lo fai dando ad intendere che gli unici rifiuti che vi sono stati opposti nascano dal desiderio di tutelare egoisticamente il proprio privilegio, allora penso che davvero non ci siamo capite. Non trovo corretto esporre le motivazioni del rifiuto altrui omettendo il modo brusco e ambiguo che le ha generate, perché il risultato è che se uno entra oggi nel vostro blog e vede il tuo post, ma non vede la lettera con cui ci avete contattati, non capisce assolutamente perché mai qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsi di non far pensare di avercela con il suo editore. Le mie motivazioni non erano quelle, e infatti il mio rifiuto non è venuto meno dopo che ho scoperto chi eravate. Ho spiegato benissimo che non credo che esista una "causa degli scrittori", non più di quanto esista una "causa degli ingegneri" o una "causa dei pittori". Che vogliate organizzarvi per migliorare la vostra condizione è legittimo e più che giusto. Ma che cerchiate di far passare questa lotta per una questione di principio che dovremmo tutti sposare per lo stesso motivo per cui si sposa quella degli operai e dei senza tetto mi sembra sproporzionato, specialmente se leggo post-predica dove ci si propone di insegnare al prossimo l'iter morale corretto per cui aderire a una causa. Le regole di tutela gli scrittori le hanno; se qualcuno le viola ci sono i tribunali esattamente come per qualunque condizione lavorativa già tutelata, da cui escluderei per decenza gli operatori dei call center, che quando ne ho scritto io le tutele non le avevano proprio. Se non esistessero norme a garanzia degli scrittori avresti ragione: è violenza dire "o mangi di questa minestra o salti la finestra". Ma se le norme esistono, se le alternative esistono, allora dire "cambia editore" è il minimo che si possa fare. Io sono l'ultima a sostenere la mistica dello status per le professioni intellettuali, l'ho scritto chiaramente anche nel contributo che vi ho inviato; sostengo invece l'uso intelligente degli strumenti normativi che già esistono e sui quali va fatta più informazione. Ma le battaglie di principio per conto mio sono altre.
Ti abbraccio, sinceramente
Michela


Simona a Michela

Vediamo se riassumo bene.
1) all'inizio non hai aderito perchè volevi capire meglio, non ci eravamo firmati, non dicevamo che non tutti gli editori sono così, non eravamo abbastanza precisi, si poteva intendere che uno che aderisce ha la propria casa editrice non corretta (e difatti hai sentito il bisogno di specificarlo all'inizio del tuo contributo). E infine perchè il principio non regge.

2) ora non aderisci perchè la questione di principio non regge. Però dici "Che vogliate organizzarvi per migliorare la vostra condizione è legittimo e più che giusto". Il succo è lì: è quello che cerchiamo di fare. Non è un principio questo? Quali sono le altre battaglie di principio a cui ti riferisci? Non capisco...
È  su questo che non la vediamo per niente allo stesso modo:

> Le regole di tutela gli scrittori le
> hanno; se qualcuno le viola ci sono i tribunali esattamente come per
> qualunque condizione lavorativa già tutelata, da cui escluderei per decenza
> gli operatori dei call center, che quando ne ho scritto io le tutele non le
> avevano proprio. Se non esistessero norme a garanzia degli scrittori avresti
> ragione: è violenza dire "o mangi di questa minestra o salti la finestra".
> Ma se le norme esistono, se le alternative esistono, allora dire "cambia
> editore" è il minimo che si possa fare.

I tribunali esistono anche per i nostri governanti eppure non bastano. I tribunali esistono anche per quelli del call center, per i lavoratori di Pomigliano eppure non bastano. iI contratti alternativi esistono anche per i call center (ce ne sono alcuni che poi, grazie anche a battaglie, informazioni, scritture sono diventati più onesti). Cambiare editore è una mossa che avviene con l'esperienza e col migliorare del tuo status. Anche l'immigrato che cambia paese è spesso un privilegiato rispetto a chi rimane nelle fogne o nella guerra, non ha cambiato il suo paese, ne è fuggito. Anche per i mali dell'Italia la soluzione potrebbe essere semplice: cambia paese. Le alternative esistono, ma altrove e spesso non sono così accessibili. Io sicuramente cambio editore e potevo scegliere di stare zitta oppure di socializzare il mio percorso perchè ritengo utile condividerlo.
Però Michela, questo scambio, se rimane fra noi è scambio fra Simona e Michela che si sono conosciute e anche piaciute. Se invece lo postiamo come Cavina è utile a tutti, possono dire la loro tutti, e come quel post ci aiuta tutti a focalizzare quali sono le cose in ballo e quali non lo sono. Per me possiamo anche postare le intere mail, dalla primissima all'ultima.
Dimmi che ne pensi.
Ciao
Simona


Michela a Simona

Se gli scrittori non avessero il diritto di conoscere il numero esatto di copie vendute dei loro libri, quella sarebbe una battaglia di principio.
Se gli scrittori hanno questo diritto e qualcuno di specifico lo disattende, quella è una battaglia legale individuale. Non serve el pueblo unido dove basta un avvocato.
Puoi postare tutto, certo!
Ciao
Michi

Lo Zurru

Volentieri cedo un po' del mio spazio a questa bella lettera di uno dei miei librai di riferimento, Patrizio Zurru, già noto agli appassionati per aver inventato la figura dello Scrittore Socialmente Utile (sbattendo famosi scrittori dietro il banco della sua libreria a consigliare libri altrui, iniziativa copiatissima in tutta Italia).

L'altro pomeriggio mi sono svegliato dalla pennica pomeridiana con una strana voglia di riaccendere la fiammella della passione per il mestiere che faccio: il libraio.
Lo spunto me l'ha dato la lettura di un libro pubblicato da una minuscola casa editrice, la Camelopardus.
Il libro in questione è Lo Zebra , di Alexandre Jardin, pubblicato in francia da Gallimard e tradotto in italiano da una collega libraia, Sara Saorin. La molla che ha fatto scattare l'idea del Torneo di Face-bookselling è ripresa da un passo alle pagine 20 e 21 del libro:
"Tutti si accontentano di conquistare una donna che fa capolino nella loro esistenza, ma nessun seduttore immaginario degno di nota si è mai arrischiato a riconquistare la propria moglie dopo 15 anni di matrimonio. Ed era proprio questo il punto che tormentava lo Zebra, perchè se autori del calibro di Shakespeare e Dante si erano guardati dall'affrontare il tema della riconquista, doveva essere perchè è un impresa impossibile".
Ora, dopo 20 anni di attività in libreria cercavo anch'io l'ennesimo spunto per una riconquista del mio amore per i libri. Deluso dall'andamento del mercato, ovvero dall'idea che specie nelle librerie di catena e nei supermarket si proponessero sempre gli stessi libri, uguali per tutti, che avrebbero formato un'"idea di lettura", un metro uguale per tutti, un restringimento della scelta, dato anche dalla mancanza di operatori qualificati in moltissime di queste "librerie", ho provato in questi anni a inventare nuovi metodi di proposta del libro.
Sono tornata da un lungo spostamento, e l'anima mi fa male in più punti. Mentre elaboro il mio, mi nutro di quello altrui, e in tempi di gente che si venderebbe la nonna per vincere lo Strega (e poi magari nemmeno lo vince), fa un sacco bene leggere cose come questa.

Valeria Parrella su Repubblica del 10 luglio 2009.
A domanda rispondo, pur non essendo certa che la domanda, cosa e dove sia la nuova narrativa italiana, sia giusto porla a una scrittrice: la quale in primo luogo aspira a farne parte, e quindi si vede costretta ad autoanalizzarsi, decomporsi in quella serie di categorie che dovrebbero definire l´oggetto, con la speranza di finirci, in una di queste. O corre il rischio, ben peggiore per gli altri, di inventarsi a bella posta un criterio di analisi che la contenga. Inoltre le categorie le deriviamo da processi induttivi, e quindi bisognerebbe aver letto moltissimo, se non tutto. E non è il mio caso.
Leggo letteratura italiana contemporanea da pochissimi anni. Prima mi dedicavo quasi esclusivamente alla letteratura straniera, e alla saggistica talvolta. Per un paio d´anni ho lavorato come commessa-libraia in una libreria della catena Feltrinelli, e ricordo che la narrativa contemporanea italiana in classifica ci arrivava poco e a stento. Altra cosa che mi affascinava, quando ero commessa-lettrice, era che la maggior parte dei nostri clienti erano donne. Davvero molte. E la maggior parte dei nostri scrittori erano uomini. Davvero molti. Io, con lo sconto dipendenti, me ne vedevo bene tra i nord americani, dopo aver avuto i sud americani, e prima ancora, come tutti, i francesi e i russi, e prima ancora, come molti, i greci, laddove e quando non ci si stava troppo ad arrovellare sui generi ma si leggeva e basta.
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1 Jan 1970
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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