In risposta a Daniela Brogi, ma anche per una mia esigenza di chiarezza estensiva sulla questione TQ, vorrei approfondire qui la ragione principale per cui non ho aderito al gruppo, né in fase iniziale né ora che va definendosi con maggior precisione nei suoi intenti. La ragione dominante è quella del criterio generazionale e prescinde anche dal manifesto politico, che pure non condivido, ma che in fase preliminare avrei almeno discusso se non ci fosse stata la questione dell'appartenenza anagrafica. E' forse necessario chiarire che né questo né altri miei interventi sono atti di belligeranza verso TQ. Stimo le persone e osservo con curiosità il progetto, pur mantenendo vive molte perplessità.
La questione generazionale identifica e presume una categoria di appartenenza che con evidenza non è solo anagrafica, ma anche sociale. Nel momento in cui la nascita casuale in un dato ventennio diventa un parametro di adesione al gruppo TQ, occorre che chi lo ha stabilito spieghi con chiarezza le ragioni politiche per cui lo è, dato che è ovvio a chiunque che - parafrasando la felice espressione di Nicola Lagioia - non basta essere stati traumatizzati dagli stessi non-eventi per porre basi di prassi politica comune, né voglio pensare che qualcuno dei firmatari sia convinto che i concetti di coevo e di coeso stiano in qualche rapporto di automatica consequenzialità. Perché quindi suggerire nell'invito al primo incontro che invece quella relazione di consequenzialità esista almeno in potenza e addirittura possa essere base fondante del discorso? Fino a che punto è corretto affrontare la questione del malessere economico, sociale e culturale di questo paese dando come premessa di partenza l'esistenza di una ferita generazionale e assumendo come scontato che la generazione ferita sia la nostra? Tra quei firmatari ci sono persone con cui mi sono trovata alcune volte a sostenere azioni politiche pubbliche con altri e altre intellettuali cinquantenni, sessantenni e ventenni contro quella che tutti - nessuno escluso - avevamo individuato come barbarie sociale. L'età non è mai stata una discriminante per progettare azioni civili comuni. Perché dovrebbe divenirlo adesso? Perché si utilizza ancora la categoria della generazione se è stata isolata una piattaforma politica intorno alla quale c’è un accordo? Non sono dunque sufficienti le idee partecipate nel manifesto per motivare che si proceda insieme? In questo senso il manifesto mi appare non tanto il documento politico di una generazione di intellettuali, quanto uno scritto concordato tra chi può vantare sia il criterio aleatorio dell’età che quello della consonanza di idee, oltre che lo status di intellettuale nel senso più esteso del termine. Tutti gli altri sono dentro a un paradosso dissociativo: o sono troppo vecchi per firmare anche se la pensano così, o hanno l’età giusta per firmare ma la pensano diversamente.
Parlare di generazione comune pone un argine.
Non ho niente contro gli argini, purché parliamo di fiumi; ma chi è che temeva l’esondazione dei debordanti intellettuali cinquantenni dentro a questo gruppo? Il discrimine anagrafico incistato in un nome come TQ sottintende che chi non è compreso è escluso. Ovvio che si può sempre simpatizzare con i TQ anche da cinquantenni e che si può prestare loro “concorso esterno” in vari modi, ma la posa dell’argine anagrafico determina da subito un confine delegittimante per tutti quelli che non sono trenta/quarantenni, anche laddove il blocco concettuale che poi si è generato dalle discussioni li avrebbe invece visti concordi. Sono convinta che se esiste una soluzione politica e culturale al nostro stare male insieme in questo paese, questa debba essere necessariamente trans-generazionale. Avrei aderito senza esitare a un progetto che avesse avuto come denominatore comune la con-temporaneità, intesa come il riconoscimento del tempo in cui stiamo vivendo come “luogo-in-comune” cioè uno spazio storico (e quindi politico) in cui poter provare a fare insieme la differenza tra quello che si vive e quello che invece si vorrebbe vivere e veder vivere intorno. Molti/e trentenni e quarantenni probabilmente sarebbero rimasti/e fuori da questo criterio per pura mancanza di interesse politico per il proprio tempo, ma allo stesso modo molti/e cinquantenni e ventenni sarebbero stati/e cittadini/e naturali di un simile spazio ideale.
C'è poi una questione prospettica che per me è importantissima e che forse in parte potrebbe spiegare la scarsa partecipazione femminile all'adesione. L'invito al primo incontro tra le altre cose recitava così: "Manchiamo di un’identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti". Anche ammettendo che l'assenza di una cosa scivolosa come l'identità collettiva sia un problema per tutti - per me non lo è, ad esempio - è davvero pacifico che questa identità per esserci si debba esprimere in un conflitto con i "padri"? Il percorso politico di consapevolezza collettiva delle donne (che è cosa diversa dall'identità collettiva) nell'Italia del 2011 non sta passando dalla narrazione dello scontro generazionale, ma al contrario da quella del consolidamento del legame intergenerazionale contro ogni tentativo di frantumare anagraficamente gli obiettivi. Il 13 febbraio è stato una pietra miliare in questo senso, perché tre generazioni sono scese in piazza per compiere azione politica comune. Che TQ assuma invece come necessario e fisiologico il codice simbolico della contrapposizione padri-figli significa che chi vi aderisce accetta di muoversi sin dai fondamenti dentro una prospettiva metodologica socialmente bellica e una visione esperienziale culturalmente maschile. Poiché nel manifesto politico la questione di genere è citata come elemento componente del disagio sociale sul quale si vorrebbe agire insieme, credo che rilevare questo dato possa essere utile. Resta infatti il dubbio di quanto il criterio generazionale TQ sia legato all'idea della necessità della collisione sociale tra figli e padri, ed è lecito chiedersi quanto questa visione possa essere condivisa da chi - uomo o donna che sia - sta attuando metodi di azione politica basati su un principio di progettualità comune e solidale tra generazioni.
18.05.2012 18:30 -
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