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specchio-design-per-ingresso-941751Alessandro De Roma è pericoloso nel modo subdolo in cui spesso lo sono i narratori di razza. Però è un uomo sincero, non ha mai finto di essere diverso, e infatti è dal primo libro che io dichiaratamente lo temo.

Ogni volta che esce un suo romanzo mi accosto in libreria con cautela, perché la sua scrittura ha il potere delle verità taciute, la forza di metterti davanti a quello che di te intorbidisce l'aria, l'acqua e il cuore. Non importa che questo scrittore abbia gli occhi limpidi e la faccia simpatica, con l'accento dolce del Guilcer a modulargli le parole tra i sorrisi. Quando scrive viene comunque fuori l'animo chirurgico dell'entomologo sulla mosca, lo scienziato che crocifigge il mondo al suo vetrino con la determinazione di chi cerca la sezione del suo stesso DNA.

E infatti eccoci di nuovo. Dopo il virtuoso Vita e morte di Ludovico Lauter e il modulatissimo La fine dei giorni, la scorsa settimana è uscito - ancora per il Maestrale - un romanzo intitolato Il primo passo nel bosco, un'altra storia costruita con il cesello, dove De Roma spacca la melagrana della trama per farne uscire i personaggi uno a uno, rossi e maturi come chicchi. Serafino e Amalia sono una coppia di coniugi grassi e benestanti, normali come sembriamo essere tutti, ma silenziosamente osceni d'animo. Lui è un commercialista cinico con una inclinazione al sadismo affettivo, lei è in apparenza la vittima perfetta, buona e ingenua, credente nel modo morboso in cui lo sono solo quelli che hanno strozzato le domande in culla per avere in cambio le risposte. Vivono nello Scoglio Fiorito, un mondo finto ai margini di Cagliari, ossimorico anche nel nome. Ce ne sono molti di questi fittizi rioni borghesi sulla strada per Pula e Chia. Hanno nomi come "La Residenza del Sole" e le villette con giardino tutte uguali che denunciano l'utopia di riprodurre nell'urbanistica la dinamica sociale del paesello da cui si è fuggiti per andare a lavorare nel grande centro urbano. Di queste quinte di cartapesta con l'orrore dentro ne aveva scritto l'anno scorso Giorgio Falco nel bellissimo L'ubicazione del bene, ambientato nell'hinterland milanese. De Roma ci mostra il profilo cagliaritano di questa inquietante Wisteria Lane, fatta di panadas e tziliccas fatte in casa e gatti trucidati, di gruppi di preghiera infiammati d'amore che reggono finzioni di normalità, di maternità sterili e sterilità materne che a tratti si confondono nelle mosse minimali di questo microcosmo malato. Ha il gusto di Carver per le piccole cose oscene dell'umanità, De Roma. Gli piace l'odio per la foglietta di prezzemolo che tra i denti dell'altro appare e scompare al rallentatore durante la masticazione; ama il disegno criminale che matura nei piccoli gesti quotidiani, la mano che al pranzo con i suoceri spappola l'ultimo bignè pur di non lasciarlo a nessun altro. Fa paura il mondo di Serafino e Amalia, perché ci si intravede dentro il confine impalpabile tra normalità e follia che segna anche i nostri perimetri. Questi due sono noi in pectore, sono nostra madre e nostro padre, sono i nostri vicini di casa, tutti gli Olindo e Rosa che ci camminano accanto in attesa dell'attimo fatale - il primo passo nel bosco - che volta la carta e costringe tutti a fare un gioco nuovo. Leggetelo questo libro. Si capisce benissimo che solo fino a un certo punto si può essere quel che si vuole. Poi si può essere solo quello che si è.

Leggetelo anche perché la scrittura di questo narratore è spietata, perfetta, senza cascami di maniera. E' la scrittura che un lettore esigente e avido cerca tra gli scaffali in mezzo a mille delusioni patinate. Che bello trovarla, che meraviglia...

Scritto per Scrittori in Causa.

Pur avendo con tutti i miei editori rapporti ottimi improntati alla più assoluta trasparenza e onestà, ho accettato di scrivere un contributo per Scrittori in Causa perché continuamente si rivolgono a me scrittori esordienti che non avendo la minima idea di come cominciare spesso finiscono per cominciare male, mettendosi in mano a editori senza scrupoli che fanno alcune o tutte le cose denunciate dagli scrittori che hanno aperto questo blog. Credo che informarli di che rischi corrono e di come evitarli sia un dovere. Il mio consiglio è quello di cercarsi un agente il prima possibile, perché lo scrittore è sì uno che scrive storie, ma pubblicare è un altro mestiere.

Forse non sarà molto romantico dirlo, ma la pubblicazione implica una relazione con una impresa commerciale che spera di trarre dei profitti da quell'investimento, altrimenti detta "casa editrice". L'equivoco che si tratti di generosi mecenati che agiscono per amore della letteratura è alla base di moltissimi problemi successivi per l'esordiente ed è dovuto all'idea diffusa che fare lo scrittore non sia un lavoro come tutti gli altri, ma una condizione di privilegio che per il solo fatto di farti accedere a uno status di presunto prestigio sociale avrebbe già in sé la sua simbolica remunerazione. Il risultato di questo fraintendimento è che l'esordiente in genere si sente assai grato a chi lo pubblica e questa gratitudine gli fa dimenticare che il contratto editoriale non è una pergamena onorifica, ma il documento che sancisce i termini di una prestazione d'opera: la sua. A prescindere da qualunque rapporto di fiducia, stima e simpatia tra uno scrittore e un editore, è bene dunque premettere che chi pubblica un libro non è necessariamente uno che è stato fulminato dal prodigioso talento dell'autore, né un benefattore che gli sta facendo un favore, ma un'impresa che sta scommettendo sul valore commerciale di quel lavoro e ritiene di avere buone probabilità di vendere la storia, bella o brutta che sia. Chi acquista i diritti di un libro dallo scrittore glieli deve pagare semplicemente perché quando rivende il libro se lo farà pagare a sua volta. Il rischio di impresa è suo, lo scrittore il suo investimento lo ha già fatto scrivendo.
Sembra ovvio, ma se veramente fosse chiaro a tutti, gli editori a pagamento non esisterebbero.

Per inciso: in questa dinamica il valore artistico dell'opera è una condizione gradita ma non indispensabile, infatti si pubblicano di continuo palesi porcate per il solo fatto che venderanno benissimo. Solo le case editrici veramente grandi hanno le risorse per pubblicare il bel libro "a perdere" accanto al bestseller da ombrellone. In linea di massima le piccole case editrici non si possono permettere di pubblicare invendibili capolavori.

Chiarito che il contratto editoriale sancisce il rapporto di interesse tra editore e scrittore, occorre che i suoi termini garantiscano effettivamente la reciprocità della convenienza. Ma se l'esordiente è pervaso dall'idea che la sua convenienza stia già nella concessione dello status di scrittore pubblicato, può capitare che un editore senza scrupoli se ne approfitti facendogli firmare opzioni incaprettanti per le prossime opere, durate eterne di concessione dell'opera presente, rinunce all'anticipo, vincoli vari di promozione, dichiarazioni di manleva, clausole di rescissione con sanzioni pecuniarie nonché cessione di ogni tipo di diritto primario e secondario, compreso quello di leggere a voce alta la storia a suo figlio in culla senza chiedere il permesso all'editore.

L'unico modo per evitare che questo si verifichi è cercarsi l'agente prima di andare da qualunque editore, tenendo presente che più si è piccoli, cioè deboli e ignoranti delle logiche editoriali, più l'agente sarà necessario.
Quanto costa un agente?
Esclusi i diritti annuali di agenzia (nell'ordine di poche centinaia di euro), l'agente guadagna una percentuale sulle entrate che procurerà che di solito si aggira intorno al 10%. Per questo motivo un agente serio non prende in carico chiunque si presenti ma prima legge il testo e poi decide se vale la pena investirci del tempo per proporlo alle case editrici giuste. Essendo a conoscenza di questo meccanismo selettivo, le case editrici prendono in maggiore considerazione i testi che arrivano tramite agenzie rispetto ai manoscritti autoinviati dall'autore. La valutazione del testo ha un costo a prescindere dal risultato, ma è un investimento sostenibile perché - se l'agente accetta di prenderti in carico - da quel momento sarà lui a proporre il tuo testo alle case editrici con cui spesso ha già rapporti avviati, facendoti risparmiare tempo ed evitando di default gli editori notoriamente disonesti.
Cosa fa l'agente?
Se trova una casa editrice interessata, segue la trattativa contrattuale evitando le trappole di cui si è detto, visiona i rendiconti e verifica che le modalità di conteggio e pagamento delle royalty siano regolari. Soprattutto è un consulente, una persona esperta i cui consigli possono evitare all'esordiente moltissimi errori di ingenuità.
Questo è il modello base, ma capita sempre più spesso che le agenzie editoriali offrano anche un'altra serie di servizi aggiuntivi che possono essere utili a un esordiente, cose che vanno dall'editing e cura redazionale del testo fino ai servizi di ufficio stampa.
Come distinguere un bravo agente dai farabutti che fanno gli agenti?
I bravi agenti hanno una buona fama, verificabile attraverso il portafoglio dei loro autori. Ovviamente più autori noti hanno in carico, meno è il tempo che possono dedicare a un esordiente, e saranno più selettivi. Ma spesso ci sono ottime agenzie che pur non avendo nessun premio Strega a cui badare salvano comunque dalle grinfie degli editori disonesti decine di persone che forse non diventeranno mai scrittori famosi, ma non per questo non hanno diritto a un consiglio mirato o a riscuotere i diritti delle loro piccole pubblicazioni.

 

Essere ammalati giova al senso di sè, si rivedono le priorità. Per esempio a me il fermo forzato ha riportato alle grandi domande della vita, quelle che tolgono il sonno, che contano davvero, tipo chi siamo, dove stiamo andando e perché diamine Radio Padania trasmette in Sardegna, per di più con un segnale così forte che nelle locali cause legali per inquinamento elettromagnetico è prevedibile un sorpasso netto di responsabilità rispetto alla finora imbattuta Radio Maria. Non trovo risposte credibili a questi interrogativi, e si capisce che la mia sofferenza esistenziale aumenti in proporzione all'herpes che da giorni mi devasta le labbra, tanto che allo specchio sembro una che limona con i gechi.

 

Ho risposto a queste domande per Nazione Indiana all'interno del dibattito sulla responsabilità dello scrittore nato dalla scelta di Paolo Nori di scrivere per Libero. Nelle risposte ci sono diverse cose, tra cui quel che penso di quella scelta, e il perché credo che scrivere per Einaudi sia un'altra cosa.
Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea? Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Aver scritto un paio di libri non mi dà licenza di commento sullo stato della letteratura italiana contemporanea più di qualunque altro lettore forte, anche se il mio “forte” significasse qualcosa di più dei  dodici libri all’anno della media italiana della categoria. In diversa proporzione ho letto libri ottimi e libri che mi hanno lasciato solo il rancore per i soldi spesi, ma ci vuole altro per vedere la produzione letteraria italiana come un corpo collettivo con uno stato di salute generale da verificare. Se si è critici o se del critico si ha l’inclinazione all’anamnesi, la si può (e si deve) leggere anche così; solo non è il mio mestiere. Avrei piuttosto qualcosa da dire sulla difficoltà di trovare qualcuno che il critico lo faccia ancora, al di là di marchette, anticipazioni, recensioni della quarta di copertina o sassolini dalle scarpe in terza pagina firmati non da critici, ma da scrittori con qualche conto di rabbia da regolare. Anche su Libero, perché no.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Posso parlare solo per la mia breve esperienza in ISBN e in Einaudi. La prima ha in catalogo molte scelte che un ordinario direttore di marketing editoriale rubricherebbe alla voce “invendibile”, o comunque di gran nicchia. Escono lo stesso, e grazie a queste scelte capita che mi si assesti sul comodino un ottimo sconosciuto come il Tonon dello scorso anno, non proprio un romanzo da strenna natalizia. Dai tipi di Torino del resto ho visto pubblicare libri che persino io intuivo che non avrebbero ripagato nemmeno la loro stampa, tanto lontani erano da quel che staziona in classifica. Valutati come buoni libri, anche questi sono usciti lo stesso. Finché cose così continuano a succedere persino in una grossa casa editrice dove la pressione sul risultato di vendita è forte, da lettore io respiro. Mi interrogo piuttosto sulla necessità, invocata da molti addetti ai lavori, di far uscire un certo numero di porcate vendibili per garantire copertura economica alle operazioni di qualità che altrimenti sarebbero puro mecenatismo. Se per poter raggiungere un lettore servono dieci consumatori di libri, il problema forse non sono solo le scelte editoriali.

Per gentile concessione dell'editore, anticipo la prefazione che ho scritto a Il nostro padrone, il romanzo di Grazia Deledda appena ristampato dalle edizioni nuoresi Ilisso. Spero invogli a riscoprirlo.
È un destino ben strano quello de Il nostro padrone, come lo è quello di tutte le eccezioni. Per capirlo occorre considerare prima di tutto un dato oggettivo: alla scrittura di Grazia Deledda, man mano che veniva meglio compresa, volentieri o a denti stretti sono stati riconosciuti crescenti meriti; ma tra questi non figura mai quello dell’intento sociale, perché nelle sue narrazioni il sogno, il destino, la magia e la volontà imperscrutabile del Fato sembrano guidare e giustificare gli eventi molto più del contesto sociale ed economico in cui ella le aveva collocate. Questo vuoto ha offerto il fianco a più d’uno dei suoi detrattori, rapidi a insinuare che l’autrice nuorese vivesse in un suo mondo impermeabile e fosse priva di coscienza politica. Persino la sua più affine biografa, la scrittrice Maria Giacobbe, dovette prendere atto del disinteresse letterario che la Deledda mostrò sempre per le questioni sociali del suo tempo, tanto che, nel saggio del 1974 Grazia Deledda, introduzione alla Sardegna, coniò per lei l’elegante definizione di “politicamente agnostica”. Ed è proprio lì che salta fuori tutta l’eccezionalità de Il nostro padrone: se l’analisi sull’indifferenza verso il sociale è più che corretta per quanto riguarda l’insieme dell’opera deleddiana, non vale però per questo specifico romanzo, che nella produzione dell’autrice nuorese resta a suo modo un unicum.