Domenica 05 Aprile 2009 19:30
Sono per la separazione delle carriere, non sono e non sarò mai quel tipo di scrittore che recensisce i libri altrui. E’ quindi per scelta se parlo solo dei libri che mi piacciono, e quando mi piacciono non li “recensisco”, piuttosto li consiglio.
Dunque
Educazione Siberiana di Nicolai Lilin è un libro che secondo me vale la pena di leggere. In barba alla
pruderie del reality in letteratura, non c’entra niente il fatto che l’adolescenza criminale del protagonista sia la storia vera dell’autore. Fosse pure tutto inventato, non gli mancherebbe niente, e quindi mi rode che
su Repubblica sia stato Saviano a presentare questo scrittore all’Italia. Lasciando perdere che quell'intervista abbia fatto andare esaurite le 28 mila copie del libro in due giorni, resta il fatto che non ci sarebbe per Nicolai Lilin sventura peggiore che passare per il Saviano siberiano, perché lui le cose non le denuncia, le racconta; e se vi sembra una differenza piccola quella che passa tra la punta del dito e la punta della penna,
Educazione siberiana forse non fa per voi.
È vero, Nicolai Lilin le ha davvero vissute tutte le cose che racconta; ma ha la delicatezza di farselo perdonare, a tratti persino con ironia, certo mai con il compiacimento di chi fa l’autopsia pubblica delle sue morti. Per questo, se è vero che di cadaveri nelle sue pagine ce ne sono diversi, non sono tanti quanti probabilmente ne ha visti, perché questo scrittore ha capito benissimo che lo spessore del suo racconto non è nell’accatastamento nevrotico delle violenze. Emerge invece dalla lucidità partecipe con cui, ripercorrendo la sua formazione nella comunità criminale in Transnistria, sceglie di raccontare il declino della cultura siberiana degli Urka, un mondo governato da un codice che in un momento meno ipocrita della nostra storia avremmo senza paura anche noi chiamato etica, morti ammazzati compresi.
Nel posto dove è nato Nicolai ci sono solo due modi di essere: o sei un criminale onesto, e dunque agisci secondo un codice, o sei un criminale e basta. Non c’è spazio per la nostalgia e per il giudizio nel modo in cui questa sua educazione siberiana arriva fino a noi dalle pagine del libro. Non c’è perché lo hanno occupato tutto le storie dei suoi coetanei, quelli sani e quelli resi diversi da un handicap, accolti come angeli benedetti dal Signore, e protetti da tutti come cosa preziosa. Ci sono le storie dei suoi genitori e dei suoi zii, intessute in una rete di relazioni dove torte appena sfornate e pistole appena caricate sono espressioni della stessa cura reciproca, e il carcere è la risposta più probabile alla domanda: cosa farai da grande. Questo romanzo è pieno soprattutto di storie di vecchi, figure autorevoli e sapienziali che insegnano ai giovani quello che sanno, ed è con loro che Nicolai cresce davvero, imparando a distinguere quando serve sparare e quando è meglio non farlo, come si scrive una lettera in linguaggio criminale e soprattutto come tatuare secondo la tradizione siberiana, insinuando sotto la pelle la sintesi grafica di tutta una vita da criminale.
È proprio il termine criminale che in questo libro ha un peso speciale, e il modo in cui lo intende Nicolai mi ha ricordato per certi versi l’accezione che negli anni 50 poteva avere in Barbagia la parola bandito. È evidente che nell’economia del racconto criminale vuol dire semplicemente uomo libero, ed è la condizione di chi si determina in contrasto con un codice di leggi percepito come vessatorio. Nel quadro dei valori di riferimento di quel mondo, i veri disonesti sono gli appartenenti all’ordine dominante, perché oppressori di chi vuole vivere secondo i parametri morali che nei secoli la sua comunità ha elaborato e rispettato. Quando parla della sua comunità criminale – indubbiamente assassini e ladri - Nicolai si riferisce a loro apostrofandoli come “gente onesta”, con la stessa visione con cui in passato in Sardegna i proverbi si riferivano alla Giustizia come a una sventura augurabile solo al peggior nemico. L’unico rischio di questo libro è che alla fine si sente voglia di un po’ di genuina criminalità anche qui, e sarebbe un bel guaio se lui, dopo esserne sfuggito, ne diventasse il cantore fuori contesto.
Nicolai oggi vive a Torino, ha 29 anni e nella sua biografia c’è scritto che è scrittore e tatuatore. Adesso che grazie a lui conosco un po’ della filosofia che c’è dietro al tatuaggio siberiano, posso dire che non c’è tutta questa differenza.
Educazione Siberiana, a ben guardare, è un tatuaggio a tutti gli effetti.
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