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La scrittrice Simona Baldanzi mi ha chiesto di poter rendere pubblico sul sito Scrittori in Causa uno scambio di mail avvenuto tra noi pochi giorni fa. Ho acconsentito e lo replico anche qui perché si capiscono le ragioni della loro iniziativa e quelle della mia non adesione.


 

Simona a Michela

Ciao Michela,
non so se hai letto le nostre modifiche qua e là al blog e agli intenti. Se hai visto l'articolo su Nazione Indiana, la Lipperini che ci ha segnalato oggi sul blog, la discussione che si sta muovendo...gli aderenti che piano, piano aumentano...
soprattutto il post: condividere una causa.
Che ne pensi?
Ti va di aderire?
Grazie
Ciao
Simona


Michela a Simona

Ciao Simona.
Sì, vi sto seguendo e ho letto il post che mi segnali, e spero mi perdonerai se ti parlo con schiettezza, non fosse altro che per la stima che ti porto: penso che ci sia un tarlo profondo nel vostro ragionamento, per via del quale non posso condividere il percorso che state facendo.
Ti avevo scritto già che i paragoni con gli operai mi sembrano impropri. Continuo a pensarlo.

Accostare il senso della lotta per il bollino SIAE a quello della lotta degli operai, della gente senza casa, degli immigrati o dei precari nel senso proprio del termine è per me una forzatura difficile da capire. Le ingiustizie che lamentate non sono privazioni dei diritti essenziali della persona, ma mere violazioni di leggi che già esistono, oppure condizioni vessatorie che è in vostro potere rifiutare di firmare. Sostenervi non è una questione di principio. Scendere in piazza con gli immigrati per chiedere pari dignità tra le persone non è la stessa cosa che andare in piazza con tutti i liberi professionisti a cui un cliente non ha saldato la fattura; spero converrai che le cose di cui state discutendo attengono molto più al secondo caso che non al primo.
Noi non siamo operai in cassa integrazione, non siamo senza tetto e non siamo immigrati.
Non siamo neanche precari, perché l'incertezza è la nostra condizione esistenziale per scelta: sono consapevole che domani mattina potrei alzarmi e realizzare che non sono più in grado di scrivere una sola riga, ma il rischio lo corro con piena vertenza. Anche per questo l'approccio sindacale al mestiere dello scrittore mi sembra un mischiare le carte in tavola, scambiare i nomi alle cose, mistificare il senso.
Hai scritto: "Alcuni scrittori/scrittrici ci hanno scritto che non aderiscono poiché non si sentono coinvolti e/o rappresentati. Non sentono l’esigenza di sostenere la causa perché i loro contratti sono buoni, non presentano lati oscuri: l’editoria etica, secondo loro, esiste. [...] Altri ritengono che sia necessario parlare di certi argomenti, ma non di aderire poiché non vogliono che l'appoggio a questa causa venga scambiato come un attacco o una critica alla propria casa editrice".
Non so chi ti abbia risposto con queste argomentazioni, ma di certo non sono le mie. Ho rifiutato di aderire non perché non ho problemi con l'editore e mi disinteresso egoisticamente di chi li ha, ma perché voi per mezzo di una lettera non firmata mi avete invitato a firmare un contenuto con affermazioni false e generiche, tipo che l'opzione, o non pagare i rendiconti, o barare sui tagliandi SIAE rappresentino "le logiche editoriali dominanti". Chiamare in causa l'intera editoria solo perché avete incontrato due editori disonesti generalizza un'accusa che invece ha valore solo se rivolta in modo specifico. Mettere firme sotto a denunce contro ignoti con la presunzione che sarebbero "tutti uguali" per me non è solidarietà: è qualunquismo. Se alcuni liberamente vi sostengono per questioni di principio, è per medesime questioni di principio che io non mi sento di farlo, anche se non ho nessun problema a favorire lo scambio di informazioni con contributi analoghi a quello che ho già dato.
Ti abbraccio
Michela



Simona a Michela

Cara Michela,
Sulla lettera non firmata abbiamo già spiegato e non si può continuare a "pagare" questo prezzo poichè i nostri nomi sul blog sono sempre stati evidenti. Non ci siamo mai nascosti. Ti ho scritto perchè ci sono modifiche sostanziali al blog e se abbiamo sbagliato a dare l'impressione che "tutti gli editori sono uguali", ora questo appiglio per non aderire mi dispiace, ma non c'è più. Sono invitati anche quelli che "stanno bene con il loro editore" ad allargare il loro benessere, semplicemente dando consigli, togliendo il velo a situazioni che non vanno bene, condividendo informazioni. Dunque non puoi sollevare questioni vecchie che abbiamo già chiarito, sciolto e modificato.
Credo che il nodo fondamentale di Scrittori in Causa sia il diritto: rispetto delle regole laddove ci sono, cambiamento delle regole laddove non vanno bene. In tutti i campi ci si solleva ed è giusto farlo, perchè non in quello editoriale? La difesa di quello che si ha e la conquista di quello che non si ha. E questo vale per tutti. Scalino più, scalino meno. Il contratto editoriale varia da caso a caso, ce ne sono di ingiusti, disonesti, come no. Con le differenze che so, che sai, che sappiamo, perchè io sono quella che nell'ultimo romanzo ha scritto "non posso fare a meno di pensare che mentre scrivo c'è qualcuno che sta sudando". Ma proprio cadendo nella logica che io sono privilegiata non dovrei difendermi? (Su questo ho scritto per Nazione Indiana un post e mi pare chiaro lì come la vedo).
E non mi sta bene la logica della scelta. Quella è una costante che ritrovo in tutti gli aspetti quando si vuole giustificare una differenza. "Se non ti piace quel contratto firmane un altro", "se non ti piace quell'editore trovatene un altro". Le cose non sono così semplici. Tu perchè hai lavorato un mese nel call center del kirby? Lo hai scelto, arrangiati. (Come quelli che dalle mie parti si facevano pure frustare). La senti la violenza di una tale affermazione? Ci sono questioni più complesse dietro. Dietro alla firma di un contratto editoriale magari c'è pure la vanità, ma allora diciamolo che dietro la vanità, in alcuni casi si cela una fregatura. Tutto qua.
Le ingiustizie sociali io le combatto non da scrittrice (posso firmare appelli, ma in quelli credo quanto agli incarti dei baci perugina, fanno sorpresa, ma poi li butti). Sono impegnata in politica e nel sociale da oltre quindici anni sul mio territorio. Bisognerebbe tornare a fare i cittadini e a prendere in considerazione ogni aspetto della vita che ci riguarda. Fra questi avevo di mezzo anche i contratti editoriali.
Chiarito tutto questo dal mio punto di vista, quando e se hai voglia di mandarci contributi, scrivici pure. Io ne sono contenta perchè mi fa crescere, personalmente e come scrittrice in causa. Anzi, se ti va, come Cavina, scrivici "perchè non aderisci"...
Ciao
Simona


Michela a Simona

Cara Simona,
"ci siamo già spiegate" vale per il momento contingente in cui effettivamente ci eravamo spiegate.
Ma se ben quindici giorni dopo quella spiegazione tu senti ancora il bisogno di ribadire con un post i motivi di principio per cui si dovrebbe aderire alla vostra causa, e lo fai dando ad intendere che gli unici rifiuti che vi sono stati opposti nascano dal desiderio di tutelare egoisticamente il proprio privilegio, allora penso che davvero non ci siamo capite. Non trovo corretto esporre le motivazioni del rifiuto altrui omettendo il modo brusco e ambiguo che le ha generate, perché il risultato è che se uno entra oggi nel vostro blog e vede il tuo post, ma non vede la lettera con cui ci avete contattati, non capisce assolutamente perché mai qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsi di non far pensare di avercela con il suo editore. Le mie motivazioni non erano quelle, e infatti il mio rifiuto non è venuto meno dopo che ho scoperto chi eravate. Ho spiegato benissimo che non credo che esista una "causa degli scrittori", non più di quanto esista una "causa degli ingegneri" o una "causa dei pittori". Che vogliate organizzarvi per migliorare la vostra condizione è legittimo e più che giusto. Ma che cerchiate di far passare questa lotta per una questione di principio che dovremmo tutti sposare per lo stesso motivo per cui si sposa quella degli operai e dei senza tetto mi sembra sproporzionato, specialmente se leggo post-predica dove ci si propone di insegnare al prossimo l'iter morale corretto per cui aderire a una causa. Le regole di tutela gli scrittori le hanno; se qualcuno le viola ci sono i tribunali esattamente come per qualunque condizione lavorativa già tutelata, da cui escluderei per decenza gli operatori dei call center, che quando ne ho scritto io le tutele non le avevano proprio. Se non esistessero norme a garanzia degli scrittori avresti ragione: è violenza dire "o mangi di questa minestra o salti la finestra". Ma se le norme esistono, se le alternative esistono, allora dire "cambia editore" è il minimo che si possa fare. Io sono l'ultima a sostenere la mistica dello status per le professioni intellettuali, l'ho scritto chiaramente anche nel contributo che vi ho inviato; sostengo invece l'uso intelligente degli strumenti normativi che già esistono e sui quali va fatta più informazione. Ma le battaglie di principio per conto mio sono altre.
Ti abbraccio, sinceramente
Michela


Simona a Michela

Vediamo se riassumo bene.
1) all'inizio non hai aderito perchè volevi capire meglio, non ci eravamo firmati, non dicevamo che non tutti gli editori sono così, non eravamo abbastanza precisi, si poteva intendere che uno che aderisce ha la propria casa editrice non corretta (e difatti hai sentito il bisogno di specificarlo all'inizio del tuo contributo). E infine perchè il principio non regge.

2) ora non aderisci perchè la questione di principio non regge. Però dici "Che vogliate organizzarvi per migliorare la vostra condizione è legittimo e più che giusto". Il succo è lì: è quello che cerchiamo di fare. Non è un principio questo? Quali sono le altre battaglie di principio a cui ti riferisci? Non capisco...
È  su questo che non la vediamo per niente allo stesso modo:

> Le regole di tutela gli scrittori le
> hanno; se qualcuno le viola ci sono i tribunali esattamente come per
> qualunque condizione lavorativa già tutelata, da cui escluderei per decenza
> gli operatori dei call center, che quando ne ho scritto io le tutele non le
> avevano proprio. Se non esistessero norme a garanzia degli scrittori avresti
> ragione: è violenza dire "o mangi di questa minestra o salti la finestra".
> Ma se le norme esistono, se le alternative esistono, allora dire "cambia
> editore" è il minimo che si possa fare.

I tribunali esistono anche per i nostri governanti eppure non bastano. I tribunali esistono anche per quelli del call center, per i lavoratori di Pomigliano eppure non bastano. iI contratti alternativi esistono anche per i call center (ce ne sono alcuni che poi, grazie anche a battaglie, informazioni, scritture sono diventati più onesti). Cambiare editore è una mossa che avviene con l'esperienza e col migliorare del tuo status. Anche l'immigrato che cambia paese è spesso un privilegiato rispetto a chi rimane nelle fogne o nella guerra, non ha cambiato il suo paese, ne è fuggito. Anche per i mali dell'Italia la soluzione potrebbe essere semplice: cambia paese. Le alternative esistono, ma altrove e spesso non sono così accessibili. Io sicuramente cambio editore e potevo scegliere di stare zitta oppure di socializzare il mio percorso perchè ritengo utile condividerlo.
Però Michela, questo scambio, se rimane fra noi è scambio fra Simona e Michela che si sono conosciute e anche piaciute. Se invece lo postiamo come Cavina è utile a tutti, possono dire la loro tutti, e come quel post ci aiuta tutti a focalizzare quali sono le cose in ballo e quali non lo sono. Per me possiamo anche postare le intere mail, dalla primissima all'ultima.
Dimmi che ne pensi.
Ciao
Simona


Michela a Simona

Se gli scrittori non avessero il diritto di conoscere il numero esatto di copie vendute dei loro libri, quella sarebbe una battaglia di principio.
Se gli scrittori hanno questo diritto e qualcuno di specifico lo disattende, quella è una battaglia legale individuale. Non serve el pueblo unido dove basta un avvocato.
Puoi postare tutto, certo!
Ciao
Michi

Commenti  

 
0 #1 Dorian 2010-07-22 15:25
Vediamo se ho capito bene. Michela intendi: è una battaglia di principio quando ha a che fare con diritti umani essenziali ("operai" e "immigrati" si parla di esistenza in vita e sopravvivenza). Miglioramento della propria condizione economica non è esattamente diritto umano essenziale (e intendo appunto "umano" come qualcosa che tocca l'umanità nella sua essenza). Se ho capito bene mi torna.

Poi faccio l'avvocato del diavolo: molto spesso il migrare è una questione di miglioramento del proprio status di vita quindi non diventa di per sé fondamentale. Diventa violazione dell'umanità il modo in cui spesso è trattato un migrante in Italia (sia che arrivi per sopravvivenza o per migliorare il proprio status), quindi se intendevi questo sono ri-d'accordo.
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0 #2 Giuliana Dea 2010-07-28 07:53
Io la capisco, la motivazione posta da Michela. Capisco soprattutto l'idea che quello dello scrittore come mestiere non sia l'ultima spiaggia in cui si può trovare qualcuno che è costretto a fare l'operaio perché non c'è altro che possa fare, quindi la sua è una reale lotta per la sopravvivenza, e chi invece potendo scegliere tra fare lo scrittore, ossia un lavoro che gli piace, e un mestiere che subisce, sceglie appunto di fare lo scrittore.
A parte che nessuno campa facendo lo scrittore, se si escludono pochi scrittori di best sellers. quindi chi scrive abbina necessariamente più lavori, che sia l'insegnamento, che sia il giornalismo, che sia un'altra professione che lascia abbastanza tempo o che è affine alla scrittura non importa. Anche quello di poter scrivere esclusivamente quello che ci pare potrebbe essere considerato un diritto per cui scendere in piazza, però non lo è. Nessuno si mette a discutere del diritto di scrivere quello che vogliamo costringendo un editore a pagarci a prescindere. Sembra un paradosso, mi rendo conto, ma in fondo per me le due cose sono equiparabili. Gli scrittori hanno rapporti che devono essere gestiti unilateralmente con i loro editori. Ci sono, sì, possibilità di spiegare agli aspiranti pubblicatori che esistono diritti, che esiste un'editoria rispettosa delle leggi, che chi non segue le leggi legate all'editoria andrebbe, scusate il francesismo, sfanculato. Ma le battaglie per i rendiconti annuali mi sembrano veramente un'idea assurda. Avrebbe molto più senso fornire una lista di avvocati esperti in diritto d'autore da consigliare a chi si trova in situazioni del genere o creare una rete che metta in contatto tra loro autori che hanno pubblicato per la medesima casa editrice spiegando che possono portare avanti una causa collettiva, se non se la sentono di farla da soli. Però è sempre una questione legata ai casi personali, non un diritto inalienabile di ogni essere umano. Scusate la lungaggine.
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