Questo racconto inedito l'ho scritto ispirata dall'immagine che lo accompagna. Si tratta di una foto della fine dell'800 rielaborata con estro e stoffe dallo stilista Antonio Marras nell'ambito del progetto "Le sedie vestite", realizzato quest'anno per Cabudanne de sos poetas.

marras

L'avresti detto mai, o Babbo, che sarei diventato quello che sono?
Secondo me no, e a vedermi oggi ci sarai anche rimasto male.

Tu avevi già le idee decise per me: farmi studiare tanto, bene e proficuamente, come Gramsci, come Asproni, come studia la gente ricca, che fa i figli dottori e le figlie professoresse contro l'invidia del paese e contro il destino rigido dei figli dei pastori. Non importa se gli altri bambini portavano i pantaloni corti fino a dodici anni: tu a me facevi già mettere quelli lunghi dei grandi, di velluto a righe e stretti in fondo, anche se costavano di più. Mi avevi fatto fotografare con quelli addosso, in piedi vicino alla sedia del salotto, quella dove in trent'anni si saranno sedute sei persone in tutto. Io lo so perché mi hai fatto prendere quella fotografia, Babbo: in piedi vicino al fotografo tu mi vedevi già seduto lì, un impiegato di concetto in pectore, un anticipo di quello che avresti voluto che diventassi.
Tuo figlio, certo.
Ma anche uno studiato, uno che si guadagna il pane tenendo il culo appoggiato a uno scranno. Dottore, avvocato, ragioniere, geometra, comunque signore. Non come te, con la schiena rotta dalla zappa all'oliveto e in vigna. Non come te, con la pelle rigata dal sole preso appresso al bestiame al monte.

I tuoi vicini credevano che tu fossi scemo, babbo.
Chi ha un figlio solo non lo manda a scuola, sennò a seguire il bestiame e il terreno chi ci resta? I vecchi muoiono, ma le pecore restano e qualcuno di casa per loro deve esserci. Non sono le pecore l'eredità dei figli, ma i figli l'eredità delle pecore: questa è la regola da sempre e guai a chi si crede l'eccezione. Non ho mai capito il perché tu avessi deciso che l'eccezione dovessi essere io. Non hai mai letto un libro in vita tua, Babbo, e certo non eri un uomo che avesse mai desiderato essere più di quel che era. Eppure per me hai voluto sognare l'impossibile: libri, banchi, maestri, diplomi, denaro e titoli, tutto quello che nella tua testa voleva dire rispetto, rispetto vero. “Le vigne le incendiano, le pecore le rubano, se hai suscitato invidia te le sgarrettano, ma un dottore è dottore comunque”. Questo credevi e questo ho voluto credere anche io davanti ai tuoi occhi fiduciosi di me. Per anni ce l'ho messa tutta, Babbo. Per anni non ti ho detto mai niente e del resto che senso avrebbe avuto? Le tue orecchie non mi hanno ascoltato mai. Tu avevi già deciso tutto ed era un'offerta così ricca, così onerosa, che nessun altro figlio avrebbe rifiutato. Avessi almeno avuto un fratello addosso a cui scaricare quella tua ansia di vedermi signore! Invece c'ero solo io, un acrobata senza rete che cammina sul filo dei sogni di un altro. Mamma l'aveva capito che non volevo studiare, ma lei era l'unica persona al mondo che ti temeva più di me e così stemmo zitti in due. Ho studiato, Babbo, proprio come volevi tu. Mungevi le pecore alle 4 di notte, tosavi aiutato dai figli dei vicini e mentre facevi il formaggio andavi dicendo che tuo figlio studiava da avvocato; ti prendevano per matto, Babbo, perché è una ricchezza che non suona quella della conoscenza. Tu per qualche motivo misterioso l'avevi capito, ma nessuno dei tuoi vicini poteva fare altrettanto, perché è gente che la distanza tra un povero e un ricco l'ha sempre misurata in pecore. Io invece stavo a Cagliari con la testa china sui libri di diritto civile e penale, e l'ho fatto per anni, tutti quelli che servivano. Alla fine sono diventato avvocato davvero, Babbo, e quel giorno avrei voluto dirti che avevi ragione tu, che studiare serve, ma tu non c'eri più da un anno e mezzo quando io mi sono laureato.

È un peccato, Babbo. La vita a volte ti fa scherzi brutti.
Lo pensavo l'altro giorno camminando verso il monte con il gregge.
So che gli altri ridono e pensano: hai visto il figlio di Bissenti, laureato per finire appresso alle bestie! Non sanno che chi ha imparato a riconoscere il confine silenzioso tra la giustizia e la legge conosce anche la distanza che c'è tra gli uomini e quello che li determina. Non hanno scienza né coscienza. La loro vita è già condanna sufficiente per il reato di essere nati. I figli dei tuoi amici fanno l'unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore. Io invece faccio l'unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.


 

Alcuni diritti riservati. Questo racconto è pubblicato on line sotto Licenza Creative Commons Attribuzione Non-Commerciale-Non opere derivate.

 

Commenti  

 
#1 Lucio 2011-08-30 09:01
Te lo posso dire che questo racconto è un piccolo gioiellino e che non capisco perché la gente si picchia per trovare un tuo inedito in edicola e poi tu ne infili uno di questo livello gratis sul sito e nessuno se lo fila? Sei speciale.
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#2 Mauro 2011-08-30 09:08
Io pensavo diventasse l'avvocato dei pastori.
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#3 stroszek85 2011-08-30 11:52
Questo testo riesce a piacermi abbastanza solo se lo metto in relazione con l'immagine... diversamente sarebbe semplicemente una lettera, non un racconto succoso-succulento da gustare e rigustare. La relazione con l'immagine instaura un barlume allegorico interessante, senza di essa questo non esisterebbe, mentre invece senza il testo l'allegoria permane (direi molto di più, molto più complessa)... Cavolo mi scuserai ma sto giungendo alla conclusione che il testo caratterizza qualcosa che invece se fosse rimasto più "campato per aria" avrebbe avuto molto più senso e molta più forza. In sostanza non credo mi sia piaciuto troppo...

:oops:
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#4 Lucio 2011-08-30 12:05
Perché dovresti diventare l'avvocato dei pastori se puoi essere quello delle pecore?
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#5 Omar Onnis 2011-08-30 22:57
È il reciproco narrativo, breve e fulminante, di Padre Padrone. Un rovesciamento pieno di senso, con connotazioni molteplici.
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#6 mario 2011-08-31 15:31
Grazie per questa perla.
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#7 raffa carta 2011-08-31 19:29
Vivendo fuori dalla Sardegna da anni, e' sempre un problema per me spiegare il meglio possibile le differenze culturali che contraddistinguono i sardi rispetto agli italiani, dal momento che non si tratta di sfumature ma di sistemi di pensiero completamente differenti. Avevo l'abitudine di appoggiarmi a Bachisio Bandinu, poi e' uscito Accabadora che mi permetteva di accompagnare i miei interlocutori su quelle funi da saltimbanco che sono argomenti quali pressione/controllo sociale sulle donne, o le ragioni del testamento biologico. Questo elegantissimo racconto pero', mi consentira' di spiegare il concetto d'invidia, il senso di appartenenza, la testardaggine che sono nel cuore vivacemente governato e percio' pazzo del sardo. Grazie Michela per aver trovato queste parole autentiche. Mi piace tantissimo la costruzione del racconto che sembra uno di quei quadri-collage realizzati con metodi e e materiali diversi, una parte ad acquarello ricalcato a china per i ricordi, pizzo nero per la testadaggine, lana grezza, sale....
Michela grazie.
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#8 Andrea Corda 2011-09-01 21:49
Bello! Trovo affascinante il modo con cui riesci a mettere insieme le parole per esprimere anche concetti semplici, questo non ti rende mai noiosa!

Complimenti.
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