Parzialmente nuvoloso

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Parzialmente nuvoloso

Per gentile concessione dell'editore, anticipo la prefazione che ho scritto a Il nostro padrone, il romanzo di Grazia Deledda appena ristampato dalle edizioni nuoresi Ilisso. Spero invogli a riscoprirlo.
È un destino ben strano quello de Il nostro padrone, come lo è quello di tutte le eccezioni. Per capirlo occorre considerare prima di tutto un dato oggettivo: alla scrittura di Grazia Deledda, man mano che veniva meglio compresa, volentieri o a denti stretti sono stati riconosciuti crescenti meriti; ma tra questi non figura mai quello dell’intento sociale, perché nelle sue narrazioni il sogno, il destino, la magia e la volontà imperscrutabile del Fato sembrano guidare e giustificare gli eventi molto più del contesto sociale ed economico in cui ella le aveva collocate. Questo vuoto ha offerto il fianco a più d’uno dei suoi detrattori, rapidi a insinuare che l’autrice nuorese vivesse in un suo mondo impermeabile e fosse priva di coscienza politica. Persino la sua più affine biografa, la scrittrice Maria Giacobbe, dovette prendere atto del disinteresse letterario che la Deledda mostrò sempre per le questioni sociali del suo tempo, tanto che, nel saggio del 1974 Grazia Deledda, introduzione alla Sardegna, coniò per lei l’elegante definizione di “politicamente agnostica”. Ed è proprio lì che salta fuori tutta l’eccezionalità de Il nostro padrone: se l’analisi sull’indifferenza verso il sociale è più che corretta per quanto riguarda l’insieme dell’opera deleddiana, non vale però per questo specifico romanzo, che nella produzione dell’autrice nuorese resta a suo modo un unicum.
Scritta nel 1910, quando la Deledda era ancora lontana dal Nobel, ma già molto nota all’estero per opere come Elias Portolu e Anime oneste, la storia è rilevante non solo perché ci testimonia dettagliatamente la speculazione boschiva che interessò la Sardegna dell’interno a cavallo tra l’800 e il 900, ma soprattutto perché la scrittrice non le risparmia accenti critici, fatto doppiamente interessante se si considera che il padre della Deledda, Giovanni Antonio, era stato un imprenditore nel campo del commercio del carbone ligneo, proprio quello ottenuto tramite lo sfruttamento dei boschi dell’Ortobene ad opera di speculatori esteri. È quindi credibile che Grazia Deledda testimoniasse niente più che quello che aveva visto con i suoi occhi, quando nel romanzo scriveva che: «In quel tempo l'Orthobene era quasi ancora a metà coperto di boschi; ma il versante orientale, le cui piante appartenevano al Perrò, veniva già diboscato. Grandi estensioni boscose dei versanti nord e ovest aspettavano la medesima sorte». E se anche è inutile cercare oggi proprio in lei quella coscienza ecologica che nessuno a quel tempo aveva o poteva avere, la Deledda mette comunque in bocca ai personaggi di questo suo atipico romanzo alcune considerazioni che denunciano sia la cattiva coscienza di chi assisteva a quello scempio ambientale, sia le giustificazioni che probabilmente aveva udito decine di volte dalla voce delle donne di Nuoro, testimoni e sodali del lavoro di scorzino dei loro mariti, fratelli e figli:  «…tuo nonno gli ha fatto la barba, al Monte! Luisi, mio figlio, dice che era meglio lasciarli, i boschi, per l'aria buona, ma allora i denari chi li prendeva?» Considerazioni che a molti suoneranno familiari anche per l’oggi, valide per ogni tempo in cui sia possibile fare bottino di qualche irripetibile risorsa naturale; ma nel contesto del romanzo quelle parole spiccano dolenti e spietate, volutamente inadeguate a scusare l’avidità dei predoni di quel monte e di quella natura che la Deledda aveva amato di una passione senza cedimenti. Eppure, nonostante l’aspetto sociale della narrazione e la sua esplicita critica costituiscano senza dubbio un dato inedito nella produzione della nuorese, accostarsi a Il nostro padrone considerandolo come pretesto di una tesi ecologista sarebbe riduttivo. La storia, attraverso i percorsi in apparenza fatali dei personaggi, fa infatti emergere domande molto più radicali, la principale delle quali prende le mosse proprio dal titolo, e mette in scena uno dei conflitti tematici dominanti nell’opera della Deledda: la dialettica tra la forza avversa del Destino e la volontà dei singoli. Da subito emerge che il padrone di cui si parla è Dio, ma sicuramente non il Dio della Provvidenza manzoniana. È invece quella specie di oscura divinità tutta deleddiana, corrucciata e insondabile, i cui contorni si confondono costantemente con quelli di un Fato che non ammette ribellioni, se non a prezzo di più oscuri destini. Predu Maria, il protagonista della storia, in questa battaglia dichiara la sua sconfitta sin dalle prime mosse del romanzo: «Io però credo a quello che diceva mio zio prete, che cioè ogni cosa sia prestabilita, nella mente di Dio. I suoi fini? Egli solo lo sa: noi non possiamo saperlo. Altrimenti, se noi non ci spieghiamo così le cose, diventiamo pazzi. Egli è il nostro padrone, e il padrone non è obbligato a dar schiarimenti ai suoi servi». La narrazione – amori veri o simulati per interesse, intrighi d’affari, reati e martirii silenziosi – è tutta già qui, e il suo dipanarsi è il ricamo di un tappeto che mantiene sempre come sottotraccia questa ineluttabile consapevolezza.
Chi si avvicina oggi a Il nostro padrone deve sapere non solo di avere in mano una eccezione, ma anche un romanzo dimenticato, un testo che raramente figura nella maggior parte degli elenchi pur lunghi che circolano sull’opera del Premio Nobel. Questa scomparsa è però significativa, perché a suo modo è metafora del percorso stesso dell’opera dell’autrice, da sempre bersaglio di più o meno dichiarati tentativi di rimozione. Anche se questa stessa riedizione prova che non si è smesso di stamparla e leggerla, rimane una nutrita schiera di lettori che è silenziosa e forse inconsapevole portatrice di un handicap invalidante nei confronti di Grazia Deledda: sono quelli, e non sono pochi, a cui l’opera della scrittrice nuorese è stata somministrata a bocconi tra i banchi di scuola con lo spirito di pura coercizione che spesso caratterizza gli approcci letterari scolastici. Come capiterà più avanti anche con il Manzoni de I promessi sposi, a molti lettori il semplice fatto di aver dovuto leggere Canne al vento a tredici anni può essere sufficiente per sentirsi saturati una volta per sempre dall’opera intera della Deledda. «Troppa Grazia», tutti risponderanno poi con un sorriso schivo, se mai nella vita capiterà loro di sentirsela riproporre. C’è da riconoscere che questa particolare forma di allergia letteraria nel corso degli anni ha trovato supporto robusto in un folto fronte di altolocati complici, accademici e scrittori, che hanno speso molta della loro autorevolezza per far sì che Grazia Deledda presso i lettori non ne avesse alcuna; il solerte impegno di questi detrattori si è spinto fino a dare a intendere, senza che neppure fosse necessario esplicitarle, sospette similitudini tra l’Accademia del Nobel e un facchino un po’ troppo sbadato, capace nientemeno che di far finire nelle mani minute dell’autodidatta di Nuoro il prestigioso pacco di un premio di certo destinato ad altri, di volta in volta identificati dentro e fuori l’Italia in Ibsen, Tolstoj, Pirandello, Ungaretti, Luzi e via riassegnando. L’embargo antideleddiano dell’intellighenzia italiana ha avuto la gittata lunga, e chiunque si accinga ancora oggi a suggerire la lettura di uno a caso tra i titoli della generosa produzione della scrittrice barbaricina sa perfettamente che è con questo pregiudizio che deve anzitutto fare i conti. Questa consapevolezza pesa anche su di me, a maggior ragione perché dell’handicap del rigetto della Deledda sono stata vittima a mia volta per tutti gli anni che si sono resi necessari per dimenticare il primo incrocio con la nuorese tra i banchi della scuola. Per fortuna poi, come qualche volta accade alle conoscenze cominciate con il piede sbagliato, può succedere che la vita riservi la sorpresa di un secondo incontro, magari in tempi e luoghi non forzati, e allora il cipiglio che sul volto dell’altro sembrava ostile può rivelarsi alla fine per quello che realmente era: l’ingannevole e deforme ombra di una proiezione altrui.
Sconcerta oggi il considerare come per anni la damnatio memoriae imposta alla critica italiana e persino l’oblio che si è cercato di indurre in molti lettori verso la Deledda siano stati vissuti quasi come una necessità sociale; se da parte italiana lo si spiega facilmente con la difficoltà oggettiva a collocare la Deledda in categorie letterarie note - difficoltà che l’ha portata di volta in volta ad essere avvicinata al verismo verghiano come al decadentismo dannunziano - in Sardegna questa rimozione è riconducibile piuttosto a quel pernicioso complesso di inferiorità che ha portato (e troppo spesso porta ancora) i sardi a confondere colpevolmente la categoria del politicamente dominante con quella del culturalmente nobile. Le voci dell’intellettualità isolana, che con appena più lungimiranza avrebbero invece potuto e dovuto farsi vanto del monumentale universo letterario deleddiano, hanno cercato con ogni mezzo di esorcizzarlo come zavorra nel costante e mai del tutto riuscito tentativo di legittimarsi nell’alveo della cultura letteraria italiana. Il Nobel, che in qualunque altro contesto sarebbe stato occasione di lustro, in quello sardo diventava un incidente imbarazzante da farsi perdonare insieme alla propria stessa ingombrante sardità. Che questo processo fosse però frutto di un peccato di provincialismo, è sempre Maria Giacobbe a svelarlo quando scrive che: «Essendo la sua sardità una qualità più profonda e determinante della sua italianità, la tematica e la problematica che le erano proprie non potevano sempre collimare coi modelli e con i gusti di quella che tuttavia nel contesto europeo era la provincia italiana.» Il violento rigetto che ha interessato Grazia Deledda nell’isola si spiega quindi molto più sul piano antropologico che non sulla base di elementi di avversione artistica: in un contesto che aveva quelli italiani come soli parametri validi di lettura, e in cui il sardo stesso era considerato un diminutivo incolto della lingua ufficiale, l’idioma inizialmente spurio della nuorese, il suo cosiddetto cattivo italiano, era troppo marcato per essere accettato come modello dai letterati sardi ansiosi di emanciparsi dall’idea periferica di sé che avevano introiettato. Eccessivamente locali sembrarono loro le storie roventi dei romanzi della Deledda, densi di personaggi capaci in apparenza solo delle passioni assolute dei selvaggi con cui in nessun modo volevano essere accostati o addirittura identificati. La Deledda del resto non ha loro risparmiato niente, e anche ne Il nostro padrone si leggono frasi che agli occhi dei sardi suoi contemporanei – e indubbiamente anche di quelli di oggi – dovettero arrivare come fumo acre: «Chi le dice che io non apprezzo i sardi? Tutt'altro! Ma voi potreste fare più di quel che fate; voi siete indolenti: vi lasciate togliere il pane dalle mani, senza protestare. Chi, per esempio, si porta via i tesori delle vostre miniere, dei vostri mari, dei vostri boschi? Basta che uno straniero venga in Sardegna per diventar ricco. Si direbbe che la vostra è una terra di conquista». Difficile risultare simpatici a chi in quella lettura non aveva suo malgrado altra scelta che  riconoscersi; e dunque non poteva che essere oblio per la Deledda e i suoi fastidiosi specchi rivelatori, nascosti appena tra le pagine dei molti romanzi che si ostinava a scrivere. Per questo, e in forza di questo processo tutto sardo di integrazione per negazione, per oltre cinquant’anni i vividi caratteri stilistici deleddiani hanno vissuto nell’isola il paradosso di essere trattati come stereotipi senza nemmeno essere mai stati modelli, e i suoi scenari narrativi sbrigativamente declassati a folklore senza che mai fossero assurti al rango di tradizione. Nessuno si fece avanti dunque in Sardegna per farsi erede dell’italiana poco credibile che era Grazia Deledda, e men che mai in Italia, dove la critica sua contemporanea e buona parte di quella successiva furono incapaci di leggere la sua poetica anzitutto come sarda. Bastò questo strabismo a seppellire una scrittura di fatto nuova ed iniziatrice sotto l’etichetta del facile regionalismo esotico, categoria insufficiente persino a farle beneficiare di quella indiscriminata esterofilia di cui gli italiani sono invece prodighi. Nemmeno il permanere di questo equivoco (e da parte sarda anche di questo complesso) può giustificare oggi, davanti alla realtà di una sempre più affermata letteratura sarda, l’ingrata rimozione del debito comune verso la ricchezza della matrice deleddiana, che emerge con irridente ironia persino in coloro che si ostinano anacronisticamente a negare di appartenervi.
Se dunque il tradimento allo spirito della Deledda fu frutto anzitutto del tentativo maldestro di collocarlo dove non aveva radici, il rimedio all’errore deve essere quello di rileggerla nell’orizzonte corretto, quello assai più ampio della narrativa europea, imparando finalmente la lezione dell’Accademia svedese, che proprio in quest’ottica le assegnò il suo massimo riconoscimento. Questa prospettiva sembra aver fatto breccia anche nella nuova critica che, raccogliendo le suggestioni anticipatrici della Giacobbe, ha rimesso mano all’opera deleddiana per collocarla nel panorama europeo, dove la sua novità appare lampante. In questa efficace rilettura non sono tanto Verga e D’Annunzio i parametri assunti per capire la straordinarietà deleddiana, ma voci insospettabili come quella di Emily Brontë, nella cui opera (e biografia) la studiosa Angela Guiso ha portato alla luce gli elementi di sorellanza più stretta con la scrittrice barbaricina, con la quale forse non a caso la Brontë ha per molto tempo condiviso il medesimo destino di snobistica emarginazione critica. La Guiso (nota 1) ha evidenziato con efficacia la comunanza di elementi narrativi, di cui la nuorese in Italia è stata anticipatrice ben prima che altri vi costruissero sopra la loro fortuna letteraria. Tra questi c’è per esempio il rapporto di ispirazione e identificazione che per entrambe costituì la Natura. Scrive in merito la Guiso: «I luoghi delle scrittrici dunque non perdono, semmai potenziano, lo statuto di autenticità pur nella rivisitazione poetica. Basti leggere cos’è il Monte per Grazia/Cosima – per di più in riferimento alla scrittura – per riconoscere la medesima necessità di costruire poeticamente quella Home Land di cui si è fatto cenno, circuito in cui si muovono sia la Brontë nei personaggi del suo romanzo, sia la Deledda». Annalisa Lilliu (nota 2) accosta invece la nuorese a Thomas Hardy, per l’uso dapprima inevitabile e poi sempre più ricercato delle costruzioni linguistiche regionali, e per l’assonanza di alcuni temi, come quello ossessivo del matrimonio endogamico. Si potrebbe continuare, ma forse questo è sufficiente a dimostrare che c’è qualcosa che non è ancora stato pienamente compreso nell’opera di Grazia Deledda, e che, posta accanto ai narratori europei, non solo l’autodidatta nuorese non appare fuori luogo, ma spesso giganteggia per padronanza di stile e ricchezza di soluzioni narrative. C’è da esser grati a questi nuovi studi e a quelli che sperabilmente verranno, perché offrono alla mia generazione l’opportunità di riappropriarsi della Deledda occultata, un risarcimento letterario che per i sardi è anche un atto di profonda giustizia verso sé stessi, l’ammissione doverosa di essere stati colpevoli di debolezza identitaria per non aver voluto riconoscere come propria una delle poche voci capaci di metterli davanti alla loro totale mancanza di consapevolezza su sé stessi. Quella voce echeggia fortemente anche nelle pagine che seguono, dove, tra le vicende di Marièlene, Sebastiana, Bruno e Predu Maria, Grazia Deledda allora quasi quarantenne ha il coraggio spietato di ricordare ai sardi, come fosse un monito, che «…laggiù v'erano uomini quasi selvaggi, che non sapevano lavorar la terra e non ne conoscevano il valore. Bastava che un continentale si stabilisse laggiù per diventar ricco, come se scavando la terra in apparenza così desolata si ritrovassero tesori.»
Tesoro scomodo era quella voce, e scomodi tesori continua ad offrire; sarebbe forse ora di smettere di temerli propri.

[1] Grazia Deledda, temi, luoghi, personaggi (ed. Iris, 2005)

[2] The challenge of the modern: essays on Grazia Deledda (ed. Troubador Publishing Ltd and Sharon Wood, 2007)

Commenti  

 
#1 dorian 2010-01-04 14:38
In effetti canne al vento (che però ho letto fuori costrizione scolastica quando già ero all'università in veneto) fu devastante e sufficiente per stare lontano anni luce da codesta scrittrice. Chissà.

Molto bella la visuale che dai
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#2 Omar Onnis 2010-01-04 16:12
Credo che sia impossibile, per chi scrive in Sardegna o di Sardegna, prescindere dalla Deledda: volenti o molenti, o si tende al suo modello (spesso fraintendendolo) o si fa di tutto per allontanarsene (a volte con esiti paradossali).

Ho letto Il nostro padrone proprio dietro una tua suggestione, Michi, e ci ho visto senz'altro quel che hai sottolineato tu. Ma è anche vero che vi si manifestano proprio quei limiti che la Giacobbe definiva 'agnosticismo politico', nonostante l'evocazione di qualche sua presa di coscienza di tipo antropologico o sociale.

Non solo: i moniti verso i sardi imbelli, che si fanno strappare il pane dalle mani (ahi quanto attuali e dolorosi!) a volte sembrano conditi da un'aura di inevitabilità che alla fine giustifica proprio la stessa indolenza che vorrebbe condannare, e la codifica in una rassicurante fatalità storica (di cui poi si nutrono le pagine di intellettuali meglio provvisti della Deledda dal punto di vista degli studi, ma molto meno talentuosi, tipo un Camillo Bellieni, per capirci, padre dell'autonomismo da 'nazione abortiva' che ci trasciniamo dietro ancora oggi).

Il libro è da leggere e, in generale, è da leggere la Deledda.
Non era forse una scrittrice sopraffina (benché con qualche pagina più riuscita), ma era una grandissima romanziera.
Una romanziera europea e mondiale (qui, hai ragione da vendere), ben poco italiana da parecchi punti di vista.
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#3 nannina 2010-01-04 17:56
sono d'accordo con dorian.la deledda comunque è madre o nonna del crescente numero di talenti sardi ed è anticipatrice di alcuni letterati sardi contemporanei.
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#4 giovanni s 2010-01-04 18:09
Come dice il detto, non c’è niente di più inedito di ciò che è edito, e la Deledda è sepolta da un barrasone di saggi estetici perfettamente inutili che ci offuscano la vista. Questo romanzo non lo conoscevo e la tua lettura è molto interessante (Marcello Fois ora inizierà ad amarti). In certe pagine deleddiane ci sono zone di irrequietezza che vanno ancora riscoperte. Un altro romanzo collocato tra i “minori” ma che ha dei germi di grande modernità è la Chiesa della solitudine, che affronta il senso di una relazione affettiva e il problema della emancipazione femminile.
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#5 Stefano Gesh 2010-01-05 09:13
Non riguarda Grazia Deledda ma volevo comunque mettervi a conoscenza di un fatto che riguarda i sardi e che pochi conoscono:

I Sardi a Itri.
[stefanogesh.blogspot.com]
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